Quando King divenne lynchiano

C’è ancora una cosa che vorrei dire su Twin Peaks e Mucchio d’ossa: piccola e probabilmente trascurabile. Ma entrambi si concludono con una rinuncia. Una rinuncia da parte di Lynch a una “fine” canonica, la rinuncia alla scrittura da parte di Mike Noonan nel romanzo di King.
E’ una rinuncia interessante. Dopo Twin Peaks, i generi – nei serial televisivi – si mischieranno fino a rendere quasi impossibile la definizione di appartenenza. Mucchio d’ossa, invece, segna un nuovo periodo per King. Un periodo che da Lynch viene influenzato. Riprendo una recensione che Wu Ming 1 fece su Colorado Kid (si trova su Carmilla):

“King sembra accettare la sfida poetica della coppia Lynch/Gifford (Strade perdute, Mulholland Drive) e – soprattutto – del Richard Kelly di Donnie Darko. In quei film non c’è una storia e nemmeno un “intreccio” di storie: vi sono elementi, anzi, filamenti di storie giustapposti, accostati, a volte s’intersecano e danno l’illusione di un intreccio ma non è così. Uno pensa: forse alla fine tutto torna, ma no, in realtà l’esigenza non è quella, non torna quasi niente, non deve tornare.
La scommessa Lynchiana e post-lynchiana mi sembra questa: far sì che lo spettatore segua fino all’ultima scena, e senza annoiarsi, un film ultra-sperimentale, avanguardistico, decostruzionista, ma travestito da prodotto pop, quindi con personaggi, dialoghi, un’illusione di trama, anzi, più illusioni di trame. Non solo far sì che lo segua, ma dar vita a una mania, a un sistema di riferimenti sottoculturali, a un passaparola estesissimo che a un certo punto diventa gioco di ruolo, con il pubblico che interagisce col film dandone diverse interpretazioni, discutendone etc.
Apparentemente Donnie Darko è meno caotico di Mulholland Drive o di Fuoco cammina con me, in realtà l’operazione è anche più radicale, perché il travestimento da film pop è più convincente. Nei film di Lynch che le cose non tornano te ne accorgi dopo due minuti, qui devi arrivare alla fine.
Il cerchio si chiude: Donnie Darko è pieno zeppo di omaggi a King (sui titoli di testa, la madre sta leggendo It in giardino). Per metà del film e anche di più siamo in un mondo kinghiano: la soffocante città di provincia, l’adolescente disadattato che ha strane visioni, la sensazione che vi sia un sordido complotto… Poi tutto impazzisce: ritorni nell’oltretomba, viaggi nel tempo, paradossi temporali, tutto diventa trans-genere e de-genere. E’ un melodramma adolescenziale di provincia? E’ fantascienza un po’ anni Cinquanta? Che cazzo è? Chi se ne fotte?
Retroazione: King prende quelle suggestioni (talvolta naives) di non-linearità e ci interviene sopra in modo più consapevole, con una padronanza del mestiere che non smette mai di impressionare.”

Mischiare le carte. Per me, questa è la scommessa con cui chi scrive, oggi, deve cimentarsi. Ne riparliamo lunedì, con un’altra storia.

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21 Risposte to “Quando King divenne lynchiano”

  1. Vale Says:

    Mi piace parecchio. Decostruzione. Trans-genere. Non linearità.
    Raccontare storie attraverso suggestioni, sprazzi, scene tagliate?

    Aspetto il post di lunedì (che dovrò leggere di sera, che mi faccio requisire la chiavetta web da Ale: altrimenti non lavoro D: )

  2. Lara Manni Says:

    ciao vale. Trans-genere è una splendida definizione, peraltro. Penso a come si possono incrociare le strade. E a come valga la pena di farlo proprio nel genere.

  3. In_mezzo_alla_segale Says:

    Sfondi una porta aperta. Mescolare le carte – ovvero i generi –, ibridare, imbastardire, è il futuro del fantastico, e forse non solo di quello. Lo sostengo da… uhm… almeno quindici anni, e posso produrre testimoni. Forse allora era un po’ presto, ma adesso i tempi sono maturi. È il momento di fare casino.

  4. Lara Manni Says:

    Cosa aspettiamo, dunque? 🙂
    E’ sempre bene, penso, guardarsi indietro e cercare di capire i “filamenti” che ci hanno portato fin qui. Sperando di poterli intrecciare e, appunto, di trovare altri che abbiano voglia di farlo.

  5. In_mezzo_alla_segale Says:

    Nel mio piccolo l’ho sempre fatto, anche quando non pagava, e lo sto facendo tuttora. E se per strada s’incontrano compagni di viaggio che procedono nella stessa direzione è tutto di guadagnato.
    Anzi, forse è la vera vittoria.

  6. Lara Manni Says:

    Concordo.

  7. Giovanni Arduino Says:

    Quoto tutto.

    Tra l’altro, il padre di Donnie a letto sta leggendo The Tommyknockers, ma manca la copertina, che qualcuno del set aveva perso. Trivia scemo, però fa sorridere.

    *Odio* citarmi o essere autoreferenziale, ma a proposito di trans-genere, mainstream et similia, ricordo quando scrissi Mai come voi e lo lesse in bozze uno dei promotori/venditori della rete Mondadori: “Che cazzo è? Mica ho capito. C’è un serial killer ma non è un thriller. E’ una storia d’amore? Sembra un young adult (pronunciato iùng edùlt, Nota di Me, e vai di Jung!, un po’ come quando Céline viene confuso con sell-in da certi commerciali)”.
    E ancora: “Però è violento e fa paura, e non è un horror! Somiglia un po’ ad Ammaniti ma i protagonisti sono strani e *cattivi*. Li ficcano persino in un ospedale psichiatrico! E poi, dimmi, chi è John Fante?”.
    Così si decise che somigliava a Tim Burton (poteva andarmi peggio) e venne scelta una copertina alla “boh” che mai mi convinse del tutto.

    Fine della pippa, carissima Lara. E buongiorno! ;D ;D

  8. Lara Manni Says:

    Buongiorno! 🙂
    Continua, Giovanni. Il promotore-venditore è una squisitezza. “Dimmi, chi è John Fante?” potrebbe diventare il titolo di un romanzo/manifesto/pamphlet/altro, sai? 🙂

    • Giovanni Arduino Says:

      Di Céline e sell-in ti ho detto. Un’altra chicca, sempre a una presentazione ai venditori: “Mabbasta con ‘sti libri su Marilyn Monroe!” Peccato che fosse l’autobiografia di Marilyn Manson.
      Poi, i credo “ferrei” dell’editoria, vecchi e meno vecchi: l’Egitto non vende (e arriva Ramses); i vampiri non vendono (e arriva Twilight); i cani non vendono (e arriva Marley); i libri per ragazzi non vendono (e arriva di tutto); i nomi italiani su un romanzo di genere non vendono (e arrivano torme di autori nostrani che non si nascondono dietro a uno pseudonimo e dimostrano il contrario). Potrei continuare. The Godfather di Mario Puzo è rimasto a lungo inedito in Italia perché “Puzo? Sembra Puzzo! Chi si compra un romanzo di uno con un cognome così?”. True story.
      Per alcuni di questi credo esistono motivazioni plausibili (Anne Rice non ha mai venduto una beata minchia in Italia, per esempio, e la collana young adult Supertrend della Mondadori fu a suo tempo un bagno di sangue), per altri meno, per altri ancora proprio no.
      E a proposito di John Fante, suo figlio Dan, che scrive dei gran bei libri, nel nostro paese viene pubblicato un po’ alla garibaldina perché “beeeeeh, non è come il padre e poi è un buzzurro” (giudizio categorico dopo un suo breve tour italiano. A parte che neanche John dicono fosse un esempio di buone maniere, ma, cazzo, Dan è un ex tassista ex alcolizzato ex cocainomane e l’ha sfangata, alla faccia del buzzurro. Tanto valeva chiamarlo “dago” o “wop” o “pastafasul” ed eravamo tutti a posto).

      Ma in fondo, dimmi, chi è Dan Fante?
      Altro pamphlet? 😉

      • Lara Manni Says:

        Ti prego, facciamolo. Una cosa tipo “Chiedimi chi erano i Fante”. Che non vende perchè i fanti fanno tanto romanzo di guerra.
        Aneddotica pazzesca. Adesso rovesciata: mettiamoci un robo soprannaturale che vendiamo tutto.
        🙂
        (Dan Fante è una specie di anagramma per Dante: ha scritto un mistery alla codicedavinci ma ambientato a Caporetto)

  9. In_mezzo_alla_segale Says:

    “…ma chi erano mai questi Beatles?” si chiedevano gli Stadio nel 1984 (e così ci abbiamo ficcato anche Orwell).

  10. Fabrizio Valenza Says:

    Mi trovi perfettamente d’accordo, Lara, soprattutto sulla non-linearità narrativa. Soprattutto a tal riguardo, penso che ormai la vera cifra del romanzo contemporaneo sia questa non-linearità, che permette di mettere in evidenza lo “extra-ordinario” che spunta fuori dall’apparente spezzettamento della narrazione. Vogliamo parlare di come il finale di Under the Dome risalti nel suo significato fortissimo grazie allo spezzettamento infinito delle vicende antecedenti? Finale compreso da pochissimi lettori, a quanto pare, forse troppo aggrappati al romanzo di stampo classico.

  11. Lara Manni Says:

    Su King potrei andare avanti per giorni interi, Fabrizio. Il finale di Under the Dome è sicuramente spiazzante, rispetto ad altre narrazioni kinghiane. Di certo, è uno dei più tenebrosi, nonostante la provvisoria redenzione. E la raccolta di NBNS testimonia il pessimismo di King. Per questo sono molto, molto curiosa di leggere il romanzo su Kennedy.

  12. Fabrizio Valenza Says:

    Guarda, non vedo l’ora di averlo tra le mani!

  13. In_mezzo_alla_segale Says:

    Qui si continua a spoilerare alla disperata. Cazzo. E proprio su zio Stephen.
    Mi appello alla vostra residua umanità: almeno avvisate se ci sono spoiler. Altrimenti passo alle bamboline vudu.

  14. Lara Manni Says:

    😦 Ma non abbiamo detto cosa succede esattamente, però 😦

  15. In_mezzo_alla_segale Says:

    Occhei, niente bamboline vudu. Per ora.

  16. Lara Manni Says:

    Bene 🙂

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