Sette, secondo Oates

Fine settimana con Joyce Carol Oates, che ne dite? E le sue (non dieci, ma sette) regole di scrittura.

1 Non cercate di prevedere un “lettore ideale” – può darsi che ne esista uno, ma starà leggendo qualcun altro.

2 Non cercate di prevedere un “lettore ideale” – a meno che non si tratti di voi stessi, prima o poi, nel futuro.

3 Siate i vostri editor/critici. Empatici ma senza pietà!

4 A meno che non stiate scrivendo qualcosa molto di avanguardia – nodoso, insidioso e “oscuro” – siate consapevoli delle possibilità dei paragrafi.

5 A meno che non stiate scrivendo qualcosa di molto postmoderno – autoconsapevole, autoriflessivo e “provocatorio” – siate consapevoli della possibilità di utilizzare semplici parole d’uso comune al posto di “grandi” parole polisillabiche.

6 Ricordatevi di Oscar Wilde: “Un po’ di sincerità è pericolosa, e troppa è assolutamente mortale”.

7 Mantenetevi leggeri e speranzosi. Ma aspettatevi il peggio.

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12 Risposte to “Sette, secondo Oates”

  1. zauberei Says:

    Fico – tuttavia è molto americano inside.
    Innanzitutto: io daa semplicità mi sarei cordialmente rotta i maròni. Comincio ad avere un’incoercibile sehnsucht del polisillabo, e anche delli troppi aggettivi, e anche de abbasta abbasta a bbasta co l’altra regola presunta dello scrittore, ossia.
    che egli vada pensando a dei lettori ideali, che egli cioè vada pensando a dei lettori, ossia che egli sia incasellato nel marketing in maniera talmente subdola e oramai inconscia che si occupi più dei destinatati che del fatto che deve scrivere per se, e bene per se.
    Va beh non è che so Proust ma ho pontificato il mio eh:)

  2. Lara Manni Says:

    E io quoto 🙂
    Per me le regole sono tre: vivi, leggi, scrivi.

  3. M.T. Says:

    Se fosse per il punto sei non dovrei mai scrivere, dato che la sincerità per me è un elemento imprescindibile

  4. Lara Manni Says:

    Penso che Oates intendesse sincerità nel tirarsi fuori le viscere mentre si scrive…:)

  5. Giobix Says:

    non è troppo merecana, secondo me conosce bene gli scrittori e aspiranti tali…da tutto il mondo 🙂

  6. gherardopsicopompo Says:

    Uhm…i consigli sono interessanti, soprattutto considerando da chi vengono!
    Però trovo discutibilissimi in particolare i primi due. Come scriveva Eco in un suo saggio introduttivo al Nome della Rosa “non sono i libri a doversi adeguare ai lettori, è il contrario”. E’ il senso del carattere “formativo” che ha la letteratura. Se si inverte il meccanismo si produrranno cose sempre peggiori, imho.
    (e infatti… direbbe qualcuno :D)

  7. Luigi Says:

    interessante. se mai scriverò qualcosa terrò presente queste regole.

  8. Lara Manni Says:

    Gherardo, e infatti. Però il carattere formativo della letteratura si sta, se ci pensi, si sta decisamente perdendo in favore di quello esclusivamente ludico. Non condannabile, per carità, ma diverso. 🙂

  9. gherardopsicopompo Says:

    Ahimè, sono d’accordo. Tranne che su una cosa: non condannabile? Sicura? Nel senso che, ovviamente, la libertà di scrivere i cosiddetti “romanzi di evasione” rientra nella libertà di espressione, tuttavia non deve necessariamente essere qualcosa di “buono”, o di “giusto”.
    Vedi, il discorso sarebbe lungo eoni, però tento di riassumere il mio punto di vista in merito: le nostre giornate sono composte di 24 ore. Ogni giorno circa 8 ore di queste 24 le passiamo a dormire. Un terzo della nostra vita nell’incoscienza. Dopodichè magari ci ritroviamo a vivere in un sistema che ci costringe ad accettare di fare un lavoro che non ci piace, e che non ci permette di perseguire la realizzazione personale (non è il mio caso per fortuna, ma è quello della maggior parte degli occidentali, purtroppo). Altre 8 ore (in media) al giorno passate a fare qualcosa che in qualche modo è “altro da noi”. Infine, il famoso “tempo libero”…e lo passiamo a guardare film e a leggere libri “di evasione”? E con noi stessi quando ci stiamo? E la nostra vita, quella vera, quando la viviamo? Quanto tempo dedichiamo, e in che modo lo facciamo, alla nostra educazione, alla formazione di una coscienza critica, al perseguimento del nostro obiettivo di vita, insomma, a NOI?
    Per questo penso che no, in alcun modo la letteratura “formativa” e quella “di evasione” possano godere di pari dignità.
    Poi per carità, la libertà di scrivere l’una o l’altra rimane.

  10. Lara Manni Says:

    Sono d’accordo in linea generale, ma poi bisogna andare a verificare cosa sia formativo e cosa di evasione. Se parli con un critico letterario puro e duro, ti dirà che Tolkien è evasione, che lo è King, che lo è Lovecraft, tanto per citare tre vette del fantastico, perchè tutto quel che non è realistico è, automaticamente, “evasione”. Senza considerare, come sai bene, che si tratta di tre autori altamente letterari e formativi. Poi, pensa a come molta letteratura conclamata venga utilizzata in modo “evasivo”: pensa a Jane Austen, per esempio, che viene consumata come “romance” (e la signorina si farebbe una risata nella tomba, se lo sapesse). Insomma, quel che volevo dire è che la dignità viene data non solo dal livello della scrittura, ma anche dall’atteggiamento del lettore: da quanto è disposto ad apprendere da quel libro e a farsene cambiare.
    Questo per fare le pulci 🙂 Naturalmente la distinzione in libri leggeri come gazosa o profondi come oceani c’è e deve rimanere. 🙂

  11. gherardopsicopompo Says:

    Perfettamente d’accordo. Anzi, a voler proprio fare le pulci al ragionamento, la vera “decadenza dei costumi” non sta tanto in ciò che viene scritto (non solo, almeno) ma soprattutto in come viene presentato e di conseguenza trattato ciò che viene scritto.

  12. Lara Manni Says:

    Bingo. Pensa solo alla corsa al fantastico degli autori mainstream, che si infilano in uno schema pensando che sia lo schema a “vincere” (ma cosa, poi?) e non il contenuto. Pensa ai lettori che dicono (e sono tanti) “io una cosa fantastica non la leggerei mai” e poi si sciolgono – giustamente – per Murakami. Il problema è che siamo fra due fuochi: da un lato i fautori del genere “duro e puro” che non ammettono che si possa elaborare il canone e persino farne a meno (ieri ho avuto una lunghissima discussione su Facebook in proposito, infine terminata positvamente, dove tentavo di dire che “The Dome”, se proprio vogliamo usare le etichette, è assai più urban fantasy che horror). Dall’altro gli autori e lettori ed editori “mainstream” che pensano che il fantastico non sia letterario. Tenaglia.

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