Infelici e scontenti

E poi, finiscono male.
Qui entriamo nel gusto personale di lettrice o spettatrice che non ha una particolare inclinazione per i finali lieti. Preferisco quelli che lasciano l’amaro in bocca, le strade che proseguono invece di sfociare in prati fioriti, gli amori interrotti, gli addii. Mi piacciono le storie che somigliano alla vita, non quelle che blandiscono e illudono. Mi piacciono i personaggi che devono rimboccarsi le maniche e andare avanti, se è loro concesso e se l’autore li lascia in vita, invece di stringersi nell’abbraccio-nel-tramonto.
Gusti.
Twin Peaks e Mucchio d’ossa non hanno un lieto fine nel senso canonico: uno dei due, a dire il vero, non lo ha affatto. Quel che è certo, è che nessun incantesimo può annullare un sacrificio o riportare in vita una donna morta.
Due, nel caso di Mucchio d’ossa. Semmai sono i loro spiriti a intervenire per impedire che altri perdano la propria vita: niente di più, il varco deve richiudersi. Occhi “fatti di lago” guardano l’uomo amato prima di svanire, e quell’uomo si porta le mani alla bocca, si bacia i palmi e li ruota verso quegli occhi. Allora, “mani disegnate nel nulla si alzarono come per catturare i miei baci”.
Ogni tanto, mi chiedo cosa accadrebbe se quella serie televisiva e quel romanzo venissero pubblicati oggi. Perché la mia sensazione è che gli happy end si siano moltiplicati fino a diventare la norma. Quanto alto sarebbe il rischio, anche se da parte di autori che possono permetterselo?

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13 Risposte to “Infelici e scontenti”

  1. In_mezzo_alla_segale Says:

    Non mi preoccuperei troppo. Sono mode sinusoidali, vanno e vengono, spariscono per poi tornare.
    Negli anni ’50 il lieto fine era obbligatorio, pena l’insuccesso commerciale, la riprovazione sociale (uh, anche qui) e accuse di disfattismo. Negli anni ’70 il finale doveva essere il più tragico possibile, pena la riprovazione sociale (ooops) e accuse di “prosciuttismo”, ovvero di ignorare volutamente la realtà a costo di tapparsi gli occhi com spesse fette di prosciutto.

    In ogni epoca e moda sono comunque esistite le eccezioni.

    Una storia è una storia. Se è buona, robusta, coerente, il finale non dovrebbe aggiungere o togliere niente. Se invece l’epilogo è tirato per i capelli, piazzato lì giusto per, o addirittura progettato a tavolino, allora non ci sono mode che tengano.

    PS – Non ho visto Twin Peaks, sono sempre stato allergico ai serial, ma Mucchio d’ossa è sul podio delle crature di zio Stephen.

  2. Lara Manni Says:

    Zio Stephen ha sempre ribadito l’importanza del viaggio, e non della meta, in effetti.
    Non avevo mai pensato, sai, in termini di tendenza temporale? Ed è molto interessante, perché, allora, il ritorno dell’happy end attuale andrebbe studiato non solo dal punto di vista letterario.
    Ps. Fai un’eccezione e adocchia Twin Peaks. Non te ne pentirai.

  3. In_mezzo_alla_segale Says:

    Può darsi che mi sbagli, ma le tendenze letterarie sono sempre figlie del loro tempo, nel bene e nel male. E non a caso il fantastico in testa.

    Mi viene da pensare all’evoluzione della fantascienza: da Gordon (o Flash Gordon che sia) a Blade Runner ne passa di differenza. Dalla curiosità con cui si guardava i cieli degli anni ’30 del ‘900 alla disillusione di Dick non è passato poi tanto, ma la società nel frattempo era profondamente cambiata.

    Così pure per il giallo: da “I delitti della via Morgue” a “Casino totale” ci siamo allontanati un bel po’, ma sempre bordeggiando l’attualità.

    Dal ’68 in poi il rosa è diventato molto più spinto, fino a far nascere collane parallele dichiaratamente erotiche.

    E la chick-lit non è forse prettamente figlia degli anni ’90? Cosa se ne dirà tra mezzo secolo? Esisterà ancora, opportunamente aggiornata, o si sarà estinta?

    Tutti questi fenomeni sbocciano quando il tempo è maturo; se arrivassero in anticipo non attecchirebbero. Gli scrittori sentono di dover raccontare di quel certo argomento in quel certo modo e i lettori sono pronti a ricevere.

  4. Lara Manni Says:

    Impeccabile. Il problema nasce quando i lettori stessi, dopo aver chiesto quel tipo di prodotto, ne vengono inondati fino a saturare il loro stesso desiderio.

  5. In_mezzo_alla_segale Says:

    Sì, credo proprio funzioni così. Qualcuno fa da apripista e ottiene attenzione nonostante i pronostici sfavorevoli. I lettori (o gli spettatori, visto che vale anche al cinema) vogliono altro dello stesso filone. Immediatamente si scatenano gli emulatori, e magari qualcuno riesce anche a migliorare la formula originale. Si arriva a una sovrapproduzione, il mercato si satura, il pubblico si stanca. Irrompe un’altra novità, e inizia un altro giro di giostra.

    Il che mi fa sperare che entro qualche tempo i vampiri sbriluccicosi torneranno nelle loro bare di strass e lì resteranno finché qualcun altro li riesumerà per reinventarli di nuovo.

    Perché in definitiva molte delle cosiddette novità non lo sono per niente.

  6. In_mezzo_alla_segale Says:

    PS – Mi fido. Dovesse capitarmi sottomano Twin Peaks completo lo guarderò.

  7. Giovanni Arduino Says:

    Di getto: se si chiama paranormal *romance*, un motivo ci sarà.
    Piene le librerie (da crollo, in tutti i sensi) e soddisfatti (davéro?) i lettori, quelli che ancora resistono. E poi? Buio totale.

    Buonasera, perché noi due ci salutiamo sempre ;P

  8. demonio pellegrino Says:

    Come giustamente fai notare, una fine TP non ce l’ha. Gli sceneggiatori hanno piu’ volte ribadito che avrebbero voluto una terza serie per far chiudere il cerchio, anche se candidamente ammettono che non sapevano esattamente dove volevano andare a parare (e questo e’ un classico un po’ di tutte le serie televisive, anche quelle di maggior successo, che durano una vita, come Lost).

    In realta’ TP una fine ce l’avrebbe: a un certo punto della prima serie si dice che solo il piu’ puro di spirito puo’ uscire vittorioso dalla loggia nera, senza essere contaminato dal suo doppio cattivo. Cooper entra e perde. Cioe’ non e’ puro di spirito. Finita li’.

    Tra l’altro, l’ultimissima scena con lui che prende a testate lo specchio e ripete ridendo malefico “How’s Amy, How’s Amy” e’ una delle piu’ belle scene della TV…

  9. Lara Manni Says:

    @In mezzo alla segale: penso che i vampiri lucenti siano ormai all’ultimo colpo di canino. Anche gli angeli, nonostante la presenza in classifica di Angelology, mi sembrano già superati. E ti confesso che sono contenta di chiudere la trilogia di Esbat il prossimo anno, dato il pullulare demoniaco. Quando si comincia a scrivere una storia in tre parti (io ho concluso la trilogia a inizio 2009) non si riesce a prevedere cosa avverrà nel frattempo. Il rischio è di trovarsi “dentro la segale”, o meglio “nel” filone come se fossi arrivato in quel momento. E, ti assicuro, è molto difficile far comprendere che le proprie motivazioni sono altre. Non migliori o peggiori: semplicemente, diverse.
    @ Buongiorno Giovanni 🙂 Appunto. Il buio. Da una parte, stimolo per trovare strade diverse. Dall’altra, un pochino di incazzatura perché sembra ormai non esistere fantastico senza romance, con tutto il rispetto per lo stesso. Specie se scritto da una donna. Confesso di essere tentata da uno pseudonimo maschile per il prossimo romanzo. 🙂
    @ Demonio. Vero. Twin Peaks, però, mi sembra essere stato il vero apripista.

  10. In_mezzo_alla_segale Says:

    Spero anch’io che i glittervampiri siano al capolinea. Mo’ vediamo la prossima moda, magari li rimpiangeremo.

    Riguardo al ritrovarsi, nolenti, nel filone, ti assicuro che capisco mooolto bene. L’importante a quel punto è difendere la propria peculiarità, ma non è facile. Poi, appena si può, via verso nuove avventure. È vero che un autore deve scrivere di quel che si sente, ma è anche vero che un’occhiata a quel che succede nel mondo librario è indispensabile. Evitare, quando possibile, un sentiero già troppo battuto mi sembra salutare.

  11. Lara Manni Says:

    Infatti, via verso nuove avventure. Cercando di salvaguardare le antiche. 🙂

  12. In_mezzo_alla_segale Says:

    Sì, certo. Le vecchie avventure ci hanno fatto diventare quel che siamo adesso; salvaguardarle è d’obbligo, anche se magari non ci riconosciamo più tanto. Come le fotografie dell’infanzia: mica si buttano, al limite ci si ride sopra.

  13. Lara Manni Says:

    Ti dirò. Non voglio riderci. Io continuo a crederci, e anche a riconoscermi nelle stesse. Diciamo che, come sempre, si va avanti. 🙂

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