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Furbizia e pregiudizio

gennaio 9, 2012

Un articolo apparso sul supplemento culturale del Corriere della Sera, La Lettura, ha impegnato diversi scrittori e lettori a discutere su Facebook negli ultimi due giorni. L’articolo si intitola I furbetti della narrativa, e assembla alcuni pareri critici su quanto sia ormai brutta e cattiva l’editoria. Quale editoria, a proposito? Si intuisce alla terza riga:

“Beccato con le mani nel sacco, anzi, in pagina. Viene da pensarlo quando la critica rivolge agli autori l’accusa di furbizia. Non che la cosa riguardi le vette della classifica o la letteratura di genere, dove certi artifici servono a portare a casa l’assassino e lo stupore, ma tocca sempre più spesso narratori percepiti come letterari a pieno titolo che rinunciano a rischiare affidandosi a troppi escamotage”.

La letteratura di genere viene dunque sostanzialmente equiparata a “vette della classifica”, e a pensar male si dovrebbe fare l’equivalenza vette=schifezza. Discorso vecchio, vero? Certo, nessuno si sogna di definire capolavoro un ricettario di cucina o il solito Fabio Volo, che peraltro non appartengono al genere, e neppure  Eragon  (che genere è,  e qui si potrebbe ripartire con un altro vecchio discorso secondo il quale Paolini rappresenta quella parte del genere più visibile: draghi, magie e soprattutto narrativa per giovanissimi, ma è il primo lunedì dopo le vacanze e ve lo risparmio).
Andiamo avanti.
Chi sono gli scrittori furbi? Ma quelli che sono in classifica, naturalmente. Lo afferma il critico Franco Cordelli a proposito di Murakami Haruki, ” uno degli scrittori più furbi dei nostri anni”. Premettendo che darei un braccio per essere furba allo stesso modo, sarebbe interessante esplorare il concetto di furbizia. Intendesi compiacenza con il lettore? Nel caso di Murakami Haruki, non mi sembra affatto. I suoi romanzi non sono “semplici”, non sono consolatori, non sono piani, non seguono un filone (semmai,  fanno esplodere i filoni). Mi tengo la curiosità, per ora.
Furbi sono anche, secondo altri critici intervistati, Fabio Geda (il quale, astutissimo, userebbe lo schema del giallo:  come se utilizzare la suspence fosse un punto di demerito), Mauro Corona perché fa il boscaiolo, Erri De Luca perché ha fatto l’operaio, Salvatore Niffoi perchè indossa giacche di vellutino (“che tanto piace alle signore romane parioline che lo leggono sotto l’ombrellone”: giuro, è la prima volta che trovo un abbinamento fra quartieri della capitale e tessuto delle giacche, ma pazienza), Tabucchi, se non ho capito male, in quanto scrittore civile.
Ma è il giudizio di un altro critico, Goffredo Fofi, quello su cui vale la pena di riflettere. Ovvero:

“I veri furbi sono gli editori, quindi il mercato, sono loro a decidere tutto.  Lo fanno attraverso gli editor che non sono mai stati così potenti. Oggi quando ricevono un manoscritto possono manipolarlo tranquillamente, tanto sanno che l’autore accetterà, anche perché ormai si scrive tanto per pubblicare, più che per lasciare una traccia. Le ultime generazioni pubblicano per farsi intervistare, per finire in televisione e sui giornali: è una situazione completamente falsata, anche dalla complicità dei media”.

Questa dichiarazione contiene una piccola parte di verità e una serie di luoghi comuni, a mio umilissimo parere. La verità è che “il mercato”, ovvero la tendenza a seguire e prosciugare filoni editoriali, sopravanza la scelta qualitativa molto, molto spesso. Il luogo comune è che questo avvenga per i superpoteri degli editor: i quali, da quello che posso constatare (ma questo sarà anche oggetto di un post a blog unificati), hanno semmai molto meno potere delle direzioni commerciali e del marketing.  E che, almeno da quello che risulta a me e agli altri scrittori che frequento, non manipolano proprio nulla. Sono, semmai, le “linee” decise sempre in ambito marketing, che chiedono un certo tipo di prodotto. Ma l’esordiente che propone un testo proprio e non commissionato difficilmente viene “riscritto” da un editor.
Quanto agli scrittori che scrivono per andare da Fazio. Questa è una mezza verità: ne abbiamo parlato spesso, da queste parti, della scrittura come “status”. Va anche detto, però, che una cosa è l’intenzione e un’altra il risultato. Da Fazio, o in televisione, ho sempre visto autori già famosi, magari provenienti da altri ambiti, e non esordienti.
Per finire, dal momento che sempre nel lunedì dopo le vacanze ci troviamo e non voglio affliggervi troppo: quale sarà mai l’idea di romanzo “non furbo” e per questo motivo apprezzabile, di cotale consesso? Quello che non è stato ancora scritto? Quello che è stato scritto e letto da cinque persone? Quello che non usa “escamotage”? Ma, dizionario alla mano, “escamotage” è “espediente per eludere una difficoltà, per risolvere una situazione problematica”. Di grazia, in questo senso l’escamotage è alla base stessa della narrativa: non un motivo per deprecarla come furbetta.