La narrazione della narrazione di un mondo

Qualche giorno fa ho dato notizia del Tolkien Seminar che si è svolto a Modena il 25 e 26 novembre, con la partecipazione di Verlyn Flieger. Wu Ming 4 fa ai lettori del blog un regalo: una sintesi dell’intervento di Flieger, con premessa. Mi sembra importantissimo per cercare di approfondire cosa sia e come venga interpretata l’opera di Tolkien. Ecco:

E’ necessario che io faccia una non breve premessa “storica”, senza la quale chi ha una conoscenza appena basilare dell’opera di Tolkien farebbe un po’ fatica a seguire il discorso. E’ questa:
In Italia sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi della “History of Middle-Earth”, la quale è composta in tutto da undici volumi (+ uno di indici) pubblicati dal figlio di Tolkien nell’arco di tredici anni (1983-1996).
Christopher Tolkien decise di pubblicare tutto il materiale inedito, compiuto e incompiuto, di suo padre, perché si era reso conto di aver fatto un errore. Vale a dire che dopo la morte del padre, interpretando la sua volontà, Christopher cercò di redigere l’opera a cui Tolkien aveva lavorato tutta la vita senza riuscire a pubblicarla: “Il Silmarillion” (cioè la raccolta della mitologia e delle antiche leggende della Terra di Mezzo).
Si mise di buona lena a far quadrare i conti partendo dall’ultima versione a disposizione, risalente agli anni Trenta. Di fatto, quello che nel 1977 venne pubblicato postumo come “Il Silmarillion” è un’opera a quattro mani, redatta dal figlio sistematizzando i materiali del padre. Negli anni successivi Christopher si mise a studiare lo sterminato archivio paterno e si rese conto di avere commesso appunto uno sbaglio. Non solo il padre aveva continuato a rimuginare e a riscrivere brani del legendarium, ma era chiaro che su molti racconti non aveva ancora trovato un punto fermo, e aveva continuato a interrogarsi fino all’ultimo. Di conseguenza era impossibile sapere quale delle varie versioni di un racconto avrebbe scelto di inserire nel legendarium. Non solo: Christopher si rese anche conto che tutto quel materiale incompiuto costituiva una sorta di opera nell’opera, cioè il racconto dell’invenzione della Terra di Mezzo, con tanto di vicoli ciechi e piste scartate. Quindi prima pubblicò i “Racconti Incompiuti” (che tali rimangono), e poi iniziò a redigere la “History Of Middle-Earth” (in gergo tolkieniano: la HOME).
E’ chiaro che un’operazione editoriale del genere comporta enormi problemi di critica letteraria, dato che nessuno dei testi lì contenuti è stato definitivamente liquidato dall’autore per la pubblicazione. Occorre rassegnarsi al fatto che “Il Silmarillion” come poteva averlo immaginato Tolkien non lo leggeremo mai. Abbiamo da un lato una sorta di riduzione/redazione fatta dal figlio; dall’altra una raccolta critica (fatta sempre dal figlio) di tutto il materiale spurio. Diciamo quindi che quello che sarebbe stato “Il Silmarillion” di J.R.R.Tolkien si trova nel punto ideale tra questi due estremi, e a esso ci si può soltanto approssimare attraverso le ipotesi.
Fine della premessa (col fiatone, e chiedo scusa ma più stretto di così non riuscivo a stare…).

Le osservazioni di Verlyn Flieger si concentrano su tre aspetti dell’opera di Tolkien:

1) Per quasi tutte le storie che compongono la sua opera letteraria Tolkien utilizza l’espediente del racconto nel racconto e addirittura del libro nel libro (alla fine i libri che teniamo in mano hanno un corrispettivo nel mondo immaginato da Tolkien).
C’è quindi un predominare e un moltiplicarsi dei narratori insieme ai racconti. Si comincia con narratori elfici e si arriva a quelli umani e poi agli hobbit. Con il mutare dei narratori, muta il tono delle storie e in certi casi anche il loro contenuto. Comunque c’è un progressivo discendere da una dimensione del racconto mitico a quello epico-eroico, fino al romanzo, più prossimo al gusto moderno. Ogni narratore quindi ha un suo stile e punto di vista sulla medesima storia: la eredita e la riallinea con ciò che poi lui stesso va ad aggiungere. Questo significa che – come ogni apparato leggendario “reale” – l’epopea di Arda e della Terra di Mezzo non ha un narratore privilegiato, è il prodotto di una coralità che muta nel tempo. Ecco perché “nothing in the legendarium should be taken as absolute. All the stories are tied to point of view”.

2) Questo vale anche per i miti cosmogonici del mondo fantastico in questione. Quando Christopher Tolkien pubblicò il suo “Silmarillion” nel 1977 lo presentò come se fosse un testo a se stante, senza alcuna cornice. In quella veste appare come una sorta di Vecchio Testamento, che comincia con il nome del Creatore, etc. Fu una scelta deliberata: “nel lavoro più recente non c’era traccia o allusione ad alcun ‘espediente’ o a una ‘cornice’ nella quale l’opera avrebbe dovuto essere inserita. Secondo il mio parere, egli [Tolkien senior] decise infine che nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario, e che si sarebbe limitato alla sola spiegazione di come (nel mondo immaginario) i fatti si fossero tramandati.” (Ch. Tolkien, Introduzione a “Racconti Ritrovati”).
Al netto della scelta fatta da Christopher, nulla ci dice che Tolkien la vedesse così. Se non altro perché le precedenti versioni della cosmogonia di Arda – poi raccolte nel primo volume della HOME – avevano invece una cornice, vale a dire erano anch’esse racconti nel racconto, narrati a un protagonista, quindi legati a un determinato contesto e a un determinato narratore. Non avevano cioè l’aspetto del Verbo rivelato, ma del mito tramandato, in una dimensione pseudo-storica. Nella concezione originaria erano dunque anch’essi relativi. Ai lettori cattolici che lo rintuzzavano per la scarsa aderenza del suo racconto con la teologia cristiana, Tolkien rispondeva: “Un racconto è in ultima analisi un racconto, un pezzo di letteratura, concepito per avere un effetto letterario, e non una storia reale”.

3) Lo stesso vale per le teorie sulla morte e sul destino post-mortem delle varie razze presenti nei suoi racconti. Esiste un intero filone di studi tolkieniani che si basa sulla compatibilità, complementarietà e coincidenza tra la cosmogonia, teologia e soteriologia di Arda e quella cristiano-cattolica. Eppure Tolkien aveva enunciato nelle sue lettere una regola aurea: mai introdurre riferimenti espliciti alla religione cristiana nella propria creazione letteraria. Questo ovviamente non esclude – come Tolkien stesso riconosce – che il simbolismo contenuto nella sua opera possa evocare elementi religiosi, ma è la citazione esplicita che va evitata, ovvero l’allegoria a chiave, la corrispondenza diretta tra figure del mondo secondario (fantastico) e quelle del mondo primario (reale). Per un motivo molto semplice: nel momento in cui l’allegoria è palese, il racconto parla di una cosa per parlare di un’altra, strizza l’occhio al lettore, rimanda immediatamente al nostro mondo, e così crea distacco dalla narrazione. In questo modo diventa ironico, quando non addirittura parodistico.
Non solo Tolkien prendeva troppo sul serio la propria fede religiosa per correre un rischio del genere – e lo dice esplicitamente -, ma soprattutto era consapevole che una scelta di quel tipo avrebbe fatto decadere il fascino del racconto. E’ la scelta che compì invece il suo amico C.S. Lewis, le cui opere narrative infatti non sono riuscite a essere così pregnanti e affascinanti come quelle di Tolkien (e hanno retto molto meno all’usura del tempo). Ecco perché “il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo ‘reale’ primario” (Lettera 131).

In conclusione, alla luce dell’osservazione della Flieger l’intero filone interpretativo confessionalista verrebbe a cadere, perché il mito di Arda sarebbe in divenire, cioè mito storico, mito per qualcuno (sia esso elfo, uomo, nano, hobbit… o perfino orco), quindi un mito relativo. Un mito che può certo contenere sfaccettature di verità, perché racconta qualcosa sulla condizione e sulla natura umana, ma non già di una verità rivelata o trascendente.
Quella di Tolkien sarebbe quindi la narrazione della narrazione di un mondo; la ricostruzione del percorso storico-narrativo che ha portato una mitologia a diventare letteratura.
Dice Flieger: “In quei dodici volumi [della HOME] possiamo vedere Tolkien non già mentre crea una mitologia per l’Inghilterra, ma mentre sperimenta una varietà di cornici, di voci narranti, e di congegni narrativi per compiere il passaggio dal racconto orale al libro stampato, per mostrare attraverso quali mediazioni e quali espedienti esso arriva nelle nostre mani”.
Va da sé, che anche la lettura tradizionalista, cioè quella di matrice destrorsa, ne esce a pezzi, giacché se le leggende vengono messe in una prospettiva storica e quindi mutano, anche la luce sotto la quale cadono certe figure archetipiche e simboliche muta con esse. La Storia ha il sopravvento sulla Tradizione. Ciò che trionfa è appunto il racconto stesso, che ti trascina dentro e si fa prendere sul serio, pur rimanendo sempre il racconto di qualcuno a qualcun altro. Non è affatto da escludere che proprio in questa relatività, in questa magmatica continua riscrizione, risieda parte del suo realismo.

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13 Risposte to “La narrazione della narrazione di un mondo”

  1. Blakie Says:

    Bellissimo regalo. Fa pensare.

  2. Blakie Says:

    Piccolo out: Sto leggendo Murakami, 1Q84, e mi sta prendendo moltissimo. Per qualche ragione mi ricorda King, il che è ottimo. Probabilmente la ragione è riassumibile in una sola parola: talento. Ho scoperto un nuovo amore. E ringrazio te, Lara, per questo.🙂

  3. Lara Manni Says:

    Per così poco?🙂
    Sì, la sintesi di Wu Ming 4 e le parole della Flieger meritano attenzione per chi legge (e per chi scrive) fantastico.

  4. Blakie Says:

    Chiamalo poco!😉

  5. M.T. Says:

    Saper cosa e come Tolkien avrebbe voluto raccontare il mondo da lui creato è qualcosa d’impossibile, malgrado il buon lavoro fatto da chi ha collaborato nel mettere insieme i pezzi (v. Guy Gavriel Kay in Il Silmarillion), ma, come già detto, va preso come un racconto, come una bella storia, dove ognuno può vederci qualcosa, dove c’è un dialogo personale tra lettore e scrittore; forzare che interpretazioni varie siano la chiave di lettura giusta rovina tutto quello che ha da trasmettere.

  6. Lara Manni Says:

    Penso, M.T., che cercare di capire i meccanismi della scrittura, studiare le fonti e, come dici tu, “mettere insieme i pezzi” sia non solo il compito dello specialista (il che è ovvio) ma anche un passo importante per chi scrive. Nonché per chi legge e vuole approfondire. Un conto è l’empatia che si crea fra testo e lettore. Un conto è saperne di più su cosa quel testo intendesse proporre nelle intenzioni dell’autore e nel contesto in cui è nato. Per quanto riguarda ISDA, in particolare, è a mio parere indispensabile: proprio per i milioni di fraintendimenti, non solo accademici, che si sono creati attorno al mondo di Tolkien. Pensa soltanto ai non pochi lettori che lo leggono in chiave passatista o addirittura new age. Ritorno alla natura e peace, e ovviamente anche love.

  7. M.T. Says:

    Il fatto è che è il SdA ha così tanti significati, ha così tanto “potere” che in molti vogliono trarlo dalla sua parte per attirare gente, per avere numeri. E si sa che i numeri sono potere.
    Ma così facendo si rovina proprio quella forza che si otterrebbe se lo si lasciasse libero d’essere quello che è, senza condizionamenti.

  8. Lara Manni Says:

    Attenzione, però. Flieger è una dei massimi esperti mondiali di Tolkien. E’ estranea alle discussioni sul medesimo che hanno imperversato soprattutto in Italia, dove Tolkien è stato tirato per la giacchetta in modo non competente. Quindi, è a questa tipologia di studi che occorre rivolgersi. Mi sembra che cominci ad avvenire anche da noi, da tempi recenti.

  9. M.T. Says:

    Mi sono sempre tenuto lontano (specie quelle fatte in Italia) dalle discussioni che davano intrepretazioni sul significato del libro, basandomi su quello che il romanzo comunicava. Le uniche argomentazioni che ho ascoltato con un certo interesse sulle storie della Terra di Mezzo sono quelle riportate negli special presenti nei cofanetti della versione estesa dei tre film prodotti da Jackson.

  10. Wu Ming 4 Says:

    @ M.T.
    Una scelta saggia, la tua. Negli special del film di Jackson vengono intervistati alcuni tra i massimi esperti di Tolkien al mondo. Jackson ha scelto dei buoni consulenti… In Italia li pubblica una piccola casa editrice d’ispirazione cattolica, la Marietti, e generalmente non se li fila nessuno.

  11. Paolo E Says:

    @Lara, Wu Ming 4. Non c’entra nulla, ma ho bisogno di aiuto. A mio nipote (anni 11) per compleanno vorrei regalare un libro, che potesse leggere fin da ora, ma che gli rimanesse per tempo. Vorrei regalargli una edizione di altissimo livello del Signore degli Anelli. Dite che è troppo? Altrimenti, cosa mi consigliate?

  12. Lara Manni Says:

    Non so cosa ne pensi Wu Ming 4, ma io comincerei con Lo hobbit, a undici anni…

  13. Wu Ming 4 Says:

    Se il ragazzo è un lettore molto forte, allora forse può reggere anche Il Signore degli Anelli. Altrimenti penso che Lara abbia ragione, Lo Hobbit è più indicato per quell’età e magari tra un paio d’anni potrebbe passare all’opera maggiore. Tra l’altro de Lo Hobbit c’è anche un’edizione illustrata da Alan Lee.

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