Non aprite quella porta e appendete il vischio

E poi c’è Sam Raimi, che in Drag me to hell (era il 2009) si accorse fra i primi che le banche americane scricchiolavano, e che non era il caso di concedere proroghe sul mutuo a vecchie gitane con le unghie sporche. Raccontava molte cose, quel film, oltre alla vicenda ben nota della maledizione e della Lamia vendicativa: per esempio, la fine dell’utopia yuppie incarnata dalla bionda e tailleurata protagonista, che per fare carriera (e la carriera si fa calpestando gli altri, specie se malvestiti, poveri e con il fazzoletto fetido) piomba in un incubo. Ma raccontava anche che all’inferno si continua a venir sbranati, per l’eternità: e che, insomma, erano in arrivo i tempi oscuri. Detto, fatto.
Non è una novità, non è un’intuizione originale il sostenere che ogni filone del fantastico non nasce a caso, che lo spirito del pioniere americano si rifletteva nella gloriosa fantascienza stellare e che tutte le ragazze che facevano sesso anzitempo venivano punite – perchè così va fatto – in uno stuolo di B-movie orrorifici dei tempi pre-pillola e che i vampiri sono tornati ad affacciarsi dopo gli anni oscuri dell’Aids, per esempio (e non erano affatto buoni).
Magari, varrebbe la pena di interrogarsi sul perchè le narrazioni fantastiche oggi prevalenti siano quelle con risvolto sentimentale. Anzi, nessun risvolto: primo piano assoluto. Al punto che, come ho già detto altre volte, diventa molto difficile convincere il culture di un singolo filone del macrogenere che urban fantasy non significa romanzo rosa. Al di là della confusione – certo, spesso dettata dal proliferare di storie dove ci sono un lui e una lei a scuola e il lui non è quel che sembra ma è angelo/vampiro/altro purchè non umano – è interessante capire i motivi.
I filoni, appunto, non nascono e soprattutto non si sviluppano a caso. E quando parliamo d’amore, in queste storie, non parliamo di empatia, sostegno o più genericamente Bene. Parliamo quasi sempre di “arriva il principe azzurro, peccato abbia le zanne, o le corna, o le ali”. Cosa significa? Bisogno di certezze, potrebbe dire chi sa di psicologia. E potrebbe essere.  Bisogno di concentrarsi su micromondi, dal momento che quello più vasto presenta qualche problema. Potrebbe essere anche questo.
Dal mio punto di vista, ci leggo la mancanza di curiosità. Tutta la vecchia narrativa fantastica si basava su questo: porte che si aprono e che non si riesce più a richiudere, astronavi che finivano dritte su pianeti proibiti, libri maledetti, case infestate, pozioni nefaste, ambizioni che degeneravano in hybris e conducevano alla catastrofe.
Possibile che tutto l’armamentario si sia ridotto a una fede da portare al dito?  O meglio: possibile che l’unico antidoto agli scricchiolii del nostro mondo sia chiudersi in casa con il proprio fidanzatino, sia pure alieno?
Ho un ricordo molto preciso di cosa significhi “curiosità”. Avevo dodici anni, e alla mia migliore amica (più o meno: era uno di quei rapporti amore-odio che si possono avere solo fra ragazzine) morì la nonna, una vecchia signora con la schiena dritta e un’autorità da Papessa. Andai a trovarla, e per tutto il tempo le chiesi di vedere la nonna morta: ero curiosa, ero morbosamente e vergognosamente curiosa di vedere come fosse una persona senza vita. La mia amica lo capì, e guardandomi fissa negli occhi mi disse: “Aspetta il tuo turno, e il tuo morto”.
Roba da brividi, non è vero? Li provai davvero, quel pomeriggio, perchè sapevo che aveva ragione e che prima o poi avrei avuto “il mio morto”. Pagai, per così dire, la mia curiosità, come sempre avviene in tutte le storie fantastiche. Ma senza quella molla la storia non c’è. Ora, bisognerebbe capire come nasce il disinteresse per aprire le porte (il cadavere della vecchia signora era, appunto, dietro una porta chiusa) insieme al desiderio disperato di chiuderle, sbarrarle e dotarle di vischio attira-baci.
Proverò a farlo, dal momento che l’estate è propizia sia per la curiosità che per i ricordi.

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7 Risposte to “Non aprite quella porta e appendete il vischio”

  1. In_mezzo_alla_segale Says:

    Credo che la tua amica avesse l’occhio lungo, molto lungo.

    Il turno per il tuo morto arriva, basta aspettare. Solo che di solito scopri che non è come t’aspettavi. Con i morti altrui ci si può permettere la curiosità impicciona e fuori luogo, con i propri morti di solito si è presi da altro. Dalla mancanza, per esempio, la sensazione devastante che non incontreremo mai più quella persona; o dai rimpianti, per le faccende rimaste in sospeso e che non potranno più essere pareggiate; o semplicemente dal tenere a bada gli amici morbosi.

    In scala più grande: quando sei dentro fino al naso alla tragedia vera, non hai molta voglia della tragedia finta. Forse non è la mancanza di curiosità a dirottare il fantastico verso paludi dolciastre, ma la sazietà di guai veri. Quando hai aperto innumerevoli porte (metaforiche) e ne hai visto uscire carriolate di rogne (vere), le porte (inventate) che ti sfidano ad aprirle perdono molto del loro fascino.

  2. G.L. Says:

    Il vischio ammazza gli dei…

  3. Lara Manni Says:

    Infatti, GL, gli dei non se la passano bene.
    In mezzo alla segale, è vero: storicamente, nei periodi di guai grossi (guerre, per esempio), il filone fantastico si affievolisce, salvo riemergere subito dopo per liberarsi e liberare di un bel po’ di pesi. Dunque, addolcire la pillola, e la paura, ha un suo senso e persino una sua utilità.
    Tocca schierarsi dalla parte degli inutili, temo.

  4. tuomas Says:

    Il fantastico stesso, come ogni genere, è una porta, credo… E la stanza è piena di sogni, a volte incubi. Dipende quanto dura lo scricchiolare della porta se l’incanto muta in brivido, giusto?

  5. Lara Manni Says:

    Giusto. E dipende dalla sincerità con cui la apri, e dalla cura che metti nell’aprirla.

  6. tuomas Says:

    Credo di averci pensato prima di addormentarmi. Credo.
    Credo che per aprire una porta è necessario un tributo da nascondere dietro, o in qualche modo è ciò che serve per aprirne un’altra. Mi spiego, quando ho letto questo post mi è venuta subito in mente la fiaba di Cenerentola. La versione dei fratelli Grimm. Per aprire la porte dell’amore, del felici e contenti della nostra amata sgualdrina è necessario un tributo. Nella versione dei fratelli Grimm, le colombe, in qualche modo le madrine di Cenerentola, cavano tutt’e due gli occhi alle sorellastre – come punizione eterna della loro cattiveria, cosicché possano soffrire per sempre.
    Quindi… forse gli scrittori non credono che i tributi siano necessari, quando dietro quella porta possono mettere i fidanzatini, col solo brivido di rinchiudere il mondo fuori. Le fiabe sono troppo crude.
    E i tributi troppo alti. Come in Esbat, bisogna sacrificare una parte del corpo per aprire il vuoto con cui arrivare al mondo dei Demoni, o viceversa. E un tributo, quale esso sia, da nuovi sguardi sul comportamento dell’uomo e delle sue ombre. E allora, la principessa non è poi così pura…

  7. Lara Manni Says:

    Tuomas, sì! Le principesse non sono mai pure, come nessuna figura femminile è del tutto pura e nessuna figura maschile è del tutto eroica. E le fiabe sono, devono essere crude. In un’altra versione di Cenerentola, ripresa anche da Roberto De Simone, la medesima decapita la matrigna con il coperchio della cassapanca. Dunque, è una matricida, a ben vedere. Il vampiro gentile, per me, continua a essere un’aberrazione.

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