Pensa a tutte quelle fatture

Raccontare la povertà. Raccontarne l’orrore. Per esempio, Amityville Horror. La classica casa infestata, per dirla in tre parole. Eppure, sentite cosa ne scrisse Stephen King:
“Per i suoi tempi (inflazione al 18%, affitti stratosferici, benzina a un dollaro e quaranta al gallone), Amityville Horror non sarebbe potuto uscire in un momento migliore. Questo viene fuori con molta chiarezza nella scena che costituisce l’unico momento di vero e onesto dramma: una breve vignetta che si apre un varco tra le nuvole di sdolcinatezza come un raggio di sole in un pomeriggio uggioso. La famiglia Lutz si prepara per andare al matrimonio del fratello minore di Cathy Lutz. Sono naturalmente nella casa. Il fratello minore ha perso i millecinquecento dollari che deve all’uomo che ha portato i rinfreschi, ed è comprensibilmente in preda al panico e all’imbarazzo.
Brolin dice che gli darà un assegno, e lo fa, e più avanti riesce anche a convincere il ristoratore furioso, che si era accordato per “soldi sull’unghia”, con un litigio sussurrato mentre al piano di sopra va avanti la festa di nozze. Dopo il ricevimento, Lutz mette sottosopra il saloto della casa per cercare il denaro perso, ora diventato suo, che rappresenta anche l’unica risorsa per coprire l’assegno che ha dato al ristoratore. L’assegno di Brolin potrebbe anche non essere del tutto scoperto, ma nei suoi occhi incavati e cerchiati vediamo che in realtà, proprio come il suo sfortunato cognato, lui sa che i soldi non li aveva. E’ un uomo sull’orlo di un disastro finanziario. L’unica traccia è sotto il divano: una fascetta della banca con su stampato $ 500. E sta lì sul tappeto, beffardamente vuota. “Dov’è?”, urla Brolin, e la sua voce trema di rabbia, frustrazione e paura. In quel momento si sente il tinnare chiaro e puro del cristallo Waterford, o, se preferite, la frase di pura musica in un film altrimenti fatto di chiasso.
Tutto ciò che Amityville horror fa bene è riassunto in questa scena. Le sue implicazioni vanno a toccare il più ovvio effetto della Casa Stregata, e anche l’unico che sembra empiricamente innegabile: a poco a poco l’edificio sta portando la famiglia Lutz alla rovina finanziaria. Il fim avrebbe potuto intitolarsi anche L’orrore del conto in banca che si squaglia. E’ la conseguenza più prosaica dell’inizio di molte storie di case stregate. “E’ in vendita per una sciocchezza”, dice l’agente immobiliare con un bel sorriso da esperto. “Dicono che sia stregata”.
E’ un film adatto per tutte quelle donne che si siano disperate davanti a un bagno intasato o alla macchia d’umidità sul soffitto causata dalla doccia del piano di sopra; è il film per tutti gli uomini che abbiano dovuto vedere le grondaie cadute per il peso della neve, per tutti quei bambini che si siano chiusi le dita in una porta o in una finestra e abbiano pensato che fosse colpa della porta o della finestra. Nell’orrore, Amityville è scadente. Lo è anche la birra, ma almeno con quella ci si può ubriacare.
“Pensa a tutte quelle fatture”, sospirò a un certo punto una donna che sedeva dietro di me. Credo che la ragione principale per cui la gente è andata a vedere il film è che Amityville Horror, al di là della sua veste di storia di fantasmi, è in realtà una specie di massacro finanziario”.

Annunci

Tag: , ,

8 Risposte to “Pensa a tutte quelle fatture”

  1. Giovanni Arduino Says:

    Buongiorno, Lara 🙂
    Bel post. E non per niente, la crisi dei subprime/lo sgonfiarsi della bolla immobiliare negli USA intorno al 2006 ha portato non pochi romanzi, saggi e film sul topos dell’haunted house (e non pochi ne erano usciti prima e non è raro che il genere anticipi tendenze fin troppo reali, forse perchè spesso coagula e catalizza sensazioni ancora nebulose e sotterranee). E’ un caso che il remake/reboot di Amityville Horror (bruttissimo, ma anche l’originale non era ‘sto granchè) sia del 2005? Non penso.
    (Aneddoto personale: il cinema Corso di Torino, una delle sale più belle della città, bruciò come un fiammifero nel 1979 mentre il film in cartellone era… Amityville Horror. Curioso, no?).

  2. Lara Manni Says:

    Buongiorno, Giovanni! 🙂
    Non è un caso. L’horror si lega alla paura, e la paura della povertà è più antica dell’horror. Mi chiedo, ogni tanto, se l’attenzione al genere che sembra (sembra, eh) prevalere in Italia abbia un legame con la crisi, e tendo a rispondermi di sì.
    Sai che non ho visto il remake? In realtà, non ho particolarmente amato l’originale. 🙂
    (Porca miseria, per l’aneddoto!)

  3. Giovanni Arduino Says:

    Temo che questa sia La Crisi. Lo temo nel senso che ne ho paura. Per restare in ambito kinghiano, come Captain Trips, ma peggio. Non Ebola, ma un’implosione. Cruenta. Riguardo al (presunto) successo del genere in Italia, non so. Molta produzione mi sembra parecchio consolatoria, più da fluoxetina o da generale benzodiazepina che da anfetamina o da acido lisergico (i vampiri non sono poi così cattivi, gli zombi ti strizzano l’occhio, i mostri creati da un mad doctor vanno di pacche sulle spalle, la nave non sta affondando, la trasmissione non sarà interrotta).
    A proposito dell’incendio del cinema Corso: nessuno morì (le fiamme lo distrussero durante la notte), ma all’episodio si ispirò Corrado Farina (già regista di Baba Yaga, liberamente tratto dalla Valentina di Crepax) per un buon giallo frutterolucentiniano, Un posto al buio.
    Buona serata e don’t fear the reaper.

  4. Lara Manni Says:

    Oh, la paura c’è. Perchè La Crisi, quella cattiva, quella che rende barbari e, sempre per dirla con King, “simili alla folla”, dentro la folla, puro istinto, è già qui da almeno tre anni.
    (sulla consolazione ti dò ragione – rima inclusa – ma penso che ci sia anche chi sta guardando gli occhi della Gorgone, in fondo).
    Ecco, voglio vedere il giallo. Ma l’hanno ricostruito, il povero cinema?

  5. Giovanni Arduino Says:

    Sì, Lara, tre anni, e okay, ma ultimamente c’è questa sensazione tipo “principe Prospero nel bel mezzo della festa” (un principe Prospero consapevole, però, che può essere anche peggio). La maschera della morte rossa. Non è divertente. E, di nuovo, sì, ci sono quelli che guardano gli occhi della Gorgone, ma al momento non mi sembrano moltissimi.
    Il povero cinema è diventato una banca. Tristezza. Per più info:
    http://www.museotorino.it/view/s/5331dfbb58db47489d7a193ce04bcbcf
    Era veramente stupendo. Stucchi e specchi e velluti. Vabbe’.
    Buonanotte.

  6. Fabrizio Valenza Says:

    Allora parliamo pure dell’horror del quotidiano. Credo sia quello, in fondo, di cui parla Amityville Horror. La paura è l’olio che ne ha macchiato la trama e la crisi non sta facendo altro che dar fuoco al liquido.
    L’horror è fatto di mostri (reali o pensati) che uccidono: vampiri dagli addominali a tartaruga e zombie che sorridono non sono mostri. Al massimo potremmo parlare di semiseri freaks.
    Forse in questo periodo, l’horror italiano non si sta sviluppando quanto potrebbe, e in effetti sembrerebbe esserci una sorta di filtro che impedisce che questo avvenga fino in fondo. Che si tratti della ormai conclamata malattia del mondo editoriale nostrano (che include editori-autori-lettori)?

  7. Paolo E. Says:

    La paura della povertà è più dura e brutale da affrontare. Perchè la miseria ti annichilisce giorno per giorno a partire dalla stima che hai di te stesso, e ti rende uno zero agli occhi del mondo. Un’epidemia come captain trips per intendersi, sarebbe assai più tragica ma forse spaventa meno: perchè assieme al dramma porta con se qualcosa di eroico, e non umilia. Inoltre un’epidemia è qualcosa di semplice da inquadrare oggettivamente nella mente quando si fa il bilancio. Sono stato contagiato da un virus, non è colpa mia.

    La miseria invece da una parte non ha nulla di eroico ma è sinonimo solo di sconfitta agli occhi del mondo, e dall’altra è difficile quando si pensa ad essa non attribuirsene la colpa e cadere ancor più in depressione.

  8. Lara Manni Says:

    Bisognerebbe farselo, questo giro di valzer con la morte rossa, Giovanni (peraltro leggevo giorni fa un assai godibile cover fatta da Altieri su quel racconto). E, no, non è vero che l’horror o il fantastico nostrano non camminino su quella strada: viene fatto in sordina, ma viene fatto. E’, ancora una volta, una questione di consapevolezza. E finché ci compiangiamo non diventiamo consapevoli 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: