Dare per passare: un aneddoto

Alla fine degli anni Settanta Harlan Ellison viene intervistato dal solito giornalista curioso di sapere “come si fa a scrivere tutte quelle stranezze”. Con sorprendente pazienza, gli racconta un episodio avvenuto nel 1975 quando, chiuso in una stanza d’albergo a New York durante una tempesta di neve, Ellison si trova costretto a terminare un racconto in tempo per una convention serale. Scriveva, dunque, furiosamente, mentre il racconto “si creava da sè”. Da sè?, dice il giornalista. Ellison risponde: “Certo. Io ero solo la macchina che lo metteva nero su bianco. Quel racconto veniva fuori da luoghi segreti della mia mente e fluiva sulla carta senza riguardi per la mia schiena dolorante o per la scadenza”. Insomma, termina il racconto, ma mentre lo legge, arrivato al punto in cui il personaggio principale litiga col suo alter ego sulla madre, si rende conto che desiderava, lui stesso, la morte della propria madre.
Il giornalista si agita. Ellison gli spiega che sua madre era vecchia, malata e infelice, che stava contando i giorni che le restavano. E lui, nonostante l’amasse, voleva che se ne andasse. Leggendo ad alta voce il racconto, Ellison provò comunque orrore per se stesso, per quella parte segreta della sua anima che era venuta allo scoperto scrivendo.”Ma era lì, nel racconto, l’avevo scritto e adesso mi ci dovevo confrontare e imparare a viverci insieme”.
Accade che, nel crescente disagio dell’intervistatore radiofonico, comincino ad arrivare telefonate. Una delle telefonate è di una donna che, con le lacrime nella voce, ringrazia Ellison perchè anche lei ha pensato le stesse cose mentre la madre stava morendo di cancro. “Credevo di essere la sola persona al mondo ad aver pensato qualcosa di così spaventoso e non riuscivo a sopportarlo. Grazie.Oh, grazie”.
Cosa significa? Significa, conclude Ellison, che scrivere è parlare dei propri luoghi segreti, e condividerli con gli altri. “Uno scrittore cannibalizza la propria vita: tutto ciò che abbiamo da raccontare sono le percezioni di noi stessi e le nostre esperienze, che corrono in parallelo alle percezioni e alle esperienze degli altri. Ma non siete soli: dove siete stati, ci sono andato anch’io; quel che avete sentito, l’ho sentito anche io”.
Scrivere, insomma, è guardare nei propri pozzi neri. Dare per passare. Quando non lo si fa, si può scrivere ugualmente, ovvio: forse, però, quella risonanza non si verificherà. Sono, come sempre, scelte.

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8 Risposte to “Dare per passare: un aneddoto”

  1. M.T. Says:

    Quanto è vero

  2. sonounuovo Says:

    Credo che tu abbia colto uno dei punti fondamentali. Vorrei metterne in evidenza un aspetto: i miei pozzi neri sono anche i tuoi pozzi neri, sono i pozzi neri di tutti. quando scrivi qualcosa di vero funziona perché è universale

  3. Lara Manni Says:

    E’ quel che dice anche Ellison, sonounuovo: amore, dolore, paura appartengono a tutti. Ma se lo scrittore cannibalizza le vite altrui, per definizione, deve cominciare dalla propria, altrimenti, appunto, il suo lavoro non funziona.

  4. In_mezzo_alla_segale Says:

    E credo proprio che sia su questo furlong che si vede il purosangue.

    Non tutti accettano di scendere nel pozzo nero; tra quelli che lo fanno, qualcuno ci annega, qualcuno scappa, qualcuno edulcora.
    Di quelli che riemergono, non tutti sono in grado di “passare” quel che han visto.

    Uno su millemila ci fa sentire come se fossimo scesi e risaliti con lui.

  5. sonounuovo Says:

    @Lara: mi ricordi uno degli ultimi volumi di “Sandman” di Neail Gaiman (lo conosci? è veramente molto bello). Gaiman fa dire a Shakespeare “quando è morto mio figlio è stata la più terribile tragedia della mia vita. Eppure una parte di me era contenta, perché ora conoscevo quel dolore, e potevo raccontarlo.” Siamo un po’ così. Credo che diventi un po’ una deformazione: vuoi provare tutto, perché così puoi parlarne, vedi le persone attorno come personaggi, o rubi i tick dei tuoi amici, noti il loro modo caratteristico di parlare. Scrivere diventa il modo universale con cui guardi il mondo.

  6. Lara Manni Says:

    Lo conosco e condivido il giudizio, sonounuovo. Ma a volte non si tratta solo di “voler provare tutto”, ma di riuscire a guardare quello che hai già provato, anche la parte che non vorresti ricordare. Per provare a fare quello che diceva in mezzo alla segale: far scendere qualcuno con te, e auspicabilmente risalire insieme.

  7. tuomas Says:

    Se non dai scrivi lo stesso. Ma quando leggo voglio sentire che tra le parole, tra le frasi, si creino quei vuoti pieni di brividi. Quando leggo qualcosa voglio emozionarmi. Se no, beh, lo scrittore ha fallito.

  8. Lara Manni Says:

    Parole sante.

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