Ma va’?

Avviene che Granta, raffinata rivista letteraria inglese, abbia chiesto a Stephen King una storia (per Halloween, va da sè).  Detto, fatto. Il racconto è di tredici pagine, si chiama “The Dune”, racconta di un giudice novantenne (“un sacco pieno di polvere e indignazione”), in pensione, che custodisce un segreto a proposito di un’isola sulle coste della Florida.
Avviene anche che, dandone notizia, ci si stupisca che nel racconto non appaiano “mostri e violenza” (ma va’?), ma che ci sia “orrore psicologico” (ri-ma va’?).
Ma è interessante leggere cosa sostiene John Freeman, top editor di Granta:

“‘L’horror è più di un genere. E’ un modo di relazionarsi con il mondo. Siamo inorriditi davanti alla violenza, alla morte, alle cose che consideriamo indecenti. E, naturalmente, davanti a ciò che ci spaventa. Quando estendi il concetto di horror in questo modo scopri che è un’emozione che guida i nostri migliori narratori, non solo coloro che operano nel genere”

Ergo, “Stephen King non è solo un grande scrittore di racconti, ma un importante pianeta nel nostro universo letterario. C’è una ragione per cui David Foster Wallace lo cita”.

Ma va’?, di nuovo.

Ps. Su Satisfiction, per gli interessati, altro inedito kinghiano.

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20 Risposte to “Ma va’?”

  1. Ema Says:

    mi dirai che il fatto che se ne siano accorti proprio in occasione del suo impegno per “loro” potrebbe apparire leggermente strumentale…

    Eppoi, che c’è di male in mostri e violenza?!? 🙂

  2. avalon9 Says:

    *Questo finisce di filato nella programmazione. Sìsìsì*
    E’ purtroppo risaputo che i generi sono i generi. E per pigrizia e ignoranza ci si ferma lì.
    Ripeto: se chiedi in classe un racconto fantasy (tralasciamo Tolkien) i nomi che vorticano come su un ottovolante sono tutti di scrittori-registi di horror. Così come non esiste un “addetto all’horror” che sappia produrre altro.
    E’ triste; e deprimente.
    Ma purtroppo è così.
    Sfatare le etichette significa studiare anche un bel libro da leggere con una cioccolata calda in mano. Significa pensare.
    E l’uomo è pigro. Anche con un libro in mano (e dipende quale libro).
    Però.
    PErò sapere che, nonostante l’esistenza di lettori dormienti ed “etichettatori”, ci sono ancora scittori che si reinventano, fa solo piacere.
    E il punto è lì: l’etichetta sembra davvero una necessità. Immaginate una libreria; entrare. Musica di quella dozzinale che non si capisce se vorrebbe invitarvi o farvi scappare; classifiche che mescolano generi e autori passando da libri per ragazzi all’ultimo libro-scandalo, in vetta cinque minuti e nei magazzini cinquant’anni. Avviciniamoci al bancone; c’è una ragazza. Una ragazzina dai jeans stretti e la magliatta che le lascia scoperta la pancia non proprio da modella. E ci sono meno cinque gradi fuori. Non importa. Proseguiamo.
    Le chiediamo un titolo. Uno qualunque.
    “Genere?” ci dice.
    “Ah. No. Non ce l’ha. E’ un po’ triller un po’ fantasy…E’ miscellaneo, insomma.”
    “Allora non lo abbiamo.”
    “Come? Ma l’autore è noto.”
    “L’autore sì. Ma il libro no” ci dice masticando la gomma e allungando il braccio verso il prossimo cliente. Ci vuole liquidare.
    E noi insistiamo. Controlli il computer.
    “Senta” ci sbotterebbe alla fine. “Forse il libro c’è. In magazzino. Ma che senso avrebbe cercarlo? Li vedei quei cartoncini?” ci chiede, indicando verso le scaffalanature e le piastrine di carta con ben in evidenza i vari generi di comodo. “Se lo tirassi fuori dove lo metteri? Non è narrativa saggistica, non è storica, non è fantasy. Non è nulla. Cosa vuole? Che gli crei uno spazio per un libro solo? Non si può. Lo capisce anche Lei, no? Non si può. Non avrebbe senso”.
    Già.
    Già, non avrebbe senso. Perchè nessuno lo saprebbe “inquadrare” e vorrebbe dire doverci pensare.
    Troppa fatica.
    Davvero.

  3. avalon9 Says:

    *Piccola dimenticanza. Sorry*
    Io contro mostri e affini non ho nulla; ma guardare una casa o anche solo la luce obliqua -come adesso, dalla finestra- e immaginare qualcosa. Ecco: questo è scrivere. E non occorre un genere per farlo.

  4. Lara Manni Says:

    Avalon, quoto 🙂
    Sui mostri: figurarsi se ho qualcosa contro i medesimi. Però il discorso si fa interessante e riporta dritti dritti a una domanda che ho già posto sia qui che in altra sede? Cosa è, davvero, l’horror? La paura, benone. Cosa fa paura in “The Dome”? Gli esseri umani. Ecco.

  5. avalon9 Says:

    E l’essere umano non è forse un mostro?

    Frankestain. Ed è recente. I re-sacerdoti. E sono antichi. Gli uomini-dei.
    E possiamo continuare. Chi ci dà un limite?

    [Nessuno. Per fortuna]

  6. cartabaggiana Says:

    I critici, poverini!…

  7. Ema Says:

    @Avalon. No, infatti. Mi riferivo all’impressione che la connotazione di “mostri e violenza” fosse necessariamente negativa, nel discorso della casa editrice inglese. Il che riduce tutto a un “si è horror, ma psicologico. Quindi va bene. Altrimenti è tutta robaccia”. E, ehm, io in libreria non ho mai incontrato ragazze come la tua, e spero di non incontrarne mai. In genere sono molto disponibili ad ammollarti qualsiasi cosa tu gli chieda, da Feltrinelli a Mondadori al piccolo bookstore a conduzione familiare 🙂 che poi la ripartizione in generi sia per forza di cose imprecisa o superficiale non c’è dubbio, in particolare nella macroripartizione PER RAGAZZI/ PER ADULTI. Ma quando hai qualche milionata di libri da ordinare non puoi metterli semplicemente in ordine alfabetico, specialmente perché gran parte delle persone va in libreria e cerca cosa è uscito di nuovo in quel certo GENERE che gli piace…

    @Lara: e chi dice che i mostri debbano avere le corna? Big Jim Rennie e il suo adorabile figlioletto sono terrificanti in quanti cattivi e limitati. A farci caso, sono mediocri anche come cattivi, nessuno mai avrà anche solo il “flash” di tenere per loro, ma hanno il vantaggio di fare cose che gli altri non farebbero, senza remore. Con motori diversi, ovviamente. (Sì, ho capito cosa intendi e tu hai capito cosa intendo io :)).

  8. Lara Manni Says:

    Ho capito, sì. Ma attenzione alle gabbie del genere, perchè stanno diventando allo stesso tempo molto strette e molto fluide 🙂

  9. avalon9 Says:

    @Ema:Sì, purtroppo ho incontrato commesse del genere (e anche peggio: “Mi scusi, sto cercando il Simposio, con testo a fronte e introduzione di Di Benedetto”. “Mi dispiace. Noi abbiamo solo il Simposio di Platone. Provi altrove”). PEr quel che riguarda i generi, la mia era una stereotipizzazione voluta. Certo: poter “etichettare ” è comodo. Molto comodo. Soprattutto se insegni.
    Ma io in classe ripeto sempre: le etichette sono come i francobolli; servono solo per spedire qualcosa.
    I generi devono esserci; ma voler etichettare tutto, e soprattutto non accettare altre definzioni, è per me estremamente ridutti.

  10. Ema Says:

    sono d’accordo (e il cielo si annuvolò!), con tutte e due.

    Le etichette (tag!) servono per trovare le cose più in fretta, non ci piove. La cosa bella dei tag più propriamente detti (in internettese) è che non sono mutualmente esclusivi, non come gli scaffali dove piazzare un pezzo di carta.

    La progressiva virtualizzazione dei supporti potrebbe essere un valido aiuto alla rimozione del “limite di scaffale”.

  11. M.T. Says:

    Il vero orrore, più di quello immaginifico dei mostri, è la realtà in cui si vive. Perché il vero mostro è l’uomo, il creatore di tutto il male del mondo.

  12. Lara Manni Says:

    Ema, sulla virtualizzazione dei supporti non so bene cosa pensare, ancora: il mio timore è che si crei la nicchia della nicchia della nicchia.

  13. Ema Says:

    Non vorrei farti andare troppo off-topic, Lara, ma non ho capito bene. Da come la vedo io, è una cosa in cui si può credere o meno. Se ci si crede, la si supporta in vari modi. Se no… no. (Credere nella sua bontà e utilità, intendo: non nella sua riuscita. La sua riuscita dipende da quanti ci credono, e a che livello).
    Penso anche che sarebbe bello se le nuove generazioni scrittrici si schierassero un po’ di più, al riguardo, che sia pro o contro. Che non aspettino, insomma, che prenda piede o fallisca miseramente per dire “io l’avevo detto”. (Non sto parlando di te, sia chiaro).

  14. Lara Manni Says:

    Noo! Non intendevo dire che non ho fiducia nelle magnifiche sorti e progressive, Ema, please. Intendo dire che non sono convinta che l’eBook possa contribuire allo sfumare dei generi, perchè secondo me li radicalizzerà.

  15. Ema Says:

    Pardonnez moi se ho equivocato allora, anche se mi sa che la visione leopardiana non era proprio benaugurante 🙂
    A questo punto ti chiederei di argomentare perché mi sembra una posizione molto interessante, ma si tratterebbe di andare davvero fuori argomento.
    Magari se ti va potresti farne un topic a parte.

  16. Lara Manni Says:

    Non ho le idee chiarissime sul punto (anche perché, secondo me, è difficile averle in materia di eBook, in Italia). Penso però che, in un mercato che diventerà giocoforza molto vasto, per orientarsi si creeranno delle nicchie. I lettori di horror puri e duri che cercano horror puri e duri, e via così. E dalle nicchie è difficile uscire, sempre secondo me. Forse ha ragione Baricco quando dice che ogni scrittore diventerà “un brand”: si segue il nome e basta. Oppure, si segue il genere e basta.

  17. Ilya Nightroad Says:

    Umilmente concordo sulla “brandizzazione” degli autori…molti scrittori sono già dei brand, seguiti soltanto perché “fanno moda” e non tanto per ciò che scrivono. Un esempio, finito anche al cinema, mi verrebbe spontaneo, ma mi trattengo 🙂

  18. Lara Manni Says:

    Oh, di esempi ce ne sono tanti…:)

  19. Giobix Says:

    Penso che mauro corona è ormai talmente brandizzato che la Mondadori potrebbe pubblicargli anche le analisi del sangue.
    La fine del mondo storto: “E’ il più brutto che ho scritto – attacca subito lui – ma ha vinto il Bancarella perché dopo diciassette libri forse toccava a me vincerlo”.
    Non è umile, è sincero 🙂

  20. Lara Manni Says:

    Ed è estraneo al “galateo dello scrittore” 🙂

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