Un grande futuro dietro le spalle

Ora, non ho le competenze per entrare nell’euforia da neutrino di queste ore, su cui trovate un resoconto qui. Della vicenda mi incuriosisce il commento fatto un po’ da tutti: la fantascienza che trova conferme nella “realtà”. Già sentito altre volte e in altre occasioni.
Però, il fantastico, in generale, tende a guardare molto poco “in avanti”, da qualche tempo a questa parte. Quando non guarda decisamente all’indietro, è il “nel frattempo” a interessarlo. Interessa anche me, peraltro, il concetto di mondo parallelo, ed è per questo che ne parlo.
Bella forza, direte giustamente: si può ragionare solo in termini di passato, presente, futuro. Certo. Mi sembra che sia il terzo elemento, però, a essere meno presente, a meno che il futuro immaginato non sia quello apocalittico, come si diceva ieri. Non abbiamo alcun motivo per essere ottimisti, d’accordo. Ne avremmo altri: per esempio, immaginare altre dinamiche.
Narrative, nel caso.

Annunci

Tag:

19 Risposte to “Un grande futuro dietro le spalle”

  1. Anita Says:

    Questo comporterebbe la voglia di battere strade nuove e di non incancrenirsi sulle vecchie o vecchissime. Non ne vedo molta in giro.

  2. Lara Manni Says:

    Non sono così pessimista. Forse, manca una messa a fuoco, una discussione sulle prospettive e non soltanto sull’esistente. Questo sì, questo sicuramente.

  3. qwertyminus Says:

    Sì, no. Il futuro è lì, chi è però che ha interesse a “prenderselo”?
    Io sono del parere che il progresso, in un modo o nell’altro, arriva.
    La nostra prima preoccupazione oggi dovrebbe essere quella di farne parte.

  4. Lara Manni Says:

    Bella osservazione. Non ho però le stesse certezze su un’idea di progresso che al momento sembra procedere a balzelloni. Provo a spiegarmi anche se per prima non ho le idee chiarissime. Superare la velocità della luce è possibile. Gli ibridi uomo-macchina esistono. I robot anche. Voyager (non la trasmissione di Giacobbo!) viaggia fuori dal sistema solare. Siamo connessi. Siamo dentro, operatore, ovvero. Se io dovessi immaginare una narrazione che riguarda il futuro, in quale direzione andrei? Considerando che il cyberpunk ha raccontato il quasi-presente e poi, più o meno, si è arreso?

  5. qwertyminus Says:

    Anche questa è una bella questione. E, beh… io ci penso sù, magari ti darò una mia risposta.

  6. Lara Manni Says:

    La aspetto. Io ci sto pensando.

  7. Mele Says:

    Mah. Forse perché alla fine non cambia nulla, anche quando cambia tutto. No? siamo sempre i soliti umani.
    E poi, quando hai finito le tragedie e le distopie da raccontare, che fai? In fondo, raccontare di futuri rosei e storie felici è la cosa più difficile, no? La sfiga è più interessante, viene meglio, non rischia di annoiare.
    …posso aggiungere un altro “,no?”?

  8. Lara Manni Says:

    Aggiungi, aggiungi.
    Veramente, fin qui mi sembra il contrario: sono i futuri rosei ad appassionare più dei futuri tragici.Poi, se prima viene la sfiga e poi il futuro roseo è ancora meglio. 🙂
    Scherzi a parte. Ho una sensazione, che ovviamente non è solo narrativa, di smarrimento.

  9. I am not a pixel Says:

    Forse è il momento di superare la quarta dimensione e immaginare una quinta? Tipo Flatlandia?

  10. m@m.com Says:

    hai letto “nessuno credera’” di Buzzati? E’ nell’antologia “le notti difficili”. Si addice proprio al caso in questione…

  11. Mele Says:

    Solo cinque dimensioni? E le altre?
    Beh. Larù, tu mi batti di larga misura in libri letti, quindi probabilmente le nostre percentuali di futuri rosei sono sballate.

  12. Lara Manni Says:

    m@m: sì, l’ho letto e sono per la rivalutazione di Buzzati come uno dei padri del fantastico italiano 🙂
    I am not a pixel e Mele: intendevo qualcosa di simile. O comunque, una direzione da intraprendere. Inner space esaminato, spazi aperti preclusi. E poi?

  13. qusp Says:

    IMHO quello che dici è vero, come risultato di un’egemonia culturale trasversale. Ci hanno inculcato la convinzione che il futuro non sia altrettanto importante del presente, per distoglierci dalla reale portata dei problemi che cercavano di eludere. Ma se bastasse questo a spiegare la questione, resterebbe in sospeso l’aspetto speculare: come mai, malgrado tutta l’attenzione rivolta verso il passato, dalla storia sembriamo avere imparato veramente poco? Forse – azzardo – proprio per il fatto che un passato riscritto in chiave fantastica il più delle volte risulta opportunamente depotenziato, privato di forza e di carica.

    Ovviamente non mi riferisco alle riletture fantastiche operate da chi conduce o ha condotto questo mestiere con serietà e coscienza (da Calvino a Buzzati, e anche in circolazione gli esempi mi sembrano non mancare, a partire dal “meridionalismo magico” di Raffaele Nigro), ma alla produzione industriale. E’ molto più facile volgere lo sguardo al presente (reale o artefatto) oppure al passato (soprattutto se modificato ad hoc), piuttosto che al futuro. La scrittura del futuro presuppone dei requisiti di cui il resto della narrativa può tranquillamente fare a meno: world-building, speculazione e attendibilità non sono richieste in egual misura in un romanzo fantasy e in un racconto di fantascienza. E il principio conserva la sua validità anche quando la fantascienza si propaga dal futuro al passato attraverso il presente, declinandosi negli aspetti della storia alternativa, che per funzionare necessita della medesima coerenza di un romanzo di SF ambientato nel futuro.

    Un autore consapevole delle dinamiche dei generi se ne rende conto e piega le leggi alla propria utilità. Un autore che lo fa per opportunità (e qui non mi riferisco solo ai titoli della massa industriale che fa catalogo, ma anche alla recente polemica innescata dalle dichiarazioni di un autore di punta come Scurati) non riesce a rendersene conto e rischia di scivolare nella banalità. Ma la maggior parte degli autori evita di fatto di confrontarsi con la sfida posta dal futuro anche per il retaggio della frattura tra le due culture umanistica e scientifica. Se una volta poteva anche funzionare, da qualche decennio a questa parte non è più concepibile parlare del futuro se si è completamente a digiuno di scienza e tecnologia. E il nostro establishment culturale ha ancora le sue difficoltà a decodificare le problematiche del mondo che ci circonda, figurarsi proiettarle su un orizzonte di 5, 10 o 50 anni nel futuro.

    Scusa se mi sono dilungato.

  14. Lara Manni Says:

    Ti ringrazio, anzi. E’ vero, senza una seria competenza scientifica si rischia pesantemente. Mi chiedo, e ti chiedo, se non sia anche la perdita di fiducia nel futuro, a frenare narrazioni che non siano distopiche.

  15. qusp Says:

    Io penso che la perdita di fiducia (ma anche confidenza o semplicemente familiarità) nel futuro produca soprattutto un allontanamento da certe tematiche e dai modi di trattarle che propone la fantascienza (trasfigurazione, anticipazione, etc.). Se si vuole proporre una forma di fantascienza “impegnata” (uso l’accezione per indicare un racconto che abbia una qualche presa sul nostro presente, al di là della valenza politica del termine), è naturale rivolgersi alla distopia, soprattutto di questi tempi. Il problema secondo me è che in troppi finiscono ultimamente per identificare la distopia esclusivamente con scenari post-apocalittici.

    Non so se si possa parlare di Effetto McCarthy, ma dall’ultimo Avoledo a Scurati (che sembra non citare McCarthy di proposito, come di proposito pare dimenticarsi di un buon numero di ottimi titoli di fantascienza che l’hanno preceduto e probabilmente ispirato) ormai sembra che in Italia gli editori tollerino – al di fuori del genere – questa sola strada verso il futuro. *Strada* che, a ben guardare, non è altro che una variante delle narrazioni fantastiche slegate dalla realtà di cui parlavo nell’intervento precedente, in quanto non propone una continuità “dialettica” con il nostro presente, ma una cesura netta che in qualche modo astrae la narrazione da ogni possibile contesto attuale, eccezion fatta per la più semplice e immediata deformazione del presente. Ma se guardiamo ai risultati che la fantascienza è stata capace di raggiungere nel corso della sua storia, ormai presentare una storia come semplice distorsione del presente è non solo offensivo per l’intelligenza e la maturità dei lettori, ma anche fortemente limitante per le possibilità espressive dell’autore.

    Se poi vogliamo spingere lo sguardo leggermente più in là, credo che oggi come oggi un racconto non distopico di fantascienza si possa scrivere, ma solo a patto di spostare il focus su un futuro più remoto. Gli scenari proposti dalla fantascienza postumanista si prestano bene allo scopo e non presuppongono necessariamente una visione ottimistica del futuro. Ma forse al momento attuale, con tutto quello che stiamo attraversando, quel filone potrebbe essere letto come escapista (pur non essendolo intrinsecamente), mentre dovrebbe esserci a ragion di logica un mercato potenzialmente più vasto e ricettivo per le narrazioni più impegnate (di speculative fiction, come dicono i critici che cercano di smarcare certe opere dal genere). E qui torniamo in qualche modo al paragrafo precedente: perché a me sembra che tutti i racconti sulla prossima apocalisse (in fieri o già avvenuta) ricadano spesso e volentieri nell’alveo dell’intrattenimento senza pretese, mentre altre soluzioni garantirebbero una maggior forza d’urto alla funzione critica e analitica del racconto del futuro.

  16. Lara Manni Says:

    Parole sante. Ti ringrazio di nuovo e davvero, perchè mi stai aiutando a chiarire molte cose.
    Il post-apocalittico, secondo me, è solo in parte dovuto a “La strada”: certamente ha avuto il suo peso perchè è stato proposto da un autore che in molte zone letterarie era considerato “di culto” (salvo poi capire quanti ne hanno letto cosa, ma questo è un altro discorso). In parte, penso un meccanismo “facile”: in tempi di crisi economica – e non solo – l’azzeramento fa gola. Eppure, le strade ci sarebbero, con uno sforzo di fantasia e intelligenza.
    Anche perché il post-apocalittico diventa rapidamente ripetitivo. Una volta esplorate le due strade principali (epidemia, catastrofe naturale), una volta rimarcato il ritorno alla barbarie (perchè di questo si tratta, in soldoni: anche se a me piacerebbe molto leggere di una terza via che non faccia a meno delle tecnologie acquisite, per esempio), dove vai?
    Se hai titoli stranieri da consigliarmi in questa direzione leggo molto volentieri.

  17. qusp Says:

    Così su due piedi mi vengono in mente due titoli che potrebbero incontrare la tua ricerca di una terza via nel giorno-dopo: La Divisione Cassini di Ken MacLeod (tradotto da Fanucci nella compianta Solaria) e Queen City Jazz di Kathleen Ann Goonan (ancora inedito, ma mi pare di non impossibile reperibilità, avendolo adocchiato sugli scaffali del reparto internazionale di una nota catena di remainders). Entrambi prospettano una società ricostruita sulle ceneri del collasso ambientale, con tecnologie (sopratutto dell’informazione) quanto più fuori dall’ordinario si riesca a immaginare.

    Se torniamo alla distopia, allora X (Little Brother) di Cory Doctorow rappresenta quanto di meglio sia uscito negli ultimi anni, seguito a cortissima distanza, pur nella sua specificità (trattandosi di una novella di viaggi nel tempo), da La verità di Robert Reed. Qualche campione di fantascienza postumanista: Accelerando e Universo distorto di Charles Stross, Il circo dei gatti di Vishnu di Ian McDonald, Luce dell’universo e Nova Swing di M. John Harrison (purtroppo questi ultimi due sono Urania da cercare sulle bancarelle).

    All’interfaccia tra i due filoni si situano la trilogia di Kovacs di Richard K. Morgan (Bay City, Angeli spezzati, Il ritorno delle furie) e L’alba del disastro ancora di Stross. Fantascienza sganciata da ogni classificazione invece è quella de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger (che sicuramente già conoscerai, ma rappresenta bene un’ipotetica quarta via iperdimensionale attraverso le infinite sfumature del genere).

  18. Lara Manni Says:

    Grazie infinite. Conosco bene Niffenegger e mi è piaciuto molto. Aggiungo anche Avoledo, che mi sembra vada in questa direzione. Il resto, lo procuro.

  19. qusp Says:

    Ma grazie a te. E buone letture!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: