Wu Ming 4 su Sopdet

Riporto qui il commento di Wu Ming 4.

Chissà cosa ne avrebbe pensato Robert Graves.
Perché la prima cosa che mi è venuta da fare dopo avere finito di leggere Sopdet è riprendere in mano La Dea Bianca. E anche perché io di mitologia giapponese non so nulla, né di universi manga, ho riferimenti mediterranei, tutt’al più una vaga infarinatura di mitologia norrena filtrata dalle letture tolkieniane. Del resto, Graves non ha certo avuto modo di vedere al cinema “Teminator 2”, dato che è morto nel 1985 dopo aver trascorso gli ultimi decenni di vita in una finca delle Baleari. E l’intreccio di Sopdet, come fa notare proprio uno dei personaggi del romanzo, inevitabilmente ricorda quel film.
Il contesto però è del tutto diverso, la guerra tra macchine e umani, già ripreso da un’altra trilogia cinematografica, quella di Matrix, non c’entra nulla. Il tema che ho trovato centrale, forse condizionato dal mio personale percorso di letture, è il conflitto/rapporto tra maschile e femminile. Ma in seconda battuta ce n’è senz’altro un altro, quello che gli antichi avrebbero definito l’invidia degli dèi per i mortali, condannati a vivere nel corso del tempo e a decadere (al punto che il mito vincente, che dall’antichità giunge fino a noi, cioè quello cristiano, fa della Caduta la caratteristica connotativa della condizione umana). L’alterigia e l’alterità degli antichi dèi era contraddetta dall’invidia nei confronti di chi era costretto ad assaporare il tempo e a vivere le passioni con una scadenza, quindi più intensamente. Da qui la spinta degli esseri divini ad accoppiarsi con gli umani, a volte in maniera consenziente, a volte con un brutale stupro. I miti sono pieni di coppie ibride (che di solito generano gli eroi, come Achille ed Enea). I miti, quindi, trattano del legame tra i due mondi. In Sopdet, come già in Esbat, questo legame mitico si sovrappone a quello tra realtà e fiction, cioè tra mondo primario e mondo secondario, per dirla con Tolkien. Ed è giusto che sia così, perché nell’epoca contemporanea che ha perso il contatto con il mito, ciò che ci coinvolge collettivamente, che ci rende partecipi di una narrazione condivisa, non è più la religione, vissuta ormai, almeno in Occidente, in una dimensione personale e privata, né la politica, ammantata del più totale disincanto, ma proprio la creazione artistica e fantastica, sia essa letteraria, musicale, fumettistica, cinematografica o televisiva. Questa è l’epoca della fan fiction, della costruzione collettiva di mondi immaginari, di miti, nel senso etimologico del termine, cioè “racconti”. Forse è questo il reincanto del mondo nell’accelerazione contemporanea, guardato con disprezzo o al massimo con scientifico distacco dai devoti di Apollo, il dio della razionalità, della filosofia, del maschile -che relega il potere della Dea alla dimensione intima/interiore/interna, riducendo così la donna alla domesticità, cioè con la pretesa di addomesticarla. Missione millenaria questa, condannata a un successo sempre parziale, dato che la Dea torna a bussare ogni volta, scava gallerie sotterranee, riaffiora, si sdoppia e si triplica.
Leggendo delle tre madrine di Sopdet, vecchiette arzille e potenti protettrici, mi venivano in mente le tre Parche che irretiscono Macbeth. Irretiscono? No, in realtà la profezia che la Triplice Dea gli annuncia è lui stesso a inverarla, perché risponde al suo più subdolo e profondo desiderio, quello del potere. Desiderio di un eroe maschile che si scoprirà maledettamente anti-eroico (tanto per tornare su temi che continuano a frullarmi in testa). E forse quello che manca in Sopdet è proprio una Lady Macbeth, una donna “cattiva” e complice. Perché la Dea, Axieros, non è né buona né cattiva, ma al di sopra della morale, irriducibile e imprevedibile, appunto, bellissima e terrificante al tempo stesso. E perfidamente giocherellona, anche se il suo gioco è serissimo, mortale, e finisce sempre per impartire una sonora lezione all’arroganza maschile. Perché – diceva Graves – la Dea non può essere combattuta, come cercano inutilmente di fare i due demoni maschili alla fine di Sopdet, a meno di non volere diventare burocrati del pensiero, banali filosofi devoti ad Apollo, appunto. Tanto meno può essere annientata (nonostante le sue molte sconfitte), ma soltanto servita. Solo amandola incondizionatamente, al rischio di rimanere bruciati, si possono ottenere le sue grazie, ovvero la grazia della poesia, della creazione artistica. E questo è ciò che per Graves distingue un vero poeta da un poetastro.
Le donne di Sopdet sono tutte formidabili, e indissolubili sono i legami matrilineari, fin dalla prima pagina, fin dal riassunto di Esbat affidato al racconto di una madre alla sua bambina. Al contrario i maschi intessono relazioni competitive, atte a stabilire una gerarchia. E sono tutti piuttosto scarsi, occorre dirlo. Perfino il cavalier servente Max – Max “Lancillotto” che insegue la sua irraggiungibile Ginevra < Genevieve < Evelina – il quale con tutta la buona volontà risulta di un’inutilità e di un’insipienza da far venire rabbia (nei miei luoghi natali, dove attualmente mi trovo, si usa dire “Bòn, bòn… bòn da gni’t”). Eppure alla fine sembra che sarà di uno come lui che la protagonista dovrà accontentarsi, rinunciando al dio demone che l’ha penetrata con la sua luce. Un dio, per la verità, già meno apollineo di come era partito, tragicamente umanizzato, e che per questo lei preferisce perdere, per farlo tornare all’integrità divina originaria, sfruttando il potere di interazione tra i mondi che le è stato donato. In questo modo condanna se stessa a una frequentazione assai più terrena e “realistica”, quella con Max, appunto, il maschio occidentale contemporaneo, devirilizzato, demistificato e più fedele di un cane. Perché un uomo può essere anche un dio per una donna, ma tra due donne risulta sempre un pagliaccio. E tra la Dea e la sua incarnazione umana (Adelina o Ivy), perfino il demone bianco Hyoutsuki rischia di rimanere incastrato nei sentimenti e nelle passioni umane, perdendo la sua austerità bella e maledetta. Per non dire ancora del povero Max, che di donne che lo circondano ne ha un’intera schiera.
Penso che l’autrice mi perdonerà se non entro nel merito di una recensione “critica”, ma io non sono un critico letterario, tanto meno un nitpicker da tastiera, solo un collega che si lascia più facilmente intrigare dai temi affrontati da una storia, piuttosto che mettersi a spaccare il capello in quattro su fabula e intreccio o sulla tenuta logica interna del racconto in ogni sua singola pagina e riga. Certo, potrei dire che certi passaggi di Sopdet mi sono sembrati fin troppo veloci o un po’ forzosi, e i personaggi femminili assai meglio indagati di quelli maschili (potrei per una volta spezzare una lancia in favore della mia metà del cielo!). Ma poi dovrei anche ammettere di essere rimasto attaccato alle pagine per due giorni, perché il meccanismo dei cliff hangers e il ritmo del racconto sono sincopati e incalzanti. Insomma, non ho voglia di inerpicarmi per questa strada. Mi concedo invece un ultimo scampolo di riflessione tematica. Riguarda il bene e il male, di cui si è discusso diffusamente su questo blog.
I personaggi incarnati di volta in volta dal demone nero Yobai nel corso delle epoche storiche che attraversa sono dei veri, concretissimi “cattivi”. L’ufficiale italiano che manda i sui uomini al massacro sul Carso; il collaborazionista delle SS nella Repubblica Sociale Italiana; l’infiltrato della polizia durante il ’77. Come a dire che i cattivi esistono, gli uomini sanno farsi possedere da un demone malvagio, un Sauron o piuttosto un Voldemort, il quale a sua volta è stato umano e può sempre tornare ad esserlo, a frequentare la storia, fosse anche per un tiro mancino della Dea. Uomini e demoni, uomini e dèi, si assomigliano fin troppo, si compenetrano e rispecchiano gli uni la natura degli altri. E’ anche per questo che nacquero le mitologie, a quanto pare.
Poi sì, può darsi che il biondo maniaco assassino Johann, con i suoi agguati schwarzeneggeriani, sia un personaggio a tratti sopra le righe e un po’ stereotipato per i miei gusti, ma alla fine, proprio in punto di morte, riesce a essere umanissimo anche lui e a invocare una madre. E’ così che morivano i soldati durante la Grande Guerra. E’ così che muoiono durante tutte le guerre. Chiamando la propria madre. Forse è quello che fanno tutti, prima del passaggio, nel momento del ritorno all’utero del mondo da cui un giorno si vide la luce. Perché il tempo della Dea non è quello teleologico di Dio, ma un cerchio che riproduce l’alternanza infinita tra vita e morte, e che ogni volta che si chiude ricomincia. O, per dirla con la signora Rowling, “si apre alla chiusura”.

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