A room of one’s own

Mi sono occupata altre volte, nel blog, di scrittrici. E ogni volta che affronto l’argomento mi preoccupo, perché la possibilità di essere fraintesa è altissima. E’ capitato giusto ieri, sempre su Facebook, di essere accusata di autoghettizzazione solo perché avevo usato la parola “consorelle” per invitare altre autrici a riflettere con me su una serie di domande.
Esiste o no una minore considerazione delle scrittrici, per quanto riguarda l’Italia? Certo, esistono molte scrittrici di grande autorevolezza e, certo, esistono moltissime scrittrici pubblicate. Ma il gap c’è davvero o è nella testa di chi scrive? E quanto pesa, se esiste, all’interno di un genere letterario che non sia il romance? (Per me, pesa, nel senso che bisogna faticare di più per conquistarsi credibilità, specie per quanto riguarda horror e urban fantasy, ma ne ho già parlato). E, infine, quanto si finisce per ingabbiarsi da sole in uno schema?
Bene, Gaja Cenciarelli, che è scrittrice meravigliosa (non di genere, se proprio insistiamo con la distinzione), mi ha mandato un contributo. Eccolo qua:

“Il punto è che la narrativa (uso la definizione che hai dato tu, giacché del termine “letteratura” si è abusato fin troppo, e poi trovo che la definizione di letteratura sia soggetta al filtro del tempo: i posteri, forse, ci diranno cos’è e cosa non è. forse.) scritta da uomini non ha bisogno dell’aggettivo “maschile” che la connoti. e però, invece, ancora si parla di narrativa femminile, quasi a sminuire i testi delle donne, quasi a ghettizzare le autrici.
Fermo restando che è stato NECESSARIO in passato gridare al mondo che esisteva anche la donna che scriveva! : era l’unico modo per affermarci di fronte a un canone letterario composto quasi esclusivamente da uomini e stabilito quasi esclusivamente da uomini.
Ancora, è questa la mia impressione, per essere definita scrittrice una donna deve faticare il quadruplo di un uomo. Ancora, per costruirsi una reputazione, per essere presa seriamente in considerazione in questo ambito (e non solo in questo ambito), una donna deve sudare sangue. a parità di talento, in genere è più difficile per lei che per lui.
Esiste la buona narrativa e la narrativa spazzatura.
Tu hai citato giustamente la Byatt. io rilancio con la Munro, conosciutissima da tutti gli addetti ai lavori, e dai lettori forti, ma dagli altri? E rilancio con la Atwood, che è anche poetessa, ed esperta di musica. e poi ancora: Doris Lessing ha scritto un bel libro distopico “Mara e Dann”, ma ogni volta che l’ho nominato mi sono resa conto che in pochi lo conoscevano.
Quando io scrivo rifiuto qualsiasi tipo di narrativa consolatoria. Detesto quelli che chiamo “brodini riscaldati” ovvero storie che non affondano la lama. Sono una donna che scrive, ma questo non fa delle mie parole un universo distinto e separato dalle parole scritte dagli uomini. e poi sono francamente stufa dello snobismo che circola in questo ambiente.
Sono nata con la scrittura, ho sempre pensato me stessa in relazione alla scrittura, non ho mai voluto fare altro. mi sono pensata scrivente in quanto essere umano, e – guarda un po’ il destino – sono un essere umano di sesso femminile. ne vado fiera. e continuo a scrivere.
Mio padre ha novant’anni. sopravviviamo con la sua pensione e il mio lavoro di traduttrice editoriale, e capisco benissimo cosa significhi avere un figlio e scrivere nei ritagli di tempo, oppure mentre lo accudisci. Sono la madre di mio padre eppure scrivo. “A room of one’s own” è ancora un testo sacro, per me”.

 

 

 

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14 Risposte to “A room of one’s own”

  1. Gaja Says:

    Grazie di cuore, Lara.

  2. Lara Manni Says:

    A te🙂

  3. Raffaella Musicò Says:

    Intanto grazie, Lara, per aver sollevato l’argomento, che seppure può apparire trito, in realtà ha sempre bisogno di attenzione e di nuovi contributi. Anche io sono una scrittrice, mi chiamo Raffaella Musicò, e mi piacerebbe intervenire lasciandoti un mio personale commento.
    Credo che più che fissarci sul fatto che esista o meno una ‘narrativa di genere’ – condivido con Gaja il punto di vista sulla denominazione di ‘letteratura’ – e riprendendo “A room of one’s own” come manifesto attualissimo e vigoroso, penso che la questione stia tutta nel rispetto. Non quello che si riesce a ottenere, quanto quello che si è disposte a CHIEDERE. Virginia Woolf dice che abbiamo bisogno di una stanza tutta per noi: è vero, dobbiamo reclamare uno spazio indiscutibile, perché essere delle scrittrici è un lavoro, oltre che una vocazione, che ha bisogno di spazio e di tempo. Io per prima mi sono sentita spesso in colpa quando, invece di dedicarmi a incombenze familiari, mi mettevo a scrivere. Questo ha generato – ad esempio in mio marito, persona che peraltro ha una sensibilità spiccata, quasi femminile, e di certo è uno che rispetta il lavoro sia suo sia altrui – una piccola voragine: più facile pensare di agire sul senso di colpa e ottenere vantaggi personali che stimolare l’altro a prendersi degli spazi e a utilizzarli. La Woolf dice anche che avremmo bisogno di una rendita per poter essere libere e indipendenti: anche questa è una trappola sin troppo evidente in cui cadere. Anche qui il senso di colpa la fa da padrone: invece di cercare un lavoro retribuito – seppure questi siano tempi di magra – investo su me stessa, lavoro ai miei racconti o al mio romanzo, senza alcuna certezza di ricavarne un guadagno. E anche in questa occasione questo sentimento fa sì che chi ci sta intorno possa sentirsi autorizzato a storcere il naso, a non tenere in considerazione il nostro bisogno, e tantomeno le nostre capacità di scrittrici. Dico quindi che spetta a noi ‘l’onere della prova’, dobbiamo essere noi donne ad affermare quello che siamo, dobbiamo farlo con forza, con molta più forza di quanto non lo debba fare un uomo. Ma – come diceva Mae West – per fortuna non è difficile.
    Buona scrittura di cuore
    Raffaella Musicò

    • Paolo1984 Says:

      sarò al solito molto banale, ma l’importante è trovare un equilibrio tra il proprio lavoro/vocazione e gli affetti familiari, senza trascurare nulla ma stabilendo le nostre priorità (e dovrebbe valere per tutti/e)..certo se la persona che amo e che mi ama, con cui condivido la vita mi fa sentire in colpa perchè mi prendo un po’ di tempo per me, una chiaccherata chiarificatrice con lui/lei la farei (non voglio con questo giudicare tuo marito e il tuo rapporto che nemmeno conosco)

  4. Laura atena Says:

    Argomento da trattare con i guanti, ma ci provo perché mi sta a cuore! Premetto due cose: prima di tutto io parlo da lettrice ,quindi non da donna immersa ( o sommersa) nell’ambiente dell’editoria italiana come te e Gaja, secondo che almeno in Italia la donna ancora fatica il doppio a raggiungere certe posizioni, non lo scrivo per vittimismo ma semplicemente perché i dati e le ricerche lo dimostrano. Non sto applicando la regola del “Mal comune mezzo gaudio” dico solo che visto che la discriminazione di genere in italia è molto diffusa sembrerebbe strano se il settore editoria ne fosse immune.
    Dopo queste odiose premesse arrivo al punto, credo che sia un certo tipo di marketing editoriale a creare i presupposti per la ghettizzazione femminile, ovvero esistono editori che chiedono a donne di scrivere libri adatti ad un pubblico di sole donne. Questo meccanismo commerciale si trasforma poi in strumento di critica, diventa, erroneamente, parametro di giudizio.
    I critici (alcuni per carità) hanno commesso in passato e commettono ancora oggi l’errore di portare avanti questa storpiatura in nome del quale l’aggettivo “femminile” che segue la parola “letteratura” assume una connotazione negativa, insomma sta lì per dire “é robba de’ donne”.
    Una volta che questa “trappola” è divenuta sistema scardinarlo anche dall’interno è impresa ardua, come tu e Gaja raccontate ci si sente dentro una gabbia che in qualche modo limita la propria volontà e la propria libertà narrativa (Se non ho capito male) o la possibilità di arrivare a tutti i lettori aldilà del sesso e dell’età.
    Essere bloccate al cancelletto di partenza da un pregiudizio di genere dopo aver faticosamente lavorato è a tutti gli effetti discriminazione.
    La cosa assurda è che da diverse indagini di mercato risulterebbe che gran parte del bacino di lettori italiano è costituito da donne!! Cioè siamo noi donne che non avendo pregiudizi sessuali leggiamo indistintamente narrativa femminile e narrativa maschile senza che gli aggettivi in questione assurgano al cielo come dogmi. Una provocazione se le lettrici smettessero di comprare libri scritti da uomini perché “é robba de maschi” che succederebbe al mercato editoriale italiano?
    Scusa la lunghezza e spero di non aver scritto fesserie immense, sono semplici analisi personali!
    Un salutone a Gaja
    PS ti dirò che personalmente la parola “consorelle” non mi garba moltissimo, sarà che mi richiama l’idea di convento di clausura e io con la religione non vado molto d’accordo;-)

  5. niggle Says:

    Molto bello l’intervento di Gaja, e molto vero.
    Parlare di “narrativa femminile” mette in imbarazzo anche me perché non c’è una controparte, non c’è la “narrativa maschile”. No: c’è la narrativa. Il messaggio subliminale è che la quella femminile è una narrativa a sé, una branchia, uno spicchio, uno stagno mentre la narrativa, quella non-femminile (e quindi maschile) invece è il mare. Sì, è ghettizzazione, temo. In pratica è come dire che non siamo ancora alla pari con gli uomini. Ed è vero, la parità ancora non c’è, in letteratura, sul lavoro e in casa, la mentalità è ancora maschio-centrica. E’ la mia opinione almeno.
    Non fraintendetemi, non sono una femminista arrabbiata. Sono una femminista convinta che ci sia ancora del lavoro da fare: la parità non c’è ma la stiamo costruendo…^^

  6. Lara Manni Says:

    Salve a tutte e grazie. La questione è proprio in quell’aggettivo che in vario modo avete sottolineato “femminile”. Anche quando il contenuto è ben lontano dall’idea di narrazione “femminile” che viene reiterata.
    Aggiungo. Noto fra molte colleghe un’autostima molto più bassa. Capita molto spesso che uno scrittore, anche se ha scritto qualcosa di decisamente scadente, porti con sè un ego spropositato. Fra le donne, capita molto meno, e a volte la faccenda si rivela un boomerang.

    • Paolo1984 Says:

      il maccartista che è in me si trattiene dal chiederti di fare i nomi (Baricco?) la questione è: dovrebbe alzarsi l’ego delle scrittrici o abbassarsi quello degli scrittori? io opto per il secondo…ciò che deve restare è del sano orgoglio per il proprio lavoro

  7. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  8. Paolo1984 Says:

    Ma poi non capisco: se per “narrativa femminile” si intendono i romance e i libri di Fielding e Kinsella posso essere d’accordo fino ad un certo punto (ho visto i film di Bridget Jones e possono essere apprezzati pure da un uomo etero) ma qua sembra che lo “stagno” comprenda qualsiasi cosa scritta da una donna e allora lo trovo assurdo: Amelie Nothomb, Isabel Allende, Kathryn Stockett (ho letto L’aiuto, stupendo!) Elizabeth Strout ma pure Grazia Deledda o Anais Nin sono narrativa nè femminile nè maschile.
    E poi apro una parentesi: sarò ignorante, ma esattamente cos’è il romance? è un libro che ha al centro una storia d’amore romantico con relativi travagli? bè ma allora anche l’Hemingway di Addio alle armi è romance! anche l’Andrea De Carlo di Leielui è romance! E non mi pare che sia “letteratura minore!”..e nemmeno che piaccia solo alle donne!
    (en passant: sto leggendo 22/11/’63 e non so se è una cosa voluta ma l’amore tra Jake e Sadie mi pare quasi più interessante della “vicenda principale” cioè il salvataggio di Kennedy.ed è bellissimo che lui si preoccupi più per la fidanzata che di salvare il presidente!)

  9. M.T. Says:

    Forse è utopistico, e non so quanto è attuabile, ma sarebbe il tempo che si cominciasse a lasciare cadere le etichette: in teoria nate per semplificare l’indirizzamenteo del lettore, per aiutarlo a capire cosa ha di fronte quando effettua una scelta, ma in realtà creano complicazioni e pesi.

  10. Lara Manni Says:

    Paolo e M.T. Dopo una estenuante giornata (ieri) a discutere sui generi alzo bandiera bianca. Io credo che la loro ragion d’essere storica stia venendo meno, ma mi scontro non solo contro il mercato, ma con molti lettori.🙂

  11. Scrittura: perché le donne sono meno? (parte seconda) | libroguerriero Says:

    […] alla maniera di Lara Manni, “la possibilità di essere fraintese è altissima”. Proprio dal blog di Lara Manni vorrei riprendere una domanda posta a Gaja Cenciarelli: «Esiste o no una minore considerazione […]

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