Le rose di Hitler

In un famoso racconto di Harlan Ellison, Hitler painted roses, si parla del Male. Anzi, si parla dell’ingiustizia cosmica. Perché in quella storia la destinazione post mortem non viene decisa in base al Male commesso, bensì in base a quello che gli altri esseri umani pensano. La protagonista, dunque,  muore per esecuzione capitale anche se non ha commesso i delitti di cui è accusata: ma tutti sono convinti che sia così. Dunque, va all’inferno. Mentre il suo  colpevole amante, che è il responsabile di quelle morti, si trova in paradiso. E Hitler?Anche nell’unico giorno in cui i dannati possono lasciare l’inferno per compiere le loro visite, sceglie di rimanere, e di continuare a dipingere rose sulle porte infere. Nessuna punizione, apparentemente, per il malvagio tra i malvagi: ma la possibilità di appagarsi con quella che fu la sua terribile frustrazione. Pittore mancato, potrà dipingere petali di rosa per l’eternità.
Laurie, nella discussione che si è sviluppata sotto gli altri post, chiedeva cosa fosse il Male. Ellison risponde “è quello che gli altri pensano di noi”. E sottintende che anche nel cuore di un mostro può agitarsi qualcosa che lo rende umano. Tralci di rose dipinte.
Le risposte sul Male, per gli scrittori, possono essere infinite: Caos (ma potrebbe essere malvagio anche l’Ordine), hybris. Oppure ancora, come scrive Wu Ming 4 nel suo commento, non-scelta.
Ed ecco che la questione, secondo me, non è quella di definire il Male in base all’idea di Bene: per esempio, creando la parte antagonista in base alla propria concezione di Eroe Positivo. Ma indagare il punto di impatto, la nascita del conflitto: quello che separa, e che sempre separerà, e che sempre ci chiederà di fare delle scelte.
Il fantastico, credo, non può prescindere da questo.

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17 Risposte to “Le rose di Hitler”

  1. Paolo E. Says:

    Molto ben detto, ed allucinante l’immagine di Ellison.

    Non riesco a scindere l’idea di Male da quella del non-essere: il male non ha dignità di esistenza se non come non-bene.

    Tra l’altro, per andare avanti con il parallelismo tra etica e fantastico, mi ricordo la saga dei Gemelli di Weis e Hickman dove il malvagio che riesce a dominare l’universo, di fatto lo trasforma in una prigione fatta di vuoto e tenebra, perchè il male è incapace di creare. Ai tempi il personaggio di raistlin mi era piaciuto parecchio.

  2. Lara Manni Says:

    A me ha fatto venire in mente un vecchio testo teatrale di Sartre, A porte chiuse (che, sì, è un testo “fantastico” oltre che filosofico) dove l’inferno era una stanza. Persino una stanza piacevole, con tre soli ospiti: ognuno dei quali costituiva sofferenza per gli altri due. Chi era il Male, in quel caso?

  3. Il solito Filippo Says:

    Io invece credo che il male e il bene nom esistano affatto. Credo siano convenzioni, nella vita reale. Credo però che esistano atti buoni e atti malvagi. Credo che Hitler, Mladic, Brevnik e altri “cattivi” fossero (o siano) persone che hanno compiuto sia gesti riprovevoli, sia gesti buoni, ma che nella somma totale la convenzione sociale li abbia (giustamente) condannati. Credo che la non scelta sia una parziale verità: le conseguenze di una non scelta sono aleatorie, come le conseguenze di una scelta attiva. Per parlare di letteratura, porto ad esempio sia Yobai che Axieros, i tuoi due “villains”: nessuno dei due è, ai miei occhi, malvagio. Anzi, semmai provo pietà (nell’accezione etimologica) nei loro confronti. Come già ti scrissi, provo le stesse cose per quasi tutti i cattivi letterari. Ecco, forse il male è la condanna senza appello. Senza la possibilità di chiedere scusa l’unica alternativa è compiere atti malvagi.

  4. Lara Manni Says:

    E questo, Filippo, è molto, molto interessante. Ci rifletto.

  5. Paolo E. Says:

    Filippo: sul momento posso essere d’accordo, ma l’idea che bene e male siano convenzioni sociali non deve sminuirne il valore. Come dicevo nei giorni scorsi, una comunità ha uil dovere di darsi un’etica condivisa (e, se possibile, una legislazione cle la incarna e la concretizza.) Quando viene fatto, chi viola quei principii è responsabile delle sue azioni (altra parola che è suonata molte volte) ne non è da considerarsi vittima se la storia lo condanna.

  6. Il solito Filippo Says:

    Continuo, eh!
    Forse siamo attratti dal male poiché esso agisce (a differenza del bene, che spesso reagisce). Il male letterario e non, propone un cambiamento, mentre il bene è per il mantenimento di uno status quo.
    In fondo il male è la vecchia storia della ribellione di Lucifero a dio, che viene accusato di aver abbandonato la creazione.
    Colpevolizziamo il creatore, ma le nostre pastoie sociali ci impediscono di criticarlo manifestamente e sotto sotto sappiamo che Sauron non ha tutti i torti. Sauron non ha potuto scusarsi.
    Ne “il mastino della guerra” Moorcock fa cercare il graal al protagonista per conto di satana, in quanto la coppa è l’unico modo che ha di comunicare con dio e spiegargli le sue ragioni. Il male infine è sempre allogeno in quanto rappresenta la variazione alla consuetudine: siamo abitudinari e temiamo l’alieno perché in fondo, l’erba del suo giardino è la più verde.

  7. Paolo E. Says:

    Filippo, qui dissento. Temiamo il diverso perchè la diversità smaschera le nostre insicurezze: per usare le tue parole, fa emergere il fatto che quello che consideriamo bene non è un valore universale ma solo una convenzione sociale. Se i valori condivisi non sono abbastanza radicati la diversità viene vista come una minaccia: vedi bene che le società liberali che di scelte orali non vogliono sentir parlare ci sono dentro con tutti e due i piedi.

    Non sono neanche d’accordo che il bene sia qualcosa di conservativo. Cristo è stato il più grandr rivoluzionario di tutti i tempi.

  8. Paolo E. Says:

    Intendevo scelte MORALI della società liberale.

  9. Il solito Filippo Says:

    MmmmmNo. Nell’ottica della letteratura fantastica (che a mio avviso rappresenta più una tensione che un sogno di) il Bene è presentato spessissimo come dogmatico. Il Male, di contro, è soventemente adattivo (solo che si usa il termine “infido”). Nel fantasy vecchia scuola chi tentenna fa una brutta fine. Non viene concessa mercede a chi dubita, tranne nel caso che si tratti dell’eroe. In quest’eventualità il protagonista sovrascrive le precedenti regole imponendone di nuove.
    E Yeshua ben Miriam a mio avviso non è stato un gran rivoluzionario. Ha solo avuto un ottimo ufficio stampa. Ma non parleremo di religione in questo blog, sennò la padrona del suddetto temo mi / ci eviscererà. 😉

  10. Paolo E. Says:

    Vabbe sulla religioen ognuno si tiene le proprie idee. Attenzione anche al resto che forse parliamo di cose diverse: io di quel che accade con particolare riferimento alla Norvegia, tu sei più incentrato sul fantastico.

  11. Wu Ming 4 Says:

    Vorrei aggiungere soltanto una cosa, senza entrare nel dettaglio del dibattito (ma visto che ci sono dentro…). Si è ampiamente detto che le più efficaci rese letterarie del conflitto tra bene e male sono quelle che scandagliano la zona grigia intermedia, cioè il male che anche i “buoni” portano in se stessi e viceversa. Tuttavia credo si debba stare attenti a risolvere ogni conflittualità in una sfera, per così dire, interiore. La funzione della proiezione letteraria di uno scontro molare tra bene e male, serve anche a ricordarci che se i cattivi esistono vanno anche combattuti. La battaglia, cioè, non è soltanto interiore, ma anche esteriore, storica. Molte delle energie degli eroi positivi negli universi fantastici sono spese per comporre o tenere unito un fronte del bene, per condurre cioè una lotta che impedisca ai cattivi di vincere e affermarsi (e per depurare il fronte del bene, quello interno/interiore, dalla tentazione di una scorciatoia). Non si tratta affatto di mantenere lo status quo ante, tanto meno per il fantasy d’ispirazione cristiana, dal momento che il cristianesimo stesso non prevede la possibilità che la storia umana possa tornare indietro, e si muove dalla Caduta originaria in avanti (il tempo ebraico-cristiano è infatti lineare, non più ciclico, e l’Eden è perduto per sempre) verso una redenzione palingenetica finale (Apocalisse). Non solo: come ricordavo in un altro intervento a proposito della differenza tra il finale della saga potteriana e quello delle vicende della Terra di Mezzo, in realtà la resa più efficace è quella che resta agganciata alla consapevolezza che – fatta salva la Rivelazione finale per i cristiani, che però non dipende dall’umanità – ogni vittoria è sempre temporanea e parziale. La lotta è perenne e non è soltanto quella tra “Bene” e “Male” aprioristicamente definiti, bensì si dipana proprio sul filo della comprensione di cosa essi siano, cioè della loro definizione. Definizione che anche se potesse essere data una volta per tutte, dovrebbe comunque confrontarsi con la storia e con la complessità umana, che implicano sempre la possibilità di una ri-definizione. Un eroe – e soprattutto un eroe moderno – non può essere monolitico, unidimensionale, senza pecche, ma deve introiettare una parte di quel conflitto come momento del conflitto esterno, e fare i conti con la contraddizione tra sacrificio e preservazione, tra strategia vincente e testimonianza della verità. Allo stesso tempo se l’eroe rimanesse bloccato nel proprio conflitto interiore, semplicemente non sarebbe un eroe, cioè un portatore di istanze e speranze che sono anche collettive.

  12. Lara Manni Says:

    Sì, Wu Ming 4. Concordo al cento per cento. Indagare sul Male, come hanno fatto molti autori, non significa rinunciare. Neanche Ellison rinuncia, nel racconto che citavo. Quando Margaret, nel giorno in cui le è permesso di uscire dall’inferno, si reca in paradiso dall’amante assassino, è l’intero paradiso a incrinarsi. E quando torna all’inferno, Dio scopre una grandezza, e la grandezza, come scrisse King, “è la capacità di Margaret di amare e continuare a credere in un mondo in cui sono puniti gli innocenti e premiati i colpevoli”.
    E’ una favola, naturalmente, e giocata sull’interiorità e sull’orrore dell’ingiustizia. Ma presuppone che la lotta per ristabilire un’armonia, nonostante tutto, sia possibile. Gli eroi vanno avanti, ancor di più – e ancor meglio – se sanno che anche la loro vittoria sarà temporanea.

  13. In_mezzo_alla_segale Says:

    Sapere che la vittoria, se ci sarà, sarà comunque parziale o temporanea è il vero tratto distintivo dell’eroe. Molti, messi alle strette, sono capaci di grandi gesti, purché siano risolutivi; pochi riescono a dedicare l’intera esistenza alla vigilanza.

    Dopo la vittoria inizia l’attesa per il ritorno del Male, e dev’essere un’attesa attiva, bisogna farsi trovare pronti quando i segni riappariranno. Anche perché il Male (inteso come chi distrugge), imparerà dalle proprie sconfitte, si travestirà e si proporrà in modo da sembrare il Bene.

    La vigilanza è molto più umile e faticosa del gesto eroico, spesso non è nemmeno riconosciuta. Chi è scampato al Male non ha voglia che qualcuno gli ricordi che può succedere di nuovo. C’è bisogno di illudersi che la salvezza sia assodata, e questo rende ancor più gravoso il compito del guardiano.

    Come fare le pulizia di casa: perché mettermici dietro se tra due giorni è tutto da rifare? Se la nostra casa è il mondo, l’eroe è quello che si rimbocca le maniche e fa pulizia, pur sapendo che tra poco o tanto saremo punto e accapo.

  14. Lara Manni Says:

    Vigilanza e memoria. Credo sia anche per questo che Sam rimane, infine, nella Terra di mezzo. Per essere memoria.

  15. cooksappe Says:

    già!

  16. In_mezzo_alla_segale Says:

    Come Mike Hanlon che rimane a fare il bibliotecario a Derry, mentre gli altri Perdenti se ne vanno dopo aver sconfitto Pennywise.

  17. Lara Manni Says:

    E Mike sarà l’ultimo a dimenticare. Anzi no. Passerà il testimone…

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