Numeri

“Solo quest´anno si sono registrati più di 1200 nuovi esperimenti editoriali. In gran parte si tratta di associazioni, parrocchie, stamperie locali e autopubblicazioni. Grazie al digitale, i libri stampati in proprio, finanziati dagli autori stessi e regolarmente registrati con un proprio codice Isbn, fanno la parte del leone, ma sono almeno 79 le case editrici vere e proprie. Un numero impressionante, vuol dire più di 6 al mese, una ogni 5 giorni. Anche se è altissimo il tasso di mortalità: quelle che hanno cessato l´attività sono ben 122. Un´armata di formiche ingrossata dalle truppe digitali degli e-book (un quarto del totale), che dal cyberspazio provano l´assalto alla carta, rimodellando le regole della lettura e soprattutto della distribuzione. D´altra parte ogni anno in Italia si pubblicano 60 mila nuovi libri, di cui il 25 per cento, un libro su quattro, è edito da un piccolo e medio editore. Tanti e difficili da smaltire. Ogni libreria ha un 35 per cento di titoli di cui non vende neanche una copia e la maggior parte dei libri esposti sugli scaffali non superano le 500 copie vendute, mentre oltre il 60 per cento del fatturato dell´editoria libraria è intascato dai grandi gruppi, Mondadori, Rcs, Gems, Feltrinelli, Giunti”.

Questi sono i numeri che ho letto stamattina su Repubblica.  La sensazione, a caldo, è che ci sia un principio di casualità che predomina. Con le sicure e doverose eccezioni, certo: ma se le cifre sono queste, il dubbio viene.

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7 Risposte to “Numeri”

  1. Valberici Says:

    Ultimamente ho sempre meno voglia di sperimentare nuovi autori, e così mi limito alla lettura di “vecchi amici”, che riescono comunque a riempire il tempo che dedico alla lettura.
    E’ un bene? Un male? Una conseguenza dell’aumento dei libri “brutti” e/o illeggibili?

  2. Giobix Says:

    a me sembra che alla fine, quelli che restano a galla sono i soliti professionisti che l’editoria la sanno fare. Con buona pace degli entusiasmi per ebook, digitale, “democratizzazioni del mercato” ecc.
    Anche l’idea che i piccoli editori (a prescindere) premino la qualità è un mito da sfatare. Ho visto troppe porcherie in questi ultimi tempi, e non erano nemmeno edizioni a pagamento.

  3. Lara Manni Says:

    Dico che teoricamente un numero più alto di libri è sempre un sinonimo di libertà e di possibilità di espressione. Dico anche che è molto difficile orientarsi. Dico infine che continuo a trovare sconcertante il fatto che si legga pochissimo e si scriva tantissimo.

  4. Luigi Says:

    Sul fatto che si legga poco e si scriva tanto non c’è poi tanto da meravigliarsi se si pensa alle porcherie che poi vengono edite. Il problema, a mio avviso, è che il mercato del libro oramai segua troppo le mode del momento, il tutto a scapito della qualità e della pluralità culturale. Ed è per questo che quasi tutti si sentono autorizzati a scrivere un libro, seguendo le mode. Gli sperimentatori, così come gli innovatori, sono sempre meno e trovano sempre meno spazio. Del resto è lo stesso principio della tv spazzatura che invade le nostre case in nome dell’audience. Il problema è sempre alla base: siamo noi che guardiamo la tv e siamo noi che leggiamo i libri. Se la gente si ribella al mercato quest’ultimo è costretto a cambiare logica, a cambiare i propri schemi. Se invece continuiamo a credere in quest’omologazione culturale allora sarà davvero difficile cambiare le cose.

  5. Lara Manni Says:

    Luigi, temo però che sia un atteggiamento a prescindere. Non ci sono solo le porcherie, ci sono anche un bel po’ di splendidi libri, in ogni ambito, e non vengono letti neanche quelli. E’ un’anomalia molto, molto italiana, secondo me, quella secondo le quale si pensa di poter fare a meno dei fondamentali della scrittura (e il primo “fondamentale” è, appunto, leggere, e tanto: in biblioteca se non si ha un budget elevatissimo, per esempio).
    Prima di cambiare il mercato, e prima di sperimentare, bisogna sapere di cosa stiamo parlando. E io ho la sensazione che questo non accada. Ferme restando tutte le critiche che vuoi: va bene, gli editori sono mostri cattivissimi, si pubblicano solo gli amici degli amici, non c’è più religione. Ma questo non giustifica il non leggere. I classici, se proprio si ha in schifo tutta la contemporaneità. E in Italia non si legge, è un dato, ribadito tutti gli anni.

  6. emmezeta Says:

    Credo che si scriva molto perchè… è troppo facile farlo: digitare migliaia di parole su una tastiera è assai più facile di quanto lo fosse, un tempo, scrivere a mano o a macchina da scrivere.
    E poi è immensamente più facile condividere quel che si è scritto (anzichè fotocopiare manoscritti o dattiloscritti come un tempo, basta dare un semplice indirizzo per il download, o peggio ancora allegare le proprie opera ad una mail).
    Si aggiunga la semplicità del selfpublishing, con cui è facile impestare amici e parenti con i risultati delle proprie fatiche.
    Se costasse più fatica, non è detto che si avrebbero opere migliori (è probabile che esista un gran numero di talenti pigri:-)), ma la selezione avverrebbe sulla base della reale motivazione a far conoscere le proprie parole.
    Non è l’unico campo in cui questo avviene, peraltro: quando facevo politica, trent’anni fa, dovevo ciclostilare ed attaccare manifesti di notte, pacioccando con colla e carta carbone, o passando ore a creare tatzebao che comunicassero “bene”: un gran divertimento ma anche un impegno fisico/reale mica da ridere, mentre oggi si può quasi organizzare una manifestazione nazionale senza alzarsi dal pc…:-)

    (http://luposelvatico.blogspot.com)

  7. Lara Manni Says:

    Forse è vero. Ma c’è una cosa da dire: è bene che si scriva molto. Farei una differenza fra scrivere e pubblicare🙂

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