La notte che bruciammo Alphaville

Mi è venuta una tentazione, e non ho resistito. Posto qui parte dell’introduzione  di Valerio Evangelisti a una raccolta di saggi che si chiama  Distruggere Alphaville. Siamo nel 2006, attenzione: e molte delle cose che Evangelisti scrive sul noir sono, secondo me, riferibili anche al fantastico.  Ecco qui:

“Se il grosso problema, per lo scrittore senza etichette, è la ripetitività, per quello di genere sono le gabbie. Il successo persino eccessivo arriso al noir, il potere contaminante della fantascienza (che può anche agonizzare, ma dopo avere riversato sulla società immagini, idee e un intero vocabolario utile a descrivere i più recenti sviluppi della società stessa), l’estendersi dell’horror nelle più inattese diramazioni mediatiche, ecc.: tutto ciò resta vitale finché resiste alla minaccia incombente della cristallizzazione in formule prive di anima e di tasso inventivo.
Personalmente, comincio a non poterne più dell’investigatore privato cinico e disilluso, del poliziotto coraggioso che si scontra con l’abulia dei superiori, dell’agente tormentato da problemi intestinali, del serial killer tanto idiota quanto capace di raffinate nequizie, dell’astronave carica di rutilanti gerarchie in viaggio verso ultime frontiere, di giudici zelanti che riaprono casi dimenticati, di avvocati anticonformisti in crisi esistenziale ecc. Ognuno di questi topoi ha alle spalle alberi genealogici illustri. Ogni loro riproposizione negli stessi termini accorcia, magari inconsapevolmente, la distanza che separa L’esorcista da L’esorciccio, il laboratorio dell’alchimista dalla cucina di casa. Gli esiti sono garantiti (come Eco ha dimostrato analizzando la ripetitività in Rex Stout), ma logorano progressivamente il genere, riconducono l’opera “al nero”.
Quella che poteva essere una sfida, diventa acquiescenza e consolazione. Inutile criticare, da una posizione tanto fragile, le banalità del romanzo borghese. Inutile stigmatizzare il vuoto a partire da un vuoto ancora peggiore. Sarà magari vero che la narrativa noir (e qui comprendo sotto l’etichetta l’intera letteratura di genere, “nera” in varie forme) ha le potenzialità per descrivere meglio di ogni altra la società odierna. Però non basta prendere atto di questo, e adagiarsi sulla rassicurante constatazione di essere nel giusto. La cognizione deve farsi coscienza e, sul piano dell’atto, tradursi in militanza.
Basta con i percorsi obbligati e i luoghi comuni. Basta con l’astronauta coraggioso, il commissario umano, il giudice senza macchia, l’assassinio seriale dalle efferatezze allucinanti e dalla psicologia confusa, il mostro vampiresco che percorre la storia identico a se stesso. Tutto ciò conduce a quella che alcuni hanno chiamato, parzialmente a ragione, la “voga thrilleristica”. No. Il genere è sostanza esplosiva a cui manca l’innesco. Autori come Ballard, Ellroy, Vonnegut, Manchette, Raymond e quasi tutti gli altri che ho citato più sopra lo hanno trovato e attivato. Usciti dagli schemi e dai percorsi obbligati, si sono visti immersi nella letteratura senza classificazioni, non più emarginabili, non più viventi da emarginati. Se poi qualche accademico continua a sollevare il sopracciglio, diventa problema suo, non loro. Il parruccone si troverà a sua volta in un ghetto, fino a riuscire a berciare solo sulle pagine screditate e avvilenti de Il Domenicale.
Per quanto paradossale possa suonare, la vitalità della narrativa di genere è direttamente proporzionale alla sua vocazione al suicidio. Il feuilleton di basso livello (non quello alla Dumas, bensì quello alla Paul Féval, alla Xavier de Montépin, alla Carolina Invernizio, alla Émile Richebourg) contribuì grandemente a democratizzare la scena letteraria, inducendo alla lettura strati sociali che ne parevano esclusi per censo. Poi perì o, quanto meno, seppe cambiare pelle. Tramiti ne furono il gigantesco Fantômas, riassunto delle paure di un’epoca, e l’ironico Arsène Lupin, che a colpi di umorismo sottile seppelliva i progenitori.
Nuovi filoni sono emersi, ma anch’essi, negli esponenti di punta, votati all’autodistruzione . Prendiamo l’Italia quale osservatorio, in riferimento non agli scrittori italiani, bensì a quelli tradotti. Collane popolari, come Il Giallo Mondadori o Urania, sono state (e in misura ridotta sono ancora) fattore importante di alfabetizzazione in un paese in cui il tessuto delle librerie è fitto solo in metà dello stivale, mentre nell’altra metà prevalgono ancora la cartolibreria e l’edicola. Oggi, autori che fecero in quelle sedi la loro prima apparizione, hanno raffinato i loro mezzi espressivi fino a diventare irriconoscibili, e nessuno oserebbe collocarli di fianco a Edgar Wallace, a Mickey Spillane o a Murray Leinster.
Come avvenne per il nostro cinema peplum, interi generi letterari di successo hanno lasciato la scena e occupano oggi solo la memoria. Sono spariti il western, il romanzo di pirati, la narrativa di guerra alla Sven Hassel. Sono apparsi McCormack, Björn (Hassel non è stato sostituito perché, dopo Joseph Heller, la narrativa militarista può interessare solo i poveri di spirito). E’ oggettivamente difficile rimpiangere, di fronte a costoro (che nessuno definirebbe specialisti in western o in storie piratesche), Louis L’Amour, Zane Grey o Luigi Motta, per quanto rispetto retrospettivo dobbiamo a simili autori.
Aveva ragione Manchette ad asserire che il noir era la migliore chiave interpretativa di una società a sua volta anneritasi, in cui crimine e potere si erano fusi. Però di questo assunto non fece mai un assioma e, appena si accorse che sciami di imitatori rischiavano di ridurre a formula sterile le sue intuizioni, li scomunicò uno dopo l’altro – salvo poche eccezioni – con quelle parole capaci di scorticare di cui lui solo possedeva il segreto.
Il noir – dopo avere assassinato il “poliziesco” puro – resta grande in quanto si ricollega direttamente alla tragedia. Ma, in questa accezione, non richiede né investigatori né delitti. Romanzi neri, anzi, nerissimi, sono quasi tutti quelli di Zola, compresi alcuni che non appaiono tali (tipo La conquête de Plassans, che descrive l’instaurarsi di un delirio erotico-religioso in una cittadina di provincia; oppure Au Bonheur des dames, con la vicenda del vecchio ombrellaio rovinato dall’ascesa dei grandi magazzini).
Il noir può continuare a proporsi quale oggetto letterario dotato di centralità se capirà che la lotta contro il “giallo” è stravinta, ed è inutile continuarla sullo stesso terreno formale. Le migliori opere di Paco Ignacio II e di James Ellroy sono una biografia di Ernesto Che Guevara e un’anti-storia degli Stati Uniti.
Quanto alla fantascienza, la sua grande stagione ’50-‘70 non ha avuto seguito. Il cyberpunk ne è stato l’ultima propaggine. Però non si può dire che la narrativa fantascientifica, il genere tra tutti più vitale e fecondo, più letterariamente propositivo, sia morto di consunzione. Al contrario: ha deciso con lucidità di compenetrare tutto ciò che lo attorniava, dalla letteratura “alta” a ogni sfera della comunicazione. La fantascienza scritta si è volutamente suicidata (le vendite di Urania sono passate da 40.000 copie a un decimo appena) per contaminare della propria sostanza l’ambiente circostante, e trasmutarlo. Ha raggiunto l’opera al rosso. Si è fatta quintessenza o, per usare un termine più comune, pietra filosofale. Il genere più nobile ha avuto il più nobile dei destini.
Un esempio da seguire. Alphaville va smantellata, in vista però di una fusione, non di un’evaporazione”.

 

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3 Risposte to “La notte che bruciammo Alphaville”

  1. Giobix Says:

    Adoro Manchette 🙂 non che non usasse gli stereotipi noir, ma ficcava la donna fatale e assassina in un paesino di provincia, oppure in una “casa dei giganti” nella campagna francese (Pazza da uccidere) e abbondava con l’azione iperbolica.
    La nostra miccia noir la accese Scerbanenco, oggi si dice che fotografò il lato oscuro dell’italia del boom, ma è una valutazione a posteriori. Credo fosse molto preoccupato per ciò che vedeva intorno, più che l’indagine poliziesca, in libri come “I milanesi ammazzano al sabato” c’è una rabbia e un senso di malessere che ho ritrovato poche volte.
    Adesso sto leggendo american gods di Gaiman e per ora mi sembra un noir con innesti fantasy, ex detenuti, loschi leprecauni da bar, dei ridotti a poveri immigrati. Stupendo 😀
    Per gli stessi motivi adoro Lansdale e chiunque pasticci i generi, soprattutto se inquietanti. Mi piace farmi portare nel lato oscuro del mondo e non sono interessato a universi troppi lontani e innocui.

  2. Lara Manni Says:

    Scerbanenco era un grande scrittore prima di ogni altra cosa, e sapeva muoversi dentro (e al di là) del genere. Il dubbio posto da Evangelisti cinque anni fa è sul senso ultimo dei generi (in un altro modo, la stessa osservazione fatta qualche settimana orsono da Antonio Caronia). L’idea di un accorto seppuku dei medesimi mi trova totalmente d’accordo.

  3. Ilya Nightroad Says:

    E se dopo la fusione tutto si ricondensasse, a formare una nuova linfa per nuove orecchie?
    Si ha come l’impressione, guardando al quadro generale della letteratura odierna, di vedere un continuo contaminarsi di generi, e una inesorabile perdita dell’essenza. Per quanto nobile possa apparire un genere che infonde se stesso negli altri, infine non è che un mero tentativo di creare originalità da mix alternativi. Gli ingredienti si possono cambiare, si possono ricombinare. Ma la vera originalità è sempre nella mente di chi crea la ricetta. E perché una ricetta sia davvero originale, non deve essere creata a partire dagli ingredienti.
    Un buon libro di pura fantascienza… senza virus letali e indistruttibili, poteri sovrannaturali, mutazioni aliene o scenari apocalittici. Un vero libro di fantascienza, pura e semplice, magari poco originale ma sano e comunque verosimile… Perché non si parla di Fantasy quando si parla di Fantascienza.

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