Riaprire i cancelli

Questa mattina ho una domanda, da porre non come interruzione, ma come parentesi rispetto agli appunti dei post precedenti, perchè la pertinenza, come si vedrà, esiste. Su Repubblica, ho letto una recensione di Elena Stancanelli al romanzo di Giulia Besa, Numero sconosciuto (in lettura). E c’è un passaggio che mi colpisce molto:

“Giulia Besa, per meriti di età, ha quella disinvoltura nell´aprire e chiudere il cancello che ci separa dall´ignoto, nel trattare la metafisica come fosse geografia, che riconosco in alcuni esperimenti di questi anni. Qualcosa che somiglia molto di più a Superman che non all´Iliade. Le divinità, che secondo Jung avevamo già trasformato laicamente nelle nostre malattie, non sono più neanche memorie archetipiche, figure del nostro inconscio che corrispondono a mancanze, nostalgie”.

Mi interessa, questo punto, perchè richiama anche quanto ha scritto una blogger che ho conosciuto da poco, Zauberei, in un post di qualche giorno fa dove si interroga sul fantasy e il suo rapporto con stati mentali preadolescenziali e giovanili.  Elena Stancanelli, scrittrice a sua volta, sembra sostenere la stessa cosa.
Io non voglio in alcun modo entrare nel merito dei singoli pareri: mi incuriosisce, però, l’idea del fantastico come stadio precedente, onirico – non razionale? – rispetto a quello adulto, ergo logico. Come mai questa convinzione si è andata, volenti o nolenti, radicando? Come mai quel cancello è stato chiuso?
Risposte da cercare: non le ho, o non le ho chiarissime.

Ps. Sulla vicenda Curcio-Writer’s Dream di cui ho parlato qualche post fa, un intervento di Curcio e di Francesco Falconi, su Fantasy Magazine.

Annunci

Tag: , ,

22 Risposte to “Riaprire i cancelli”

  1. Laurie Says:

    Te lo dico subito. Perché la gente non è aggiornata su come funziona il pensiero umano, e si riduce a prendere concetti psicologici (o psicoanalitici) banalizzandoli un po’. Il pensiero umano non può essere logico al 100%. Non si può dire che l’adulto abbia fratto proprio il pensiero logico-razionale: lo sosteneva Jean Piaget ma i ricercatori venuti dopo di lui hanno dovuto ammettere, lo stadio delle operazioni formali era più teoria che realtà. (Del resto Piaget stesso teorizzava che l’uso dei simboli e il pensiero magico fosse proprio di età più anteriori della preadolescenza.)
    Quindi no, l’adulto non è mai razionale, non potrebbe esserlo per incapacità strutturali del suo sistema cerebrale. Solo che ad un certo punto della storia si è deciso che non era bello dire ciò, ed era più educato dire che l’uomo era un mostro di razionalità pura e semplice (e impossibile). L’immaginazione, il gioco, la fantasia sono stati relegati nella stanza dei bambini, anche se grazie a queste non potrebbe esserci progresso, conoscenza e in generale vita. Il fantastico stimola tutto questo – stimola anche il pensiero laterale, a mio parere, un modo di rapportarsi ad un problema guardandolo da punto di vista che presuppone una certa dose di fantasia e inventiva.
    Per questo no, non sono convinta che il fantastico sia proprio di uno stadio adolescienziale, trovo perfino pericoloso dirlo come se un adolescente avesse maggiori “qualifiche” per parlare di fantastico. Non credo al fanciullino interiore, credo solo agli uomini che si tappano occhi e orecchie perché quello che vedono e sentono non è conforme alla loro visione del mondo.

  2. Lara Manni Says:

    Grazie Laurie. Rilancio: e da quando la razionalità diventa un valore sociale positivo? 🙂

  3. Giovanni Arduino Says:

    Riguardo allo stralcio della recensione: è come se un uomo del Settecento, catapultato nel futuro e poi tornato improvvisamente indietro, cercasse di descrivere e spiegare ai suoi contemporanei, che so, un Nintendo DS o una gara cosplay (certo, magari anche solo un’automobile, ma i paragoni precedenti sono più in linea con il mio intervento). La Stancanelli sembra trovarsi di fronte a un oggetto (a lei) alieno, misterioso, probabilmente di cui diffidare, e cerca di spiegarlo con la sua lingua, che però non “appartiene” all’oggetto stesso (ed ecco saltare fuori Jung, il preadolescenziale e compagnia bella come scappatoia, come comoda, spianatissima via preferenziale che però in questo caso *non funziona*). Per quanto riguarda infine il “qualcosa che somiglia molto di più a Superman che non all´Iliade”, per miti/epos/supereroi consiglierei anche solo la visione di Unbreakable di Shyamalan, che può essere meglio di molti burbanzosi saggetti e articoli sul tema.

  4. Lara Manni Says:

    Ciao Giovanni! Sì, anche io ho avuto l’impressione di estraneità rispetto alla materia, in effetti. Ma è appunto la sensazione diffusa, riscontrata in questi ultimi anni, che mi lascia stupita. Voglio dire: siamo ancora alla necessità di ancorarci al reale-più che reale in narrativa?
    (volendo c’è anche il vecchio American Gods…)

  5. Il solito Filippo Says:

    La realtà sta mutando troppo in fretta. Siamo abituati ad un mondo superveloce , anzi, crediamo di essere abituati. Ma siamo invece assuefatti. Vogliamo un punto fisso e denigriamo i punti mobili. È tutto così umano.

  6. In_mezzo_alla_segale Says:

    Mi sembra che molta, moltissima gente abbia paura dell’irrazionale, o ancor più semplicemente della fantasia, e che di conseguenza l’allontani da sé. È accettabile solo se fa parte dell’infanzia, età in cui tutto è perdonato.

    Nell’infanzia si può ruttare in pubblico, toccare le tette alle zie, saltare a pié pari nelle pozzanghere, dire tutto quel che passa per la testa, perfino fantasticare. Poi si oltrepassa un determinato confine e scatta la riprovazione sociale. Quel che prima provocava una risata divertita, adesso scatena l’ira funesta. Qualche bonus si prolunga fino alla preadolescenza, ma l’imbuto si stringe molto.

    Fantasticare è pericoloso, mina alle fondamenta la società come la conosciamo, è eversivo. Tagliando con l’accetta: dopo aver letto di Tom Bombadil, chi ha voglia di tornare in fabbrica?

    Ecco allora che si relega il fantastico (e chi lo frequenta) in un limbo per gente immatura, mai cresciuta, un po’ fuori di testa. Riprovazione sociale.

    Ci sono varie sfumature di biasimo: se leggi fantastico, ma comunque hai un lavoro serio e un mutuo quarantennale, puoi essere considerato uno strambo simpatico; se il fantastico lo produci, bah, allora sei inguaribile.

    Va da sé che chi parla male del fantastico non lo conosce, o lo conosce di sfuggita e lo teme, o rientrerebbe all’istante tra i preadolescenti troppo cresciuti.

  7. zauberei Says:

    Anvedi addirittura taggata!
    Faròcci un post ad hoc:)
    Il mio post di allora comunque soffriva di una asimmetria nei vostri confronti, riguardo la centralità esistenziale del tema. Io confesso che il tema per me era periferico mentre per voi è giustamente centrale, e quindi ne scrissi in maniera abborracciata e veloce.
    Però torno quando ho più tempo:)
    Intanto grazie:)

  8. Lara Manni Says:

    Che poi, In mezzo alla segale, potrebbe esserci anche un altro pregiudizio, che è proprio quello di natura psicoanalitica. Penso a Todorov e alla sua interpretazione del fantastico stesso. Ora, le mie domande riguardano anche noi medesimi che scriviamo/leggiamo fantastico: come mai non riusciamo a far sì che passi una diversa concezione dello stesso?

    Ciao Zauberei! Torna quando vuoi, perchè i nostri scambi su Facebook sono stati quanto mai utili! 🙂

  9. Giovanni Arduino Says:

    Ciao, Lara 🙂

    Necessità di ancorarsi al reale-più-che-reale, no, non credo. Però generalizzare è difficile. Hai mai provato a leggere (meglio, a compulsare) Fame di realtà, il libro/manifesto di David Shields edito da Fazi? Criticabilissimo, per certi versi, ma indubbiamente stimolante.

    «Dunque copiate, remixate, frullate, ragionate, contestate, accettate, rifiutate e se siete scrittori producete: questa sfida è soltanto all’inizio. Il dibattito comincia a partire da questo libro. E continuerà, a lungo, nei libri, nelle discussioni online e su carta, nel modo nuovo di pensare all’arte».

    PS: tanto per stemperare serietà e seriosità dei mie ultimi post, se devo essere sincero il particolare che finora mi ha più colpito di Numero sconosciuto è la devastante photoshoppata in copertina. Un incrocio tra manifesto da cinema indiano, striscione per il dia de los muertos e vecchio pornazzo da edicola.

  10. Lara Manni Says:

    Che la sfida sia solo all’inizio…lo condivido, eccome. Come vada portata avanti (oltre che scrivendo, ovviamente) mi sembra ancora nebuloso. 🙂

  11. Giovanni Says:

    A me di certi personaggi affascina il percorso, e resto sempre perplesso quando scopro che l’autrice di Benzina tiene una rubrica di critica letteraria. Ma è così, certe carriere decollano come predestinate, al di là di meriti e capacità.

    Detto questo, che mi sembra il minimo dovuto, provo a fare una riflessione un poco diversa.

    Della esistenza della magia, credo non dovremmo occuparci, in quanto ininfluente ai nostri scopi. Molto più interessante, invece, riflettere sulla credenza, ossia sulla capacità di credere che quando faremo un passo oltre il limite del conosciuto troveremo un terreno sotto i piedi, o ci sarà insegnato a volare.

    Credere a ciò che non possiamo verificare è tipico dell’infanzia e, infatti, i bambini fino ad una certa età non sono capaci di distinguere il mondo onirico dalla realtà, il racconto dall’avvenimento (che è uno dei motivi per cui le testimonianze dei bambini sotto i sei anni non hanno valore giuridico).

    Questo deriva da un meccanismo evolutivo, e si deve ad una manciata di neuroni predisposti a farci credere a tutto ciò che ci viene detto. Serve a fare in modo che una prole inetta come quella dell’uomo possa avvantaggiarsi della esperienza tramandata dal racconto, il che è la base della nostra civiltà e sopravvivenza.

    Arrivati alla adolescenza questi neuroni si disattivano. Totalmente nel 14% circa degli individui, parzialmente in tutti gli altri.

    Curiosamente, queste due percentuali coincidono con quelle di Atei e credenti.

    Credere agli dei, alla magia, al fantastico, al perturbante, quindi, non è diverso dal credere in gesù, buddha, maometto o ganesh.

    La teoria della Stancanelli quindi mi pare priva di fondamenta logiche, a meno che non voglia estendere il suo discorso ai vari Socci, Ratzinger, Rajneesh e compagnia cantante, nel qual caso mi pare che il dato anagrafico sia di segno opposto.

    Quello della Stancanelli, in definitiva, somiglia più a un commento sarcastico su qualcosa che si è incapaci di comprendere che ad un tentativo di ragionamento.

    Il che, per qualche motivo, non mi stupisce.

  12. In_mezzo_alla_segale Says:

    Come mai, chiedi tu, noi che frequentiamo il fantastico non riusciamo a darne un’immagine diversa dalla pappetta-per-preadolescenti?

    Intanto mi verrebbe da dire che c’è un tipo di fantastico che è palese e sfacciato, e un altro che è camuffato, ovvero lo è ma finge di non esserlo. Il secondo è accettato, perché non pericoloso, anzi, utile a mantenere gli equilibri, e ha una produzione molto maggiore rispetto al primo tipo.

    Il fantastico palese è una minoranza. All’interno di questo, la maggioranza è effettivamente pappetta-per-preadolescenti.

    Chi legge/scrive fantastico NON pappetta-per-preadolescenti è una minoranza dentro una minoranza, che oltretutto si trova attorno la riprovazione sociale di cui sopra.

    In queste condizioni non è strano che non si riesca a cambiare lo stereotipo corrente. È un po’ come se il Missouri si mettesse in testa di deviare il corso del Mississippi: potrebbe anche farcela, ma dovrà sudare.

  13. Paolo E. Says:

    La tesi di Giovanni non riesce a convincermi del tutto, per essendo solidamente argomentata. Ridurre tutto a fisiologia diventa rischioso, anche perchè ci sono state epoche in cui questo passaggio, questa riduzione del fantastico a rifugio dell’infanzia, non era automatico proprio per niente.

    Parlando da inesperto: l’epoca medievale fa del soprannaturale l’essenza stessa del proprio vedere il mondo. Senza stare a scomodare il Sommo (la cui opera tutta è un monumento alla fantasia), anche il Decameron di Boccaccio contiene riferimenti alla magia, alla negromanzia, allo spiritismo e lo fa senza nessun imbarazzo.

    Da Zauberei veniva citato Jonathan Swift, che utilizza la narrazione fantastica addirittura per fare politica!

    Quindi questo confinare la narrazione fantastica a “pappa per preadolescenti” è roba dei tempi nostri. A me personalmente puzza molto di Illuminismo e Positivismo ma essendo già stato contestato quando parlavo di Verga, preferisco lasciar parlare un qualche esperto!

  14. Lara Manni Says:

    Molto interessante, direi. Riflettevo, questa mattina, su due cose: il vecchio “It”, dove il protagonista sconfigge il mostro con un atto di fede nell’impossibile (tartaruga o meno). E il fatto che tutto quello che non è logico, reale, razionale, viene considerato poco degno di fede anche nella vita quotidiana, non solo in narrativa. Non voglio tirare in ballo la faccenda “fine della storia-fine delle ideologie”, però, secondo me, ha anche una sua pertinenza.
    Questo, sul piano generale. Sul piano letterario, può darsi che i fattori siano due: editorialmente parlando, l’Italia ha fatto resistenza finché ha potuto al fantastico. Salvo poi tuffarcisi post-Potter e post-Twilight, senza capire bene, secondo me, la distinzione fra narrativa fantastica vera e propria e narrativa fantastica per giovanissimi. Che, nella mente di moltissimi editori, continuano a coincidere.
    In questo ha ragione In mezzo alla segale: minoranza in una minoranza. Non conosco i rimedi, ma penso che una delle possibili strategie sia alzare il tiro, per chi scrive. Per esempio.

  15. Giovanni Says:

    @ Paolo E: Non era affatto mia intenzione sminuire alcunché, da quarantenne dedito al fantastico e ciononostante ateo mi limitavo a far notare che il ragionamento della Stancanelli per i quale il fantastico è fatto da/per ragazzini non sta in piedi nemmeno su basi logiche, non si legge il fantastico perché si crede alla sua esistenza, ma piuttosto perché nonostante sappiamo benissimo che non c’è alcun mostro sotto al letto pronto ad afferrarci la caviglia, ci piace restare qualche minuto in più sotto le coperte, a goderci il lusso di quella ipotesi inquietante.

    @Lara: scrivere, è un atto di fede.

    All’estero King vende milioni di copie a persone di ogni genere classe età. In Italia gli editori nemmeno concepiscono che tra King, la Rice e la Meyer esista una differenza. Ci sono i mostri? Allora va lì. E vabbé, siamo un paese provinciale.

    In italia i generi sono poco considerati, forse per un malcelato snobismo, nella letteratura come nel cinema, ed il dramma deve essere rappresentato nella realtà, meglio se contemporanea. Usare un linguaggio diverso, rappresentare pulsioni e passioni in uno scenario non legato al contesto comune, anche semplicemente in senso storico o geografico, è considerata sottoletteratura, e davvero dovremmo chiederci per quale malinteso chi non riesce ad apprezzare un genere, a leggere i contenuti che restano (quando ci sono, come in King) dietro alla rappresentazione fantastica, debba essere titolato ad esprimere giudizi dall’alto di una qualche pretesa superiorità intellettuale.

  16. Lara Manni Says:

    Giovanni, sposami 🙂
    Perfettamente d’accordo. C’è un atto di non-fede a monte, nella faccenda dei generi in Italia. Per questo dico che bisogna alzare il tiro.

  17. Matteo Mazzuca Says:

    Alzare il tiro. Come/in che senso?

  18. Lara Manni Says:

    Per chi scrive: cercando di evitare la minima tentazione di compiacere chi desidera un genere “morbido”, che siano lettori o editori. Scrivere fantastico adulto. Non seguire i filoni dominanti. Osare. Per chi legge, in realtà l’unica possibilità è non leggere “solo” genere, anche se si è appassionatissimi. Ma bisogna pur essere in grado di fare confronti. Naturalmente, secondo me.

  19. zauberei Says:

    Cara lara ecco qui:)

    Spero di non aver troppo ripetuto cose già dette.
    http://zauberei.blog.kataweb.it/2011/07/04/cara-lara/

  20. Lara Manni Says:

    Zauberei, bellissimo post: l’ho citato e linkato in quello di oggi 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: