Scrivere, leggere, amare

Ho voglia di segnalarvi altre due cose. La prima, via Booksblog, riguarda Murakami Haruki e il suo ultimo romanzo, 1Q84, da cui un blogger ha estrapolato cinque possibili consigli di scrittura. Ovvero:

1. Scrivere semplicemente ma con molta cura: “La scrittura sembrava apparentemente semplice, ma una lettura attenta rivelava il fatto che fosse calcolata e costruita con estrema cura.”

2. Rimuovere ogni parola non necessaria: “Nessuna delle sue parti era troppo ricca, ma nello stesso tempo tutte avevano tutto ciò che era necessario.”

3. Focalizzarsi sulle descrizioni realistiche: “Le espressioni metaforiche erano ridotte al minimo, ma le descrizioni rimanevano vivide e ricche.”

4. Toccare tematiche oscure: “Una particolare oscurità pervadeva il suo stile… assomigliava a una di quelle fantastiche storie per bambini, eppure, nascosta in profondità, scorreva qualcosa di potente e di oscuro.”

5. Scrivere una prosa musicale: “Soprattutto lo stile aveva una straordinaria musicalità. Anche senza leggerlo ad alta voce, il lettore avrebbe riconosciuto la sua profonda sonorità.”

Sembra facile, vero? Naturalmente non lo è, perchè anche scervellandosi su ognuno dei cinque punti, se non si possiede, oltre alla tecnica, la voglia di entrare in quei lati oscuri, e di amarli,  il risultato non si raggiunge. E scrivere come Murakami, sinceramente, mi sembra una di quelle vette impossibili dove anche l’alpinista più allenato rischia di lasciare le penne.

Seconda segnalazione, che riguarda il rapporto fra lettori e scrittori. Wu Ming 2 ne parla in questo post, e fra i commenti c’è un suo elogio del beta-reading nel mondo delle fan fiction che mi sembra molto bello.  Riporto un passo dell’intervento. E, davvero, fuor di polemica.

“Io sono un lettore da circa trentadue anni e penso che leggere sia soprattutto un’avventura, l’esplorazione di una giungla di temi e conflitti, che poi certo, può rivelarsi un boschetto o un arido deserto, ma in ogni caso non mi interessa fare l’agrimensore, mettermi lì a traguardare confini, cosa che invece, a giudicare da molte recensioni che leggo in giro, sembra essere la preoccupazione principale di tanti lettori, spinti a questo da una bombardante ingiunzione a valutare prima ancora che capire. La mia impressione è che questi lettori preferiscano rifugiarsi nella matita rossa e blu perché dare un voto, dire mi annoia/non mi annoia o “il primo atto finisce troppo presto” non ti costringe a mettere in gioco te stesso, cosa che invece devi fare se vuoi dire – anche in poche parole semplici – che cosa significa un libro per te, che cosa fa risuonare dentro la tua testa, mettendo insieme il cosa dice e il come lo fa, la forma e il contenuto nella loro inestricabile interazione.
Un libro vuol sempre dire molte cose e molte cose diverse a seconda di chi lo interroga: di fronte a questa grande ricchezza vedo invece schiere di lettori che contano le pulci del testo come se fosse una vecchia pelliccia, per poi dedurre da questa aritmetica se la pelliccia scalda oppure no. Così facendo finiscono per passare il tempo su dettagli secondari e molto ripetitivi, perdendo di vista l’aspetto più interessante dell’esperienza di lettura: la possibilità di confrontarsi con una costellazione di significati.
A che mi serve sapere “quanto vale” un romanzo se prima non mi sono chiesto “cosa vuol dire per me”?”

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11 Risposte to “Scrivere, leggere, amare”

  1. Giobix Says:

    sono abbastanza daccordo col discorso di wu ming 2, ma penso sia un fatto di abitudine indotta. Buona parte dei recensori e critici ufficiali non fa altro che valutare e analizzare le pulci.
    Se non leggi un buon numero di critiche in cui l’autore si apre a spiegare cosa ha provato leggendo, è difficile imparare a farlo da soli.

    I sex pistols possono piacere o fare inorridire. Se riesci a sentire tua la loro rabbia e ami la spontaneità grezza all’eccesso, possono darti qualcosa di buono. Un discorso simile lo farei per Storia di Neve di Corona.
    In entrambi i casi, se la metti su un piano tecnico, è sicuramente un massacro.

  2. Lara Manni Says:

    Esatto. Infatti bisognerebbe cominciare a trovare il coraggio di farlo, e di trovare il buono che ti ha lasciato una lettura. Non tutte, evidentemente. Però preferisco parlare di una mia esperienza di lettura positiva e tacere quelle negative.

  3. Lara Manni Says:

    Aggiungo, dai commenti al post di Wm2, la sua risposta alla domanda, “cosa significa leggere un testo”:
    1) Leggere è girare le pagine. Farsi catturare da una storia. Quindi essere disponibili (e in una certa misura: ingenui). Aprire un libro e pensare: adesso in venti minuti devo capire se l’autore è un cane oppure no, secondo me è buttar via quei venti minuti. Meglio sarebbe andare a tirar pugni contro un sacco.

    2) Leggere è capire cosa mi dice una storia. Individuare i conflitti, le rotture del quotidiano che la rendono degna di essere raccontata. Isolare almeno una tematica che il libro mi suggerisce.

    3) Leggere è domandarsi cosa intendeva dire l’autore e se il modo che ha scelto per dirlo è davvero efficace, se fa parte del significato che ho colto, se lo arrichisce oppure no.

    4) Leggere è chiudere il libro e domandarsi: che me ne faccio adesso di quello che ho scoperto? Ne parlo in giro? Ci scrivo su? Guardo cosa ne dicono altre persone? Lo metto in relazione con altri libri che ho letto? Mi invento un finale alternativo perché quello scelto dall’autore non mi soddisfa? Approfondisco alcuni argomenti, dettagli, motivi?

    5) Leggere è chiedersi ogni tanto: ma quel tal libro che ho letto dieci anni fa, non sarebbe il caso di rileggerlo? Magari oggi potrebbe dirmi qualcosa di nuovo. Forse allora non ho capito proprio tutto. E’ vero, ci sono tanti nuovi romanzi che escono ogni giorno, ma io mica devo farne la collezione. E così si riparte da 1.

  4. M.T. Says:

    Con il punto cinque mi viene in mente Guy Gavriel Kay e la sua trilogia di Fionavar: la musicalità è ben presente nella prosa dello scrittore canadese. E, a parte questo, i suoi libri hanno tanto da dare 🙂

  5. Lara Manni Says:

    Bene hai fatto a ricordarlo. Io faccio il conto alla rovescia, intanto.

  6. Mattia Says:

    Bellissimo post.
    Concordo con Wm2. Sembra che molti dei lettori che giocano con le critiche, si perdano un certo piacere, dimenticando il libro stesso. Cercano di trovare il libro giusto e corretto in armonia con una struttura di criteri di valutazione, piuttosto che “conoscere” davvero il romanzo. Si negano quella temporanea trasformazione del lettore che incontra un altro mondo. L’esperienza di vivere al congiuntivo, come direbbe Bruner, e questo richiede sforzo.
    Per quanto riguarda Murakami, è una vetta, senza dubbio. C’è qualcosa in Murakami che sfugge alle regole della narrativa. Non che non le rispetti. E’ qualcosa che riecheggia. E’ oscuro, davvero. Kafka sulla spiaggia mi ha ammaliato. Una profondità che non posso spiegarmi.
    Nella sua autobiografia “L’arte di correre”, lui dice che da quando scrive, sente la necessità fisica e psicologica di correre (molto Forrest Gump) per “sudare” quella sostanza nera e oscura alla quale attinge quando scrive. Questo contatto lo sporca e deve liberarsene. E’ il prezzo da pagare per la magia dei suoi romanzi, mi vien da pensare.
    Aspetto con ansia 1Q94.

    • Lara Manni Says:

      E’ così. Penso che i due piani, lettura e scrittura, vadano tenuti distinti, anche se chi legge scrive a sua volta. Altrimenti l’incontro con il libro, come diceva Wm2, si perde, e il libro non ti parla più. A meno che davvero non siate fatti l’uno per l’altro/a, e allora pazienza: capita con gli umani, capita con le storie.
      Murakami. Kafka sulla spiaggia è un cristallo: è luminoso e oscuro allo stesso tempo, è un “non sono nei luoghi che conosci”, sbaraglia ogni canone, accarezza i miti con una delicatezza mai vista ed è feroce, dolcemente.
      Anche io aspetto con ansia: leggo qua e là che è un libro meraviglioso. Meno…sette?

  7. m Says:

    Il problema e’ che ne’ io ne’ tu sappiamo come scriva Murakami: conosciamo solo traduzioni. Lo dico perche’ mi ha fatto un certo effetto leggere Murakami in inglese dopo averlo letto per anni in italiano. Le sensazioni non sono le stesse: e la conoscenza della lingua non spiega tutto: la prosa e’ diversa, la musicalita’ (appunto) e’ diversa, la struttura sintattica e’ diversa.

    Sappiamo quello di cui scrive Murakami, le tematiche trattate, le sensibilita’ di fondo, ma nulla possiamo dire sulla sua musicalita’ e sulla sua capacita’ linguistica. Purtroppo, aggiungo io.

    • Lara Manni Says:

      Questo è vero, verissimo. Però…fin qui il traduttore se l’è cavata alla grandissima, immagino. Però lo leggerò in inglese appena possibile, grazie della precisazione!

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