Furbizia e pregiudizio

Un articolo apparso sul supplemento culturale del Corriere della Sera, La Lettura, ha impegnato diversi scrittori e lettori a discutere su Facebook negli ultimi due giorni. L’articolo si intitola I furbetti della narrativa, e assembla alcuni pareri critici su quanto sia ormai brutta e cattiva l’editoria. Quale editoria, a proposito? Si intuisce alla terza riga:

“Beccato con le mani nel sacco, anzi, in pagina. Viene da pensarlo quando la critica rivolge agli autori l’accusa di furbizia. Non che la cosa riguardi le vette della classifica o la letteratura di genere, dove certi artifici servono a portare a casa l’assassino e lo stupore, ma tocca sempre più spesso narratori percepiti come letterari a pieno titolo che rinunciano a rischiare affidandosi a troppi escamotage”.

La letteratura di genere viene dunque sostanzialmente equiparata a “vette della classifica”, e a pensar male si dovrebbe fare l’equivalenza vette=schifezza. Discorso vecchio, vero? Certo, nessuno si sogna di definire capolavoro un ricettario di cucina o il solito Fabio Volo, che peraltro non appartengono al genere, e neppure  Eragon  (che genere è,  e qui si potrebbe ripartire con un altro vecchio discorso secondo il quale Paolini rappresenta quella parte del genere più visibile: draghi, magie e soprattutto narrativa per giovanissimi, ma è il primo lunedì dopo le vacanze e ve lo risparmio).
Andiamo avanti.
Chi sono gli scrittori furbi? Ma quelli che sono in classifica, naturalmente. Lo afferma il critico Franco Cordelli a proposito di Murakami Haruki, ” uno degli scrittori più furbi dei nostri anni”. Premettendo che darei un braccio per essere furba allo stesso modo, sarebbe interessante esplorare il concetto di furbizia. Intendesi compiacenza con il lettore? Nel caso di Murakami Haruki, non mi sembra affatto. I suoi romanzi non sono “semplici”, non sono consolatori, non sono piani, non seguono un filone (semmai,  fanno esplodere i filoni). Mi tengo la curiosità, per ora.
Furbi sono anche, secondo altri critici intervistati, Fabio Geda (il quale, astutissimo, userebbe lo schema del giallo:  come se utilizzare la suspence fosse un punto di demerito), Mauro Corona perché fa il boscaiolo, Erri De Luca perché ha fatto l’operaio, Salvatore Niffoi perchè indossa giacche di vellutino (“che tanto piace alle signore romane parioline che lo leggono sotto l’ombrellone”: giuro, è la prima volta che trovo un abbinamento fra quartieri della capitale e tessuto delle giacche, ma pazienza), Tabucchi, se non ho capito male, in quanto scrittore civile.
Ma è il giudizio di un altro critico, Goffredo Fofi, quello su cui vale la pena di riflettere. Ovvero:

“I veri furbi sono gli editori, quindi il mercato, sono loro a decidere tutto.  Lo fanno attraverso gli editor che non sono mai stati così potenti. Oggi quando ricevono un manoscritto possono manipolarlo tranquillamente, tanto sanno che l’autore accetterà, anche perché ormai si scrive tanto per pubblicare, più che per lasciare una traccia. Le ultime generazioni pubblicano per farsi intervistare, per finire in televisione e sui giornali: è una situazione completamente falsata, anche dalla complicità dei media”.

Questa dichiarazione contiene una piccola parte di verità e una serie di luoghi comuni, a mio umilissimo parere. La verità è che “il mercato”, ovvero la tendenza a seguire e prosciugare filoni editoriali, sopravanza la scelta qualitativa molto, molto spesso. Il luogo comune è che questo avvenga per i superpoteri degli editor: i quali, da quello che posso constatare (ma questo sarà anche oggetto di un post a blog unificati), hanno semmai molto meno potere delle direzioni commerciali e del marketing.  E che, almeno da quello che risulta a me e agli altri scrittori che frequento, non manipolano proprio nulla. Sono, semmai, le “linee” decise sempre in ambito marketing, che chiedono un certo tipo di prodotto. Ma l’esordiente che propone un testo proprio e non commissionato difficilmente viene “riscritto” da un editor.
Quanto agli scrittori che scrivono per andare da Fazio. Questa è una mezza verità: ne abbiamo parlato spesso, da queste parti, della scrittura come “status”. Va anche detto, però, che una cosa è l’intenzione e un’altra il risultato. Da Fazio, o in televisione, ho sempre visto autori già famosi, magari provenienti da altri ambiti, e non esordienti.
Per finire, dal momento che sempre nel lunedì dopo le vacanze ci troviamo e non voglio affliggervi troppo: quale sarà mai l’idea di romanzo “non furbo” e per questo motivo apprezzabile, di cotale consesso? Quello che non è stato ancora scritto? Quello che è stato scritto e letto da cinque persone? Quello che non usa “escamotage”? Ma, dizionario alla mano, “escamotage” è “espediente per eludere una difficoltà, per risolvere una situazione problematica”. Di grazia, in questo senso l’escamotage è alla base stessa della narrativa: non un motivo per deprecarla come furbetta.

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50 Risposte to “Furbizia e pregiudizio”

  1. Gaja Says:

    ho letto tutto lo scambio, ieri, e mi sono rimaste impresse quasi tutte le considerazioni fatte da te, da rosella, da kelledda murgia. che condivido, naturalmente.
    detto ciò, il romanzo non furbo è quello che parla dell’acne delle cavallette della nuova zelanda e vende cinque copie.

  2. Lara Manni Says:

    Le cavallette della Nuova Zelanda sono il filone trendy del 2013, attenta!🙂

  3. Gaja Says:

    ah, accidenti. così diventerò furba anche io! (e sarebbe ora!)😀

  4. Roberto Gerilli Says:

    La critica letteraria non perde mai l’occasione di mostrare la sua spocchiosità.
    Non ho mai capito e non capirò mai quelli che denigrano un libro solo perchè raggiunge le vette della classifica. La capacità di “raggiungere la massa” non dovrebbe essere un pregio? Mah!

  5. Davide Says:

    Una lettura abbastanza avvilente, il pezzo del Corriere, anche perché sembrerebbe a questo punto che scrivere pensando al lettore, alle sue aspettative ed ai suoi interessi sia un atto deteriore.

    Credo noi si sia l’unico paese nel quale si presuppone che chi scrive “davvero” (?) lo faccia col desiderio di non essere letto, e con somma indifferenza verso chi, leggendolo, gli pagherà il conto della pizzeria.
    L’unica categoria più disprezzata degli italiani che non leggono è quella dei lettori.
    Avvilente all’estremo.

    • Lara Manni Says:

      Sinceramente, è un pezzo che non ha senso. Che non spiega cosa significhi furbizia, che non fa distinzioni fra autore e autore e fra le diverse tecniche. E che, hai ragione, ribadisce la distinzione per il nobile letterato e il bieco narratore.

      • Davide Says:

        Che poi, parlando di idee furbette – scrivere un articolo di critica usando un popolare social network non mi pare male.
        Ma sono io che son cattivo…

  6. mokomokosama Says:

    Murakami semplice o compiacente nei confronti del lettore??? Bontà sua, di chi ha scritto l’articolo intendo. Quest’anno per Natale mi hanno regalato “Dance, Dance, Dance” . Sarà per me l’ennesimo tentativo di finire uno dei suoi libri, che , si mi piacciono, ma in cui dopo un po’ mi perdo.

  7. Lara Manni Says:

    Roberto, sarebbe almeno corretto fare distinzioni fra libri “di massa” costruiti per essere tali o commissionati per essere tali e libri “di massa” che nascono dal passaparola (e il caso di Murakami rientra nei secondi).
    Gaja, temo che soprattutto che le scrittrici vengano, come si nota nell’articolo, considerate al massimo furbe. Al massimo.

  8. Wu Ming 4 Says:

    Ma un addendum all’articolo sulla miseria della critica letteraria italiana? Perché questi qua non si soffermano mai per un istante a pensare che forse sono loro che nun ce stanno a capi’ più un c….

  9. Giovanni Arduino Says:

    I romanzi “furbi” (enormi virgolette) fanno venire la gastrite a certa “critica” (enormi virgolette), e per tutti i motivi sbagliati.
    E poi, se questi sono i “furbi” (virgolette, e tre), pregasi indicare gli scemi. Acne delle cavallette neozelandesi (che trovo geniale: un saggio/romanzo su un simile argomento io lo leggerei) a parte, naturalmente😀

  10. Lara Manni Says:

    Il problema è capire “perché” a certa critica viene la gastrite? Cosa contraddicono? Quale tabu violano?
    (Quanto scommettete che qualcuno commissionerà prima o poi un distopian dove le cavallette neozelandesi distruggono il mondo?)🙂

  11. Roberto Gerilli Says:

    Penso di essermi espresso male. Intendevo che scrivere un libro capace di essere letto e capito da un gran numero di persone e, di conseguenza, di scalare le classifiche, dovrebbe essere un pregio non un difetto.
    In ogni modo io ho difficolta a definire scrittore colui che gode nell’essere letto solo da pochi

  12. Michela Murgia Says:

    Specialmente se quei pochi sono i critici.

    • Gaja Says:

      facciamoci furbe: rendiamo le cavallette neozelandesi un BISOGNO. facciamo in modo che gli editori le bramino! magari qualche messaggio subliminale qua e là, nascosto nei romanzi… un’epifania, un punto di svolta risolto da una cavalletta neozelandese. Ed ecco che, zac.!, arriviamo noi a soddisfare il bisogno.
      Anche i critici le ameranno.

  13. Lara Manni Says:

    Giovanni, interessante sì: perché forse lo sdoganamento critico, oggi, passa proprio per quell’esibito disprezzo.
    Michela🙂

  14. Michela Murgia Says:

    Io ricordo cosa dissero alcuni critici quando uscì Elisabeth di Sortino: è un libro furbo, sfrucuglia il torbido, è chiaramente un’operazione di marketing per lucrare sulla cronaca, è l’equivalente letterario del plastico di Vespa… e io a dire che era un libro coraggioso, che era una bella scrittura, che le probabilità che vendesse erano veramente minime, che nessun editor sano di mente l’avrebbe portato avanti con quella speranza. Insomma, poi avevo ragione io e si è rivelato un bel libro che ha faticato in libreria. Reincontrando uno di questi critici glielo dissi: hai visto che non era poi così furbo questo libro secondo i tuoi criteri? Risposta: “Eh, ma era l’intenzione che era furba!”.
    Capito? Era l’intenzione.
    L’intenzione.

  15. Gaja Says:

    chiedo scusa, non volevo postare il mio commento in risposta a quello di michela murgia, ma evidentemente non sono stata attenta al reply.

  16. Lara Manni Says:

    Dunque si giudica dal “filone”, dal presunto contenuto e dall’eventuale comunicato stampa? Questo malinteso francescanesimo della critica come si va a coniugare, però, con i capolavori misconosciuti che vengono celebrati? O non si celebrano affatto e si rimpiangono i bei tempi andati, che dopo Elsa Morante non ha più scritto nessuno?

  17. latyz Says:

    A mio avviso,la critica, in ambito artistico in genere, non ama il pop. Lotta per diffondere il miope pregiudizio pop=superficialità, furbizia, etc.
    Con pop intendo “popolare”, che raggiunge trasversalmente quante più persone possibili, senza per questo rinunciare al proprio originale punto di vista.
    Follet, anni fa, in un’ intervista, alla domanda “come fa lei a scrivere romanzi di successo?” rispose: “so cosa piace alla gente e glielo scrivo.” ecco, questo probabilmente è un pop furbo e che si vende alla massa, ma non è detto che debba essere sempre così, anzi.
    La critica non ama ciò che è popolare perchè ciò che è popolare si spiega da se e non ha bisogno di intellettuali che facciano da tramite tra l’opera e il pubblico, pavoneggiandosi in questo ruolo (i critici, appunto).
    Oggi, le persone (autori e lettori quindi) hanno bisogno di storie che ricompongano i pezzi di un senso che tanto è stato smembrato e strapazzato nel secolo passato. Dunque, storie, vicende, narrazioni comprensibili a tutti, semplici (di quella semplicità che è il risultato di duro lavoro e dedizione) e popolari; e non di persone che ci spiegano la rava e la fava di un opera che capiscono e amano solo 5 eletti del ghetto dei falsi intellettuali.
    Modestissimo parere di lettore appassionato.

  18. Lara Manni Says:

    Salve latyz! Eppure, se la critica guardasse anche al popolare senza pregiudizi, potrebbe essere d’aiuto. Se capisse l’importanza delle storie, senza bollarle in partenza (e spesso senza leggerle), aiuterebbe anche i lettori a orientarsi fra le medesime. Pio desiderio.

    • latyz Says:

      completamente d’accordo. Cioè se facesse il suo dovere: aiutare ad orientare (al di là dei propri miseri orticelli e “poterucoli” da quattro soldi) il pubblico in un panorama spesso difficile da decifrare: il nostro veloce e confuso e mascherato mondo moderno…
      Se la critica dunque, tornasse a fare quello che dovrebbe essere: un lavoro prerzioso, che contestualizza, riconduce, “crea relazioni tra cose apparentemente lontane tra loro”. Che apra riflessioni più ampie che non “furbetto” “carino” e quant’altro.
      Sempre modestissimo parere di lettore appassionato:)
      Twitter: @latytwit (per chi volesse..)

  19. Valberici Says:

    Tra tutti i “soggetti” che possono determinare il successo di un libro in italia direi che il “critico” ha più o meno l’importanza del due di picche. E poi non penso che chi legge certi articoli, pochissimi, possa fare paragoni tra i libri e gli autori citati, tantomeno sui libri in vetta alle classifiche.
    Per fare un esempio credo di essere il solo che ha letto l’articolo citato , tutta la saga di Eragon e l’opera omnia di Murakami. 😉

  20. Lara Manni Says:

    Che la critica abbia poca rilevanza per il successo di un libro è vero: però sarebbe bello che, proprio per questo, si superasse la dicotomia fra libro lodato e libro venduto.

  21. Valberici Says:

    Ma è già superata, anzi non è mai esistita se non nell’ artificioso e narcisistico mondo dei critici.

  22. Michela Murgia Says:

    No, io temo che esista ancora. Esiste ogni volta che un giornale interpella i critici perché possano dire che i libri furbi sono quelli che vendono, quelli che non vendono ma avrebbero voluto, quelli che parlano di donne, di bambini, di adolescenti, di mafia, di Dio e di Chiesa, di precariato, di eutanasia, di aborto, di vita rurale pastorale, di vita di città postmoderna, di famiglia, di gay, di violenza, di sentimenti, di migrazione, di guerra e/o di pace. Restano solo quelli che parlano di Fabio Volo, e infatti Antonio D’Orrico si è precipitato a dire che lui, grazie, preferisce di sì.
    Poi certo, va detto che questi sono problemi da primo mondo.😉

  23. Lara Manni Says:

    Ottima osservazione: ma di cosa parla la critica, a questo punto? Perchè i romanzi di cui sopra sono furbetti, Fabio Volo è comunque intervistatissimo o assai presente. E tutto il resto?🙂

  24. Michela Murgia Says:

    (per inciso, e non perché sono fissata, è proprio la leggenda del libro furbo unita a quella dell’editor deus ex machina che conferma in tante persone che scrivono la convinzione che se l’editoria li rifiuta è solo perchè non sono né furbi né manipolabili)

  25. Lara Manni Says:

    (e di qui, editoria a pagamento)

  26. Michela Murgia Says:

    (ecco, l’hai detto tu😉 ) Se l’editoria delle classifiche è quella dei furbi e dei manipolati, va da sé che chi ha un capolavoro si rivolga ad Albatros, no? Poi certo, la speranza è finire comunque in classifica, ma finché non succede hai un alibi meraviglioso.

  27. raffaele ferrario Says:

    Leggendo l’articolo potrei sospettare, secondo il pensiero debole dallo stesso espresso, che “furbo e opportunista” sia stato anche Oscar Wilde! Intendo sostenere che la querelle è inconsistente e frivola. Parte della realtà editoriale, giornalistica e, di conseguenza, “autoriale” e artistica risulta compromessa tanto quanto la parte politica, in un rapporto di sudditanze a strati: economia, politica, imprenditoria, mass media, scuola, servizi, calcio, editoria… Detto questo, anzi scritto, la mia domanda è: “Dov’è la critica, chi sono i critici?” Se è vero che ormai gran parte di essi scrivono per testate giornalistiche, appaiono in televisione, rappresentano una visibilità baronale, circostanziale e circolarmente povera. L’altra parte è barricata dentro le università e si dedica perlopiù a squisiti studi di settore. Dunque se non m’inganno più del dovuto, spostare il baricentro sullo scrittore è quanto mai avventato. Spostarlo poi sulle intenzioni è quanto meno ridicolo. Uno scrittore va letto, criticato e, per i più temerari, collocato. A mio parere la critica letteraria, indicativamente negli ultimi vent’anni, si è indebolita, si è forse incattivita ma sulle stesse questioni di “moda” che spesso cerca e contribuisce a inventare. Si è sfilacciata più di quanto lo sia l’anima nera dello scrittore contemporaneo. Gli scrittori possono essere di genere, scrivere bene, scrivere male, annoiare, colpire, non convincere; possono anche essere belli, brutti, antipatici, cinici, oracolari, insomma tutto e il contrario di tutto, quindi anche furbi ma è il testo che parla e che resta: il corpo dinamico dell’opera. Di questi tempi c’è una “saturazione artistica” di natura esponenziale. Non è né un bene né un male, è un fatto. Segno di questa contemporaneità è la crescita, in senso evolutivo, esponenziale. Che ci sia confusione, e altrettanti assestamenti, diventa “normale”. Concludo rispondendo a Fofi, per il quale naturalmente sono uno sconosciuto, che – ad esempio – io scrivo per restare.

  28. Lara Manni Says:

    Michela, esatto. La cosa che mi ha colpito di più nelle dichiarazioni di Fofi è che coincidono parola per parola con le rivendicazioni di chi pubblica a pagamento o di chi vede nell’eBook l’arrivo del Vendicatore.
    Raffaele: a me quel che spaventa è la separazione fra accademia e cronaca. La prima guarda con sospetto a tutto quel che viene semplicemente letto, la seconda cerca e monta i “casi”. Anche chi vuole scrivere non per restare, ma per raccontare, come me, si trova fra l’incudine e il martello.

  29. Valberici Says:

    Si ma questi articoli sono davvero fuffa. Su un libro un critico dovrebbe esprimere un giudizio estetico. Poi ovviamente ci potrebbe essere anche un giudizio etico, ma non credo che un critico debba darlo sull’autore esplicito o reale che dir si voglia.
    Tutto il resto sono articoli fatti su commissione per essere comprensibili e appetibili dalla massa dei lettori, fuffa. 😉

  30. Lara Manni Says:

    Val, il giudizio etico ci andrebbe eccome, su un testo…

  31. Giovanni Says:

    Che cos’è la critica? E chi è e cosa fa un critico, in questo caso letterario?

    A differenza di quanto si potrebbe pensare, la critica non serve a fornire informazioni sul merito o demerito di un libro, infatti raramente lo fa e, quando accade, quasi mai analizza il testo fornendo esempi che ne sostengano il giudizio.

    Non serve nemmeno a indirizzare i lettori che, infatti e fortunatamente, se ne fregano altamente di quello che dicono i critici e continuano a leggere quello che più gli piace, almeno per quanto riguarda il grande pubblico. Esiste una minoranza di intellettuali che seguono le indicazioni della critica per scegliere quali libri piazzare in evidenza sui propri scaffali, solitamente senza avvertire la necessità di leggerli, ma di loro possiamo tranquillamente disinteressarci.

    La critica quindi, a mio modesto parere, è semplicemente un genere letterario a sé. Il critico scrive un testo che utilizza e cita altri testi per realizzare un’opera a sé stante, imparentata col fantastico, nella quale iniettare le proprie personali ossessioni, idee, fantasie e utilizzando la propria abilità per dotare di una logica apparente quanto vi si sostiene.

    Se così non fosse, dovremmo catalogare come pura idiozia e non come brillante invenzione l’idea che sia “furbetto” il ricorso all’espediente o la giacca di vellutino. Invece, trattandosi di una operazione di scrittura fantastica, l’espediente di qualificare come “furbetto” il ricorso all’espediente diviene metalinguaggio e sottrae l’opera critica da qualsiasi tentativo di demolizione che la logica e la realtà potrebbero facilmente porvi.

    Oppure sono solo molto buono, quest’anno.

    Un saluto.

  32. Lara Manni Says:

    Sei molto buono, Giovanni🙂

  33. Valberici Says:

    Lara: si, io da sempre sono “favorevole” al giudizio etico, ma, ovviamente, sul testo e non sulla persona dell’autore. Anche se, nella mia limitata esperienza, l’autore implicito è sempre molto simile, eticamente parlando, all’ autore reale.🙂

  34. Roberto Gerilli Says:

    Una cosa che mi sono sempre chiesto: ma questa critica intellettualoide è un problema solo degli italiani o è comune a tutte le nazioni?

  35. L’Ultimo Potere – Preludium: Overture « Le Strade dei Mondi Says:

    […] in flame e non hanno pregiudizi, come è invece per una parte dei giornalisti (leggere questo post. C’è una parte di verità, ma fortunatamente non tutti quelli che scrivono lo fanno per […]

  36. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  37. Lara Manni Says:

    Roberto. Credo che in Italia vada un po’ peggio.

  38. rosella postorino Says:

    ciao lara, riesco a intervenire solo adesso, perdonami.
    mi ha molto interessato quello che ha raccontato michela murgia su elisabeth (libro che considero tra i più impressionanti del 2011, e le motivazioni sono tutte letterarie), perché il giudizio del critico, ancora una volta, era stato dato solo a partire dal tema. è proprio quello di cui mi lamentavo nel post su fb cui è seguita la nostra discussione: l’attenzione univoca per i temi (non solo quando si parla di furbizia), e mai, per esempio, alla costruzione narrativa. ciò accade perché sempre di più il tema sovrasta il romanzo, dal momento che è il tema a determinare il lancio. questo è secondo me il pericolo meno evidente ma più grande che incombe sugli scrittori.

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