Giù la testa, il genere esplode

Dopo Nina dei lupi di Alessandro Bertante, esce un nuovo romanzo distopico da uno scrittore non di genere, Antonio Scurati, che ha scritto per Bompiani La seconda mezzanotte. Lo leggerò. Mi incuriosisce la scoperta  della distopia  da parte di scrittori che, fin qui, non si erano rivolti al fantastico (al romanzo storico, semmai). Nel frattempo, vi riporto le parole di Scurati medesimo:

«Abbiamo assistito in Italia a un tardivo ma completo sdoganamento dei generi, troppo a lungo sottoposti a una condanna ideologica. Pensi al boom del noir o del fantasy. Ma ciò che a me sta a cuore non è tanto l’uso editoriale e commerciale del genere, quanto la classificazione aristotelica che distingue tra epica, tragedia e commedia. Quello che, nel mio piccolo, ho tentato di fare è di riportare in vita, in un paese dedito al comico, forme tragiche ed epiche dell’esistenza».

E pensa di esserci riuscito?

«Non spetta a me dirlo. Sono partito con la convinzione di scrivere un mio modestissimo Signore degli anelli per poi approdare a una sorta di 1984. Voglio dire che La seconda mezzanotte è più vicina alla distopia raccontata da Orwell che non al fantasy di Tolkien. Quindi i generi vanno impiegati per il loro potenziale e poi lasciati esplodere. Quando rileggo 1984 non solo ho la sensazione che parli ancora del nostro futuro, ma ne riporto un senso di inquietudine, di amarezza, di disturbo che cambia ogni volta la mia vita, le mie convinzioni. Ed è il compito che dovrebbe esercitare la letteratura quando è veramente tale».

Quindi, il genere ha senso solo se viene “saccheggiato”? E perchè, rimanendo al suo interno, non è possibile compiere la stessa operazione (di disturbo e di osservazione e di coinvolgimento del lettore)?
In altre parole: il genere non può essere, di per sè, letteratura?

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42 Risposte to “Giù la testa, il genere esplode”

  1. Simone Sarasso Says:

    E’ un gran bel libro. Con un sacco di mazzate…

  2. Claudio Cordella Says:

    Il genere può essere letteratura: si veda quello che ha fatto I. M. Banks per la space-opera.

  3. Lara Manni Says:

    Le mazzate mi piacciono per principio. Resta la curiosità sull’uso del genere, e sul fatto che non possa diventare letterario se non “esplodendo” (La Torre nera è genere puro, e voglio trovare qualcuno che mi dice che non è letterario)

  4. Simone Sarasso Says:

    Secondo me, stringi stringi, è più una questione d’autori che di genere. Se sei un certo tipo d’autore, allora il tuo genere “esploderà” e sarà giudicato letterario. Se sei un autore di genere, i tuoi romanzi resteranno di genere. Quello che certe definizioni tengon fuori è che il genere è letteratura. La critica è lenta, la scrittura è rock.

  5. Lara Manni Says:

    Fosse solo una questione di critica, il problema si porrebbe in termini molto relativi. E’ una questione anche di pubblico. Che, temo, all’interno del genere guarda con estremo sospetto ogni cosa che si possa riferire al “letterario”.

  6. Simone Sarasso Says:

    Io pensavo che il problema fosse opposto, ovvero che il lettore tipo “non di di genere” – quello che i giornali chiamano “lettore forte” (la signora di mezza età che legge quindici libri l’anno, possibilmente da classifica) – non leggesse il genere per partito preso (giudicandolo letteratura di serie b, roba per ragazzi, etc. etc.).
    Ma hai ragione anche tu, quello che dici è vero.
    Ci sono nerd dalle due parti della barricata. E hanno tutto il diritto di esserlo (nerd, intendo). Alla fine si perderanno qualcosina di qua e di là, ma pace. Ars longa, vita brevis. Scappo. E’ stato un piacere!

  7. Andrea G. Colombo Says:

    Una volta, si diceva che libri di autori “di seria A” che si occupassero di tematiche “di serie B” non potevano fare che del bene. Al genere.
    Adesso mi pare evidente che è una considerazione priva di senso perché i vasi non sono comunicanti e c’è sempre la SPOCCHIA che obbliga a fare una lunga serie di distinguo. Ridicoli, aggiungo io.
    “La strada” di McCarthy ha vinto il Pulitzer.
    Lo stesso libro scritto da un autore “horror” avrebbe vinto il Bram Stoker Award e morta lì.

  8. Wu Ming 4 Says:

    @ Lara

    Le classificazioni le fa sempre qualcuno. Stabilire una gerarchia in base a criteri oggettivi, aprioristici, extra-testuali, serve ad auspicare una società gerarchica, ovvero aristocratica. Di contro, dall’altra parte, c’è qualcuno che nella “piccola patria” di genere si trova benissimo e addirittura pretende di creare a propria volta un canone oggettivo per stabilire chi sta dentro e chi sta fuori (quindi giù a cercare pulci…). Sono due atteggiamenti speculari.
    Ecco perché ritengo che usare il termine “narrativa” al posto di “letteratura” abbia un senso politico.

  9. hetschaap Says:

    Di questo se ne è parlato anche qui http://scrilepecia.wordpress.com/2011/09/21/generalmente-parlando/
    In effetti il sostantivo genere e l’aggettivo generico hanno la stessa radice. E ciò dovrebbe far riflettere perché il genere è, necessariamente, un’approssimazione, in letteratura, nel cinema e nelle varie forme d’arte. Oltretutto il genere è quasi sempre un concetto a posteriori e, quindi, dettato dalla distanza e non dall’immersione in una data materia. Monet non era cosciente di essere un impressionista fino a che il critico Louis Leroy non lo definì tale. Ed è solo un esempio.

  10. Lara Manni Says:

    Che le definizioni stiano facendo il loro tempo, è cosa che mi trova perfettamente concorde: perché è vero, sono definizioni date a posteriori e date – come direbbe Caronia – in un preciso momento storico che appartiene al passato.
    Probabilmente “questo” tempo ci porta a camminare fra le due nicchie, o barricate. Non so se abbia ragione Alessandro Baricco quando sostiene che a contare è soprattutto la personalità singola: il lettore segue un individuo, qualunque cosa scriva. Sarebbe bello se a contare fossero semplicemente (?) le storie. Narrativa, sì.

    • hetschaap Says:

      In alcuni casi penso che Baricco abbia ragione. Ma solo per alcuni scrittori. Quelli che uno considera i suoi scrittori del cuore, quelli di cui vuole leggere e avere tutto. Ma per la maggior parte non penso che sia così. Leggi un libro se ti ispira la trama o se te ne parlano bene. Segui la storia, in pratica.

      • Lara Manni Says:

        Comincio ad avere le idee confuse sul “come” si arriva a un libro. Fino a qualche tempo fa avrei indicato la rete senza esitazione. Ora comincio a non esserne sicurissima.

  11. Giovanni Arduino Says:

    Cara Lara, buongiorno 🙂
    Scusa per l’assenza e la fretta, ma è un periodo bello peso.
    Giusto il tempo di lasciare un link in tema, non recentissimo ma interessante (con la conferma che agenti & editori “spingono” sugli autori “letterari” -troppe virgolette!- perché producano crossover) e per dirmi d’accordo, ahimé, con la considerazione finale dell’ottimo Andrea G. .

    http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304520804576343310420118894.html?mod=WSJ_Books_LS_Books_2

  12. M.T. Says:

    Non conosco le opere che ha scritto l’autore in questione, ma per farmene un’idea (molto alla lontana, non intendo fare paragoni), quando si parla che colpisce, che fa cambiare convinzioni e punti di vista, si può avvicinare a Saramago?

  13. Lara Manni Says:

    M.T. Conosco solo due romanzi di Scurati: “Il rumore sordo della battaglia” e “Il bambino che sognava la fine del mondo”. In pratica, scorrendo ora Wikipedia, il primo (che consiglio: è un bel romanzo storico, o di sfondamento del genere storico) e il penultimo (che non sono, colpevolmente, riuscita a finrie).
    Giovanni: buongiorno! Link prezioso. Il punto è che se gli autori non sono frequentatori di genere, riusciranno a credere fino in fondo a quel che scrivono? Della serie: accidenti a “La strada”. 🙂

  14. Ale Says:

    E certo, come Kubrick che sarebbe un grande autore perché sfrutta i generi piegandoli al proprio volere. Una concezione schiavistica che non m’è mai piaciuta, anche se può generare capolavori.

  15. Lara Manni Says:

    Con una sfumatura di sadismo molto “macho”, aggiungo…

  16. Giovanni Arduino Says:

    “Il punto è che se gli autori non sono frequentatori di genere, riusciranno a credere fino in fondo a quel che scrivono?”.
    Risposta decisa: no, assolutamente no. Esempio scemo in altro campo: io adoro i Ramones perché ho sempre adorato (anche, non solo) quel tipo di musica, tre accordi e basta, one two three four & let’s go, lo-fi ma non troppo, riproducibile anche dai ragazzini (a differenza del vecchio stadium/jurassic rock), eccetera eccetera. Non li considero, come talvolta ho letto, “prove di interessante minimalismo”. Ecco, secondi me alcuni autori mainstream, letterari o come li si voglia definire, pensano all’esperimento, al guarda-qui-che-tamarrate-divertenti, anche (perché no) all’ommisignur-che-mi-tocca-fare (intanto agenti ed editori incalzano). Insomma, sperimentare è divertentissimo, ma bisogna farlo con qualcosa che conosci o (ancora meglio) che ami. Se ti piace il letame, poi devi puzzare di letame, o arrivederci e grazie.
    (“La strada” in sé per sé, btw, secondo me c’entra poco: il problema è come stato interpretato dall’editoria, e non solo).

  17. Lara Manni Says:

    “Comincia da quel che conosci” (senza citazione Kinghiana la Manni non è la Manni). Se non ricordo male, mi pare di aver letto un’intervista a Sandro Veronesi ai tempi di XY, dove diceva di essersi divertito a scrivere un horror, anche perchè era “più facile”…
    “La strada” è stato isolato dal resto delle opere di McCarthy come il segnale che “aò, il distopico tira”. Se poi vogliamo dircela tutta, secondo me a McCarthy il distopico interessava molto, ma molto meno rispetto al rapporto fra padre e figlio.

  18. Ale Says:

    Infatti, il discrimine è sempre la conoscenza e soprattutto l’amore per quel che si fa, e per i mezzi che si usano. Scusate se vado sempre di esempi cinematografici, ma è per esempio la differenza tra la necrofilia dei generi nei fratelli Coen, dove il dispiego di intelligenza paralizza tutto, e le esplosioni tarantiniane, dove la scaltrezza enciclopedica si sposa sempre a un afflato partecipativo che fa prendere fuoco all’esercizio di stile.

  19. Paolo1984 Says:

    X Ale, credo che a Tarantino interessi omaggiare rivitalizzandolo, innovandolo attraverso il suo sguardo, quel cinema di genere (B-movies, exploitation) che ama, i Coen sopratutto negli ultimi film si muovono in maniera diversa: per dire, quando hanno girato Il Grinta (bel film) ciò che gli interessava era trasporre il romanzo di Portis, non fare un nuovo western nè tantomeno omaggiare il film con John Wayne (che dicono di non aver visto)
    Ecco, a me i Cioen non dispiacciono, ma il loro approccio è senz’altro più “freddo” (ma non meno interessante) rispetto ad un Tarantino

  20. qwertyminus Says:

    Per me il genere o esiste o non esiste non cambia nulla. Sono per l’esplosione a priori. Qualunque opera deve mettere la fantasia in prima istanza, lo schema a seguire.

    E la fantasia, a mio modestissimo parere, non può star dietro a etichette varie che dovrebbero trovare un senso solo in prospettiva mercato.

  21. qwertyminus Says:

    Che ci crediate o meno non mi ero neppure accorto di essere citato nei commenti. Ero arrivato qui seguendo la cronologia visite del mio blog e come uno screanzato non ho neppure salutato.
    Chiedo sinceramente scusa.

  22. Lara Manni Says:

    Benvenuto, intanto 🙂
    Vero. Il problema è che il mercato non ha le idee chiare sulle etichette, e soprattutto non ha ben chiaro che non tutte le operazioni possono essere condotte “a freddo”.

  23. Mariangela Sanna Says:

    La seconda mezzanotte è un romanzo che ti sconvolge, ti inquieta, ti fa riflettere. Questo dovrebbe fare la letteratura, farti sognare, indagare i tuoi incubi, crearti dei dubbi……Limitare un autore o un romanzo in una stretta classificazione è un impoverimento. Liberi pensieri….

  24. Mariangela Sanna Says:

    Ciao Lara,
    linko questa discussione sulla pagina Antonio Scurati Fan Page, Ritengo che gli argomenti e il modo con cui vengono affrontati siano molto interessanti e vadano discussi….grazie per aver avviato il dibattito….

  25. Lara Manni Says:

    Ti ringrazio molto Mariangela, e al dibattito sono interessatissima. Peraltro, l’ho iniziato ieri.

  26. G.L. Says:

    Okay. Sto zitto. Sto. Zitto. (ciao Larù) (mi sa che ci siamo capiti) (e anche taaaaanti altri)

  27. Lara Manni Says:

    🙂

  28. Mariangela Sanna Says:

    Venerdi sera sono andata al concerto PFM in classic agli Arcimboldi…sono rimasta estasiata…e utilizzando le parole di Franz Di Cioccio “Stasera abbiamo stabilito un ponte fra due mondi distinti, il rock e la musica classica ma non distanti”. Il flauto magico in versione Pfm è assolutamente meraviglioso……

  29. Lara Manni Says:

    Vuoi dire che abbiamo bisogno di un Di Cioccio in narrativa? 🙂

  30. Mariangela Sanna Says:

    si…voglio dire che i generi servono per essere infranti e che la grandezza di un’opera sia essa letteraria, musicale, cinematografica, artistica non si basa sulla sua appartenenza ad una classificazione quanto piuttosto al suo valore intrinseco…

  31. Simone Sarasso Says:

    Sono d’accordo. C’è il bello e il brutto, la roba che ci piace e la roba che non ci piace. Che tipo di etichetta ci sia appiccicata sopra fa davvero differenza?

  32. Lara Manni Says:

    Non la fa infatti. Però. Il dubbio che continuo a sollevare è questo: si possono usare i generi, si possono (e forse si devono) scardinare. Ma bisogna, prima, amarli.

  33. Mariangela Sanna Says:

    Diciamo che un genere serve a semplificare, a trovare una collocazione nel grande mondo dell’arte.La singola espressione artistica viene inserita in esso ma non si inserisce mai pienamente perchè non le appartiene…le opere che si collocano perfettamente nelle classificazioni spesso sono meri prodotti nati a tavolino….l’etichetta non coglie le sfumature….e chi ama l’arte in ogni sua declinazione, sia essa un libro, un film, uno spettacolo, un quadro non si ferma solo all’etichetta la curiosità ti spinge a confrontarti con prodotti diversi….

  34. Lara Manni Says:

    No, non sono d’accordo Mariangela. Un singolo romanzo di Stephen King, o di Sarah Waters (che ne L’ospite ha scritto genere purissimo), o di Philip K.Dick, per non parlare di Tolkien, sono nel genere e sono espressione artistica. L’idea di separare “literary fiction” e genere è, secondo me, devastante, perchè confina il secondo, come tu stessa suggerisci, nel novero dei prodotti nati per fare cassetta.
    E non è così. Avviene molto, ma molto più spesso nel mainstream, a mio parere, che si scriva un romanzo per essere “caso” o per inserirsi in un filone di successo. Almeno, chi scrive genere puro ha quasi sempre l’umiltà di sentirsi artigiano.

  35. Mariangela Sanna Says:

    Sono assolutamente d’accordo con te. Ci sono scrittori e libri che per loro natura ben si adattano al genere senza per questo essere sviliti…anzi…hanno una precisa collocazione…ma credo che per altri valga maggiormente il discorso della trasversalità rispetto ai generi. Il romanzo di Antonio Scurati, La seconda mezzanotte per me è un bellissimo libro ma non riesco a collocarlo nel genere fiction, fantasy o altro. Per me è buona narrativa contemporanea, anche se poi sono riconoscibili al suo interno stilemi, ecc…Credo che l’artigianalità sia insita nel grande artista a prescindere dal genere…..l’umiltà sia caratteriale e non tipica di un genere specifico…spero di essere stata più chiara

  36. Lara Manni Says:

    Chiarissima. Secondo me, però, ci sono libri (più che srittori) che si adattano più o meno bene alla trasversalità. Volendo però essere fiscali, La seconda mezzanotte è un romanzo distopico post apocalittico. 🙂

  37. G.L. Says:

    Posso? Posso. Io lo so bene dove andrebbe il libro di Scurati.

  38. Vale Says:

    GL, mi mancano i tuoi post!
    (Lara, perdona l’ot)

  39. Lara Manni Says:

    Perdono, mancano anche a me

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