Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo

Siamo quelli di United Colors of Benetton. Siamo cresciuti così, con i volti sorridenti di ogni provenienza sullo stesso sfondo bianco e con la stessa maglietta colorata.
Siamo quelli che si imbattono tutti i giorni nella parola “multicultura” (“multietnico”, in altri casi).
Siamo quelli che comprano “Il cacciatore di aquiloni”.
Eppure, la nostra pancia dice altre cose, e il nostro orrore per quanto è avvenuto in Norvegia include lo stupore del “come fanno ad essere come sono?”. Basti leggere le cronache di questi giorni: sappiamo tutto dei gusti letterari di Breivik, ma gli articoli sulla cultura politica europea da cui emerge sono di oggi, sulla spinta delle dichiarazioni di Borghezio. Ha mille volte ragione Wu Ming 1 quando, a caldo, scriveva:

“dopo aver tentato la più “pavloviana” delle false piste (quella islamica), i media nostrani faranno a gara per “spoliticizzare” l’atto di Anders Behring Breivik, isolandolo dal suo contesto ideologico e politico. Parleranno di un “pazzo isolato”, scriveranno articoli nei quali costui sembrerà un asceta, una sorta di folle poeta romantico, a suo modo nostalgico di un’idea di bellezza. In questo modo, i media diverranno fin da subito suoi complici, fingeranno raccapriccio per il suo gesto ma intanto lo “eroicizzeranno”, occultando un pericolo che riguarda tutti noi.”

Perchè ci interessa? Cosa ha a che fare tutto questo con il nostro lavoro? Perchè dovrebbe riguardare un autore, in particolar modo, di narrativa fantastica?
Perchè quello che io credo (e ribadisco per la millesima volta che la mia è una convinzione personale e non un manifesto, né un’ideologia, né una poetica generale) è che nel delineare i conflitti e i rapporti fra mondi è importante avere, quanto meno, una consapevolezza.
Una, fra le molte: il Male non è mai da una parte sola.
Tolkien lo sa. Rowling lo sa. Lo sa, appunto, anche Stephen King, pur se i suoi romanzi sembrano concludersi con il trionfo del Bene. Ma pensate al finale di Carrie, per fare un solo esempio. Chi è il malvagio e chi l’innocente? E quanto la buona Sue Snell, la compagna che spinge il suo ragazzo ad accompagnare Carrie al ballo fatale, è incolpevole? Non c’era anche lei a tirare assorbenti su Carrie, in apertura del romanzo? Non pensa anche lei che Carrie vada difesa “perchè ciò è bene” e non perchè” lei è Carrie”?
La differenza è qui, e non è piccola.

Ps. E, a vostro parere, è un caso che la madre di Carrie, Margaret White, sia una fondamentalista (cristiana, nel caso), così come tanti personaggi che torneranno nella produzione successiva di King (e che esistevano anche in Tolkien, sotto altre spoglie)?

 

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33 Risposte to “Quando diventi più furbo, non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo”

  1. laurie Says:

    Non sono sicura che la Rowling abbia ben chiaro che il Male non è da una parte sola, almeno non quanto l’abbia presente Tolkien che vede in esso la corruzione a cui nessuno può sfuggire (neppure il Re Promesso, neppure gli Elfi illuminati dalla luce “divina”).
    La Rowling descrive una società magica fortemente razzista. Posso anche capire le ragioni “storiche” che rendono questa scelta verosimile, stiamo parlando un gruppo di persone che nei secoli è stato perseguitato, che è costretto a nascondere i suoi poteri magici, poteri che li rendono nettamente superiori ai Muggle (e già il fatto che chiamino quelli senza magia così dà da pensare)… insomma, non mi stupisce se qualcuno si è svegliato la mattina e ha pensato di essere nettamente superiore al resto del mondo, cioé a coloro che non praticano la magia. Tuttavia la Rowling non sembra rendersi conto che questo atteggiamento razzista non c’è solo nei Death Eaters ma in tutta la società. Nei libri sembra che questi maghi inglesi, anche quando sono ormai diventati adulti, siano divisi in Grifondoro, ovvero i “fighi”, e Serpeverde, ovvero i malvagi; nel mezzo ci stanno quelli “sfigati” di Tassorosso e quelli intelligenti ma non così cool di Corvonero. E queste divisioni così nette le sperimentano da bambini, rinforzate da una scuola che li mette uno contro l’altro in tornei e gare per aggiudicarsi la coppa annuale e in insegnanti che fanno di tutto per rivendicare la superiorità della propria Casa. Ha voglia Dumbledore a predicare l’unione e l’armonia…
    Non mi stupisce che sia nato un mago come Voldemort da una scuola così!
    Nonostante questo il razzismo viene sempre e solo attribuito ai Serpeverde, quando invece anche i santi, perfetti e coraggiosi Grifondoro non sono da meno. Vedere quante paranoie si fa Harry quando deve essere scelto dal Cappello Parlante, perché teme di entrare nei Serpeverde, o quando nell’ultimo film la MacGonagall dice testualmente “sta arrivando Voldemort, rinchiudete tutti i Serpeverde”. E c’erano dei bambini tra di loro! Dei bambini del primo anno, dei ragazzi che non c’entravano niente colle decisioni sbagliate dei loro genitori o di persone che erano state nella loro stessa Casa vent’anni prima. Ecco, non mi stupisco neppure che siano nati i Death Eaters!
    Il Male da un parte sola? Per la Rowling con molte riserve.

  2. Lara Manni Says:

    E’ vero. Ma il personaggio di Severus Piton, nonchè quello di Albus Silente, sono quelli dove il confine vacilla. Soprattutto nell’ultimo libro, soprattutto in quel dialogo straordinario fra i due dove la stessa “bontà” di Silente viene messa in discussione.

  3. Laurie Says:

    Eh Lara, sfondi una porta aperta. Mi ricordo che c’era una ragazza sul vecchio forum di Fanfiction.it, dove ci riunivamo noi potteriani di tanto tempo fa, che sosteneva: Albus Dumbledore è troppo perfetto per non nascondere qualcosa. E quel qualcosa è venuto fuori nell’ultimo libro. The life and lies of Albus Dumbledore: magnifico!
    A me sembra comunque troppo poco, troppo tardi… e vorrei ricordare che in qualsiasi intervista la Rowling prova in qualsiasi modo a minimizzare su Severus Snape, che è uno dei suoi personaggi più riusciti (e di certo questo appellativo non se lo merita un Potter :D), come se non si rendesse conto del potenziale del suo personaggio… un aspetto che io trovo incredibile e preoccupante!

  4. Lara Manni Says:

    Sì, Severus è il personaggio più bello anche secondo me. Non sapevo che minimizzasse su di lui nelle interviste. E’ strano, perchè proprio il concetto di sfumare Male e Bene trova in lui la migliore incarnazione, direi!

  5. M.T. Says:

    Mi vengono in mente le parole di La Russa quando parlava dei fascisti e voleva far passare l’immagine di eroi romantici e incompresi.
    Davvero bisogna stare attenti ai politici e alle parole che usano.

  6. Giorgio Sperti Says:

    Perdonate l’OT. Volevo sapere che cosa pensasse Lara della nuova legge Levi su libri e sconti. Sarà argomento di un prossimo post?
    Scusate ancora l’OT.

  7. Lara Manni Says:

    Giorgio, ci sto riflettendo. Vorrei evitare di dire cose avventate o emotive. Quando avrò le idee più chiare – e non è facilissimo – interverrò.

  8. Giorgio Sperti Says:

    Sto in campana, allora.

  9. Lara Manni Says:

    Mentre raduno informazioni, Giorgio, mi imbatto in una dichiarazione reperibile sul sito de Il Giornale della responsabile di Liberilibri, che si è messa alla testa del movimento anti-sconto. Te la riporto: “Criticare in assoluto l’editoria a pagamento – ci dice Serena Sileoni, responsabile editoriale di Liberilibri – non è corretto: i margini di profitto sulla saggistica specializzata acquistata solo dalle biblioteche, per esempio, non ne permetterebbero nemmeno la pubblicazione. Se gli Atenei non pubblicassero pagando con fondi propri, alcune ottime ricerche non vedrebbero mai la luce. Inoltre, anche se Liberilibri non usa questa prassi commerciale, riconosco che nella storia dell’editoria ci sono stati grandi scrittori che all’inizio pagavano, per farsi pubblicare”.
    Cominciamo male, mi sembra.
    Ma ne riparlerò più avanti e, per ora, chiudo qui l’off topic, perchè mi sembra che ci sia molto da discutere, specie sugli ottimi argomenti sollevati da Laurie a proposito del razzismo. Ci sto riflettendo.

  10. Wu Ming 4 Says:

    @ Laurie & Lara: è interessane la questione del “razzismo” negli universi fantastici. Per altro si sa che quelle obiezioni alla Rowling sono state mosse fin dall’inizio della saga. E anche a Tolkien venne imputato un certo “razzismo”, nel senso che la Terra di Mezzo è in effetti popolata da razze, portatrici ognuna di caratteristiche peculiari e apparentemente innate: gli Elfi sono eterei, i Nani sono avidi, gli Hobbit sono semplici, gli Uomini corruttibili, e in particolare i popoli del sud-est (Sudroni, Esterling, Haradrim) sono più facilmente soggiogabili dal potere oscuro, etc. etc.
    In effetti la competizione tra le Case di Hogwarts, e la quadripartizione a priori degli studenti a seconda delle attitudini innate, che poi si ripercuote su tutta la società maghesca, presta il fianco a certe critiche. Questa divisione attitudinale a monte è, a mio avviso, più “grave” della decisione della McGranitt presa prima dello scontro finale di recludere i Serpeverde negli scantinati del castello. In quel caso la necessità, l’ora del destino, impone una scelta radicale: dei Serpeverde non ci si può fidare perché potrebbero essere tentati di passare dall’altra parte, quindi è meglio non rischiare. Come dire che questa scelta ha una sua ammissibile ragione interna, ma ovviamente deriva dalla sfiducia originaria nei loro confronti. Ancora più antipatico ai miei occhi è lo scarso ruolo affidato ai Tassorosso, che sembrano davvero in fondo alla piramide qualitativa (nel bene e nel male). Senz’altro Tolkien fu più attento a definire le qualità positive e negative dei suoi popoli. Ma Tolkien era Tolkien, e se a noi sembrano tanti gli anni spesi dalla Rowling sulla sua creazione narrativa, sappiamo che sono niente a confronto con l’intera vita che Tolkien dedicò alla propria. Sappiamo altresì che nella saga potteriana esistono diverse eccezioni alla regola (che però in quanto tali non la confutano): c’è una parte di Serpeverde in ogni Grifondoro e viceversa. I casi di Silente e di Piton che citava Lara sono emblematici, in questo senso (ma anche Lumacorno, forse). Ma potremmo ricordare anche Regulus Black, o gli stessi Draco e sua madre, che in defintiva riescono a salvarsi. Insomma sembra che la Rowling, nel corso degli anni (magari stimolata proprio dalle suddette critiche), abbia lavorato per mettere in crisi la partizione originaria, che però inevitabilmente permane.
    Allora mi sorge una domanda, nient’affatto retorica. Perché negli universi letterari fantastici si ritrovano spesso queste suddivisioni un po’ “razziste” (per dirla con Laurie), declinate in maniera semplicistica dagli autori meno attenti e consapevoli, o invece più articolata e problematica da quelli bravi?
    Non voglio anticipare alcuna risposta, per ora, perché mi interessa di più ascoltare pareri. E soprattutto mi interessa collegare le eventuali risposte al discorso fatto da Lara Manni nel post di oggi sulla banalità del male e sulla sua resa letteraria, che secondo me – lo anticipo – resta la questione centrale.

  11. Lara Manni Says:

    Provo a rispondere: perchè è molto difficile, non solo per un autore, declinare il Male dandogli un’identità sfumata. Ieri citavo su Facebook John Campbell, l’autore di Who Goes There? (La cosa da un altro mondo, insomma). Nel film che Carpenter trasse da quel racconto, per esempio, l’invasore alieno non è più un vegetale crudele, ma assume la forma di chiunque. Può essere chiunque. Lo è, difatti. Estremamente didascalico (anche se efficace), ma è stato uno dei casi (poi, ci sarebbe da citare Dick, e non solo lui) in cui il Male non viene collegato ad una appartenenza di nascita o di casta magica.
    Perchè si tende invece a delinearla, questa appartenenza, o addirittura a sottolinearla? Forse – ma non sono sicura della risposta – è perchè chi scrive non è mai al di fuori del mondo che lo circonda, e il mondo che lo circonda vive sulle contrapposizioni. Faccio un esempio molto personale: fra i miei personaggi, Ivy è la meno amata. Perchè non è un’eroina. Non è migliore di altre. Non trascina moltitudini. Ha un potere e lo usa controvoglia. Ora, dipingere un antagonista significa anche disegnare un protagonista che sia, in un certo senso, eletto. E’ vero, anche Harry Potter è “eletto”, anche Frodo. Ma lo sono controvoglia, appunto. Non hanno scelto il loro destino. E, in alcuni momenti, provano addirittura a contrastarlo.
    Scegliere di non raccontare un nemico, significa scegliere di raccontare in modo diverso un eroe, penso.
    Ed è molto più difficile.

  12. Valberici Says:

    Wm4: perchè l’artista, in generale, tende a rappresentare la diversità e ad attribuirle significati.
    Il “problema” è quali simboli si scelgono e in base a quali significati.
    Per dire, oggi Tersite sarebbe un esempio credibile di malvagità? Quanto “c’entra” l’estetica quando si parla di etica?

  13. Valberici Says:

    E aggiungo: l’interpretazione moderna della figura di Tersite quanto è figlia dell’ odierna concezione del Male? A volte identificato in una classe sociale o in una razza.

  14. Lara Manni Says:

    Rispondo per me: estetica e etica sono legate. Non pretendo che sia un manifesto, ma mi risulta difficile scinderle.

  15. stefania Says:

    Non ho la vostra formazione o la vostra preparazione, però tento una considerazione. L’autore, forse, in un mondo atipico, fantastico appunto, cerca di proiettare i propri bisogni di identità e di cultura comune. E di ordine. So che è una parola che può suonare male, ma è così: in ogni libro da voi citato c’è un ordine sociale, c’è una scelta di campo e di stile i vita. Nel fantastico possiamo trovare 1) la trasposizione di un modello di vita sociale che lo scrittore non trova nel proprio, e dunque, forgia gli antagonisti a seconda dei proprio eroi. Lara ha citato la sua Ivy. Una non eroina, una “chiamata” per caso, una persona normale. Il lettore cerca lo straordinario, l’autore cerca il credibile secondo il suo punto di vista. IMHO, Ivy è molto credibile e fa tenerezza per il suo modo di essere così autentico. L’autore è sempre e comunque un filtro della realtà in cui è immerso, un filtro cui si aggiunge la quantità X di visione personale del mondo. Tolkien ha elaborato la sua titanica opera nel corso di una vita, organizzandola, mutandola in relazione alla formazione e al diverso sentire delle varie fasi dell’esistenza.
    Oppure… 2) la raffigurazione del mondo in cui viviamo. Non il migliore o il peggiore dei mondi possibili, dunque, ma il mondo reale con le su strutture. Non una deviazione, una stortura. La raffigurazione stilizzata, con i suoi chiaroscuri, l’ambiguità, la doppiezza. l’incertezza.Questo è King. Questa è Hogwarts, questo è Harry Potter. Lui stesso non è del tutto buono, lui stesso ha una parte di male in sé e anche quando si sarà liberato dell’Horcrux, il ricordo di quel male resterà sempre con lui. E così accadrà per Draco o gli altri. Yin e Yang.
    Questa è ovviamente, solo la mia opinione 🙂

  16. Claudio Cordella Says:

    l motivo deriva dal nostro oggi. La scelta di popolare l’universo di specie antropomorfe -come in Star Trek e nell’universo della Cultura di I. M. Banks, nasce dalla necessità di attaccare e smontare il razzismo e la diffidenza xenofoba verso l’altro. In altri casi invece rispunta, quasi mi verrebbe da dire senza che l’Autore se ne renda conto, prendendo per buoni pregiudizi e convenzioni ormai datate. David Brin nel suo ciclo di romanzi ambientati nelle Cinque Galassie rende l’umanità unica, più buona e migliore di migliaia di altre specie alieni. Gli umani (made in USA in particolar modo) sono vincenti, eroici e vincono nonostante le forze soverchianti degli ‘altri’: cattivi, antidemocratici e schiavisti. Di recente persino lo scrittore inglese Peter F. Hamilton ci presenta nei suoi romanzi di space-opera degli alieni solo meritevoli di essere eliminati.
    Agli albori della sci-fi, negli anni ’30, lo scrittore Elmer E, ‘doc’ Smith immaginava conflitti galattici che terminavano con l’estinzione di intere specie. L’eroe della sua saga L’Allodola dello spazio si propone l’obbiettivo di annientare completamente una specie aliena guerrafondaia considerata pericolosa. Distrutto il loro pianeta insegue l’astronave dei superstiti (civili, donne e bambini inclusi) per eliminarli tutti. E’ agghiacciante pensare che mentre negli USA qualcuno si divertiva a leggere certe storie nella Germania hitleriana qualcuno le pianificava realmente, portando all’Olocausto. Proprio a causa di simili pregiudizi, dove l’alieno è solo la proiezione dei nostri pregiudizi, delle nostre paure, Isaac Asimov decise di tenersi lontano da quella che qualcuno oggi chiama ‘xenofiction’… son poche in effetti le sue storie a base di extraterrestri.

  17. Laurie Says:

    Stavo pensando a quanti esempi di romanzi fantasy utilizzano lo scontro fra civiltà, o lo scrontro tra “razza”. Le “razze” fantasy sono davvero diverse, non sono uomini che differiscono per qualche dettaglio nell’aspetto e qualcosa nella fisiologia, alcune sono davvero aliene agli esseri umani. Eppure ce ne sono tantissime, non sono nella corrente heroic o epic, ma anche in quella moderna, quella urban. E’ come se gli autori di fantasy avessero colto l’importanza che lo scontro fra ingroup e outgroup, fra loro e noi, riveste nella storia umana (e nella modernità con le sue declinazioni di razzismo, integrazione, resistenza, tolleranza). Come dire, da qui non si sfugge. E oltretutto, proprio perché le “razze” fantasy sono molto, molto aliene tra loro, i discorsi che possono venire fuori sulle loro lotte e sulla loro convivenza sono amplificati, penso.
    Riprendendo Lara, del resto, ci vuole qualcosa o qualcuno che incarni il Male. Lo facciamo nella vita di tutti i giorni (noi siamo i buoni, loro sono i malvagi… non è vero, è uno stereotipo ma ha una sua funzione ben precisa), perché l’Arte non dovrebbe prendere questo spunto e amplificarlo per renderlo più visibile? Però. ecco, mi chiedevo pensando alla banalità del male, ci può essere una persona che incarni il Male? In tutto e per tutto? No. Cerchiamo di farlo, ma è impossibile. Infatti ci sono certi antagonisti nelle storie, quelli che noi fan buontemponi chiamiamo “evil overlord”, che suonano a noi come poco verosimili. Possono anche essere descritti in modo affascinante, coinvolgente e quello che volete, ma la sensazione è sempre “tanto non può esistere una persona così”. Penso che l’abbia capito anche la Rowling, pur con tutta la sua ingenuità iniziale, altrimenti non avrebbe raccontato l’infanzia di Voldemort. O non avrebbe messo un pezzetto di lui in Harry.
    Ecco, ora capisco perché Lara dice spesso che il fantastico è un ottimo mezzo per raccontare la realtà 😀

  18. Valberici Says:

    Lara: esatto, sono molto spesso inscindibili ed è, secondo me, difficile parlare di Bene e Male senza considerare il Brutto e il Bello.
    Prendo spunto da un classico esempio. Se prendiamo in esame una pallina nera ci accorgiamo che possiamo farla “significare” in diversi modi. In sè essa è solo un “significante” e se non la inseriamo in una narrazione nulla ci dice. Però se la facciamo significare in modo abbastanza “potente” essa potrà diventare addirittura un “segno”. Ad esempio in una società dove annualmente si estrae a sorte, con pallina nera tra le bianche, un uomo da sacrificare, la pallina-significante sarà legata al significato-Morte e sarà un simbolo della stessa.
    Però un significante può essere più o meno bello e, secondo me, la bellezza del segno “transiterà” sul significato. Ad esempio chi sarà educato con immagine scheletriche della Morte ne avrà un ‘idea diversa da chi l’avrà vista rappresentata come una bella e amorevole signora. Secondo me la percezione della bellezza (o bruttezza) di un simbolo può addirittura arrivare a modificare gli endocetti, ovvero quelle cognizioni personali, amorfe e prive di rappresentazione.

  19. Il solito Filippo Says:

    Credo che tutta la letteratura sia più o meno minata da un traslucido etnovolkisch. Come nella vita reale, del resto. Ci si aggrappa a ciò che si è per descrivere ciò che in fondo si desidera.

  20. Il solito Filippo Says:

    Solo che dove nel mondo reale (nei luoghi ove non è minato dal pregiudizio), il volkisch, contrapposto al people, ha un’accezione per lo più negativa; mentre nei mondi fantastici è il potere aggregativo che ricopre il ruolo di malvagio. Il fantastico è uno specchio di Alice.

  21. Lara Manni Says:

    Laurie, infatti, fallire nel disegnare l’Evil significa allontanarsi, di fatto, dalla realtà. Mi viene in mente anche Lovecraft: è vero che con gli anni i suoi Antichi Dei sono divenuti quasi domestici, invece di incutere terrore (c’è una graziosa vignetta vista in questi giorni dove la stessa statuetta di Chtulhu che agli inizi del Novecento induceva alla follia viene guardata con occhi adoranti da giovani fan che la immaginano in versione peluche). Eppure, anche in quel caso, non era il Male assoluto l’antagonista: era l’assenza di senso dell’universo stesso (gli Dei antichi quanto ignari) ad essere, per questo stesso motivo, l’Antagonista.
    E in quel caso la “razza” primigenia non poteva in alcun modo trovare un punto di contatto con gli umani. Poteva, solo, sterminarli, come la Gorgone di Malpertuis non può fare altro se non tramutare in pietra chi alza gli occhi.
    Ma forse, come diceva Claudio, erano gli anni in cui la contrapposizione sembrava inevitabile, anche nella fantascienza.
    Però sono interessanti gli spunti di Valberici, Stefania e Filippo. Soprattutto, rifletto sul potere aggregativo che Filippo sottolinea. Ma non lo hanno anche gli Eroi Positivi, nel fantastico? Almeno nel fantasy classico?

  22. Il solito Filippo Says:

    Però se noti, nel fantasy l’aggregazione è spesso momentanea. Sempre finalizzata alla sconfitta del nemico. Di contro, i cattivi, vogliono spesso unire permanentemente. Cercano di ristabilire una gesellschaft. Sono allogeni i cattivi, ma cercano l’omogenia.

  23. Serena Myriam Barbacetto Says:

    Avete già detto molto, quindi mi limiterò a una semplice nota personale: a me le storie che propongono divisioni nette fra Bene e Male o addirittura declinazioni razziali delle stesse ANNOIANO A MORTE.

  24. Laurie Says:

    A questo punto, cos’è il Male? Perché per Tolkien sembra un qualcosa diverso da quello che è per Lovecraft? Ha senso comunque parlare di Male?
    E il Caos? (c’è tutta una letteratura fantasy sul Caos, da Moorcock in su)

  25. Lara Manni Says:

    Lovecraft non prevede redenzione (anche in senso laico). Tolkien sì. E anche King. Almeno, secondo me…

  26. Wu Ming 4 Says:

    Provo a riprendere il ragionamento, ma per farlo temo di dover essere un po’ prolisso. Me ne scuso in anticipo.
    Scrive Laurie: “E’ come se gli autori di fantasy avessero colto l’importanza che lo scontro fra ingroup e outgroup, fra loro e noi, riveste nella storia umana (e nella modernità con le sue declinazioni di razzismo, integrazione, resistenza, tolleranza)”.
    Partendo da questa considerazione, che trovo stimolante, confesso che io non mi scandalizzo per il fatto che nella letteratura fantastica si delinea spesso una divisione più o meno netta tra buoni e cattivi. Come suggerisce Laurie, noi viviamo immersi in questa percezione delle cose. Se tale distinzione non è manichea e rozza, ma ricca di sfumature e motivazioni complesse, indagate, e si riflette nella letteratura in questi termini, mi ritrovo disposto ad accettarla. Se, in buona sostanza, questa distinzione entra nel merito del come e del perché il male va combattuto, e di cosa questo significhi, in un faccia a faccia con il perturbante, allora ci sto. Purtroppo non accade troppo spesso, anzi, come ricorda Lara, capita invece che la dicotomia sia data aprioristicamente come sfondo e assunta tout court, anziché indagata (quando addirittura non diventa retorica ideologico-fideistica, come nel caso di un’autrice italiana qui innominata, ma che conosciamo tutti).
    Tuttavia io credo che i “cattivi” esistano. Il punto casomai è che non sono immediatamente individuabili come i Serpeverde o gli orchetti. Eppure, abbiamo detto, nella saga potteriana, il personaggio più complesso, capace addirittura di un amore che si spinge oltre la morte della persona amata, capace di una fedeltà a questo amore senza riserve e di sacrificare ad esso tutto quanto, è un Serpeverde: Severus Snape “Piton”. La figura di Piton contraddice ogni qualità negativa dei Serpeverde (poco importa quanto la Rowling voglia ridimensionare la sua figura nelle interviste che rilascia: una volta finito di scrivere siamo tutti lettori e il suo parere vale per uno). Senza dimenticare che il carattere di Piton è stato in parte forgiato anche dal trattamento che gli hanno riservato i “buoni” grifondoro ai tempi della scuola. Ecco, questa è una complessità, una contradditorietà, che mi piace. Così come mi affascina, sul fronte dei cattivi, il “Serpeverde” Saruman, personaggio grandioso, che pensa di poter gestire a proprio vantaggio l’alleanza con Sauron, e abbandona la via della saggezza per smisurato amore di conoscenza: una conoscenza che diventa desiderio di potere, di dominio sul mondo. Ma, dicevo, è lo sfondo di uno scontro molare quello sul quale tutte queste complesse personalità si stagliano. Uno scontro non soltanto retorico o propagandistico, bensì reso concreto nella narrazione: negli universi letterari fantastici c’è veramente una parte che vuole sopraffare l’altra, c’è davvero un nuovo regime tirannico che si vuole instaurare sul mondo. Per Tolkien al fondo il male è questo: sopraffazione del prossimo, espansione smisurata del sé, un sé talmente ipertrofico da volere perfino abolire la morte, condannandosi a una non-vita (come del resto è per Voldemort). Ma il male è anche non-scelta. Ovvero abbandono di qualunque piano etico. E qui sta, secondo me, l’attualità inesauribile di certa letteratura fantastica, cioè quella non semplicistica. Il punto non è tanto stare dalla parte del bene o dalla parte del male, quanto piuttosto fare lo sforzo di capire cosa questo significhi. Si tratta cioè di capire che una scelta è ineludibile e che per prenderla occorre una certa dose di coraggio e di rischio, perché si può sbagliare e non ci sono garanzie, il salto è fatto senza rete. Il discorso di Saruman e la tentazione di Sauron condividono l’elisione di questo punto cruciale. Se l’umanità è riducibile a homo homini lupus, e solo il più forte vince, allora vale tutto, e dal caos della guerra di tutti contro tutti nasce l’ordine piramidale e razzistico dei dominatori.
    E qui si annida anche l’equivoca risposta dei tempi che viviamo e nei quali sospetto siano avvolti alcuni autori di genere. La necessaria difesa della libertà di opinione non significa che ogni opinione debba essere accettata o che tutte le opinioni possano convivere e condividere lo sesso spazio. Quando hai i nazisti alle porte (gli orchi, i mangiamorte, i fondamentalisti) non puoi che combattere, perché la loro opinione nega tutte le altre. Puoi combatterli pensando di essere un paladino del bene – cioè un pericoloso coglione (scusate il francesismo), una sorta di ossimorico “crociato liberale” -, oppure sapendo quanto di quel male ti appartiene e pervade la società, il sistema economico, la cultura nella quale vivi immerso. Quanto cioè è facile ritrovarsi nei panni di Boromir, Saruman, Denethor, o di Frodo sull’ultimo miglio del suo viaggio.
    E’ questo, secondo me, il motivo per cui i padri della letteratura fantastica hanno ipotizzato mondi sull’orlo di una crisi, di un conflitto, di un’invasione, ovvero uno scontro molare tra forze del bene e forze del male. Ed è questo che secondo me intende Tolkien quando fa dire ad Aragorn che in fondo il Bene e il Male sono sempre gli stessi. Perché quel conflitto esiste sempre, ogni giorno, e non si può eludere, fa parte della condizione umana e si rideclina perennemente. Perché il kamikaze infoiato può essere il tuo vicino di casa che ti dice buongiorno ogni mattina; perché le scelte fatte in nome di una certa idea di progresso dai governanti che hai votato possono rivelarsi non meno folli e sconsiderate di quelle di un talebano; perché quello che in nome del bene finisce per fare il male potresti essere proprio tu. Il nazismo – credo che uno come Tolkien ce l’avesse ben presente, ma certo non era il solo – non è soltanto un fenomeno storico, ma una “tentazione” in qualche modo permanente e arendianamente banale, appunto, rispetto alla quale ciascuno di noi deve continuare a fare resistenza. E questa resistenza, nella narrativa fantastica viene estrinsecata, concretizzata, nello scenario e nella vicenda raccontata.
    Ecco, per parte mia ci ho provato. 🙂

  27. Lara Manni Says:

    Wu Ming 4, grazie! E a questo punto, rispondo con un post.

  28. In_mezzo_alla_segale Says:

    Butto là anche i miei due centesimi.

    Qualsiasi narrazione ha bisogno di assunti chiari, almeno in partenza. Poi ci si può sbizzarrire a sfumare i confini, a confondere le acque o, addirittura, a capovolgere le tesi iniziali, ma in un secondo momento. L’autore ha necessità di far passare determinati concetti, e il lettore ha voglia di capire subito come stanno le cose.
    Alcuni autori rimangono intrappolati in questo schema semplicistico, altri riescono ad andare oltre, i migliori lo sfruttano per trascinarci in tutt’altro.

    Ne è passato di tempo dai cappelli bianchi e neri di Tom Mix, eppure molte cose sono cambiate solo in superficie. I cattivi riflettono le angosce del momento ed è molto più facile non ispessirli, lasciarli bidimensionali, per più motivi. Primo, perché nel vuoto ognuno ci travasa quel che più teme; secondo, perché quando cominci a conoscere il nemico, cominci anche a temerlo meno.

    I cattivi sono stati di volta in volta i mongoli, i turchi, i pellerossa, i russi, i cinesi, ovvero orde senza volto, di cui si conosce solo, attraverso un’accurata propaganda, la ferocia. Facili da identificare, facili da odiare. Quando è diventato difficile prendercela con un’etnia reale, ci siamo inventati gli invasori extraterrestri.

    Il cattivone capo, naturalmente, è diverso. Il suo vero scopo è stabilire la statura morale del protagonista, quindi più è bastardone, più il buono brillerà ai nostri occhi.

    Il cattivo serve. Serve nel quotidiano, non in senso astratto. Nel bellissimo romanzo “Nomadi” di Gary Jannings, c’è un cattivo in una piccola comunità di circensi, che sono appunto nomadi. Questo tizio è insopportabile: stronzo, ladro, attaccabrighe. È detestato da tutti, tanto che a un certo punto uno dei protagonisti chiede al direttore del circo perché non lo cacci. Il direttore risponde che lo stronzo serve da catalizzatore: attira su di sé tutto il malumore degli altri artisti e ne sopporta il peso, garantendo così coesione e armonia agli altri. Se venisse a mancare lui, si scatenerebbe in breve un tutti contro tutti.

    Riguardo alla Rowling – e con questo tiro le fila –, non credo che abbia corretto il tiro in corsa riguardo alle case. Credo piuttosto che, da narratrice superba quale è, sia partita da un assunto facile (Serpeverde cattivi, Grifondoro buoni) per poi mescolare le carte fino a far crollare nel lettore le certezze che lei stessa aveva eretto. James Potter è (anche) un bullo presuntuoso, più simile a Draco che non a Harry; Piton è un eroe romantico; Silente non è così lindo come sembrerebbe; Draco non è irrimediabilmente stronzo, eccetera.

  29. ciprino Says:

    … “multicultura” ,“multietnico”,..è vero ci sono cresciuto anch’io .. in alcune multinazionali di parla invece di Diversity ..a me piace la filosofia di base che c’è dietro e nel mio piccolo mi sembra che funzioni piuttosto bene ,, magare se si adattasse il concetto alle società in genere ; le cose potrebbero migliorare..

  30. Lara Manni Says:

    Raccontacela, Ciprino. Diversity, e poi?
    In mezzo alla segale, il cattivo serve: ma soprattutto il cattivo esiste, ed esiste dentro di noi. Credo che il punto sia qui.

  31. ciprino Says:

    Separiamo i piani, quello filosofico da quello sociale
    I
    n questo caso imposterei la faccenda da un punto di vista culturale, non partendo dal fatto che il nostro modello sociale sia quello giusto in assoluto, ( immagino sia il concetto di “male” non unilaterale espresso nel post)

    Il problema di fondo è semplice: a quali valori ,usanze ,consuetudini stili di vita.. attribuiamo il significato preciso di bene e male ?

    Se l’attribuzione del significato fosse univoca e globale ovuque non avremmo problemi

    In realtà i concetti di bene e male non coincidono nelle diverse culture; basterebbe parlare al famoso aborigeno di guzzantiana memoria

    La cosa che sta cambiando è che all’inizio non avevamo molto da dirci noi e l’aborigeno ma adesso, concorderai con me, le cose sono un po’ cambiate

    Questo provoca diffidenza ed ostilità ; paura del diverso, di perdere la propria identità personale e sociale ; le nostra “case” e si sa siamo animali

    Un primo passo potrebbe essere quello di rispettare reprocicamente le diversità altrui , poi la contaminazione e l’influenze tra le varie culture faranno il resto nei tempi umani ..

  32. In_mezzo_alla_segale Says:

    La metà oscura ce la portiamo dentro, ognuno di noi, e questo spaventa al punto da farne un tabù. Meglio, molto meglio, se il cattivo è diverso da noi. È infinitamente più tranquillizzante credere che il Male sia fuori di noi e non possa corromperci. Sopraffarci, magari, ma non contaminarci. L’ideale è sconfiggere il Male, ma è accettabile anche una morte eroica nel disperato tentativo di opporsi. Quel che proprio è insopportabile è che il male siamo noi stessi.

    Soprattutto in tempi grami, dove è già abbastanza duro tirare la carretta, molto meglio un nemico immaginario che un amico immaginario. Facile da additare come origine di tutti i guai, utile ad accantonare controversie interne, ottimo per creare coesione istintiva e immediata. Il babau da agitare per ottenere quel che non si otterrebbe in nussun altro modo.

    In questo senso mi stupisce che sia stata annunciata la morte di Bin Laden. Vera o finta che sia, lo sceicco del terrore era molto più utile da vivo, come antagonista assoluto. La sua uccisione è un atout che si può giocare una volta sola. Adesso chi terrà compatti gli yankee? Al Qaida? Non è la stessa cosa.

    Ricordo le polemiche all’uscita di “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler”. Il Führer è ritratto in maniera molto umana, vecchio, malato, completamente scollato dalla realtà, ma anche tenero e premuroso verso chi ama. Già, perché Hitler amava. Ciò non si addice al mostro sanguinario che siamo abituati a immaginare, quindi non va bene. Mostrare le debolezze del leviatano sembra diminuirne il valore di feticcio negativo, quindi non si può fare. Hitler non era un mostro piovuto da un altro pianet,a era un essere umano, e in quanto tale ci somigliava molto di più di quanto siamo disposti a sopportare.

    Non per niente son dovuti passare sessant’anni prima di poter girare un film del genere.

  33. Lara Manni Says:

    Il Male fuori di noi e diverso da noi è tranquillizzante. Uno dei passaggi di Tolkien (mi sembra sia nel Silmarillion) che mi turbarono di più fu scoprire che dentro gli Orchi c’erano gli Elfi. Che gli Orchi erano stati Elfi, secondo me, ci dice che l’estraneità del Male è impossibile.
    Il problema della Diversità, infatti, è complesso: perchè presuppone guardare nello specchio e riconoscerla in noi.

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