Inevasi o Le torri nere di De Turris

Mi hanno segnalato, e l’ho trovato stamattina on line, un articolo uscito ieri sul Giornale a firma di Gianfranco De Turris, critico  letterario che si occupa di fantastico e soprattutto di Tolkien (è stato presidente del premio Tolkien e consulente di Edizioni Mediterranee).
Ve lo riporto qui sotto e vi dico subito che non sono d’accordo. De Turris, come leggerete, parla di grande boom del fantastico. Che ci sia stata attenzione da qualche anno è vero, che sia boom no, che ce ne sia – e ce ne sarà – meno è cosa da tenere a mente.
Per esempio, l’inserimento – meritatissimo – di 22/11/63 (nell’articolo la data è 23, ma pazienza) nei magnifici cinque del New York Times non si deve, per me, a una rinnovata attenzione nei confronti del “non realistico”: più semplicemente, è uno dei migliori libri di Stephen King, e finalmente viene reso merito a un autore che, nell’ultima produzione, è peraltro assai poco horror. Quanto a Murakami Haruki (del cui successo non posso che gioire, evidentemente), andrebbe considerato che non viene letto e mandato in classifica “in quanto” fantastico, bensì perchè è Murakami: uno dei più grandi scrittori del mondo. Certo, il romanzo è  fantastico purissimo, ma non è questo il motivo che porta a premiarlo (anche se noi umilissimi fantastico-scriventi ne siamo orgogliosi, ovvio).  Un discorso diverso va fatto per Martin e Breaking Dawn, che seguono la scia di serial televisivo e film. E un altro ancora, infine, sul pessimo Inheritance di Paolini:  di cui, banalmente, sono stati letti e apprezzati i capitoli precedenti da un pubblico che nel frattempo è cresciuto e vuole sapere come va avanti la vicenda.
Ma come, sto denigrando la narrativa che amo e nelle cui fila milito come autrice? Neanche un po’. E’ che non sono d’accordo sull’analisi del particolare né sulla motivazione generale: dice De Turris, si legge fantastico “per evadere” dalla realtà. Per me, è il contrario esatto: si legge fantastico per capire quella realtà, per vederla in controluce, per sentirla risuonare dentro di noi. 22/11/63 è tutt’altro che un romanzo di evasione: è un romanzo su come noi siamo, su come ci rapportiamo al tempo e su come crediamo di poterlo manipolare. Ed è anche un romanzo sull’America di oggi, non solo su quella degli anni Cinquanta e Sessanta. 1Q84, che ho appena cominciato a leggere, può essere definito in qualunque modo, ma non come una via di fuga del lettore dal proprio mondo. E neanche Martin, tutto sommato, rientra nello “scappo nelle dimensioni altre e mi dimentico dello spread” (così come non ci rientra Tolkien). Ripeto che non metterei insieme ai succitati Zafon, Meyer e Paolini (se non fosse che per la diversa statura). E ribadisco che, semmai, il successo di questi titoli mostra una biforcazione: qualità letteraria da una parte, adesione al commerciale ben supportato – anzi, promosso a valanga – dall’altra.  Strade entrambe percorribili (la prima per chi può, almeno) e legittime: da non confondersi, però, con l’idea di “evasione pura” che ha strangolato il fantastico negli ultimi decenni, semmai.
Qui, comunque, l’articolo.

“Il secondo dei cinque migliori romanzi apparsi negli Stati Uniti nel 2011 secondo la classifica del New York Times è 23/11/63 (che è quarto fra la narrativa straniera più venduta in Italia) in cui Stephen King racconta i viaggio nel tempo di un oscuro professore per cercare di evitare l’assassinio di Kennedy da parte di Lee Oswald.
Ma il più venduto romanzo in questo momento negli Stati Uniti, in Germania e in Italia è il quarto titolo del «Ciclo dell’Eredità» dell’ex ragazzino (ha esordito a 19 anni, ma oggi ne ha 27) Christopher Paolini, Inheritance (come i precedenti, pubblicato da Rizzoli): un mondo medievaleggiante pieno di eroi, draghi ed elfi.
Se si osserva però con attenzione la classifica dei libri più venduti in assoluto nel nostro Paese si noterà che al quarto posto c’è 1Q84, un romanzo di oltre 700 pagine del giapponese Haruki Murakami (secondo dopo Paolini fra i romanzi stranieri più venduti): un aggiornamento-monstre di un classico della antiutopia: 1984 di Orwell. Sempre tra la narrativa straniera più venduta c’è I guerrieri del ghiaccio di George R. R. Martin, quinto volume (decimo per l’Italia) delle omonime Cronache di un Medioevo immaginario immerso in un perenne inverno. Fra i primi venti c’è anche Il principe della nebbia dello spagnolo Carlos Luis Zafòn, una storia arcana (la prima da lui scritta in questa vena) di malefici e di statue viventi. E, a poca distanza, c’è Breaking Dawn, l’ultimo della serie dei vampiri adolescenti dell’americana Stephenie Meyer. Insomma, il trionfo dell’Immaginario.
Beh, una inaspettata e pre-natalizia infornata di opere di fantascienza, fantastico, orrore che primeggiano sulle altre e un tempo avrebbe fatto gridare allarmati i critici superimpegnati e superciliosi alla «fuga dalla realtà» da un mondo che mal si sopporta invece di impegnarsi a cambiarlo. Oggi poi, con la crisi economica incombente e con l’incertezza che c’è nel futuro, non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale, una simile critica sembrerebbe più che scontata. Ma così non è affatto. Bisogna andare più a fondo e chiedersi qual è il motivo inconscio e inavvertito che spinge i lettori a simili scelte e a decretare un successo che in altri tempi sarebbe stato impossibile o inaccettabile. Ci si deve chiedere qual è il vero motivo per cui non solo i ragazzi ma soprattutto gli adulti scelgono di sprofondare in trame dove si descrivono regni immaginari alla Tolkien e alla McCaffrey, dove si combatte con spade e lance, dove gli incantesimi sono all’ordine del giorno; oppure prediligono i giovani ed esangui vampiri o le vicende di occulte maledizioni; o ancora si compiacciono della distopica versione giapponese di 1984, oppure ancora si appassionano al tentativo di modificare la storia impedendo la morte del presidente americano?
Ma perchè – ovviamente del tutto scontento del presente – il nostro lettore occidentale (e italiano) vuole abbattere le sbarre della prigione del reale che lo circonda, però non per fuggire vilmente dal luogo della battaglia quotidiana, bensì per evadere e rifugiarsi in un mondo diverso, migliore e più avvincente, o anche peggiore ma che lo affascina col terrore (cosa che i romanzi realistici non fanno), oppure anche per illudersi di poter di modificare un presente che non sopporta più. In questo modo, una volta girata l’ultima pagina, riesce a guardare la quotidianità con occhi diversi: o ritemprato per aver vissuto insieme ai personaggi del romanzo in un mondo più affascinante; o tirando un sospiro di sollievo perchè si è reso conto che esistono (o potrebbero esistere) mondi peggiori di quello in cui si trova suo malgrado a vivere”.

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22 Risposte to “Inevasi o Le torri nere di De Turris”

  1. hetschaap Says:

    Sono perfettamente d’accordo con te. Non si legge certa letteratura per evadere dalla realtà ma per capirla meglio.

  2. Lara Manni Says:

    Quello che mi lascia stupefatta è sentir ripetere da uno studioso lo stesso errato concetto che ha relegato il fantastico nella serie B: visitare altri mondi. A parte il fatto che tutta la narrativa conduce in mondi altri, anche quando si pretende realista, semplicemente non è vero, ed è limitante, e controproducente.

    • hetschaap Says:

      E, soprattutto, è solo una scusa per incasellare certa letteratura nella serie B e creare lettori con i paraocchi invece di menti libere di spaziare.

      • Lara Manni Says:

        Già. Anche se credo che gli intenti di De Turris fossero ancora diversi: ovvero, sostenere che l’evasione è faccenda nobile.

  3. Giovanni Arduino Says:

    Gianfranco De Turris non fa distinguo, per lui tutto è fantastico, da Zafon a Murakami passando attraverso la Meyer, basta “che ci faccia evadere”. Mi sembra un articolo vecchio, con informazioni vecchie, riferimenti vecchi, tesi vecchissime, perfetto per la testata sul quale è apparso.

  4. Lara Manni Says:

    Perchè suppongo si parta dal concetto che anche Tolkien è di evasione🙂

  5. Wu Ming 4 Says:

    Per completezza di curriculum, G. De Turris è anche segretario della Fondazione “Julius Evola”, intestata al noto pensatore tradizionalista, razzista e antisemita. Forse questo aiuta un po’ a capire perché legga tutto in termini di fuga dalla realtà contemporanea. Per altro la sua è una posizione pseudo-tolkieniana, cioè basata sulla distorsione del significato di una pagina di Tolkien nel saggio “Sulle Fiabe” (1939).

  6. Lara Manni Says:

    E dunque l’evasione è verso mondi eroici, virilissimi e irrimediabilmente scomparsi, giusto? (A proposito di malinteso Tolkien)🙂

    • Wu Ming 4 Says:

      Più o meno. Tolkien parla di evasione dalla realtà riferendosi a tutto il fiabesco. E non parla solo di evasione dalla realtà contemporanea, intesa come mondo moderno, tecnologico, borghese, etc. ma individua il movente del fiabesco/fantastico nel desiderio primigenio di superare i limiti umani, cioè fare cose straordinarie, come volare, parlare con gli animali, resuscitare, etc. In sostanza De Turris vira tutto sul nostalgico e sul passatista, ma il discorso di Tolkien è molto più vasto e molto meno legato a una contingenza cronologica. Ovviamente, siccome scriveva negli anni Trenta, Tolkien ci tiene anche a polemizzare con i “realisti”, ma come fa notare Arduino qui sopra, riportare oggi i termini della discussione a quelli di allora, come se non fossero passati decenni, è ridicolo. Benvenuti a Deturrisland.🙂

      • Lara Manni Says:

        L’uomo nero fuggì nel deserto…:) Mi ripesco i passaggi di Tolkien in proposito. Assai condivisibili.

  7. Luigi Says:

    Secondo me la verità sta nel mezzo ovvero il desiderio d’evasione ci spinge alla lettura che poi finisce, inevitabilmente, per farci riflettere e capire meglio la realtà
    Saluti

  8. Lara Manni Says:

    Certo. Ma vale per tutta la narrativa: dal Silmarillion al Partigiano Johnny.

  9. Giobix Says:

    tutto è fiction, anche verga e i documentari. Volete la realtà? Guardatevi i filmati di una telecamera a circuito chiuso che punta 24 ore lo stesso angolo.
    Tutto il resto è montato, e quindi manipolato per seguire una narrazione immaginata dall’autore.

  10. M.T. Says:

    “si legge fantastico per capire quella realtà, per vederla in controluce, per sentirla risuonare dentro di noi”

    Sono d’accordo.

    “1Q84, che ho appena cominciato a leggere, può essere definito in qualunque modo, ma non come una via di fuga del lettore dal proprio mondo”

    L’ho quasi finito. E’ denso, profondo, un capolavoro che affronta vari tipi di solitudine, che scava nell’animo umano e mette a nudo i lati meno visibili, quelli che si tengono nascosti perché difficilmente comprensibili dagli altri o troppo personali. Si parla d’incomunicabilità, di sogni, di desideri, di poesia e tanto altro ancora.
    De Turris parla di fantastico, ma parla solo basandosi sui libri che vendono di più, dimostrando in apparenza di non conoscere molto il genere. Si faccia il confronto con la saga di Paolini e Meyer con la nuova di Sanderson (iniziata con La via dei re) e si avrà il confronto tra commercialità e qualità.

  11. G.L. Says:

    Tanto per dire, la suoneria del cellulare di De Turris è la Horst Wessel Lied…

  12. La strega madrina Says:

    Sentite, qui il problema non è poliico, e tantomeno letterario.Lo sarebbe se fossimo in ppresenza di una riflessione degna di questo nome. Macchè, qui il problema è la superficialità dell’articolo. L’ho letto due volte, pensando di non aver colto qualcosa di essenziale – il focus insomma – finché mi sono arresa… non c’è focus. C’è solo una banale tautologia: i romanzi “di genere” (generamente intesi, senza nessun approfondimento) sono in classifica, ergo i romanzi di genere piacciono Che bello. Stop.
    Del resto, l’articolo è quello che è perché Il Giornale è quello che è. Ancora stiamo qua a stupirci di certe facilonerie?

  13. Lara Manni Says:

    La strega madrina ha ragionissima. E sto per postare qualcosa che, numeri alla mano – purtroppo, ma l’avevo detto – smentisce De Turris.

  14. G.L. Says:

    Beh, francamente strega madrina, l’ultima volta che ho visto il mio amato HPL in copertina su una rivista non solo c’era sempre il solito De Turris a sparare minchiate, ma c’erano un bel po’ di articoli inneggianti ad Evola.

  15. la strega madrina Says:

    Non metto in dubbio certe appropriazioni indebite, G.L. – sapessi quanto ci soffro ogni volta anch’io…
    Dico solo però che, in questo caso, l’articolo rimane – addirittura – “al di qua” delle questioni politiche, vista la pochezza dei contenuti.

  16. Lara Manni Says:

    Peraltro, se leggi il post di oggi…:(

  17. wuming 1 Says:

    Tra gli scrittori di fantastico “spinti” da De Turris, che ha scritto prefazioni a due suoi libri e lo ha accolto come “esperto di Tolkien” nel progetto Albero di Tolkien, c’era Gianluca Casseri, il neofascista che stamattina a Firenze ha sparato in mezzo a una folla, uccidendo a sangue freddo due ambulanti senegalesi e ferendone gravemente altri tre (più un agente di polizia), prima di suicidarsi. Casseri era autore di testi antisemiti e razzisti, simpatizzante del gruppo fascista Casapound e frequentatore di altri begli ambientini e simpatiche cerchie, come ad esempio “La Runa”, da cui De Turris è solito pescare altri “illustri” pseudo-tolkienologi.

  18. Lara Manni Says:

    Non solo, Wu Ming 1. Il signore è stato ampiamente recensito nei siti fantasy.

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