Eichmann era un uomo come tanti

Ci sono pregiudizi durissimi a morire. A proposito di Tolkien, per esempio, di cui si è parlato negli ultimi due post, mi è capitato di discutere or ora  sul fatto che il medesimo fosse un “fondamentalista cattolico” . Da lettrice, posso solo dire che quello che io ho percepito, non essendo -credo – fondamentalista, nè credente, è che Tolkien ha portato l’antica questione del Male nella propria narrazione. E lo abbia fatto così bene da renderla, ancora oggi, non prescindibile.
Qui occorrerebbe un saggio, e non qualche appunto su un blog: però, pensare che il Male, nel fantastico, si possa liquidare prefigurando uno schieramento (qui i cattivi, qui i buoni: botte da orbi, incertezza, sacrificio, vincono i secondi) è, secondo la mia percezione, il grande problema della scrittura e della lettura di questa narrativa.
Per quanto riguarda Tolkien, vi rimando alla prefazione fatta da Wu Ming 4 a Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, alle sue riflessioni su “Tolkien pensatore cattolico” e al suo articolo sull’eroismo a proposito della battaglia di Maldon.
Per quanto riguarda Stephen King, è più che evidente che la questione del Male lo attraversa tutto, dal primo romanzo, quel Carrie di cui parlavo ieri, a The Dome (più che mai, anzi, se si pensa all’assai contestato finale del medesimo). Porsi la questione del Male non significa semplicemente (semplicemente un corno, poi) interrogarsi sull’inconsapevolezza di chi lo compie, ovvero su quella terribile  banalità di cui parla Hannah Arendt: ma accettare che sia presente in ognuno di noi. Si dirà che questo significa semplicemente scrivere buona narrativa, e sapere che nessun personaggio può essere privo di sfumature. Credo che il passo sia ulteriore: interrogarsi sul Male, e non per il tempo di lettura di un articolo di giornale, e non per il tempo di scrivere uno status in cui si invoca il rogo per il mostro della Norvegia, significa ammettere un tremendo irrisolto che riguarda ognuno di noi, senza illudersi che il Male sia quella cosa che si vede in televisione nei bagliori verdastri di un bombardamento, o negli occhi azzurri di un assassino.
Banale. Lo so. Ma se è così banale, perchè ne siamo inconsapevoli?
Come diceva Arendt,”Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”.

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11 Risposte to “Eichmann era un uomo come tanti”

  1. Valberici Says:

    Credo che la “prima cosa” sulla quale si deve interrogare uno scrittore sia la Morte, e così facendo inizierà subito a “fare i conti” col male.
    In un film di Eastwood il protagonista dice: “È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha… e tutto quello che sperava di avere”.
    Ecco, già nell’atto di uccidere troviamo il Male, e lo vediamo nella sua essenza, nel suo desiderio di porre fine a tutto ciò che è stato creato. Un uomo come Eichmann non avrebbe mai concepito una simile frase, per certi uomini la Morte è solo un incidente meccanico, la fine del funzionamento di una macchina. E quali colpe può mai avere uno sfasciacarrozze, un demolitore?

  2. Giobix Says:

    Ho visto un intervista alla segretaria di Hitler, e lei spiegava che, banalmente, era soprattutto un problema di educazione.
    Il massimo valore inculcato dalla famiglia e dalla società era l’obbedienza. Se poni l’obbedienza al di sopra di tutto, anche del rispetto per gli altri, non è difficile che avvengano certe cose.
    “Ho solo obbedito agli ordini” non è una scusa, è convinzione profonda di essere nel giusto.

  3. Lara Manni Says:

    Leggere “La banalità del male” di Arendt dovrebbe essere uno dei punti di partenza per riflettere su questo: perchè tutte le questioni poste vi sono affrontate.
    Ma, appunto, fa parte dei fondamentali: non si può scrivere di morte (uccido il nemico tanto cattivo) senza riflettere sulla morte. Per me.

  4. Valberici Says:

    L’educazione conta fino ad un certo punto, c’è un confine, un limite, che non si può superare se non si è dediti al Male.
    Hoss, il comandante di Auschwitz, si stupiva dell’alto tasso di suicidi tra gli incaricati delle esecuzioni, e progettò un metodo di eliminazione più efficiente anche per “proteggere” la truppa. C’erano giovani, anche ufficiali, cresciuti nel mito dell’obbedienza, eppure dopo aver “riempito” alcune fosse comuni si facevano saltare le cervella.

  5. Anonimo Says:

    Continuo a pensare che “ho solo obbedito agli ordini” sia il classico dito dietro cui nascondersi, e come tale vada smascherato. L’educazione ha un limite, l’obbedienza pure, e perfino il collettivo lavaggio del cervello ce l’ha. Questo limite si chiama coscienza. Si può decidere, per mille motivi (sopravvivenza, paura, quieto vivere, parziale adesione…) di anestetizzare il grillo parlante che continua sussurrarci “non è giusto”, ma è appunto una scelta.

    Ne parlavo qualche giorno fa su una altro blog, di fotografia. È stato rinvenuto un album di scatti privati di un fotografo delle SS. Accanto ai ritratti di famiglia (le gite con la moglie, gli amici) c’erano le immagini del “lavoro”: Hitler sorridente, gli alti ufficiali in atteggiamenti informali, ma soprattutto i prigionieri dei lager. Sporchi, con le divise a brandelli, emaciati, con gli occhi spenti.
    Mi chiedevo come potesse un fotografo capace e sensibile negli scatti famigliari, accostare con noncuranza nello stesso album le testimonianze della sopraffazione e della violenza dei prigionieri.
    Purtroppo la risposta è molto semplice: non vedeva esseri umani, vedeva un lavoro che andava fatto e documentato.

    Proprio la presenza di scorci privati, a volte perfino poetici, ci fa capire che quell’uomo non era una belva sanguinaria e senza cuore. In fin dei conti era molto simile a chiunque di noi. E questo ci fa una paura fottuta, perché ci fa temere che anche noi potremmo diventare come lui.

  6. In_mezzo_alla_segale Says:

    Chiedo scusa, ero io.

  7. Lara Manni Says:

    Rilancio. Ma se chi compie il male è un uomo come tanti, perché, a vostro parere, l’eroe viene tuttora raccontato come un uomo diverso dai tanti? 🙂

  8. Giobix Says:

    Chi nasceva in un ambiente chiuso, educato al razzismo, non poteva avere la “coscienza” come la intendiamo noi. Se fossimo nati in un paesino dell’Alabama di fine ottocento, forse, il linciaggio di un negro non ci sarebbe sembrato così grave (vendevano le foto ricordo negli empori).
    Ho letto una presentazione del libro di Arendt, e mi ha colpito una sua riflessione semplice: molta gente è incapace di pensare.
    Ecco perchè ritengo l’educazione un punto fondamentale, se non sei educato a porti delle domande, la maggior parte delle volte non lo fai. Oppure lo fai quando ti trovi in una situazione estrema e vai in tilt (Poi ci sono soggetti incapaci di provare compassione, ma si entra nel campo delle patologie).
    L’eroe viene raccontato come diverso per due esigenze principali, credo (e non necessariamente ci sono tutte e due).
    Nel vecchio racconto orale, che aveva anche scopi educativi, l’eroe serviva da esempio. Ma l’eroe è diverso e deve spiccare in qualche modo anche solo per suscitare interesse.
    Nel noir l’eroe può essere un criminale senza scrupoli, ma con un’abilità e un ingegno che lo rendono interessanti. E sì, solletica quella parte oscura di noi che potrebbe dire: “vaffanculo la morale, quanto sarebbe bello fare un colpo del genere e tenersi i soldi”. 🙂
    P.S. Ho appena recuperato the town ed è stupendo in questo e altri sensi.

  9. Wu Ming 4 Says:

    Ho postato un commento nel post di ieri, che però interseca il discorso avviato qui sulla resa letteraria del problema del male.
    Su Tolkien “fondamentalista cattolico” dico solo poche cose. A qualcuno piace leggerlo così, per ragioni di parrocchia, più che altro, religiosa o politica. Tolkien ammise che il SdA era un’opera “fondamentalmente” cristiana e cattolica, ma non certo in un’accezione proselitistica o propagandistica. Su tutto valga la sua polemica con l’amico e apologeta cristiano Lewis proprio a questo proposito, nonché con tutti i lettori “religiosi” del SdA, ai quali rispose sempre per le rime e con toni piuttosto trancianti. Se tra i fondamenti cristiano-cattolici vogliamo invece riferirci alla lotta tra Bene e Male, allora siamo d’accordo nel vedere l’impianto cristiano dell’opera tolkieniana, ma dobbiamo anche ammettere che nessuno di noi, a prescindere dal fatto che sia credente o no, nemmeno il più dichiarato nihilista, vive senza un’idea di bene e di male, cioè senza una qualche etica, per quanto blanda o personale possa essere e per quanto si possa essere disposti a eccepire ad essa. Ecco perché la questione rimane centrale anche e, direi, soprattutto per chi – autore o lettore – non ha un background religioso. Ed ecco perché anche il “fondamentalista” Tolkien parla in realtà di un tema universale e si rivolge a tutti.

  10. Lara Manni Says:

    Uno dei problemi, per me, è che abbiamo delegato la questione del Bene e del Male alla questione religiosa, infatti.

  11. M.T. Says:

    I pregiudizi sono dei Terminator che non vogliono morire: durissimi da abbattere e non fai a tempo a seccarne uno, che ce n’è un altro in arrivo 😛 😦
    Tra i tanti problemi c’è quello della gente di voler vedere il proprio pensiero in qualsiasi cosa (mania di protagonismo?), per dimostrare d’aver ragione (complesso di superiorità?). Brutta bestia l’ego.

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