Murakami e la vita non A

Regalino. L’intervista a Murakami Haruki uscita sabato su Repubblica. Merita.

«Accumulando dati che non sono reali è possibile costruire un mondo che appare più realistico di quello esistente. In altre parole, è possibile costruire un mondo irreale che ci mostra la realtà in modo ancora più realistico. Questa è la cosa, una delle cose, che voglio fare nei miei romanzi».
Forse è questo sistema di pensiero binario postulato a inizio intervista che spiega perché si sa poco della vita reale, chiamiamola “vita A”, di Murakami Haruki. E molto di più di quella, chiamiamola “vita non A”, immaginaria. Dalla sua casa nei sobborghi di Tokyo, dove il più popolare scrittore giapponese – 62 anni, amato fino alla venerazione da milioni di lettori in tutto il mondo e da anni in odore di Nobel – vive con la moglie con la quale ha appena festeggiato i quarant´anni di matrimonio, della “vita A” affiorano le seguenti cose: che scrive in molti posti, ma preferisce a casa. Che si alza alle quattro del mattino e lavora fino alle dieci. Che anche se la città è sul mare, dal suo studio si vedono le montagne («e nient´altro: solo i colori che cambiano con le stagioni»).
Che vicino alla finestra ci sono delle grandi casse Jbl («le ho comprate trentacinque anni fa») che servono per ascoltare i vecchi Lp che riempiono le pareti («credo di averne diecimila. A destra c´è il jazz, a sinistra la musica classica»). Che sulla parete vuota ci sono i ritratti dipinti a olio di Clifford Brown e di Stan Getz e un poster di Glenn Gould. C´è appesa anche una fotografia di Raymond Carver con sua moglie Tess («me l´ha regalata lei per ricordo quando suo marito è morto»). Che la scrivania è lunga tre metri e mezzo e che c´è un divano di pelle fatto in Italia («sono vent´anni che lo uso per fare la siesta. Ci dormo benissimo. Prima di addormentarmi, metto Schubert a basso volume»).
Fine. Resta la “vita non A”, quella letteraria. Molto più estesa e sotterranea come molto più esteso è il non essere rispetto all´essere. L´occasione per parlarne è l´uscita in Italia di 1Q84. Einaudi pubblica in unico volume i primi due romanzi di quella che in realtà è una trilogia. Il libro (tradotto dal giapponese da Giorgio Amitrano esce l´8 novembre, 20 euro) si ferma a pagina 724, l´ultimo volume uscirà l´anno prossimo. 1Q84 è puro stile Murakami: un romanzo con più livelli di realtà. I personaggi passano attraverso porte che separano mondi (ancora A e non A) e da quel momento le loro azioni hanno conseguenze sia nell´uno che nell´altro. Come se non bastasse un mondo solo per spiegare la condizione umana, chiamiamola X. Come se tutto, letteratura, vita, amore, morte, X fosse il risultato dell´interazione continua tra A e non A. È così?
«Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi – cioè i buoni romanzi – hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere. I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore, un percorso che è una metafora che provoca una reazione. Insomma, strutturalmente, ciò che viene narrato dentro il racconto è la sua funzione stessa».
Come e quando si preme il tasto “On”?
«La leggera alterazione di certi dettagli, senza dare nell´occhio, prepara mentalmente il lettore all´arrivo di un “grande mutamento”. Questa è una delle strategie che si usano quando si scrivono romanzi, ma al tempo stesso è il fondamento del mio modo di vedere il mondo. Ogni cosa si manifesta attraverso dettagli percettibili, che si sviluppano e confluiscono fino a creare un´unica grande vibrazione. Una vibrazione che diventa l´asse portante del racconto. Il Moby Dick che è presente in ogni racconto».
I mondi paralleli che lei descrive sono sempre assurdi, ma le sue descrizioni sono così accurate e le logiche così coerenti che diventano appunto più realistici della cosiddetta realtà. Ma se tutto è nel non A, che cosa resta in A?
«Non ho riflettuto profondamente su quelli che vengono chiamati “mondi paralleli”. Ma che il mondo in cui viviamo sia stato scelto per caso tra infinite possibilità e sia soltanto qualcosa di provvisorio è un fatto reale e indiscutibile. Ad esempio, se l´attacco dell´11 settembre non avesse avuto un successo così totale, il mondo con ogni probabilità non sarebbe diventato quello che è attualmente. È un pensiero che mi dà sempre una sensazione strana. Il suolo su cui mi trovo, pur essendo dotato di una massa ben reale, può darsi che in quanto realtà sia qualcosa di inadeguato. E probabilmente non sono il solo a provare questo disorientamento».
Lei dice in 1Q84 che quando si scrive, l´io dovrebbe scomparire. Se la letteratura è funzione del reale, quali conseguenze ha questa scomparsa nelle sue relazioni personali?
«Più che scomparire, si può dire che l´io sale su quel veicolo rappresentato dal racconto. Non ho più bisogno di pensare, di giudicare. Perché è il racconto a svolgere al mio posto queste funzioni. In un certo senso, questa è una condizione molto comoda. Ma appena smetto di scrivere, devo tornare nel mondo reale. E assumermi di nuovo il fardello di analizzare e di giudicare. In quanto scrittore professionista, sono abituato a questo andirivieni quotidiano. Ma se qualcuno, una volta preso il via, non riesce a tornare indietro, può darsi che finisca col trovarsi davvero nei guai».
Come si riflette questa visione della coscienza individuale nella politica? Lei scrive in 1Q84: «La maggior parte della gente non crede nella verità, ma in quello che vorrebbe che la verità fosse».
Questo è uno dei riferimenti più forti al 1984 di Orwell. Invece di parlare di un big brother, lei parla di little people.
«Quando ho pensato ai little people non volevo attribuirvi alcun tipo di significato. Semplicemente mi piaceva il suono delle parole “little people” (ho usato l´espressione inglese anche nel testo originale giapponese). Queste parole sono un semplice suono, un concetto. Il lettore può interpretarle come vuole. È qualcosa che è dentro di te, e al tempo stesso fuori di te. Qualcosa che ti rode dall´interno e al tempo stesso qualcosa che ti opprime dall´esterno. Le sue dimensioni e il suo aspetto variano di minuto in minuto. Può darsi che in certi momenti addirittura non abbia né dimensioni né forma. Per questa ragione è qualcosa che non posso descrivere concretamente».
Pensa che il prossimo totalitarismo sarà un totalitarismo a rete, il potere di una moltitudine di piccoli centri, invece della classica dittatura di uno o di pochi?
«È del tutto concepibile che possa prendere quest´aspetto. Per lo meno, non è qualcosa che si possa vedere con i propri occhi come un big brother. Può darsi che anche la radioattività di Fukushima sia uno degli aspetti che assume».
Quali conseguenze ha avuto questa tragedia sull´inconscio collettivo giapponese?
«Fukushima è un evento che dovrebbe mantenere una profonda cicatrice nell´animo dei Giapponesi. Dal modo in cui questa cicatrice rimarrà dipende il nostro futuro. Non dobbiamo permettere che il nostro animo guarisca facilmente. Come individui e come comunità, dobbiamo fare in modo che la nostra coscienza evolva in maniera chiara. Dobbiamo creare un contesto del dopo-Fukushima. E diffondere quest´idea fra la gente. Una società che tiene conto soltanto del rendimento e del profitto deve cogliere quest´occasione per cambiare. Siamo in molti a pensarlo. Peccato che i governanti non vogliano affrontare questo problema fondamentale. Penso che sia una grave mancanza di senso di responsabilità. Il Giappone sta andando incontro a un periodo estremamente critico».
Anche in 1Q84 lei contrappone il vuoto all´amore. Il vuoto è associato al sesso estremo, violento. L´amore viene nascosto, protetto. Perché?
«Mi piacciono le cose che costituiscono un´occasione per cambiare completamente lo scenario del mondo. L´amore è senza dubbio una di queste. Nei miei romanzi molte delle scene di sesso hanno la funzione di accendere un certo tipo di interruttore sul pannello della coscienza. Per parlare dell´amore è necessario salire il gradino che lo precede. Come per parlare di certi concetti religiosi è assolutamente necessario menzionare la violenza».
La sua abilità nell´accendere questi interruttori ha generato una sorta di venerazione dei lettori nei suoi confronti, quasi un culto. Ma la letteratura, per citare solo Orwell, è antidoto al potere. Come concilia questi due aspetti?
«In quanto persona che racconta, prima di tutto devo conquistare la fiducia del lettore. Poi, possibilmente, anche la sua simpatia. Questo, non c´è bisogno di dirlo, è un dovere essenziale per uno scrittore. E perseguendo ulteriormente quest´obiettivo, è probabile che nasca empatia. C´è un genere di storia che sta in piedi proprio perché c´è empatia. Se lei ascolta otto battute di un´opera di Mozart, probabilmente capirà subito che si tratta di Mozart. Se legge una pagina di un libro di Raymond Chandler, capirà subito di essere davanti alla scrittura di Chandler. Questo è uno degli effetti che produce l´empatia. Dove c´è empatia, nasce un sentimento di comproprietà. Anch´io, nella misura del possibile, desidero creare questo genere di mondo personale. Un mondo in cui chiunque possa entrare liberamente, da cui chiunque possa uscire liberamente. Un mondo che è sì il mio, ma è anche democraticamente condiviso. Se posso dire, qualcosa che si trova all´estremità opposta del mondo del culto».
Come ci si sente a essere un eterno candidato al Nobel? Quest´anno si aspettava di vincere?
«La giuria non ha mai comunicato una lista dei finalisti, è soltanto dalle congetture dei media che ho saputo di essere candidato al premio. Riflettere su semplici congetture non penso sia mio compito. Ho l´impressione di dire e ridire di continuo le stesse cose, ma per me ciò che conta non sono i premi o le onorificenze, bensì i tanti lettori, e l´empatia che loro provano (spero) nei confronti delle mie opere. Non c´è una sola cosa al mondo che meriti di essere data in cambio».

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14 Risposte to “Murakami e la vita non A”

  1. Matteo Says:

    L’ho letta tutta e non c’è un solo passaggio in cui le parole di Murakami non mi ipnotizzino. Quella che lui definisce una tecnica: l’accendere certi interruttori che attivano delle zone del pensiero del lettore che nella vita reale non sono mai stimolate, per me è una magia. Io penso che lui sia un mago. Aspetto IQ84 con un’ansia da conto alla rovescia.

  2. Giobix Says:

    E siamo vivi quasi per miracolo, grazie agli interruttori (cit.) Ho appena finito L’ospite di sarah Waters e mi ha inquietato non poco, ottimo esempio di come accendere inturrori alterando dettagli minimi.

  3. Lara Manni Says:

    Giobix, attendo parere più articolato, sono curiosissima🙂
    Matteo, anche per me è stato così: la stessa definizione di mondi alternati è magia pura.

  4. Haruki Murakami Says:

    L’ho trovata anche qui impaginata un po’ meglio se volete:

    http://bibliotecaestremooriente.blogspot.com/2011/11/haruki-murakami-intervista-repubblica-5.html

  5. Lara Manni Says:

    Scusami, non ho avuto il tempo di dargli una buona veste grafica: pensavo fossero comunque prioritari i contenuti🙂

  6. hetschaap Says:

    Grazie! Volevo proprio leggerla e non ce l’avevo fatta a comprare La Repubblica. Murakami è sempre incisivo e… magico😉

  7. m Says:

    Sto leggendo ora 1q84. Edizione americana, pagata 11 Euri (16 dollari), con i TRE volumi, in copertina rigida.

    Einaudi fa pagare 20 Euri solo i primi due libri. Il doppio del prezzo, per un libro in meno.

    Gli editori italiani dovrebbero davvero leggerlo Murakami. Si renderebbero conto che vivono in una realta’ parallela nel quale credono ancora di poter prendere per i fondelli i lettori, alzando artificialmente i prezzi.

    mai piu’ un libro in italiano nuovo. Mai piu’.

  8. G.L. Says:

    Triplice personalità… non c’è altra spiegazione. E sì che negli Usa gli psicofarmaci costano meno. Mai più piscofarmaci italiani. Mai più.

  9. G.L. Says:

    Vedi? così siete d’accordo tutti e tre. Adesso che siete tornati stabili, vorrei sapere da voi come mai anzichè scrivere ad Einaudi o prendere una qualsiasi iniziativa contro i torinesi che hanno così artatamente alzato il prezzo (o contro Murakami stesso che ha voluto dividere in 3 un romanzo unico)… arrivi completamente OT sbraitando giuramenti e invettive come se la colpa dei 20 euro fosse sua o dei suoi lettori.

    PS
    Il plurale di Euro è Euro. Probabilmente hai dimenticato l’italiano a forza di startene dall’altra parte dell’oceano. E questo mi fa pensare che… beh, visto che è così evidente che l’Italia ti fa schifo, che per te gli italiani sono una massa di pecoroni e via così, perchè non ti prendi la cittadinanza a stelle e strisce e molli quella tricolore? No, sai così c’è un voto in meno per quelli che “Oh meno male che ci sono le alluvioni, campi rom in meno”.

  10. G.L. Says:

    (fosse sua, nel senso della tenutaria del blog)

    • m Says:

      GL, e’ vero che a volte sono dislessico, ma a questo punto mi chiedo una cosa. Io ho sempre pensato che tu VOLUTAMENTE travisassi il significato delle parole scritte dal tuo interlocutore. Pensavo davvero che il tuo fosse un esercizio retorico, snervante, ma, tutto sommato, legittimo.

      Adesso comincio invece a chiedermi se tu davvero non riesca a capire il significato delle parole. E questo rimuove qualsiasi desiderio di rispondere alle tue farneticazioni.

      PS: sul plurale di Euro la storia e’ lunga. Anche l’Accademia della Crusca ha cambiato opinione un paio di volte sull’argomento. Io dico Euri. Saluti e baci!

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