Sboom

Leggo su diversi blog e siti che il “boom” del fantasy italiano sarebbe ormai alla fine. Con alcuni distinguo, sono d’accordo.
Il distinguo più importante è sulla definizione: non c’è mai stato un “boom”:  non ci sono stati scrittori italiani che abbiano emulato – com’era nella speranza degli editori – il successo di vendite di Stephenie Meyer o – evidentemente – di J.K.Rowling.  A vendere molto sono un paio di scrittori – penso a Licia Troisi e Pierdomenico Baccalario – il cui pubblico è costituito soprattutto da lettori molto giovani: e va benissimo così. Ma il “crossover”, quel fenomeno per cui a leggere i testi di Meyer e Rowling sono anche lettori non adolescenti, non si è verificato.
Nè, probabilmente, era possibile, per una lunga serie di motivi: primo, si è pubblicato troppo. Basti pensare al solo fenomeno “angeli”, che è stato lanciato e bruciato nel giro di una manciata di mesi (grosso modo, dall’inizio dell’estate all’autunno). Secondo: si è calcata la mano sull’aspetto “romance”, che piace a molte lettrici ma esclude un’altra, non piccola, fetta di pubblico. Terzo: il pubblico del fantastico è più esigente di quello di altri generi letterari, come il giallo, e non ha perdonato la pubblicazione di testi in molti casi ancora ingenui.
Quarto, ma questo vale anche al di fuori del genere, non si lascia a scrittori spesso giovanissimi il tempo di maturare. Funziona? No, via, avanti un altro.
Cosa succederà, dunque?
Secondo me non saranno tempi facili: non ci sarà una “coda lunga” come è avvenuto per il giallo e il noir. Nè, come auspicava qualcuno su Facebook, arriverà una maggior selezione che premierà i buoni testi. Non funziona così: esaurito un filone, se ne cerca un altro. E dal momento che non sono in grado di lanciarmi in previsioni sul futuro e sui cambiamenti dovuti agli eBook, l’unico azzardo che mi sento di fare è che si ritornerà al pre-presunto-boom: un gruppo di ottimi autori (sì, faccio i nomi: Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo, Eraldo Baldini, Chiara Palazzolo) che grazie al cielo continuerà a scrivere e pubblicare, magari persino con meno pressioni di dover ultra-vendere in poche settimane. E altri che cercheranno non una strada nella nicchia del genere, bensì in quella della narrazione non etichettabile (come, del resto, fanno gli scrittori di cui sopra).
Questo è quel che immagino, almeno. Detto questo, non gioisco e non mi dispero: anche se  l’idea di poter lavorare senza la pressione del “cogli la moda” mi suscita un pizzico di allegria. Sicuramente, di sollievo.

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16 Risposte to “Sboom”

  1. Laurie Says:

    Come dicevo su Facebook, non ci sono gli spazi adatti per crescere. Sono andata a rivedere alcuni consigli che danno gli scrittori in America e prima di tutto dicono di iniziare dai racconti e non buttarsi invece su romanzi o peggio ancora su saghe di più volumi. Evidentemente in America c’è spazio per i racconti, ci sono pubblicazioni adatte a contenerli che hanno un pubblico e che sono curate dagli editori, qui cosa abbiamo?
    Abbiamo quindicenni gettati in pasto alle librerie per quindici minuti di gloria.
    Alla fine ti fai più le ossa scrivendo sul web (almeno hai dello spazio per condividere quello che scrive e ricevere dei feedback), il problema è che nel web girano non professionisti, persone di ogni genere, magari alcuni anche molto bravi e che sanno essere un beta-pubblico che sa darti consigli giusti, altri che ti riempiranno la testa di truismi sulla tecnica.

  2. Claudio Cordella Says:

    Probabilmente ci saranno due movimenti concomitanti:
    1) Una fuga “verso l’alto”, in direzione della letteratura “mainstream”, ovviamente per chi avrà le doti, la capacità (e la fortuna di riuscirci).
    2) Un arrocarsi in una sorta di “cittadella fortificata” con più conformismo, più chiusura mentale e quant’altro con una deleteria
    mentalità da assediati.
    Il piatto conformismo ha un solo merito: consente di sopravvivere.
    Un esempio storico: in piena epoca bizantina, nel X secolo, si producevano piatti d’argento che riproducevano i modelli di mezzo millennio prima, nel ‘rinascimento’ classicheggiante della fine dell’Impero romano d’Occidente (un effetto nostalgia degli ultimi pagani). Gli archeologi e gli storici dell’arte diventarono matti nel datarli. Ecco, questo è un effetto del modello cittadella.
    Consente di sopravvivere ma per sua definizione non produce nulla di nuovo.
    Il meglio che una simile politica può produrre sono romanzi del 2511 identici a quelli del 2011… con tanto di critici con le mani nei capelli nel 4011…

  3. Michele A. F. Greco Says:

    Claudio, concordo assolutamente con te.
    Penso che ora per riuscire a emergere e vendere ci sia bisogno sia di qualità che di eclettismo e originalità.
    Gli autori dovranno essere capaci di mischiare tanti generi e sottogeneri tra loro in modo da creare qualcosa di nuovo e originale. Ma dovrà essere qualcosa che colpisca più persone possibili, ed ecco che si inizierà a focalizzare l’attenzione sulle tematiche trattate. In Italia tutto il filone fantastico è visto male, come “roba da ragazzini”, quindi per emergere ci sarà bisogno di un qualcosa che faccia parlare dell’autore e dei suoi romanzi anche tra non appassionati del genere e adulti, qualcosa in grado di creare scalpore. E così il genere passerà in secondo piano, anche nei casi di letteratura estremamente fantastica (penso al weird e alla bizarro fiction, ma pure a certi tipi di horror e di dark fantasy).
    Ovviamente ci dovrà essere anche la qualità stilistica per rivolgersi a un target così ampio.
    Ma infondo questa non è una novità. In Italia si è sempre trattata la letteratura come qualcosa di sociologico e politico, si è sempre puntata l’attenzione sulle tematiche. Il fantasy viene visto come “letteratura bassa” perché, erroneamente, si pensa che sia solo evasione.
    Claudio, per fuga verso la letteratura “mainstream” si potrebbe intendere anche questo.
    Sull’annacquare il fantastico per mascherarlo sono scettico, invece. Sarà che io tendo molto al weird e quindi non ho la forma mentis per mascherare ciò che scrivo sotto quel punto di vista. Credo più nelle tematiche, sia allegoriche e simboliche che, soprattutto, esplicite e lapalissiane.
    I prossimi autori fantasy italiani dovranno esser bravi a crearsi un loro pubblico trasversale ed eterogeneo, il modus operandi dipenderà dall’autore stesso e dalla sua furbizia.

    Per quanto riguarda il “modello cittadella”, tutto dipende dal target. Un romanzo-fotocopia lo posso spacciare a ragazzini che conoscono poco il genere (vedi: Eragon), ma ad appassionati no. E il motivo è semplice: il confronto. Tra un clone di di Martin e l’originale la scelta credo sia facile. Per evitare che il nuovo arrivato si becchi insulti su insulti, dovrà essere davvero bravo. Oppure, come ho già detto, rivolgersi a un pubblico giovanissimo.
    Ma poi, quel è l’utilità di tutto ciò? Che senso ha un fantasy senza originalità e fantasia, che ripete sempre i soliti cliché e luoghi comuni come un mantra o una preghiera salvifica? I romanzi-fotocopia stanno uccidendo il genere.

  4. Lara Manni Says:

    L’idea dell’autore furbacchione mi turba, Michele: penso che l’autore debba scrivere e scrivere bene, e punto. Forse non mi sono spiegata bene: non penso che tutti quelli che hanno scritto e pubblicato in questo momento di presunto boom lo abbiano fatto in cattiva fede, proponendosi di inserirsi in un filone. Tutt’altro. Penso semmai che in molti casi siano stati etichettati un po’ a forza. E’ come insistere sul fatto che Evangelisti scriva fantascienza, mentre i suoi romanzi sono…romanzi di Evangelisti, punto. E questo, per me, non annacqua il genere.
    Ad annacquarlo è, come dici tu, il “romanzo fotocopia”: che però è stato molto spesso ricercato e sollecitato.
    Laurie fa giustamente l’esempio del mercato americano: che a differenza del nostro è vasto. Allora, per far crescere il genere (senza farlo diventare nicchia) ci vorrebbe più pubblico, tanto per scoprire l’acqua calda.
    Altrimenti, credo di condividere le previsioni di Claudio: a meno di insospettabili “terze vie”.

  5. Michele A. F. Greco Says:

    Oh, ovviamente io ho solo detto la mia personale soluzione. Se tutti seguissimo la stessa via, saremmo punto e a capo. Come ho già detto, il modus operandi è a discrezione dell’autore. Ma io personalmente non annacquerei mai il mio fantastico, preferisco andare su altre vie.

  6. Lara Manni Says:

    Domandina: il fantastico di Avoledo ti sembra annacquato? 🙂

  7. Michele A. F. Greco Says:

    “L’idea dell’autore furbacchione mi turba, Michele: penso che l’autore debba scrivere e scrivere bene, e punto.”

    Turba anche me, ma ci vuole realismo. L’idea romantica dello scrittore è falsa: ci vuole anche furbizia. Che non vuol dire rinunciare al costruire belle storie o allo scrivere bene, perché fan parte della “furbizia”. E non vuol dire neppure rinunciare alla passione (in quel caso, è meglio cambiare genere).

    Sull’annacquare il genere mi riferivo più al mascherare gli elementi fantastici. Il che è possibile per un low fantasy o per uno urban, che non hanno una grande presenza fantastica. Un romanzo weird è alquanto difficile da mascherare e far passare per non-fantastico.

    Per quanto riguarda i romanzi-fotocopia, spesso non sono volontari. Un autore che ha sempre letto fantasy classico tenderà a riprodurre quei cliché. Il problema, quindi, sta anche nella varietà di fantastico presente in Italia e letto degli aspiranti scrittori.
    Manca eclettismo.

  8. Michele A. F. Greco Says:

    [Scusa il doppio post, non avevo visto il tuo commento e la febbre mi rimbecillisce]

    Be’, è in wishlist, quindi non so dirti ancora 😉 Ma da ciò che leggo su internet, mi sembra di no: è naturale e non forzato.

    Ma comunque non ce l’ho col fantastico poco fantastico, per carità. Penso solo che forzarsi a scrivere generi non adatti a sé non sia una buona scelta. Io non mi sento attratto da quel tipo di fantastico, tutto qui. E come me, tanti altri.
    Ma ciò non vuol dire rinunciare a pubblicare o a sperare nel successo. Vuol dire solo trovare altre soluzione per allargare il proprio target e renderlo eterogeneo e “mainstream” nonostante la fortissima presenza fantastica. La mia soluzione sta nelle tematiche trattate, ma non è l’unica. Ogni autore deve trovare il suo compromesso tra le leggi del mercato attuale e le sue aspirazioni naturali. Insomma, sono un male sia l’autore ingenuo che quello falsamente costruito: vie di mezzo cercasi!
    Ma il “crossoover” è ancora possibile, ma non è raggiungibile né seguendo le mode né seguendo i cliché.

  9. Lara Manni Says:

    Poco ma sicuro, e quanto è accaduto lo dimostra.
    Non sto dicendo, comunque, che gli spazi si chiuderanno: ma che pubblicare diventerà più difficile. Secondo me, non vale solo per il fantastico.

  10. Michele A. F. Greco Says:

    “Secondo me, non vale solo per il fantastico.”

    Decisamente! In un periodo di crisi economica la gente compra meno e gli editori hanno meno voglia di investire e rischiare su esordienti. Si punterà ancora di più su opere tradotte, magari di autori già noti ai lettori appassionati, quelli che, nonostante la crisi, non rinunciano alla lettura.
    Come ho detto altre volte, una possibile soluzione sarebbe investire seriamente sugli ebook. Ma il conservatorismo degli editori italiani è un ostacolo difficilmente aggirabile.

  11. Lara Manni Says:

    Mi sembra di aver letto da qualche parte che si stanno annunciando trionfalmente eBook a…9 euro e passa. Appunto 🙂

  12. M.T. Says:

    Su come sarà il futuro è difficile darà un giudizio…anzi…ci sarà un futuro? Le premesse non sono buone…
    Chiusa la parentesi ironica :), hai fatto un’ottima disamina della situazione delle pubblicazioni del fantastico.
    La via da seguire non sarà facile per nessuno, esordienti in primis. Il mercato italiano è saturo a causa dello sfruttamento del genere, un genere che ora si trova colpito da pubblicazioni di giovani autori che ancora non erano maturi per una pubblicazione, che hanno causato diffidenza nel pubblico che vedono bassa qualità nel genere (e già prima la considerazione non era al massimo); senza contare che si vogliono ridurre i costi di produzione del libro in quanto oggetto materiale, pertanto si selezionano volumi della lunghezza di due-trecento pagine.
    In che direzione vuole andare l’editoria? Che spessore vuole dare al genere? L’intrattenimento o qualcosa che scavi nel profondo, come succede con le letture di King (autore molto caro a chi scrive in questo blog 🙂 )?
    Se devo essere sincero non sono ottimista e, riprendendo una riflessione fatta in altri lidi, c’è da ringraziare che autori come King, Sanderson, Erikson, Jordan non siano nati in Italia, perché altrimenti non li avremmo mai letti, dato che la nostra editoria li avrebbe scartati, peccando molto d’ignoranza sul genere.
    Si può elevare il fantastico a qualcosa di più?
    Per come lo vivo io sì, è possibile e ci sono degli esempi come La Storia Infinita, ma le perle si sa sono rare da cogliere e trovare, però ci sono: ma gli editori sanno cercare o sono ancorati al periodo appena passato, non avendo imparato la lezione? Soprattutto, sono maturati i lettori, la loro coscienza e cultura è cresciuta per volere qualcosa di più delle storie finora lette?
    C’è da tenere conto dei motivi che hanno spinto verso una certa tipologia di lettura: ora va molto il romance, si parla tanto di amore e più si parla di una cosa, più questa è assente nella realtà quotidiana: basta osservare la società attuale per trovare riscontro di questo dato di fatto.
    La gente ha preso atto di questa realtà? I più sono inconsapevoli del loro agire, pertanto non pronti a qualcosa di diverso: quindi immettere elementi che si discostano da quelli tanto ricercati diventa un azzardo. Un editore sarebbe disposto a selezionare per il suo catalogo un fantasy con connotazioni urban che più sui sentimenti punta su una miscela di elementi di psicologia e filosofia, quali possono essere gli archetipi e i meccanismi che portano al decadimento di una civiltà?
    Potrei sbagliarmi, ma vedo improbabile il realizzarsi di una simile possibilità.

  13. Lara Manni Says:

    Non sono ottimista neanche io ma in compenso leggo altrove che ci sono autori più che ottimisti 🙂
    A parte tutto, è l’occasione per chiarire che non è sulla qualità degli scrittori che trovo motivi di pessimismo. Ma è sui meccanismi. E ce ne sono le avvisaglie: aspettiamo il dopo Francoforte per capirne di più.

  14. M.T. Says:

    Senza voler essere polemico, beato chi riesce a essere ottimista (vista la realtà non lo sono su niente).
    Ancora una volta la linea è condivisa: preoccupano i meccanismi.
    Al momento ho un vuoto: a cosa si riferisce Francoforte?

  15. Lara Manni Says:

    Fiera del libro di. 🙂

  16. M.T. Says:

    Ho capito 🙂

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