Uscire con una pornostar

Il disprezzo nei confronti del genere – di cui anche la vicenda recentissima di Gargoyle potrebbe essere un segnale – non è solo faccenda italiana. Questo racconta il post del mercoledì, come sempre a blog unificati con Giovanni Arduino.

“Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”.  Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times  del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi  secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).

Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.

Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni,  la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate.  E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.

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22 Risposte to “Uscire con una pornostar”

  1. M.T. Says:

    Certe uscite lasciano il tempo che trovano e sarebbe meglio non farle: alle volte sembra solo un modo per far parlare di sè in momenti in cui non si ha molta attenzione.

  2. Paolo1984 Says:

    concordo in pieno con questo post

  3. In_mezzo_alla_segale Says:

    Già di dà sui nervi la definizione “scrittore letterario”. Esistono dunque scrittori (e scrittrici) illetterari? Ma passo oltre.
    Il resto è insopportabile, niente di meno. Perché l’intellettuale dev’essere immaginato maschio? Se l’intellettuale fosse femmina, il paragone calzerebbe lo stesso?
    Perché una pornostar dev’essere il simbolo dell’anti-intellettuale? L’equivalenza è dunque pornostar = zombie?

    Di rado avevo letto un concentrato così denso di razzismo, sessismo, snobismo, saccenza e idiozia pura.

    E pure quell’altro, che dice di aver avuto il suggerimento dal suo agente, come se si scusasse di aver scritto di zombie.

    “Dun” in inglese mi pare sia grigiastro, quindi Duncan = il grigiastro può; Whitehead = testabianca. Bel match: Grigiastro versus Testabianca.

    Il romanzo è bello? Fa schifo? Aggiunge qualcosa di nuovo agli zombie o è trito riciclaggio? Di questo bisognerebbe parlare. Punto.

    Ma vaffanculo, va’. A tutti e due.

  4. Lara Manni Says:

    Il punto è che sembra prevalere la logica del flirt, ahinoi. Nulla contro i flirt, intendiamoci, che possono essere anche divertenti e gratificanti: l’amore è un’altra cosa, però.
    Peraltro, non immaginavo che anche negli Usa fossero a questo punto: eccezion fatta per le tirate di Bloom anti-King, speravo che il genere godesse di altra considerazione.

    • Paolo1984 Says:

      bè non ne ho conoscenza diretta, ma mi pare che Bloom a parte, almeno King goda di maggior considerazione dai critici del suo Paese: ha pure vinto dei premi letterari di una certa importanza, come ad esempio il National Book Award

  5. Giovanni Arduino Says:

    Il genere è la chiave comoda per il successo (o la speranza del successo) da una botta e via. E Duncan nella recensione ci gira attorno, ci scherza, dice e si contraddice, come se stesse parlando -insomma- di amene minchiatelle (e poi, sì, come dice In_mezzo, tanto razzismo, sessismo, snobbismo, ché tanto qui si gioca). Il libro di Whitehead non l’ho (ancora) letto. Quello di Duncan, L’ultimo lupo mannaro, sì. Un giudizio, e non di adesso? Imho non funziona. Non funziona proprio come romanzo, punto. Devo dilungarmi? Spero di no. Allora meglio Laurell K. Hamilton, ma di gran pezza. Se non altro è onesta.
    PS: L’ultimo lupo mannaro venne lanciato in Italia come l’anti-Twilight. Anti che? Maddai.

  6. Lara Manni Says:

    Ma ci sono anti-twilight a ogni angolo di strada!😀
    Il problema è che questo concetto qui – successo o speranza di – o si scardina o continuiamo a restare inguaiati.
    Paolo: insomma. Sono tuttora pochi i critici che parlano, per esempio, della lingua di King…

  7. Andrea G. Colombo » Blog Archive » Uscire con una pornostar Says:

    […] che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza […]

  8. In_mezzo_alla_segale Says:

    Con ogni probabilità sono io che non ho capito come frulla il mondo, e pagherò pegno, ma ho l’impressione che si sia perso il senso della misura.

    Si scrive come fosse un flirt, per fare cassa, per mettere un piedino nel territorio interdetto, per succhiare la scia, per sfornare un anti-qualcosa, per dimostrarsi capaci, per allargare il bacino di lettori, per… che ne so. NON si scrive perché si ama quel che si fa. Sembra l’imperativo del terzo millennio.

    Poi ci si sparla addosso, si appiccicano etichette più i meno a raglio (io intellettuale, tu scribacchino), si bisticcia con arguzia dalle pagine dei giornali, ci si divide in Capuleti e Montecchi e ci si randella. Quando il tutto si sgonfia, si riparte con altri testi o autori. Ma che bella giostra.

    Il tutto allontanandosi sempre più da quello che dovrebbe essere il punto focale, se non l’unico, del discorso: il romanzo. La storia, lo stile, l’ambientazione, i personaggi. Come sono? Valgono, reggono? Mi faranno rimpiangere i soldi che ho cacciato di tasca o ne sarò soddisfatto?

    Per tutto il resto la penso come Rhett Butler: francamente, me ne infischio.

  9. M.T. Says:

    “Ma ci sono anti-twilight a ogni angolo di strada”
    Un’altra etichetta per attirare quei lettori che danno addosso a Twilight e fare soldi: sempre il solito copione, un giocare sulle reazioni umane e cercare di sfruttarle.

  10. Lara Manni Says:

    Mah, da come si stanno mettendo le cose, penso che davvero siamo vicini al big bang (quello vero, non quello di Matteo Renzi). O forse sono io che la faccio troppo epica, e sarà semplicemente un’altra rimescolata di carte.
    Però…però….infine avercene di discussioni appassionate, anche se su presupposti agghiaccianti, invece che rancorucci, frecciatelle e aiutatemi con i diminutivi.

  11. zeros83 Says:

    A leggere la recensione non sembra che il paragone d’apertura di Duncan voglia essere un commento del tutto negativo.
    Punto di partenza opinabile 1: genere e literary fiction sono mondi separati e con apparentemente nulla in comune, come intellettuali e mondo del porno.
    Punto di partenza opinabile 2: il genere è inferiore alla literary,
    Dati questi due punti di partenza, la sua domanda non è del tutto sbagliata: che ne viene di buono a entrambi dal loro incontro?
    Lui parte dal presupposto che l’intellettuale (la literary fiction) ne ricaverà divertimento mentre l’attore/attrice porno (il genere) non è subito chiaro cosa ne avrà in dono.
    La risposta che do io, alla luce della lettura de “L’ultimo lupo mannaro” è che il genere non ne ha ricavato nulla, solo inutili seghe mentali che zavorrano una storia con pochi guizzi ingegnosi e vari punti deboli. Su tutto il protagonista che ci regala 200 e passa pagine di deliri esistenziali sul “voglio morire” e “che noia, ho fatto tutto e ne ho le tasche piene” ma poi cambia idea perché un pelo di gnocca smuove anche i continenti. Ma bello mio, mi stai prendendo in giro? O_O
    Quello di Duncan è un flirt, ma un flirt bruttarello, manca la passione e la storia ne risente alla grande. Sul Zone One non so nulla, ma credo che d’ora in poi sarò più cauta coi letterari che si cimentano con la narrativa di genere…

  12. Lara Manni Says:

    Già. Posto che secondo me literary fiction e genere possono e devono andare di pari passo (King, Le Guin, Waters ecc. ecc. dimostrano che si può, eccome), se si scrive di quel che si ama e si conosce (e non “per pubblicare”, “perchè va di moda”, “perchè mo’ arrivo io e ti faccio vedere come scrivo un paranormal con i controcazzi” e via aggiungendo), la questione non si pone.
    Il problema è il fraintendimento dei due “filoni”: genere come qualcosa che nulla deve concedere al letterario, letteratura che nulla deve concedere alla narrazione. Sono entrambi concetti da superare, a mio parere.
    Flirt. Appunto. E devo dire che anche a casetta nostra non è che i “letterari che non credono al genere”, quando praticano il medesimo, abbiano ottenuto risultati migliori di Duncan.

  13. Giobix Says:

    Puoi fare qualche esempio? Io non ne ho letti, ma sarei curioso🙂 Conosco invece italiani che non sembrano porsi il problema, tipo Ammaniti.

  14. Giovanni Arduino Says:

    “Lui parte dal presupposto che l’intellettuale (la literary fiction) ne ricaverà divertimento mentre l’attore/attrice porno (il genere) non è subito chiaro cosa ne avrà in dono.” Seguendo la tesi arzigogolata di Duncan (che nella recensione gioca spesso a nascondino, divertendosi perché “tanto sono tutte bojate”), un possibile cachet culturale, imho. E forse il commento non è del tutto negativo, ma di certo è stupido, gratuito, sciovinista e razzistello. Per L’ultimo lupo mannaro, il mio parere in merito è almeno parzialmente il tuo🙂

  15. Lara Manni Says:

    Giobix, due: Antonio Scurati e Sandro Veronesi🙂

  16. kaizenj Says:

    Dal greco πορνογραφια, ovvero “scrivere su” o “disegnare prostitute”. Cosa che la letteratura alta (così come la grande pittura) fa da sempre.

  17. Lara Manni Says:

    Sarebbe bello che anche la letteratura “media” cominciasse a ricordarlo.

  18. kaizenj Says:

    lo fa, ma più snob o perbenista di quella alta e quindi fa finta di no

  19. Lara Manni Says:

    Saggio.

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