Invettiva del quarto giorno

“Cara michela, sono un tuo fan, mi piace leggerti spesso, ma ultimamente lo faccio meno e sentendo anche altri ho scoperto che condividono il mio parere dal quale nasce un umile consiglio: NON SCANNARTI CONTRO L’EDITORIA A PAGAMENTO E GLI SCRITTORI INCOMPRESI , non è per te, continua a fare le cose che hai fatto sempre che sono più nobili , e rimanendo neutrale tutte le belle parole sono apprezzate da tutti. mentre così facendo stai deturpando le tue opere con le tue stesse mani, tra i tuoi fans appassionati ce ne saranno tanti (come me) che sono degli scrittori talentuosi ma incompresi dalle multinazionali capitaliste dell’editoria ufficiale che fà capo alle banche e alle case farmaceutiche il cui unico intento è di rincitrullire le persone prima di sterminarle per cui perderai molti fans, che senso ha ? almenochè la tua intensione non sia di fare l’editrice solo dei libbri che vuoi tu , be allora auguri… scusa se ti ho dato del tu e se mi sono permesso, complimenti per tutto il resto. piero apagamento “.
Commento estrapolato dal blog di Michela Murgia. Ilarità a parte, mi sembra la spia di un atteggiamento più che diffuso. Magari non ci saranno le industrie farmaceutiche di mezzo (forse), magari non verranno citate le banche (può darsi), ma l’idea del SuperComplotto contro il talento ti viene schiaffata in faccia appena apri un social network, un blog, qualunque luogo dove si possa lasciar traccia del proprio invernale (e anche primaverile, estivo e autunnale) scontento.
Nel quarto giorno del nuovo anno, comincio a essere scontenta anche io.  Di tutto quello che non ho mai chiesto a nessuno (i “mi piace” sulla pagina, il voto per un concorso, le condivisioni delle proprie opere  sulle bacheche: cose che mi hanno resa grata e felice quando sono state spontanee, ma che, secondo me, non si impongono agli altri) e che mi viene chiesto continuamente, con incazzatura solenne se per caso non salto di gioia sulla poesia che mi è stata postata sul profilo senza un “si può?”.
Nel quarto giorno del nuovo anno, sono stanca di veder considerata la scrittura come il mezzo per raggiungere uno status, anche quando le regolette base mancano (come si nota nel commento sopra).
Nel quarto giorno del nuovo anno, trovo che le risposte di Michela Murgia all’ipotetico scrittore a pagamento che la accusa di essere insensibile  siano sacrosante:

“Ma pubblicare non a pagamento è difficile!

Non esistono lavori facili. Per pubblicare sul serio devi avere una buona storia da scrivere, saperla scrivere bene e trovare il modo di convincere un editore vero che qualcuno che non sia un tuo parente avrà voglia di spendere dei soldi per leggerla. Che tu ci creda o meno, in questa sequenza di eventi di solito il più improbabile a verificarsi non è il terzo.

Invece io l’ho mandato a 150 editori e nessuno me lo ha voluto pubblicare.

Il motivo non è necessariamente che sei un genio incompreso. Forse è davvero scritto da cani. Probabilmente è una storia poco interessante. Molto meno probabilmente è bellissimo e scritto bene, ma inadatto al mercato editoriale a cui stai puntando. Valuta l’opportunità di fartene una ragione.

L’editoria normale non è una garanzia di qualità, pubblica cani e porci!

Se fosse vero sempre, non si spiegherebbe perché proprio tu hai dovuto pagare”.

Nel quarto giorno del nuovo anno, mi piacerebbe che la narrativa venisse presa sul serio, e praticata per quel che è e quel che può dare, e non in sostituzione della partecipazione a un reality.
Nel quarto giorno del nuovo anno, infine, mi piacerebbe che le risposte non fossero “sì, ma l’editoria tradizionale è marcia e puzza”.  Perché è l’ennesimo tentativo di sviare il discorso (ciò detto: l’editoria tradizionale non sta affatto bene, ma non perché non ha pubblicato il romanzo del signore qui sopra).

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34 Risposte to “Invettiva del quarto giorno”

  1. Francesco G. Lo Polito Says:

    La mia sarà una curiosa associazione d’idee, ma la frase «sono stanca di veder considerata la scrittura come il mezzo per raggiungere uno status», mi ha fatto ripensare a questa, trovata nell’intro a Northanger Abbey. Sono le parole di Henry Austen a proposito di sua sorella Jane:

    «Divenne autrice solo per gusto e inclinazione. Né speranza di celebrità, né vantaggi economici si mescolarono alle sue ragioni iniziali».

    E poi, stavolta detto dalla curatrice: «la lettura dei libri della Austen rivela con cristallina chiarezza che Jane scriveva perché amava scrivere».

    Amava scrivere. Ed è oggi uno dei classici eterni. Sono io il solo a notare una certa differenza con i nostri tempi?

  2. zauberei Says:

    Non so dirti Lara, sono in mezzo al guado tra le due posizioni. Cioè a dirla tutta: buona parte della gente che pubblica a pagamento sono discrete pippe. Ma a dirtela altrettanto tutta, un sacco di gente che pubblica non a pagamento per me rientra nel range delle consistenti pippe. Quelli che pubblicano non a pagamento beneficiano dell’assenza di un giudizio e di un editor, ma quelli che pubblicano in un certo senso maleficiano – loro e i disgraziati noi che se pensamo di comprare roba decente, del giudizio e dell’editor medesimo. quanta editoria premia una ricerca narrativa, linguistica, culturale seria? Quanta editoria è capace di fare vero marketing editoriale ossia giocarsi il culo per qualcosa di nuovo, e di lavorato che può creare un bisogno anzichè la solita sbobba da scuola di scrittura creativa – Dio le strafulmini tutte, indistintamente – che pesca nello stagno sicuro dei bisogni acclarati?
    Michela è un grandissimo talento e io ho molta stima di lei, IsBN imbroccò bene e Einaudi meglio – meno male, ci da speranza. In compenso quanti cazzo di romanzi veri riesco a vedere premiati, e pubblicati di gente che non li ha cagati in sei mesi pompati dalla casistica della vita privata? Comprelo! è un omosesso maròn! Accattatela è una strafica pentita!
    Come sai sono nelle mani di un’agente – e sono terrorizzata da questa forbice. Non pubblicherei mai a pagamento ma mi terrorizza l’idea – si lo so, sono molto arrogante è un mio difetto – persino di piacere a un editore normale: e per i criteri della sua scelta, e al pensiero che mi si appioppi un editor che non ha i coglioni per stare appresso a quello che voglio fare e mi propone il piattume linguistico che ci circonda. alla fine, sono contentissima del mio blog, ci saranno un sacco di errori e pochezze, il livello non sarà accelso. è confuso e non supervisionato – ma la rete ti da il boccaglio per scappare dalla forbice dell’industria culturale.
    Scusami la controinvettiva; era comunque affettuosa e nella consapevolezza che capirai e ti sentirai almeno in parte – in sintonia.

    • Lara Manni Says:

      Sono due piani diversi, Zauberei.
      Come dicevo nel post, l’editoria italiana non sta tanto bene, proprio perché antepone il marketing all’accudimento (credo che la parola debba essere questa) e alla crescita degli autori.
      Ma in un paese dove pochissimi leggono e tutti scrivono, penso che le responsabilità vadano almeno divise equamente fra scrittori ed editori. Scrivere rende narcisi, questo posso garantirlo: e rende fragili, non foss’altro perché si rende pubblica una parte segreta di se stessi. Ma questo non deve impedire un minimo di lucidità e di autocritica.
      Sull’altro versante, gli editori dovrebbero magari inseguire un caso in meno e un buon testo in più, o quanto meno permettersi il rischio di un buon testo grazie al caso di cui sopra.
      Quanto all’editing: sappi che comunque l’ultima parola è sempre dell’autore. Quella dell’editor che appiattisce il linguaggio è una balla, o quanto meno a me non è mai capitato di incontrarne uno, fino a questo momento. E, ripeto, se una soluzione linguistica non mi convince, la rifiuto.

  3. Lara Manni Says:

    Questo potrebbe dircelo solo Jane, temo. Ma qualunque fossero le sue reali aspirazioni, è certo che il quarto d’ora di celebrità warholiano è diventato non un diritto ma un’esigenza irrinunciabile. E andrebbe bene. Se non fosse che una volta pubblicato il benedetto libro, a pagamento o meno, l’indice si punta verso i critici cattivi, i lettori invidiosi, il complotto universale che non ha consentito il suo ingresso nella top ten delle classifiche.
    Ha ragione Michela Murgia: il lavoro di chi scrive è difficile, necessita di tempo, costanza, attenzione e anche di fortuna. Le scorciatoie su cui tanti si torcono di invidia sono riservate a pochissimi. Tutti gli altri, fanno la loro strada, che è quasi sempre tortuosa. Ma i complotti non hanno nulla a che vedere con le sue curve.

  4. Due interessanti post | Sproloqui e Deliri Says:

    […] sull’ editoria a pagamento, uno di Michela Murgia e uno di Lara Manni. […]

  5. Fabio Says:

    Io la vedo così. Farsi pubblicare presuppone che lo scrittore, oltre a volere che il proprio libro venga letto da tante persone, ci guadagni anche un po’ di soldi. O almeno, di solito è così. Sono assolutamente favorevole, sono dispostissimo a pagare uno scrittore, a dare insomma qualcosa in cambio.
    Se il mio manoscritto gira come una trottola tra le case editrici, respinto da una dopo l’altra, forse ciò che ho scritto non è adeguato a certi standard.
    Non vedo per quale motivo io debba pagare qualcuno per farmi pubblicare il libro. Se ci tengo così tanto che venga letto da qualcuno, molti siti offrono il servizio di stampa e vendita, mi viene in mente “lulu.com”. Carico il file, scelgo impaginazione e prezzo, e a quel punto posso investire su me stesso, ne compro 300 copie e inizio a farle girare. Le regalo, le vendo, faccio un po’ quello che mi pare. Così qualcuno legge il mio libri. E forse, dico forse, mi rendo conto di aver scritto una porcata oppure il capolavoro del secolo. E nessuno si arricchisce per fare ciò che con un po’ di forza di volontà potrei fare da solo.
    J.K. Rowling ne ha girate un bel po’ di case editrici. King ha scritto moltissimi racconti, lui stesso racconta di aver avuto appese ad un chiodo le lettere di rifiuto dalle case editrici. Tutti ci insegnano a perseverare.

  6. Fabio Says:

    ALT!! Forse l’ho sparata grossa, devo fare ricerche, ma forse Lulu è, da un certo punto di vista, editore a pagamento.
    Quello che volevo dire, insomma, è che è preferibile “autopubblicarsi”.

  7. Lara Manni Says:

    Lulu.com è self publishing: non si pone come editore ma come servizio per autopubblicarsi, appunto.

  8. M.T. Says:

    Al quarto giorno del nuovo anno vedo che non sono solo con i fumini che escono dalla testa.
    Ribadendo la premessa che sono contro l’editoria a pagamento, dato che sarebbe come dover pagare per lavorare, sarebbe auspicabile che certi atteggiamenti terminassero, dato che si è stanchi di questa bagarre simil-politica dove è sempre un attaccarsi e inveire, criticare senza fare darsi da fare per qualcosa di meglio.
    Non mi piacciono i lettori che si scagliano contro gli scrittori come se loro fossero il male del perché non riescono a pubblicare, ma non mi piacciono nemmeno gli scrittori che escono con affermazioni che se una persona non riesce a pubblicare è perché il lavoro che ha prodotto non è all’altezza.
    Il discorso sull’editoria e il mercato è complesso, le case editrici fanno delle scelte, ma, se è vero che hanno potere, è anche vero che sono i lettori a dargli quel potere, facendo certe scelte. Se il risultato di quello che si ha non va bene, ci si guardi allo specchio e si vedrà il respondabile.

  9. Lara Manni Says:

    M.T.. Michela Murgia non ha detto questo: ha detto che bisogna pur mettere nel conto, però, che il lavoro rifiutato possa non essere all’altezza. E se devo giudicare da quel che leggo, non posso darle torto.
    Poi, ribadisco: non mi sembra di aver mai negato che la situazione editoriale sia critica, e ho dedicato non pochi post all’argomento. Ma non è critica perché non pubblica i talentuosi misconosciuti. E’ critica per tutta una serie di motivi, incluso quello di non puntare sempre alla qualità. I piani sono diversi.

  10. M.T. Says:

    Non era riferito alla Murgia, ma ad altri scrittori che hanno fatto affermazioni del genere, un mettere tra le cose che danno fastidio (era abbastanza IT, dato che si è nel post delle invettive😉 ).
    Che la situazione sia più complessa di prima non ci piove e c’è tanto da dire, ma a un certo punto discutere, anche se fa comprendere, non cambia le cose, servono fatti. E per quel che mi riguarda m’impegno a fare il meglio sul lato scrittura, sapendo che è sempre migliorabile, il resto si vedrà: il tempo è limitato e non mi va di preoccuparmi di chi ha pubblicato e del perché, se non per leggerlo se ha scritto qualcosa di valido.

  11. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  12. Giobix Says:

    Da qualche anno leggo forum e blog di scrittura, e ho letto centinaia di testimonianze simili alla parodia della Murgia, ma pure sfoghi di editori sommersi da roba illeggibile.
    Io stesso ho letto cose atroci, anche di persone che sfoggiavano la loro cultura e si lamentavano di essere incompresi. Mi sono letto libri stampati a pagamento per trovare la famosa perla e non l’ho trovata. Invece ho trovato molta presunzione, e la diffusa mancanza di una minima coerenza interna a storie e personaggi.
    Per farla breve, mi sono fatto questa idea:
    1- I “non scrittori” sono un binario seperato, e nessun editor perde tempo ad appiattire testi brillanti. Ha di meglio da fare. Se un libro arriva sotto le forche caudine dell’editor, significa che la casa editrice lo ritiene già buono in partenza.
    2- Solo in narrativa esiste questa mania degli aspiranti di non voler acquisire nessun tipo di tecnica. é un come se l’appassionato di cinema pretendesse di scrivere una sceneggiatura o di girare un film solo perchè ne ha visti tanti (e conosce a memoria quelli di Kubrick).
    Ma se lo spettatore normale può tranquillamente non riconoscere un Campo lungo quando lo vede, la stessa cosa non può permettersela chi ha l’ambizione di raccontare storie per immagini.
    I corsi e i saggi di scrittura non sono tutti uguali, possono essere pessimi o interessanti, l’importante è non applicarli col righello. Io ho scoperto tecniche e trucchi che da lettore non ero in grado di codificare, per esempio.

  13. Precaria Guerrilla (@Guerrilla_Prec) Says:

    …però che Michela Murgia sia preoccupata del fatto che si veda “occupare con il tuo […dello scrittore che pubblica a pagamento] scritto uno spazio prezioso e scarso” è qualcosa che, in effetti, preoccupa me. Perché mi dà la sensazione che ci si stia scannando per un posticino in vetrina, in altre parole che si sita lottando con i denti per sopravvivere in un ambiente sfavorevole e ostile. Insomma, non capisco perché uno scrittore affermato debba preoccuparsi del fatto che in Italia ci sia più gente che scrive di quella che legge. Scrivere significa comunque, nonostante il narcisismo, essere vivi intellettualmente, immagino che chi scrive legga, o ha letto in passato, o leggerà in futuro. Un scrittore affermato (in un mondo ideale, certo) dovrebbe essere sicuro del fatto che un lettore capirà il suo valore dopo solo poche righe. E che (forse) butterà nella differenziata, prima di finire il primo periodo, il libro dello “sfigato” che pubblica a pagamento. Se no che scrittore affermato sarebbe? Uno scrittore che ritiene che i suoi lettori non siano in grado di capirne il valore? È di certo triste la vista dello scrittore incompreso e risentito, ma forse lo è anche il panorama generale, se anche chi scrive per l’editoria vive nella paura dell’incomprensione del proprio valore. (P.S. io scrivo solo sul mio blog, non sono nè scrittore affermato, nè talento incompreso, sarebbe troppo faticoso in tutti e due i casi…)

    • Giobix Says:

      Parla del libraio e del suo spazio di vendita in negozio, e il librario se ne preoccupa eccome. Ma se non è un amico, non c’è problema, si guarderà bene dal mettere in vetrina vanity press. E così tutti i suoi colleghi in Italia.
      Quindi, non credo che la Murgia esprimesse paura per il suo lavoro, piuttosto fastidio verso questi polli arroganti.
      I libri stampati a pagamento finiscono quasi sempre ricomprati dagli stessi autori, in genere con un ricco sconto del 10% (ci mancherebbe che gli facessero pagare anche la percentuale d’autore🙂
      Il resto delle copie finisce in qualche magazzino, e se non le smerci da solo, vanno al macero.
      Anche riguardo al fatto che uno scrittore affermato dovrebbe sentirsi sicuro di ciò che scrive, mah, ce ne sono molti che restano insicuri e nevrotici come prima. é un lavoro precario per eccellenza.
      Come dice Anne Lamott nel suo saggio “Scrivere” a proposito di aspiranti scrittori in cerca di successo, soldi e riconoscimenti:”non riescono a credere che possedere tutto questo probabilmente li renderebbe ancora più instabili mentalmente, stressati e insicuri di quanto non siano già ora.”
      Anne Lamott è una scrittrice affermata in USA, ed è anche una ex alcolista e cocainomane. Io direi di fidarci della sua esperienza😀

      • Precaria Guerrilla (@Guerrilla_Prec) Says:

        sì, sono d’accordo che la Murgia non esprimesse preoccupazione per il suo lavoro in particolare, il mio era più un discorso sul sistema scrittore/”pollo arrogante”/visibilità, in termini generali… Per sicurezza intendevo quella dell'”artigiano” che sa di aver costruito un prodotto che sta in piedi con le sue gambe, che funziona. D’altronde la stessa Murgia mostra questa sicurezza. Sul discorso sull’insicurezza della Lamott, più personale e artistica, sono d’accordo, con lei e con te🙂

    • Lara Manni Says:

      Sì, Precaria Guerrilla, ci si sta scannando per un posto in vetrina🙂 La situazione editoriale è esattamente questa, né più né meno. E io trovo che solo un’autrice affermata come Michela Murgia possa fare questo discorso senza essere accusata di personali risentimenti per come stanno andando le cose.

  14. zauberei Says:

    Si credo che tu abbia ragione sui due piani diversi, ma quello che ti voglio dire è che si crea una specie di spazio vuoto, un’area non coperta. Poi certo, il problema è il voler saltare i circuiti intermedi – la pubblicazione sulla piccola rivista, le letture collettive etc – che ti fanno affinare ti fanno crescere.Per cui arrivano e pum tiè un bel romanzo, e hai ragione la stragrande maggioranza dei casi è monnezza.
    Sui linguaggi appiattiti dall’editing, si ne conosco alcuni – almeno un paio. Non so come accadde, penso che il fatto di essere a una prima opera per i due autori in questione li rendesse più remissivi e forse più autenticamente incerti. Per cui è facile per te lara saper dire di no. Per chi emerge forse meno. Magari non lo sa, magari ci crede davvero. In un paio di casi penso che l’editor fece un cattivo servizio alla persona di cui avevo letto le cose in formato originario.
    ma ti arrabbiasti?

    • Lara Manni Says:

      No, non mi sono arrabbiata: ma quando ho visto le bozze con le proposte di correzione della mia opera prima mi si è stretto il cuore. E’ normalissimo, ti riporta ai tempi della scuola e ti ferisce. Ma è una ferita necessaria. Nessuno si è mai sognato di discutere il mio stile, ma di migliorarlo, di “quadrarlo” (non significa appiattirlo, significa dargli coerenza al proprio interno) sì. Di quel primo editing ho fatto tesoro, e credo di aver evitato errori successivi. Però bisogna essere umili e insieme sicuri di quel che si è fatto. Nessuno mi ha proposto di cambiare la storia, mai. Nè il linguaggio. Quel che mi è accaduto e accade, e non solo da editor ufficiali, ma dai co-editor personali (ne ho due, preziosissimi) è il suggerimento di togliere qualcosa, o di riscrivere una parte. E questo ci sta e ci deve stare.

      • zauberei Says:

        Me sto a intrippà co sto meccanismo delle repliche!
        Uhm, ma certo che hai ragione lo so. Cioè diciamo che dipende pure con chi capiti, può capitare relativamente spesso che cadi bene. I coeditor personali sono sacrissimi ma quelli sono meglio mi sa che ce li scegliamo noi.

  15. Cristoforo Prodan Says:

    Nell’introduzione di un libro su James Laughlin, fondatore della storica casa editrice New Directions, veniva citato un interessante ragionamento di Octavio Paz (Discorso sulla letteratura e l’editoria oggi, 1996), che qui vi traduco:

    «Sin dalla comparsa della stampa, i rapporti fra autori ed editori sono sempre stati burrascosi. Anche se sono sempre in disaccordo, nessuno dei due può vivere senza l’altro. Ora, la logica che detemina la pubblicazione dei libri è la logica del mercato. Per me è una logica che non può essere applicata meccanicamente a quell’operazione complessa e delicata che consiste nello scrivere libri, nel pubblicarli, nel distribuirli e nel leggerli. La letteratura è, e non può essere altrimenti, indifferente alle leggi del mercato. Quell’indifferenza è divenuta, sempre di più, ribellione, e quella ribellione è parte della storia della letteratura del Novecento».

  16. zauberei Says:

    Non so forse c’è un problema di mera strategia, cose da dire e da non dire, anche se la reazione è assolutamente umana. Ma è ingenuo pensare che uno scrittore affermato dica a uno che non è affermato, non sei affermato perchè sei pippa, chi si afferma è perchè è bravo, non crei un campo incandescente in cui scatti un bel vaffanculo. E’ persino difficile tra amici dire beh qua hai da lavorà ancora tanto, senza che l’altro se la prenda e senza che senta o fraintenda l’eventuale ritorno narcisista di quello che ha pubblicato mentre parla. Specie quando in altri dibattiti si è riflettuto abbondamente sulle logiche della promozione culturale, di cosa pubblicare o come funestarlo etc. Forse anche se hanno ragione, gli scrittori affermati non dovrebbero toccare il tasto talento ecco – non per torto ma per prevedibile effetto boomerang. E manco tasti tipo ah pubblicare non ti rende più forte o che, perchè l’asimmetria viene prima, e l’asimmetria è il frame che farà giudicare il resto, le due posizioni.
    E poi dipende: finchè lo fai te Lara o Michela io ci supersto. Ma da altri, lo stesso concetto avrei problemi seri.
    Preferisco il discorso di loredana lipperini. L’editoria a pagamento è un problema perchè a te, scrittore topino ti prende in giro, ed eventualmente a te lettore topino anche. Te scrittore topino credi di essere valutato e pubblicato invece stai annà da un tipografo, ti si vende una cosa come se fosse un acquisto, e invece è una triste vendita a discapito del tuo lavoro. Se ami la scrittura come dici, difendila dallo sciacallaggio del cattivo narcisismo. Usa il buono e sgobba, riscrivendo dieci volte e titentando (poi se daje daje gne la fa eh, ma è forse un altro discorso).

    • Lara Manni Says:

      Ma solo uno scrittore affermato può farlo, Zauberei!!! Solo uno scrittore affermato può prendersi anche i vaffanculo, nel momento in cui ha avuto un percorso cristallino.
      Io ammiro Michela Murgia per il coraggio e la sincerità che ha dimostrato: poi, certo, se me lo viene a dire Silvia Avallone, tanto per non fare nomi, una reazione più viscerale forse la avrei. Ma abitualmente quel tipo di autore non fa discorsi di questo genere🙂

  17. Giovanni Says:

    Carissima Lara sono pienamente d’accordo. Non solo: proprio non vedo cosa ci sia da discutere: Stephen King, e ritengo superfluo qualsiasi aggettivo, ha passato ANNI a inviare materiale alle case editrici e a vederselo respinto, e non ha mai inveito contro le multinazionali farmaceutiche o contro gli editori, per questo. Anzi. Lo ha considerato uno spunto per migliorarsi, verificare cosa non andava, mettersi in discussione. E non ha mai pagato per farsi pubblicare. Il fatto è che oggi molti di coloro che si considerano scrittori (gli scemi sono pieni di certezze, le persone intelligenti di dubbi, purtroppo) non solo non hanno mai letto on writing, ma leggono generalmente poco e male, hanno un vocabolario limitato, una sintassi approssimativa ed una ortografia da dodicenni.

    Davvero, che c’è da discutere? Se chi vuole scrivere fosse, prima di tutto, un buon lettore, si troverebbe costretto, dal raffronto coi maestri, a mettersi in discussione, a verificare le proprie capacità. Se tutti coloro che scrivono sapessero farlo gli editori a pagamento, che esistono solo per appagare l’ego degli stupidi, semplicemente non esisterebbero, come infatti non esistevano fino a qualche anno fa.

  18. Luigi Says:

    Sono pienamente d’accordo con te e voglio raccontare la mia esperienza. Ho aperto un blog da poco meno di cento giorni e dato che sono un appassionato lettore, non un critico, ho deciso di scrivere le recensioni (forse sarebbe meglio dire le opinioni) dei libri che leggo. Ho iniziato a collaborare anche con qualche casa editrice, senza fine di lucro, solo per arricchire di contenuti il blog.
    Ora voglio segnalarvi due episodi che mi hanno fatto riflettere. Tra le collaborazioni, all’inizio, ho accettato anche quella con editori che pubblicano con contributo dell’autore. Questo per la totale assenza di pregiudizio e per la convinzione che se un autore accetta di pubblicare a pagamento la propria opera evidentemente è d’accordo sul modello contrattuale e su questo tipo di editoria. Contento l’autore perchè non dovrebbe essere contento il lettore?
    Comunque ho iniziato a leggere i libri di questa casa editrice e vi garantisco che il livello era mediamente molto molto basso. Poi quando ho scritto la recensione, inserendo delle riflessioni sul perchè pubblicare certi libri, il direttore editoriale mi ha chiesto di eliminarle dal blog, dicendo che loro pubblicano solo opere di qualità. Da qui ho capito tutto. E subito ho tagliato i ponti con tutte le case editrici che pubblicano a pagamento, anche chi, a dire il vero, pubblica opere di qualità superiore.
    Basta poco per capire come funzionano certe cose. Non va mai bene generalizzare, ma onestamente basta poco per capire che il prodotto editoriale è molto scadente e viene pubblicato esclusivamente per incassare i soldi dell’autore. Purtroppo è brutto fare certe affermazioni ma è necessario per amore della verità.
    Il secondo esempio, invece, riguarda gli autori. In questo caso una scrittrice che mi ha spedito il suo libro per scrivere la recensione. Ora già dal formato, a carattere minuscoli, il libro non si presentava bene. Ma veniamo ai contenuti. Ho terminato la lettura del libro e prima di pubblicare la recensione sul blog, dato che si trattava di una scrittice giovane, ho pensato di condividere con lei le mie opinioni, piuttosto che evidenziare la pochezza dell’opera sul blog.
    Il risultato: una presunzione indefinita! L’autrice mi ha accusato di non aver letto tutto il libro, di averlo letto superficialmente, praticamente di non capire nulla (come le case editrici importanti a cui aveva mandato l’opera, chiaramente rifiutata). Ora io non sono nè un critico nè un professionista dell’editoria. Tuttavia da lettore ho espresso le mie opinioni e vi garantisco con la massima trasparenza e lealtà. Il libro, naturalmente, era davvero poca cosa.
    Questo per dire che la scrittura non è per tutti e che bisogna avere umiltà. E’ troppo facile accusare le grandi case editrice di pubblicare solo opere per meri scopi commerciale (che in parte è anche vero), ma bisogna anche avere il coraggio di accettare il giudizio altrui e essere pronti alla consapevolezza che l’opera può essere ritenuta brutta o poco interessante.
    Chi decide di scrivere e pubblicare, cosa più importante, decide di mettersi in gioco e bisogna anche essere pronti a subire rifiuti, critiche e tutto il resto. Il tutto nella massima umiltà.
    Poi diciamolo chiaramente: la scrittura non è per tutti. Anche se tutti i lettori vorrebbere scrivere la propria opera, purtroppo non tutti sono capaci. Prendiamone atto.
    Mi scuso per questo piccolo sfogo ma mi sembrava inerente all’argomento trattato.

  19. Lara Manni Says:

    Luigi e Giovanni, concordo. Ripeto, le critiche aprono ferite narcisistiche, sempre e comunque ed è inutile negarlo. Sarei ipocrita se dicessi che le stroncature dei miei libri mi lasciano indifferente. Anche quando sono più che motivate. Però, abitualmente le critiche servono per migliorarsi, quando sono volte al miglioramento almeno e non alla polemica fine a se stessa.
    Se un testo non funziona, va riscritto: una, due, venti volte. Mi sembra che alla minima obiezione, ora, la risposta sia il vaffanculo di cui si discuteva poco fa.🙂

  20. Zweilawyer Says:

    Due disgraziati che si scannano per un posto al cimitero.

  21. Precaria Guerrilla (@Guerrilla_Prec) Says:

    leggendo qua e là ti trovo questo, scritto da Busi recentemente, a riguardo dell’editoria… mi sembrava in tema,,,

    http://www.altriabusi.it/2012/01/02/chi-ha-il-romanzo-non-aspetti-tempo/

    Tanto per dire a coloro che da dieci anni mi tormentano, fino all’insulto, perché non scrivo e non pubblico niente, articoletti a parte: tre persone, che conosco da un paio di decenni, hanno El especialista de Barcelona in lettura, chi da due settimane e chi da una, e nessuno mi ha a tutt’oggi detto una parola. Non sto parlando di un romanzo di mille pagine e nemmeno di cinquecento, al massimo sarà di 180 pubblicate (180 riscritte e rilette e rieditate e ri-riscritte dall’inizio alla fine non meno di 30 volte: è costruito in modo da essere a fogliazione “doppia”, tanto che lo slogan di lancio potrebbe essere “Prima leggilo e poi leggilo”). Non credo sia perché non gli è piaciuto e stanno cercando le parole per farmelo sapere, semplicemente perché ancora non hanno trovato il tempo di leggerlo. E’ la prova che di un romanzo, nemmeno di Busi, nemmeno dopo dieci anni che Busi non scrive più, nessuno sa che farsene o ne farà qualcosa quando non avrà di meglio da fare. Là, in fondo a quella lista di cose prioritarie a esso, giace più di una spiegazione di ciò che siamo stati e non saremo più, non noi, e anche il perché, se decidessi di non pubblicarlo in vita, l’avrei indovinata in pieno. A.B.

  22. Lara Manni Says:

    Quale cimitero, Zwei? Non penso che gli ebook faranno “così” rapidamente delle librerie altrettanti cimiteri. Nè che con gli ebook magicamente saranno riconosciuti i presunti talenti misconosciuti. Ci sarà più possibilità di leggere, di certo. Ma da quanti?🙂
    Precaria Guerrilla: due settimane sono niente. I tempi di lettura sono a un anno, più o meno, in questo momento. Non sto difendendo le case editrici: sto dicendo che su sessanta milioni di italiani o quanti sono, scrivono in cinquanta milioni almeno. E non scherzo.
    Vale anche per Aldo Busi. Laddove Busi, in tutta obiettività, non è più l’autore che era. Perché gliene frega poco, perchè forse ha esaurito un ciclo, non lo so. Ma non perchè non sia “vendibile”. Ha un nome che garantisce comunque ancora un minimo di vendite.

  23. Zweilawyer Says:

    Al momento, più che gli ebook, il vero colpo mortale alle librerie fisiche lo stanno dando i rivenditori online. Non so se hai notato, ma ormai nella maggior parte delle librerie ci sono intere sezioni dedicate a giocattolini, ninnoli, gadget per la casa, ecc. Ormai non hanno più alcuna possibilità di competere con Amazon & co, la loro unica fortuna risiede nel fatto che molti italiani (data l’età media della popolazione) non sanno usare/si fidano di internet. E’ solo una questione di tempo… quando si diffonderanno anche gli ebook, beh, adieu.

    Sull’EAP. Diffido da ogni storiella sul complotto contro gli autori incompresi. D’altro canto, prendersela con l’EAP è la trasposizione nell’ambiente editoriale di Vespa che mostra il plastico di Cogne mentre l’Italia è nella merda fino al collo.

    Credo che i problemi del canceroso sistema editoriale siano altri: i prezzi folli dei libri (La Via dei Re, Fanucci, a 30 euro; 10 pagine di Erri DeLuca, autore mediocre, a 15 euro, ecc.), il 60% preso dai distributori, le percentuali da fame date agli autori, le recensioni prezzolate…

    Un saluto
    Zwei

  24. Lara Manni Says:

    Dipende. Io penso che le librerie, specie quelle indipendenti, siano e debbano essere un luogo da difendere con le unghie e con i denti. Quando ordino un libro on line, o so perfettamente quale libro voglio o mi faccio indurre da un passaparola. E non sempre i passaparola sono attendibili, per molti motivi. Esistono ancora librerie dove “perdere tempo”, sfogliare, guardare, leggere a sbafo qualche pagina e convincersi all’acquisto. E credo che siano uno dei modi per garantire sopravvivenza anche ai libri che non godono di marketing strombazzante o di appoggio del grande editore (quando decide di appoggiare, naturalmente).
    Quanto all’Eap, penso che sia comunque una parte del problema generale, e non una parte piccola: perché è la spia di quel che dici tu, di un sistema traballante, dove chiunque rivendica il diritto allo status di scrittore, a prescindere, perché fin qui gli è stato fatto credere che deve rivendicare quel diritto.
    (Ma le recensioni le legge ancora qualcuno? Io credo proprio di no)
    Saluti!

  25. Michela Murgia Says:

    Non è così del resto che funziona anche secondo il Repubblica group? “Se l’hai scritto, va stampato”, cioè “caro amico, da queste autorevoli pagine ti comunico che tra l’azione di scrivere e quella di pubblicare c’è un rapporto automatico di causa/effetto”. Con buona pace di tutti quelli che ci stanno in mezzo.

  26. Lara Manni Says:

    E come non concordare? Quello slogan è terribile: potrei aver scritto l’elenco dei fiorai di Viggiù, o un saggio sulla vita sessuale dei grillitalpa, e sarebbe comunque degno. Ahinoi.

  27. M.T. Says:

    Zwei: sul prezzo dei libri ne abbiamo già discusso altrove e siamo d’accordo. C’è da comprendere perché lo stesso libro in Italia costa di più che all’estero (prendo La Via dei Re che hai citato ad esempio che qua costa 30 euro e all’estero s’aggira sui 20, ma che reputo uno degli esempi meno scandalosi, dato che è al pari delle edizioni illustrate del SdA, quando invece ci sono libri di neanche 200 pagine e ne costano 20, non avvicinandosi nemmeno lontanamente alla qualità del volume di Sanderson).

    Questione ebook. Finchè i prezzi rimarranno a livello del cartaceo, dubito che avranno diffusione. Bisogna vedere se le case editrici cominceranno ad abbassare le pretese di voler guadagnare smisuratamente, dato che con la versione elettronica del libro i costi sono molto più bassi.

    Lara. Presente😉 (per quanto riguarda le recensioni)

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