Quella cosa che chiamiamo letteratura

Non è strano, non vi fa pensare? Tutti chiedono agli scrittori. Non c’è giallista scandinavo che non sia stato evocato, inseguito, intervistato affinché spiegasse il motivo di quel che è avvenuto a Utoya. In un servizio del Tg3 di questi giorni, ho ascoltato il commento rassegnato del giornalista: “bisogna far parlare i romanzi”.
Tutti citano Stieg Larsson (è il più famoso, del resto), qualcuno si è spinto a evocare Lidqvist e i suoi vampiri bambini. Per spiegare cosa? Che l’orrore esiste.
Ma gli scrittori lo hanno sempre detto: se tali erano, se quel che interessava loro non era semplicemente la parola tornita e la trama accattivante, avevano guardato in fondo alla tenebra. Ricordate Conrad?

” Dal momento che ho sbirciato anch’io oltre la soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era abbastanza vasto da abbracciare l’universo intero, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Aveva tirato le somme e aveva giudicato. “Che orrore!”.

So bene che qualcuno scuoterà il capo e ripeterà che la narrativa non ha missioni che non si esauriscano in se stessa, e che l’unico scopo che può darsi è quello di offrire a chi legge il tempo dello svago. Penso che sia giusto, certo. Ma penso anche che ritenere di non essere immersi nel proprio tempo, e di raccontare storie che del tempo non risentano, sia un’illusione.
Come scrive Wu Ming 4 nel suo bellissimo commento al post di ieri:
“è nostro compito usare tutto il coraggio, la forza e l’intelligenza di cui possiamo disporre.
E questo vale tanto più per chi con la circolazione di parole scritte ci vive. Responsabilità degli scrittori. Vero, cara Lara. O più semplicemente “etica”. Ciò che il più prossimo discendente letterario di Gandalf, vale a dire Albus Silente, definirebbe la capacità di scegliere tra la via facile e quella giusta. Quest’ultima è quella che non bisognerebbe mai stancarsi di cercare, suppongo. Perché quando ti stufi e preferisci pensare che sia meglio annihilire l’altro, farla finita con un bel gesto catartico e risolutivo, come tirare l’atomica su Hiroshima, bombardare Dresda, fare un pogrom, fare affondare la gente in mezzo al mare, farla saltare in aria o sparare ad altezza d’uomo in mezzo alla folla, allora stai già lavorando per Sauron (o per il suo giovane adepto Voldemort, che dir si voglia).
Se poi qualcuno crede che scrivere di (ultimi) elfi e di (ultimi) orchi non sia scrivere di tutto questo, evocare i fantasmi e i mostri che agitano il nostro come qualunque tempo, be’, temo che costui/ei abbia un grosso problema con quella cosa che chiamiamo letteratura.”

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43 Risposte to “Quella cosa che chiamiamo letteratura”

  1. Paolo E. Says:

    Non è strano che si chieda agli scrittori, anzi buon segno. Pensare che la letteratura si esaurisca in se stessa e che il suo unico scopo è lo svago è segnale di quel nulla su cui sono costruite le nostre leggi, e di quel nulla che abbiamo a disposizione per affrontare la diversità (e da cui poi nasce la xenofobia). Gli uomini di cultura in genere (non solo gli scrittori) sono i custodi del sentire di una comunità (la morale diffusa, ma anche il suo malessere, le sue esigenze profonde) e hanno il compito di raccontarne le mutazioni, i bisogni e le insicurezze. Poi naturalmente tutti ne devono tenere conto, la politica per prima.

    Gli occidentali del 500 e del 600 avevano il turco alle porte di Vienna, altro che fondamentalisti. Ma tutti questi problemi a confrontarsi col diverso, che in quel caso era anche un nemico, non li avevano. Perchè la loro eprcezione di se come civiltà ce l’avevano, a anche molto forte.

  2. Vale Says:

    Ma se la narrazione è nata proprio con lo scopo di raccontare il reale!
    Io non riesco a capirli, quelli che dicono che la narrativa non può (o non deve) avere missioni, che uno scrittore non debba parlare di politica. Mi fanno paura. “Ma cosa vuoi parlare tu di politica!”
    Allucinante.
    E poi leggere roba come l’articolo di Feltri e vedere come, non solo non riceva sanzioni, ma addirittura ci sia gente che plaude ai suoi deliri.
    Paura.

  3. Lara Manni Says:

    E’ strano perché questo desiderio di ricevere conforto e conferme dagli scrittori viene, spesso, da chi nega che la narrativa sia altro dal semplice intrattenimento. 🙂

  4. Fabrizio Valenza Says:

    L’argomento è ricco di variazioni, oltre che di spunti.
    Personalmente sono convinto che l’interfaccia della narrativa debba essere quella dello svago, ma attenzione: è attraverso lo svago che si prepara l’approfondimento e si può aprire la finestra che si affaccia sugli altri mondi. Le ulteriori dimensioni di lettura giungono subito dopo lo svago. Il Signore degli Anelli, Harry Potter, La Torre Nera: se non fossero innanzitutto romanzi bellissimi da leggere (e per l’appunto, puro svago – all’inizio), arrivare ai sostrati ulteriori diventerebbe molto più complesso, forse pane per i denti di critici pervicaci.
    Poi ci sono romanzi scritti per la moda (e purtroppo il settore fantastico, italiano e non, oggi ne è pieno) e romanzi scritti per rimanere (indipendentemente dal fatto che questo poi accada). Dai primi non mi aspetto se non il solo svago. Dai secondi, invece, mi aspetto la realtà.

  5. zauberei Says:

    Spero che il fatto che io ami moltissimo la letteratura e ami moltissimo gli scrittori, mi protegga dagli strali eventuali e certi.
    Ma io delle interviste agli scrittori quando ci sono situazioni che coinvolgono principalmente le discipline psichiatriche e psicologiche ne ho le tasche piene. Non che non debbano intervenire, o dire cose utili alla comunità, non che io negli un ruolo possibile per la letteratura quando lo voglia, di avere una funzione etica ed evolutiva e politica.
    Tuttavia questo garantisce spesso un certo fanfaronismo, una certa proliferazione di informazioni fallaci, perchè un talento per l’umano non salva dai luoghi comuni affatto, non salva dallo scrivere idiozie e strafalcioni. Intervistare gli scrittori e solo gli scrittori, o i sociologi! o cazzo gli opinionisti generici per il comportamento di una persona come l’assasino di Utoya, vuol dire cedere a un pressappochismo, tipico delle false democrazie. Esiste un sapere, e quando il sapere viene ignorato, e mistificato e usurpato (perchè per esempio credere che si diventi borderline conclamati per via dell’ideologia razzista è piuttosto una cazzata) il medioevo è alle porte.

    Lara naturalmente ho il dente avvelenato pregresso, il tuo post dice cose sensate – per me però è stata una buona occasione per dire qualcosa che mi sta a cuore (che è il motivo del libro a cui sto lavorando) e che avresti capito.

  6. Lara Manni Says:

    Zauberei, come dicevo poco fa a Wu Ming 4, il fatto che si interroghino gli scrittori è cosa diversa dai fini degli scrittori stessi. Perchè domani quegli scrittori saranno dimenticati dagli stessi giornalisti che oggi chiedono loro conforto.
    Ma questo, appunto, è giornalismo. La questione narrativa riguarda i propri scopi.
    I quali, Fabrizio, non possono prescindere dall’essere, contemporaneamente, letterari: altrimenti non di narrativa parleremmo, ma di saggistica.

  7. In_mezzo_alla_segale Says:

    Ce ne sarebbero di cosa da dire…

    • Gli scrittori vengono interpellati perché guardano l’abisso per professione, e riescono a esorcizzarlo proprio perché ne raccontano. Chi non lo racconta rischia di esserne risucchiato. Però si fa poi presto a scaricarli, gli scrittori, se non dicono quel che ci si aspetta; da qui il famoso: “Ma cosa ne sai tu di politica”.

    • La scrittura si occupa SEMPRE di politica – nel suo etimo più puro, “arte di governare” –, anche quando non sembra, perfino quando l’autore non ne aveva intenzione. La scelta dell’argomento, il taglio da cui affrontarlo, i personaggi portati in scena, tutto concorre a illustrare una porzione di società. Che sia una forma di società autentica o fittizia, che la si proponga come modello o la si critichi, non sposta di una virgola il discorso.
    Perfino quando si accenna appena a un mondo inventato e lo si lascia come quinta si sta facendo, di fatto, politica. Sarà poi il lettore a pensare (o forse nemmeno, forse solo a “sentire”) se quel mondo gli piacerebbe oppure no.

    • Harry Potter, giusto per buttare là un esempio, è una saga fortemente politica. Non nomina mai laburisti o conservatori (o qualsiasi altro riferimento al mondo reale), ma affronta in maniera molto chiara temi di immediata attualità. Il razzismo, la prepotenza del potere, il coraggio e la fatica di opporsi a una dittatura… e mi fermo qui, ma si potrebbe proseguire per ore.
    A mio parere è SBAGLIATO inserire in un’opera di fantasia pistolotti e insegnamenti morali agganciati al reale (bambini non dovete essere razzisti). Si scriva un saggio, se quello è lo scopo. Mi sembra infinitamente più produttivo mettere in scena personaggi che si comportino secondo un’etica che sentono nel profondo.

    • L’ho già detto, ma lo ripeto: “contrabbando” è la parola chiave del fantastico, nonché il suo punto di forza. Con un’allegoria si può contrabbandare molto di più e molto meglio i valori che ci stanno a cuore. I babbani, o i mezzosangue (giusto per restare nel mondo di HP) sono odiati da alcuni personaggi e rispettati da altri; noi che leggiamo trarremo da soli le nostre conclusioni.
    Dunque: fantastico = contrabbando.

    • Il pericolo di travisamento e di strumentalizzazione è sempre in agguato. Prima o poi spunterà un invasato che ammazzerà gente e poi dirà che lui, l’unico vero mangiamorte, doveva far pulizia di babbani e mezzosangue. Ma si tratterebbe di un cervello guasto che aspettava una qualsiasi scintilla per schizzare fuori la merda accumulata e compressa. L’innesco, a quel punto, può essere qualsiasi cosa, anche i Flintstones.

  8. Lara Manni Says:

    Se si inseriscono i pistolotti espliciti, non si fa buona narrativa 🙂

  9. Giorgio Sperti Says:

    Un appunto su questa frase: “Ma gli scrittori lo hanno sempre detto: se tali erano, se quel che interessava loro non era semplicemente la parola tornita e la trama accattivante, avevano guardato in fondo alla tenebra.”
    Se l’ho bene interpretata, vorresti escludere dal novero di “scrittore” chi si dedica alla letteratura di semplice intrattenimento. Non sono d’accordo, anzi, secondo me così si fa male anche agli scrittori di genere che guardano in fondo alla tenebra.

  10. Lara Manni Says:

    Giorgio, forse mi sono espressa male. Ma continuo a pensare che non si possa che essere espressione della realtà in cui si vive: che la tenebra sia nell’armadio della propria stanza o nell’isola di Malpertuis, che sia in un amore finito o sia nella disperazione delle moltitudini, sempre tenebra è. Senza consapevolezza, credo, non c’è scrittura: no?

  11. Giorgio Sperti Says:

    Sicuramente si è sempre espressione della realtà in cui si vive. Ma, secondo me, anche senza consapevolezza. Insomma, magari uno scrittore, alla prima stesura, nemmeno se ne accorge di quante cose “reali” lo stanno influenzando, spesso saltano fuori dopo.

  12. Lara Manni Says:

    Giorgio, lungi la me l’idea di redigere un manifesto. Questa è la mia idea di scritura, che può essere condivisa o meno, accettata o respinta. Non ho i titoli, né li vorrei, per escludere chicchessia, te lo assicuro.

  13. In_mezzo_alla_segale Says:

    @ Giorgio: Anche gli autori di puro intrattenimento partecipano al gioco. Anzi, forse loro più di altri. Proprio perché non ci ragionano, vanno d’istinto, inseriscono nei loro testi quel che li tocca da vicino, senza filtri né artifici.

    E a questo punto i casi sono due: o si allineano a una certa visione del mondo, o si pongono in contrasto.

    Un esempio stupido: se la Rowling, come narratrice, avesse parteggiato per Draco Malfoy, avrebbe proposto come personaggio positivo, dunque da prendere a esempio, un bulletto prepotente, vigliacco, ottuso, che spera di ottenere dei vantaggi dall’adesione a un modello di sopraffazione.

    Pensa a un Harry Potter di segno contrario: i mangiamorte sono fighi, fanno bene a difendere la purezza del sangue magico; è giusto che i maghi, in quanto più potenti, comandino il mondo; Silente è un vecchio rincoglionito che difende i deboli, portando alla rovina la comunità magica.
    Puro intrattenimento, ma qual è il messaggio che ne trasuda?

    Stroud, nella trilogia di Bartimeus, immagina un mondo esattamente così: i maghi sono la nuova aristocrazia, e i comuni mortali esistono solo per mantenere i maghi nei loro agi.
    Anche Bartimeus, nel suo essere puro svago, è un testo fortemente politico.

  14. Valberici Says:

    Butto lì una domanda: la Rowling parteggia per Harry, e Tolkien per chi parteggia?

  15. Fabrizio Valenza Says:

    Per Sam. 😀

  16. laurie Says:

    Sinceramente mi stupisce che chiedano agli scrittori, pensavo che l’arte non servisse più a venire a patti con il reale. Da un lato, essendo del mestiere, provo un po’ di stizza perché non saranno di certo esperti di particolari tecnici come chi di mestiere (ok, lasciamo stare i criminologi da salotto televisivo… sono una vergogna per tutti), dall’altro la loro verità è valida quanto un’altra, magari anche più acuta…
    Invece per la letteratura io la penso un po’ come MZB: se vuoi fare un comizio politico, affitta una sala ma non metterlo di straforo nel tuo libro. Questo non le ha impedito di trattare argomenti di rilevanza politica, ma appunto con la stessa differenza che intercorre tra Lewis e Tolkien. Si sente la differenza tra uno che vuole catechizzare i suoi lettori e un altro che narra una bella storia piena di argomenti importanti.
    (Non c’entra niente, e non sono neppure certa di comprendere fino in fondo il suo pensiero, ma ogni volta che WM4 parla di Tolkien mi batte forte il cuore :D)

  17. Lara Manni Says:

    Perchè WM4, secondo me, ha studiato (e amato) Tolkien come pochissimi in Italia. 🙂
    Ma appunto, Lau: se si catechizza, non si è bravi narratori, per me. Pensa a quanto King ha fatto e fa per raccontare “politicamente” l’America. Certo, se non c’è la storia, e il linguaggio per raccontarla, tanto vale seguire il consiglio di MZB. 🙂
    Per chi parteggia Tolkien? Per Frodo, per Sam. E forse anche per Gollum.

  18. In_mezzo_alla_segale Says:

    Credo che la Rowling parteggi su tutti per Lily Potter. Tutta la vicenda ruota attorno a lei, dall’inizio alla fine, anche se è morta 10 anni prima dell’inizio. In seconda battuta direi che JK parteggi per tutti quelli che hanno coraggio e lealtà, ovvero un’etica. Neville, Luna, tutti i Weasley sono tratteggiati con grande affetto e rispetto.
    Perfino Tom Riddle merita uno scorcio di pietà e comprensione.

    Ben diverso per tutti gli ondivaghi, i vigliacchi, i voltagabbana, gli avvoltoi, da Rita Skeeter a Peter Minus, su su fino ai cattivoni.

    Idem per Tolkien che, pur nel suo essere manicheo, riesce a trasmettere simpatia perfino per Boromir, che fallisce nel suo compito.

  19. wuming4 Says:

    @ valberici: sono d’accordo con Lara, Tolkien tiene disperatamente anche per Gollum, perché pur credendo al bene e al male, non è affatto manicheo.

  20. In_mezzo_alla_segale Says:

    @ wuming: Sicuro che JRR non sia affatto manicheo? Forse meno di quel che appare a prima vista, ma uno zinzino mi pare innegabile che lo sia.

  21. Lara Manni Says:

    Se fosse manicheo, non assegnerebbe a Gollum un compito. E, soprattutto, non proverebbe pietà sincera per lui. In fondo, c’è comprensione e pietà anche per Saruman…

  22. In_mezzo_alla_segale Says:

    Mumble mumble… non sono molto d’accordo. Non vorrei spoilerare, ma Gollum porta a compimento il suo compito inconsapevolmente, anzi, convinto di aver fatto tutt’altro; per Saruman c’è una fine vergognosa, indegna dalla grandezza del suo passato, e addirittura al disotto della condizione in cui lui stesso si era posto.

    In ogni caso non è questo l’argomento, quindi non insisto e mi tengo i miei dubbi. Magari, vista l’ampiezza della materia, riprendiamolo in altra sede.

    PS – Mi stai facendo venire voglia di aprire un nuovo blog. O meglio, di mettere in moto quello che esiste già da tempo, ma è fermo ai box.

  23. Valberici Says:

    WM4 & Lara: ecco, a me pare che Tolkien non parteggi per nessuno, e in questo sta la sua grandezza e il pericolo di una lettura distorta. Lasciando stare i cervelli gasparriani, che poco contano, mi son sempre chiesto perchè ci sono persone che dopo aver letto Tolkien sentono un’ affinità con i “malvagi” e con l’oscurità. Credo che questo sia dovuto alla capacità di Tolkien di proporre una “realtà” che permette al lettore addirittura scelte etiche.

  24. Lara Manni Says:

    L’affinità con i malvagi viene suscitata nelle storie dei bravi scrittori, Val: pensa a quanti fan si ritrova Randall Flagg, per esempio. Ma questo si deve anche al talento di chi racconta il Male con i dovuti chiaroscuri, perchè sa che il Male ci riguarda tutti. In quale tenebra ha guardato Kurtz? Chi è stato a commetterlo?
    In mezzo alla segale: è vero, Gollum è inconsapevole. Eppure, non si può dire che non abbia un legame con Frodo, sia pure controverso.
    Ps. Rimetti la benzina al blog 🙂

  25. Random Thoughts « Violattitudine Says:

    […] di essersi presi delle responsabilità nei confronti della realtà che vivono e osservano. Ne parla qui Lara […]

  26. Wu Ming 4 Says:

    @ in-mezzo-alla-segale: La questione del manicheismo in Tolkien è aperta e i dubbi sono legittimi, perché lui stesso nei suoi romanzi ha elaborato una concezione del male che pur restando dentro l’alveo dell’ortodossia cristiana allo stesso tempo la forza e la flette fino al limite. Una lezione che la signora Rowling ha dimostrato di avere imparato bene (con un solo scivolone finale, a mio avviso, proprio nell’epilogo della saga potteriana, ma qui non mi dilungo). Quanto a Gollum, la sua vicenda racconta come anche per l’individuo più devastato dal male ci sia speranza di redenzione, se in lui viene risvegliato il ricordo del bene. Nel SdA c’è un momento in cui questo è possibile per Gollum, gli manca soltanto un passo per essere libero, ma l’occasione sfuma per un caso della sorte (che però si rivelerà provvidenziale alla fine, a dimostrazione che il male non viene sempre per nuocere). Tuttavia la possibilità di salvezza c’è, proprio perché il male è assenza di bene, dimenticanza del bene, che può essere colmata e non già un’essenza uguale e contraria, come invece è nella visione manichea.
    @ Valberici: Personalmente credo che Tolkien tenesse per qualcuno, invece. Ma sapeva che non tutti quelli per cui teneva ce l’avrebbero fatta. Frodo e Gollum, ad esempio, sarebbero riusciti a portare a termine la missione soltanto attraverso il loro fallimento. Sono in definitiva, come accenna Lara qui sopra, due facce dello stesso tragico personaggio, il cui fallimento a guardare bene è inscritto fin dall’inizio nella vicenda. Sam e Bilbo invece ce la fanno e non per niente sono gli unici due portatori dell’Anello che riescono a separarsene volontariamente. E poi c’è Faramir. Tolkien tiene moltissimo per Faramir: il secondogenito, sottovalutato, schiacciato dal confronto con l’eroico fratello maggiore, in cerca di accettazione, disposto a sacrificarsi per ottenerla. Un personaggio straziante, shakespeariano, capace di chiedere a Eowyn di amarlo negli ultimi giorni del mondo, in una sorta di passione terminale, crepuscolare. Eppure anche lui è tra quelli che ce la fanno. E poi direi gli Ent. Accidenti se Tolkien tiene per gli Ent. I quali invece sono condannati. La loro ultima, vittoriosa, marcia contro Isengard è davvero l’ultima, perché il loro tempo è finito (per di più hanno perso le Entesse… quindi niente entini).
    Chiudo con una nota: non c’è nulla di perturbante in Sauron, né nel suo antico padrone Morgoth, o nella Bocca di Sauron, o nel capo dei Nazgul, negli orchi o nelle altre creature corrotte che servono il potere oscuro. Non è quello il male che spaventa davvero. Bisogna pensare ad altri personaggi: Feanor, Turin, Isildur, Boromir, Denethor, Saruman… senza dimenticare un certo Frodo Baggins che all’ultimo passo si volta e dice “L’Anello è mio”. E’ quel male che fa davvero… male. E qui credo che un certo signor King sia stato forse tra gli allievi migliori.
    Mi scuso per la digressione tolkieniana OT, ma quando posso… 🙂

  27. Valberici Says:

    WM4: si, ci tiene ad alcuni personaggi, ma non parteggia, nel senso che la storia non è “costruita” in modo che ci siano vinti e vincitori. Alla fine tutti risultano in qualche modo indeboliti.
    Comunque sono molto d’accordo con la tua nota finale e anch’io credo che King sia stato uno dei migliori “allievi” 🙂

  28. Wu Ming 4 Says:

    @ Valberici: concordo su vinti e vincitori. E’ precisamente ciò che rende la vicenda del SdA assolutamente “realistica” 🙂

  29. Lara Manni Says:

    Io, per esempio, sono curiosa di sapere qual è, secondo Wu Ming 4, lo scivolone di Rowling (anche per capire se coincide con la mia sensazione).
    Aggiungo che per me la grandezza del Signore degli Anelli è esattamente in quell’istante in cui Frodo rivendica il possesso dell’anello: perchè è il racconto della pervasività del Male, dell’impossibilità di esserne immuni, la rivisitazione del concetto di eroe (scusa WM, questo è il tuo terreno!) a farne il libro spartiacque che è.

  30. In_mezzo_alla_segale Says:

    WM4: Sì, hai ragione. Il Male in Tolkien è la rinuncia al Bene, è lavorare per la distruzione, non un’entità a se stante. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini.
    Anche se Sauron somiglia molto allo shaytan di ebrei-musulmani-cristiani, l’Avversario, il Corruttore, l’essere di natura divina che si ribella e si mette in proprio.
    La caduta di Sauron ricalca parecchio le profezie bibliche su Lucifero, il Portatore di Luce rinnegato, che si rovinerà con le proprie mani a conclusione dello Scontro Finale, dopo aver combinato un discreto casino.
    Confesso, avevo sempre creduto nel parallelo Satana/Sauron, forse per superficialità. Ci rifletterò.

    Valbe: A mio modestissimo parere, parteggiare per uno o più personaggi e costruire la storia a loro favore sono due cose molto diverse.
    Un autore può (o forse addirittura DEVE) parteggiare per qualcuno a scapito di qualcun altro, ma non deve assolutamente piegare la storia in suo favore.
    È difficile da spiegare, ma credo che l’autore sia il primo spettatore della vicenda che sta raccontando, non un demiurgo che muove pedine su una scacchiera.
    La storia si dipana da sé, da un certo punto in poi (quasi da subito), e l’autore onesto non può fare altro che seguirne gli sviluppi e farsi cronista. Se tenti di prendere in mano gli avvenimenti per portarli dove vuoi tu, stai sbagliando, e il lettore se ne accorgerà.
    Può capitare di parteggiare per il perdente o, peggio ancora, di accorgersi che il tuo figlioccio preferito sta andando incontro a una vittoria di Pirro, ma non ci si può fare niente.
    E anche su questo ci sarebbe tanto da dire, ma mi fermo in attesa di smentite.

  31. Valberici Says:

    In_mezzo_alla_segale: credo dipenda dal “tipo” di autore, insomma, credo che sia soggettiva la cosa. Diciamo che quando un autore va “contro” la sua natura il disastro è inevitabile. In parole povere, come dico sempre, un autore deve essere sincero, in primis con se stesso 🙂

  32. laurie Says:

    Penso che Tolkien sia scambiato assai spesso per un manicheo per l’aver posto fin da subito il Male in campo, o meglio ha dato al Male un nome, Melkor, ma quelli che sono venuti dopo di lui non erano che corruzioni. Potevano scegliere da che parte stare e hanno scelto una strada, forse più facile, sicuramente più distruttiva. Però mi ha dato sempre da pensare che Frodo e Sam, con tutta la loro forza d’animo (l’essera dalla parte giusta?), non sarebbero riusciti a distruggere l’anello se non fosse intervenuto Gollum. Questo, e il fatto che nella Musica degli Ainur, il Dio Creatore Tolkeniano accetti la dissonanza prodotta da Melkor, mi spinge ad azzardare che Tolkien vedeva il Male come una parte necessaria. Invece un po’ antiquata è la sua visione del Male come qualcosa di brutto, sporco, degradante, violento, associato al progresso industriale che distrugge la natura… mentre il Male può anche assumere fattezza belle, affascinanti…
    Tuttavia Tolkien ha certi guizzi per i quali non posso proprio vederlo come un manicheo puro. Uno scrittore così non avrebbe saputo dare la parola agli Orchetti nel suo libro, per dire.

  33. Wu Ming 4 Says:

    Va bé, visto che si insiste… 🙂

    @ Lara: “Scivolone” forse non è la parola giusta. Però si tratta di una concessione eccessiva all’happy end. Mi riferisco all’ultima frase dell’ultimo libro della saga. Cito a memoria: “Harry si toccò la cicatrice sulla fronte. Da diciannove anni non gli faceva più male.” Sembra che il male sia stato espulso per sempre dall’orizzonte degli eventi con la morte di Voldemort. Nei diciannove anni che intercorrono tra la fine dell’ultimo capitolo e l’epilogo, Harry è “andato a letto presto” (come Noodles in C’era una volta in America), consegnato per sempre a una vita borghese, moglie-figli-casetta nei sobborghi. Nessuna nuova impresa, nessun grande pericolo all’orizzonte, e il male che appunto è ormai un lontano ricordo. Qui la distanza da Tolkien è parecchia: alla fine del SdA, Gandalf si guarda bene dal dire che con la distruzione di Sauron il male ha cessato di frequentare il mondo, anzi, dice proprio il contrario, prima di passare la mano. Da quel momento comincia l’era degli Uomini, che, al contrario degli Elfi, il male se lo portano dentro e dovranno continuare a combatterlo fino alla fine dei tempi.
    @ In-mezzo-alla-segale: Tolkien era precisamente il tipo di romanziere che descrivi nel tuo commento. Uno che gettava premesse e poi seguiva l’andamento della storia e la “natura” dei personaggi, senza sapere precisamente dove l’avrebbero portato (sarà anche per questo che impiegava anni e anni per scrivere le sue storie…).
    @ Laurie: trovo interessanti le tue suggestioni e mi permetto di chiosarle.
    L’intervento di Gollum a Monte Fato verifica il piano provvidenziale che è sotteso alle vicende della Terra di Mezzo. Questo è l’elemento più cristiano nella creazione letteraria tolkieniana. La forza e la determinazione degli esseri viventi è condizione necessaria ma non sufficiente a sconfiggere il male. O meglio: tutti i loro sforzi, vittoriosi o fallimentari che siano, vanno a comporre un disegno, un “destino”, provvidenziale, appunto. Di questo disegno fa parte anche il male, che quindi ha una sua necessità. Altrimenti non ci sarebbe libero arbitrio né possibilità di giudizio. Non ci sarebbe, cioè, lo spazio dell’etica, che è scelta. Ma – e questo è il fattore importante – gli esseri umani non hanno alcun sentore del fatto che la Provvidenza sia all’opera (l’unico che lo sa è Gandalf, che non è un essere umano e che comunque non conosce affatto tutti gli esiti, giacché il piano provvidenziale è inconoscibile, tutt’al più vagamente intuibile).
    Quanto alle fattezze del male, alle sue concretizzazioni mostruose, è vero che i suoi servi non sono affatto carini, per usare un eufemismo, ma ribadisco che esistono molti personaggi tentati dal male e corrotti, senza che per questo debbano per forza diventare repellenti. Pensa al principe Isildur. O alla stessa meravigliosa Galadriel, che un tempo si ribellò ai Valar e venne esiliata nella Terra di Mezzo. O ancora a Saruman e Denethor. Il male che li corrompe è molto più subdolo e strisciante, misto di disperazione, orgoglio, sicumera. Sentimenti umanissimi, che ognuno di noi porta con sé. Non c’è bisogno che costoro si mettano sotto le bandiere di Saruman o cedano al potere dell’Anello per mettersi dalla parte sbagliata. Non credo quindi che Tolkien abbia una visione del male così semplice e lineare. E nemmeno che essa coincida semplicemente con il progresso industriale e la distruzione del mondo naturale. L’Anello è la Macchina, ovvero la tentazione dell’espansione di sé attraverso un’appendice esterna: una scelta che va contro la cura di sé e del mondo. E’ la via facile, per dirla ancora con Dumbledore “Silente”, la scorciatoia del dominio sugli altri.
    Per concludere, è verissimo quello che dici sugli orchi. Lo è a tal punto che anche per loro non è persa l’ultima speranza. Se si è stati corrotti – e gli orchi sono questo, elfi corrotti – si può anche redimersi, invertire la rotta, per quanto possa essere difficilissimo. Gli orchi sono ben lungi dall’essere una massa uniforme e amorfa di mostri, hanno una loro società, una cultura, una lingua, quindi una storia. E la storia significa cambiamento, divenire.
    Come al solito l’ho fatta lunga, ma ormai qui mi conoscete e confido nela vostra indulgenza. 🙂

  34. Lara Manni Says:

    Sai che qui non ne abbiamo mai abbastanza, vero? 🙂
    Se posso, mi soffermo su Galadriel (che è uno dei miei personaggi prediletti): il concetto di scelta come etica, o etica come scelta, è chiarissimo soprattutto in lei. Che è fortemente tentata – e lo è stata per la sua intera esistenza – di impossessarsi dell’anello, sapendo bene quali sarebbero state le conseguenze della sua rinuncia. Perchè, è vero, Tolkien è dalla parte dei mezzuomini, meravigliosamente antieroici, ma sulla scelta di Galadriel scrive una delle sue pagine più belle. E quasi sommesse. Anche io cito a memoria: “Perderò tutto, e rimarrò Galadriel” racchiude un universo.

  35. In_mezzo_alla_segale Says:

    @ Valbe: Hai doppiamente ragione. Sì, dipende dal tipo di narratore, immagino, e infatti premettevo che era un mio parere. E sì, un narratore ha pochi obblighi, credo, o forse addirittura uno solo: essere sincero nel suo raccontare bugie.
    Gli scrittori sono bugiardi e ladri per indole, ma devono esserlo così tanto da convincere se stessi per primi. Se si fermano a metà del guado, se non mentono fino in fondo, il gioco cade.

    @ WM4: Sapevo che Tolkien era QUEL tipo di narratore (famoso l’aneddoto “Cos’è uno hobbit?”), come lo sapevo della Rowling e di King, per loro stessa ammissione. Ci saranno di sicuro altri tipi di narratore (Scerbanenco?), più pianificatori, più di polso a guidare le proprie creature, ma li sento lontani.

    @ Laurie: L’accettazione della dissonanza nel disegno della creazione mi ricorda da vicino altri testi, dalla libertà lasciata a Lucifero, l’angelo prediletto, di scegliere un’altra strada, al tradimento di Giuda, al Gesù del deserto che permette al diavolo di tentarlo. Ci sono passaggi simili anche nel Corano e nella Torah.

  36. Lara Manni Says:

    Tutte grandi narrazioni, In mezzo alla segale 🙂

  37. Wu Ming 4 Says:

    @ Lara: Prima o poi dovrò offrirti una birra… 🙂
    C’è una lezione tolkieniana che la signora Rowling ha ripreso quasi alla lettera e con sagacia. Riguarda proprio Galadriel, ma anche Frodo e altri personaggi, così come nella saga di HP coinvolge Harry, Silente, Piton, Lili… E’ il sacrificio di sé per gli altri come fattore inconcepibile da parte di chi è dominato dal male, e che quindi diventa l’arma vincente contro di esso. E’ in effetti un’idea fortemente cristiana, ma ovviamente travalica la matrice religiosa.Nella scena che citi, Galadriel rinuncia al potere, a diventare una regina “bellissima e terribile”, e accetta di perdere il potere e di abbandonare la Terra di Mezzo. Così come Frodo accetta la missione suicida di portare l’Anello a Mordor. Come dice Gandalf, l’arma più efficace è ciò che Sauron considera la più assoluta follia: la rinuncia all’innalzamento di sé, all’espansione smisurata del sé, perfino quando potrebbe essere apparentemente a fin di bene. E’ la scelta che non riesce a fare Turin nella storia dei figli di Hurìn, o Isildur dopo avere strappato l’Anello a Sauron, o ancora Anakin Skywalker nella saga di Star Wars. La scorciatoia tenta i migliori, ma non i giusti, giacché “migliori” e “giusti” non sono necessariamente sinonimi. Ma la Rowling contemporaneizza il discorso e rende ancora più ambigua la positività dei buoni, laddove nessuno, nemmeno il saggio Silente, è privo di scheletri nell’armadio (come quello della sorella) ed è perfino disposto a prendere in considerazione la necessità del sacrificio di Harry per realizzare la distruzione di Voldemort, cioè un bene superiore.
    Mi fermo qui, per ora… sono richiesto. Ma si potrebbe continuare.

  38. Lara Manni Says:

    Se continui ti offro io la birra 🙂
    E’ vero! La rinuncia all’innalzamento di sè è la chiave: persino Aragorn è re riluttante, quasi controvoglia (mentre altri re, quelli che sono diventati Nazgul, hanno scelto la schiavitù dell’anello: che poi, appunto, è dannazione perchè nessun potere è per sempre. La vecchia questione del desiderio).

  39. Laurie Says:

    E infatti penso che Tolkien si sia ispirato alla figura di Lucifero come diavolo tentatore e ingannatore che assume belle sembianze per tendere trappole ai mortali (o agli Elfi, in effetti avrei dovuto ricordarmi di com’era Sauron nella Seconda Era prima di dire che i suoi malvagi sono bruttarelli :D).
    Per rispondere a WM4, c’è poco da aggiungere alla tua analisi su Gollum e sulla scelta etica. Il sacrificio è la chiave del Signore degli Anelli, e quando mi dicono che è un romanzo che ha ispirata tanto fantasy eroico… sì, eroico, ma di un eroismo che non combatte ma rinuncia a farlo! Frodo può vincere solo rinunciando alla fonte del Potere, all’Anello. Ma dicevo, c’è una parola che potrebbe riassumere bene il Male per Tolkien: hybris. Il peccato d’orgoglio di chi vuole innalzarsi sopra gli dèi. Feanor pecca creando i Silmarilli, Galadriel sfidando la volontà dei Valar (verrà perdonata solo quando rinuncia all’Anello, al potere), Denethor sfidando i suoi limiti quando usa il Palantir… insomma di esempi ce ne sono. Per rubarti le parole: “la rinuncia all’innalzamento di sé, all’espansione smisurata del sé, perfino quando potrebbe essere apparentemente a fin di bene.” Ci sta tutto.
    Tuttavia c’è chi, accecato dalla propria hybris, devasta il mondo. Mi pare che Saruman fosse quello più aggressivo nel romanzo, quello che crea addirittura un nuovo tipo di orchetti e che deturpa una Contea del puzzo di fabbrica. Forse è azzardato dire che Tolkien sia semplicemente contrario alla Tecnologia, ma trovo che la guardi con diffidenza, come qualcosa che inquini la natura a cui è molto affezionato e che omaggia spesso nei suoi indimenticabili paesaggi (e il potere degli Elfi, ricordiamolo, era di curare e proteggere la natura, anche se ho le sansazione che non fosse spesso un bene).
    Confesso, io adoro quei paragrafi sugli Orchetti. Non sono l’unica a farlo, esiste tutto un filone che si ispira a loro, da Mary Gentle a Warhammer, per cui mi sento in buona compagnia. Non solo hanno una loro cultura, ma hanno anche delle speranze! Vorrebbero che la guerra finisse… certo, per ritirarsi nelle montagne e darsi al brigantaggio, ma mi ha colpito lo stesso.

  40. Lara Manni Says:

    Perchè Tolkien non si è limitato a dire: “guardate, là ci sono i mostri, fateli fuori”, ma ha dato loro una storia. Nel momento in cui racconti, divieni empatico. E dunque non crei un vero “nemico”.
    Hybris è un’ottima definizione, Laurie.
    Quanto alla tecnologia, penso che Wu Ming possa confermare, visto che ha studiato Tolkien molto più di me, che il professore abbia visto all’opera la tecnologia medesima, nella prima guerra mondiale. Fino a quel momento, italiani o inglesi che fossero, gli uomini non avevano idea di quel che la tecnologia potesse portare. E’ stata, davvero, una perdita di innocenza.

  41. Wu Ming 4 Says:

    @ Lara: confermo. Ne Lo Hobbit c’è un passaggio sugli orchi che dice tutto. Il narratore onnisciente spiega come il progresso tecnologico derivi dalla perizia orchesca nel costruire macchinari di tortura e di distruzione, di sottomissione degli esseri viventi e della natura (non ho il libro sottomano, ma si trova nel capitolo che si intitola “Down and under hill”). Il passo contiene un riferimento implicito, ma riconoscibilissimo, ai massacri prodotti dalle armi tecnologiche della prima guerra mondiale (il romanzo è del ’37).
    Questo significa che Tolkien era del tutto refrattario al progresso tecnico e vagheggiava il ritorno alle caverne? Ovviamente no. Nella mia cucina è appesa la riproduzione di uncelebre disegno di Tolkien che rappresenta la collina su cui sorge Casa Baggins, con gli immediati dintorni. In primo piano, alla base della collina, c’è un mulino ad acqua. Il mulino ad acqua è senza dubbio una forma tecnologica – “non inquinante” diremmo oggi – di produzione energetica. Nell’opera di Tolkien non c’è una repulsione generalizzata per *qualsiasi* forma di tecnologia, quanto piuttosto un pessimismo di fondo sulla direzione che lo sviluppo tecnologico aveva preso nel corso dell’epoca contemporanea (ricordiamoci che la rivoluzione industriale in Inghilterra è anticipata di oltre mezzo secolo rispetto all’Europa continentale).
    Allo stesso modo, guardando quel disegno che Tolkien tracciò di suo pugno, noto che non c’è quasi un angolo di campagna che non sia coltivato. Tolkien non era affatto contrario all’interazione dell’umanità con la natura, tanto meno era favorevole al mantenimento di una natura selvaggia, giacché quest’ultima sa essere molto pericolosa (basta pensare alla Vecchia Foresta, a Bosco Atro, o allo stesso bosco di Fangorn). E’ invece una convivenza sostenibile tra umanità e natura quella che vediamo in atto nella Contea e nel disegno di Tolkien. Convivenza che non esclude la tecnologia (in fondo anche un aratro è tecnologia e per centinaia di migliaia di anni l’umanità ne ha fatto a meno) e non escude perfino la produzione energetica, purché “rinnovabile”, cioè senza devastare, distruggere, bruciare, estinguere. Del resto, oggi, quando stampiamo libri su carta riciclata, per risparmiare gli alberi, o votiamo contro il nucleare, in favore di centrali eoliche o solari, o per il mantenimento dell’acqua come bene pubblico, o appoggiamo una campagna di Greenpeace, non ci sentiamo certo anti-tecnologici o contrari al progresso. Significa che rispetto al pessimismo di Tolkien possiamo concederci un passo avanti, perché stiamo uscendo dalle false dicotomie novecentesche (anche se con molta fatica), nelle quali nemmeno il professore merita di rimanere imbrigliato.

  42. Lara Manni Says:

    Ti ho ampiamente citato anche oggi, Wu Ming 4, a proposito del vecchio equivoco sul Tolkien fondamentalista. La sensazione è che ci sia ancora molto su cui approfondire: a proposito del professore, e a seguire.

  43. Claudio Cordella Says:

    Che dire? Arrivare per ultimo ad una discussione così bella, così profonda mi emoziona non poco e non so se son davvero in grado di aggiungere qualcosa in più rispetto a quanto detto sinora. Vi chiedo perciò di esser indulgenti!. Dirò solo 2/3 cose:
    1) Tolkien manicheo: nella sua narrativa c’è sicuramente una netta distinzione tra Bene e Male ma al tempo stesso il confine tra le due sfere è assai permeabile e ciascun personaggio può commettere di volta in volta azioni buone o cattive. L’esempio di Gollum è perfetto: Gandalf non dispera di salvarlo e sino all’ultimo egli può essere effettivamente salvato… è la sua ultima azione a perderlo e al tempo stesso paradossalmente a salvare tutti. Al contrario Frodo non è l’eroe buono che si può pensare: arrivato al Monte Fato egli reclama per sé il potere dell’Anello invece di distruggerlo come dovrebbe. E’ la follia di Gollum, come dicevo, ad esser risolutiva.
    E che dire di Boromir? E’ un guerriero valoroso che la cui morte serve a riscattarne la colpa. Come si diceva persino la stessa Galadriel non è monda da colpe;
    2) Personalmente non sopporto l’equazione bello = buono, brutto = cattivo. Ha in sè qualcosa di sbagliato e perverso, personalmente preferisco il Lucifero bellissimo di Milton a quello cornuto della tradizione cristiana che troviamo dell’arte medievale e che è diventata la base per l’iconografia tipo dell’essere malvagia. Ma Tolkien, multiforme e complesso com’è, ci ha pure dato il Sauron ingannatore della Seconda Era che appare con un essere di bell’aspetto a coloro che intende ingannare. Non tutto il male appare in sembienze grottesche e non tutte le cose che appaiono belle son in realtà buone. Tolkien lo sapeva bene;
    3) Riguardo alla tecnologia direi che Tolkien, dopo l’esperienza della Prima Guerra Mondiale appunto, era completamente smaliziato in merito. Per me Isengard è sempre stata una sorta di fabbrica di armi capace solo di portare morte e devastazione, nonchè un’autentica catastrofe ecologica;
    4) Il finale de Il Signore degli Anelli è splendido e commovente: si chiude un’era e se ne apre un’altra, il Male non scompare, non vi è una simile ingenuità, riappare solo sotto altre forme. Lo stesso ritorno degli hobbit a casa non quello di un gruppo di eroi accolti in trionfo, tutt’altro, il Male ha intaccato anche la Contea e c’è ancora da combattere.

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