Trecento (cinquantamila)

Immagino che lo abbiate già letto: mancano all’appello, secondo l’Istat, settecentomila lettori, la metà dei quali sono lettori  forti, ma che nel 2011, a quanto pare, non hanno aperto neanche un libro. Un bel problema, dal momento che il nostro paese non brilla per quantità di lettori: tanto che il cosiddetto lettore forte è semplicemente qualcuno che legge un libro al mese. Dodici l’anno: pochi, pochissimi.
Eppure, nel 2011 in trecentocinquantamila non hanno aperto neanche quei dodici libri, spingendo esperti e ricercatori a chiedersi il perché. Bella domanda. Posso provare a rispondere per me, lettrice che divora ben più di una dozzina di titoli annuali. Forse perché, a fronte dei tanti libri pubblicati, è diventato più difficile trovare qualcosa che ti appassioni. O forse perché da tutte e due le parti (editori e lettori) è venuta meno la voglia di rischiare: me lo diceva ieri sera un amico, e credo che abbia perfettamente ragione. Si va sul facile, sul “già letto”, si cerca (da tutte e due le parti) di reiterare qualcosa che è già piaciuto. Ma, alla lunga, stanca.
Un paio di giorni fa uno degli esperti suddetti dichiarava: “Chi oggi legge un libro o entra in una libreria non è detto che domani continui a farlo. Molto dipende dall´offerta: titoli, prezzi, distribuzione, nuovi autori. Il lettore deve essere riconquistato ogni volta da chi i libri li fa, e da chi li vende”.
Ma, aggiungo io, deve forse a sua volta ritrovare la voglia per stupirsi e battere strade ignote. Questo, prescindendo da tutti i discorsi (corretti) che si possono fare su crisi economica e prezzo dei libri.

 

 

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56 Risposte to “Trecento (cinquantamila)”

  1. negrodeath Says:

    L’Italia è dinosaurica, tutto quello che non si fa come ai tempi del nonno non esiste, c’è ancora sospetto e diffidenza per internet che ti ruba la carta di credito. Non posso parlare per i settecentomila, ma credo che oggi chi sappia l’inglese preferisca comprarsi libri nuovi in inglese a un terzo del prezzo italiano… E poi iniziano a decollare gli eBook.

  2. Lara Manni Says:

    Gli eBook sono ancora una fetta piccolissima del mercato: non ho detto che lo saranno sempre, ma al momento è così. Non penso, comunque, che il calo di lettori sia attribuibile alla diffidenza per Internet, in tutta sincerità.

  3. Silvio Sosio Says:

    Non cercherei risposte nell’offerta, che comunque essendo enormemente vasta copre sempre qualunque tipo di domanda. Il punto, semplicemente, è che la gente ha meno soldi e la prima cosa che taglia sono le spese voluttuarie, inclusi i libri. Anche perché, obiettivamente, i libri costano troppo.

    • Giovanni Arduino Says:

      Ehi, la crisi c’è, ma i libri non costano troppo! A prezzi convenienti trovi capolavori stupendi! Non si è mai rischiato di raschiare il fondo. No dumping, no dumbing! Così stupendi che -oh sì oh sì- i lettori forti si stanno rompendo gli zebedei e si rivolgono altrove, vuoi verso altre fonti di approvvigionamento, vuoi verso altre forme di intrattenimento.

  4. Lara Manni Says:

    Il costo è obiettivamente alto: ma quello che mi inquieta è che il calo riguarda persone che amano i libri. Quanto all’offerta: a volte ho la sensazione che sia, hai ragione, molto vasta, ma che si tenda a seguire la stessa strada. Ma questo riguarda tutti i soggetti chiamati in causa: non solo gli editori, ma anche gli scrittori e i lettori.

  5. negrodeath Says:

    Sì, gli ebook ancora sono pochi. Però i negozi di libri online no. Io ormai quando esce un libro qui che mi può piacere, guardo quanto mi costa in inglese: di solito, metà o un terzo, e allora lo compro in inglese. Stando al sondaggio sarei uno dei settecentomila che non ha letto nè comprato nemmeno un libro nel 2011…

  6. Lara Manni Says:

    Possibile che anche gli strumenti di indagine Istat vadano rivisti, negrodeath. Ma considera che l’Italia non è un paese, purtroppo, molto versato nella conoscenza della seconda lingua. Statisticamente, quanto inciderà?

  7. negrodeath Says:

    Eh, non lo so. Facevo una possibile ipotesi su un cambiamento in corso… che più realisticamente avrà un peso significativo fra qualche anno ancora.

  8. Roberto Gerilli Says:

    Secondo me il grosso problema è il prezzo dei libri. Alto, troppo alto… e con questa crisi la gente magari preferisce non leggere. Un dramma della nostra nazione

  9. Marcolinopinosino Says:

    Legge Levi = meno libri letti. Sì, anche se è entrata in vigore solo a settembre, secondo me il danno l’ha fatto.

  10. Accarognato Says:

    Non credete sia un bene il calo dei lettori spendaccioni compranti?
    Valutiamo il prodotto anzitutto. Ricordiamo il Pennacchi, l’Avallone finalista al premio strega, cosa dovrei comprare, putrescenze moderne?
    Insomma è anche comprensibile che la gente ci pensi due volte prima di acquistare un libro. Se il calo porterà in alto la scrittura, ben venga questo calo.

  11. Giobix Says:

    Un libro costa come un paio di Mojiti e Capiroske fatti da schifo nei baracchini sulla spiaggia, eppure tutti pagano e nessuno si lamenta (oppure si lamentano e continuano a pagare). Questo per dire che la manfrina dei prezzi alti mi puzza, sarebbe più onesto parlare di scelte e priorità.
    La resistenza a interessarsi ad autori nuovi l’ho notata guardando la sezione di biblioteca di vari forum letterari: scorri l’elenco delle discussioni e quella su King o su Dante ha decine di risposte e centinaia di visualizzazioni. Il nome appena meno famoso ha meno interventi, e le visualizzazioni crollano a picco.
    Ovvio che se non conosci hai poco per intervenire, ma la maggioranza degli utenti non clicca nemmeno per saperne di più.

  12. Lara Manni Says:

    Concordo molto con quello che dice Giobix: la politica dei prezzi incide sicuramente, ma da sola non basta a spiegare il calo. Accarognato: non tutte le storie scritte oggi sono putrescenti, a mio parere. Semmai, mi piacerebbe interrogarmi sulla “percezione” della narrativa contemporanea come putrescente. Cosa ha contribuito a formarla?

  13. Davide Says:

    Io mi domando sempre se il modello analitico ISTAT tenga conto dei lettori forti che, leggendo prevalentemente in lingua, ordinano i propri libri all’estero (eh? Chi io? Perché continuate a fissarmi?!)

    In altre parole, si tratta di una statistica dei libri _letti_ in Italia, o come credo più probabile, dei libri _venduti_ in Italia.
    I due fattori, lo sappiamo bene, non necessariamente coincidono.

  14. Accarognato Says:

    Si parla a gran voce di calo dei lettori, di libri che non vendono ma si dovrebbe parlare anche di contenuti a mio parere. Propagandare il meglio allora, non fermarci alle percentuali e all’Istat. Se l’editoria non c’arriva per il timore dello sbaglio che qualcuno faccia il supplente.
    C’era un tempo in cui si riusciva a sventrare anche la noia e renderla fruibile, renderla carta, libro.

  15. G.L. Says:

    Lara… Lara… Lara… ma quando imparerai?🙂

  16. Lara Manni Says:

    Davide, infatti è la domanda che ci si era posti prima. Però bisogna vedere, appunto, quanto incide.
    Accarognato: nel post si parla di contenuti. Ma non condannando in toto ogni singola parola scritta dopo il 1960.
    GL🙂

  17. In_mezzo_alla_segale Says:

    Non è che, per caso, funziona come la TV estiva? In estate la gente esce, quindi guarda meno TV. Chi fa i palinsesti approfitta per tirare fuori le ultrarepliche e le robe inguardabili. Quindi la gente guarda ancor meno la TV.

    Quando qualcuno se n’è accorto e ha cominciato a fare una programmazione decorosa anche in estate, magicamente gli spettatori sono tornati.

    Idem per il cinema. L’esperimento del cinecocomero, da affiancare all’ormai imperdibile cinepanettone, ha funzionato: più pubblico anche nella stagione calda.

    In questi tempi di crisi, gli editori da un lato non danno credito ad autori nuovi, dall’altro devono continuare a colonizzare gli scaffali.
    Ideona: pubblicano i fondi di magazzino, o qualcosa che segua la scia del momento.

    È proprio il lettore forte che si disgusta di simili scelte. Entri in libreria e ci trovi tanta pupù da uscirne a mani vuote. Le statistiche ci dicono che si compra meno, che non significa necessariamente leggere meno.

    I grandi lettori comprano più di quel che leggono, molto spesso. Forse, a fronte di un’offerta scadente ma comunque molto costosa, si preferisce dar fondo alle scorte, o rileggere.
    Inoltre, sento sempre più spesso lettori feticisti del possesso che si arrendono. “Mi sono iscritto in biblioteca, non l’avevo mai fatto.” E mai come adesso vedo gente girare con zaini di libri da prestare o da rendere. Finita la propria biblioteca, si va a ravanare in quelle degli amici.

  18. Lara Manni Says:

    Ma è comunque leggere: qui non si parla di acquisto (e sappiamo che i dati del 2011 non sono precisamente incoraggianti) ma di lettura vera e propria.

  19. audreyjade Says:

    A mio parere ci sono varie cose che incidono sul fatto di leggere, la questione prezzi credo sia marginale, ok che molti libri costano parecchio, ma di altrettanti esistono anche edizioni economiche.
    Per quanto riguarda me, ho sempre divorato tonnellate di libri, lanciandomi anche alla cieca su libri di autori che non conoscevo e via dicendo, però nell’ultimo periodo ho praticamente tirato il freno a mano per questioni di tempo e perchè non ho trovato nulla in libreria che attirasse davvero la mia attenzione.
    Credo che l’insieme di fattori “tempo – scaristà di offerte allettanti” faccia poi da spinta a quello che è la questione soldi (chi si ritrova ad avere poco tempo e non trova nulla che davvero stimoli, difficilmente si metterà a spendere soldi). E citando in_mezzo_alla-segale (scusa, ma non conosco il tuo nome ^^) “si preferisce dar fondo alle scorte, o rileggere”.

  20. Valberici Says:

    Bah, 340.000 persone che si compravano i libri di Vespa & c e ora non hanno più i soldi per stare al passo con i “libri del mese”.
    Comunque a quello che dice l’istat non credo più da parecchio tempo.

  21. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  22. Lara Manni Says:

    No, Val: i libri di Vespa vengono calcolati, immagino, fra gli occasionali. E penso che quello che dice audreyjade dovrebbe essere occasione di riflessione: penso che il punto sia proprio questo.

  23. zauberei Says:

    Secondo me la crisi incide – come ha già scritto qualcuno. Su di me ha inciso – io sono un lettore forte, e fino a due anni fa, circa due volte all’anno andavo in libreria e ci lasciavo tipo 150 euro, o giu di li. Tornavo a casa con una saccoccia di cose da leggere e tornavo un sei mesi dopo. aperitivi sulla spiaggia non li ho mai presi, ma la perdita di un piccolo lavoro part time, causa maternità ha inciso sui miei comportamenti economici. Credo che succeda a molti.
    L’offerta è vasta, e il lettore forte che ha difficoltà sul mercato italiano salta volentieri in quelle delle cose tradotte – e di cose tradotte belle ce ne sono sempre moltissime.
    Se si devono cercare dei motivi in questo crollo – oltre quelli economici, il problema non è neanche secondo me tanto nell’offerta ma nel discredito culturale in cui è caduto il lavoro intellettuale, l’acquisizione di conoscenze, la lettura come arricchimento. Chi legge libri è associato a una serie di stereotipi negativi – in primis quello dell’intellettuale – paraculo puzzone e sfaccendato (serie di dispregiativi che gli stessi intellettuali hanno colpevolmente incoraggiato cessando di definirsi come tali). Ma anche altri come la signorina sognatrice e un po’ rincoglionita, la pensionata con scarso esame di realtà. Non si concepisce più la lettura come il mezzo fondamentale per conoscere le cose di cui si parla.
    Basta farle – e infatti, se vede.

  24. Lara Manni Says:

    Questo indicato da Zauberei è un punto importantissimo. Lo status del lettore. Associato, in rovesciamento, allo status dello scrittore: “non perdo tempo a leggere perché scrivo”. E scusate la brutalità.

  25. raffaele ferrario Says:

    Siamo ciò che leggiamo. Un libro che non pone interrogativi è solo un altro albero tagliato.

  26. Giobix Says:

    Insisto sul punto curiosità. Nel forum vedo la duscussione su Manzoni, che mi frega di Manzoni che mi ha piallato le mutande in tutto il percorso scolastico, c’è un titolo strano di un autore che non conosco, ci clicco e vediamo cos’è.
    Leggo le prime due righe e capisco che non fa per me, ma almeno ho scoperto una cosa nuova aggratis. Avrò speso trenta secondi di vita, ma non li ho bruciati rileggendo l’ennesima nota biografica sul Manzoni presa da Wikipedia.
    La maggior parte delgli utenti vedo che fa il contrario, e non mi sembra sano.

    • Lara Manni Says:

      Per quello parlavo di..pigrizia? disaffezione? Possiamo chiamarla come vogliamo, ma la sensazione è quella di una assai diffusa poca voglia di scoperte.

      • Giobix Says:

        Insicurezza, anche (chi lascia la strada vecchia per la nuova…). In teoria gli editori dovrebbero avere un po’ di coraggio, e invece di concentrarsi su un ‘unico mainstream da Strega, dare piccole spinte a cose un po’ diverse.
        Il lettore va incoraggiato e abituato per gradi, pure quello forte.

  27. Valberici Says:

    per me i trecento e passa mila sono appunto i lettori occasionali…chi legge meno di 12 libri non lo considero lettore 🙂

  28. Lara Manni Says:

    Giobix, il problema andrebbe risolto ben prima dell’ingresso nel mondo della lettura, temo. L’educazione alla difficoltà (che non significa affatto prediligere i testi volutamente incomprensibili) andrebbe intrapresa negli anni della scuola, e ho la sensazione che questo non avvenga.
    Valberici: dillo all’Istat e a tutti gli istituti di ricerca. Ma se la valutazione del lettore forte italiano è quella, significa quel che già sappiamo: più della metà degli italiani NON legge mai.

  29. Laura atena Says:

    Forse il lettore di oggi è “meno ingenuo” di quanto lo è stato in passato.Oggi conosce certi meccanismi editoriali e commerciali e non sempre ha voglia di rischiare comprando un autore o un genere nuovo, per non rischiare la “fregatura” punta su autori o generi che già conosce. Limitando così le proprie letture.
    In parte questo atteggiamento nasconde un pregiudizio in una certa misura però racconta anche una verità, come dicevi alcuni post fa: titoli simili, copertine simili, sfruttiamo un filone (vedi vampiri) finchè tira, tutti trucchi che non fanno che deludere il lettore forte e confondere il lettore occasionale, facendolo allontanare.
    Infine anche la pigrizia (sia fisica che mentale) fa la sua parte, io nel dubbio prima di comprare un autore che non conosco vado in biblioteca e lo “testo” poi se mi ha convinto compro! Certo bisogna avere tempo e voglia per fare qualche passaggio e qualche passeggiata in più!

    • G.L. Says:

      Laura, in 4 anni che frequento il mondo editoriale di lettori che conoscono il meccanismo ne ho conosciuti davvero pochi, moltissimi invece sono quelli che pensano di conoscere, ahimè… ( e di solito sono “aspiranti” qualcosa…) Magari fosse così!

  30. aniellotroiano Says:

    Effettivamente, a mio modesto parere, in Italia servirebbe più coraggio per ciò che concerne i libri. Ma forse, più che di coraggio, c’è bisogno di una SPINTA da parte degli scrittori che porti i lettori ad aumentare. I lettori italiani i grandi successoni stranieri li leggono eccome, così come leggono gli autori nostrani che la spinta riescono a darla, in un modo o nell’altro (non parlo dei tizi famosi che sfruttando la loro notorietà si fanno scrivere libri).
    Insomma, la gente non possiamo costringerla a leggere. Evidentemente, noi scrittori non riusciamo, nella collettività, a indurli a leggere. Manca il coraggio per provare cose nuove, manca, sempre secondo me, a volte anche la consapevolezza di cosa vuole il lettore. Perchè diciamocelo chiaramente: il lettore, in un romanzo, cerca sempre una o più di quella decina di cose che hanno sempre qualcosa da dire e da dare (amore, paura, tensione, mistero, tematiche scottanti, realtà differenti, empatia coi personaggi, ecc)
    I best seller stranieri riescono a cucinare insieme i diversi elementi (e qui sta la bravura del cuoco… ehm… scrittore). In italia sembra che questo concetto sia snobbato. Sembra che abbiano tutti una storia talmente fica da dire che non hanno bisogno di usare i mezzi canonici (e inesauribili) che il pubblico cerca.

    Concludo con una proposta, dato che ho sempre pensato che è troppo facile lagnarsi e ben più utile proporre: noi scrittori in Italia dovremmo preoccuparci di coinvolgere il grande pubblico, così come hanno fatto romanzi stranieri come “Il codice da Vinci” e “Uomini che odiano le donne”, imparando a cucinare per bene gli elementi che il pubblico cerca, (i gusti sono gusti, specie per il primo, ma il successo è oggettivo.)

    SIA CHIARO: non mi atteggio a maestro. Sono uno scrittore che si impegna per provare a scrivere libri che coinvolgano il grande pubblico, e di risultati concreti, per ora non ne ho. Ma noto, dal basso del mio essere 0 (da un punto di vista letterario) che molti il problema neanche se lo pongono, e che anzi pensano che bestseller come “uomini che odiano le donne” siano stati scritti di getto, così, perchè all’autore andava di farlo, e non perchè l’autore ha progettato per bene un meccanismo d’intrattenimento eccezionale.

    E poi, piantiamola con ‘sta storia che chi scrive libri pensando al pubblico è commerciale. Chi non vuole vendere, chi non vuole arrivare al pubblico, non ha interessi a pubblicare o provare a pubblicare con una grande casa editrice. Per quello basta un ebook autopubblicato e tanti saluti.

    Scrivere romanzi, per me, è per lo più mestiere. E secondo me, in Italia, questo mestiere sanno farlo in pochi, troppo pochi rispetto all’estero.

  31. Lara Manni Says:

    Parecchia carne al fuoco, direi.
    Laura, insieme maggiormente avvertito e maggiormente pigro, direi, visto che tende a richiedere le stesse cose.
    Aniello: quel che tu intendi, credo, significa imparare a narrare. Ma l’idea di cucinare ingredienti ispirandomi ad altrui best-seller non mi convince. Lo fanno in molti, non riesce quasi nessuno. Credo sia meglio scrivere le storie che si desidera scrivere.

    • aniellotroiano Says:

      Beh chiaramente uno scrive una storia che desidera scrivere, anche quando tiene d’occhio certe strutture narrative che piacciono. Non è che io dico:
      bene, va di moda il sesso, la paura, la tensione e la critica alla chiesa: come posso cucirle insieme? Assolutamente no.
      Ma scrivere storielle scialbe e già sentite che non prendono il lettore (cosa che fanno in tanti, a mio modesto parere) è da evitare.
      Insomma: cerchiamo di attirarli, sti benedetti lettori. Cerchiamo di scrivere romanzi che si facciano leggere.

    • Laura atena Says:

      Esatto Lara, penso alla libreria dei miei genitori ventenni degli anni ’70, operai con la licenza media, insomma certamente non li si può chiamare lettori forti, eppure se la guardo, se guardo i libri che hanno comprato negli anni, trovo Pavese, Montale, Marcuse, Erica Jong, Asimov, Melville, Fruttero e Lucentini, McInerney, Deledda e vabbeh pure qualche Liala e Diabolik😉
      Per quello ho scritto che erano lettori più ingenui ma più curiosi, insomma più puri!

  32. Laura atena Says:

    Ma tutte queste differenze tra l’Italia e “l’estero” come si spiegano? Cosa fanno gli scrittori e gli editori stranieri che in Italia non si fa? Cosa cambia tra un lettore italiano e uno francese, tedesco, svedese o spagnolo? A livello “antropologico” come sono diverse queste società? Cosa cambia se si entra in una libreria a Londra o in una a Milano e fa si che nella prima il lettore sia più curioso e nella seconda no? Dire che gli scrittori italiani fanno gli snob e non sanno dosare gli ingredienti nelle giuste dosi mi sembra una risposta insufficiente o quantomeno parziale

    • G.L. Says:

      Rispondo anche a questo: in Italia si parla bene o male dello scrittore, all’estero del libro. In linea generale, s’intende. Inoltre i lettori (ad esempio in Germania) sono molto più aperti, non di rado si vede uscire da una libreria qualcuno con testi che vanno dalla sf ai manuali di cucina, alla Letteratura al comico televisivo, senza alcun problema.

      • Laura atena Says:

        Parlare dell’autore e non del libro, creare un personaggio sull’autore invece di far parlare i suoi personaggi è un esempio perfetto di ciò che avevo in mente quando ho scritto più sopra di alcuni meccanismi commerciali che rendono il lettore di oggi meno ingenuo, oggi ha la possibiltà di raggiungere più informazioni. Certo spesso queste sono sbagliate, o distorte da chi le vuole sfruttare, o semplicemente usate in maniera stupida.
        Forse questa potrebbe essere una delle cause della “chiusura” di molti lettori italiani.E’ un’ipotesi…

  33. Lara Manni Says:

    Laura, in Italia si legge pochissimo, questa mi sembra essere la differenza rilevante. Il motivo non lo conosco, o non ne ho certezze. Immagino abbia a che fare in parte con quello che diceva Zauberei, in parte a una mancanza della nostra scuola.

  34. aniellotroiano Says:

    Beh di sicuro sono anche più abituati a leggere, in altre nazioni, specialmente in quelle dell’europa centro settentrionale, e questo per gli scrittori di quelle date nazioni è un vantaggio base, che non creano loro. Se però l’abitudine alla lettura non c’è e si scrivono sempre le stesse cagate depresse e ritrite, la vedo dura.

  35. Giovanni Arduino Says:

    Una volta esisteva un patto non scritto tra il lettore e l’editore: si condivideva un rischio, una scommessa (per l’editore anche d’impresa, quindi serio). Era pure questo il bello dell’editoria: si provava. Per trasformare il publisher in publishing, l’editore in industria e macchina editoriale, i rischi vanno azzerati e le proposte uniformate, come con qualsiasi prodotto seriale e da largo consumo. Non ci può essere un saccottino con i canditi: tutti i saccottini devono avere la marmellata, al massimo il cacao (assolutamente logico e consequenziale, considerato che oggi discreta parte della forza marketing delle case editrici -anche indipendenti, aggettivo assolutamente ridicolo- viene dalla grande distribuzione, che sia Carrefour o Esselunga).
    Peccato però che l’editoria sia anche artigianato, e se si vuole trasformarla in qualcosa che sostanzialmente non è, si rischia la sua stessa esistenza. Questo a forza -non solo- di sangue, paletti, odissee vampiriche, fantasy adolescenziale (non per adolescenti, attenzione), all’amatriciana o meno, cospirazioni di sette religiose e misteri avanti e indietro nel tempo, profumi e balocchi per giovini sciure sognatrici e altra merce uniforme e uniformata (che *nessun* lettore forte -alla fin fine- seguirà a lungo termine, al di là delle tendenze del momento, in particolar modo non in tempi da tregenda come i nostri).
    D’altronde, come già anni fa amava ripetere un vate dell’editoria da battaglia, “noi facciamo libri mediocri perché la gente è mediocre.” Potrebbe fare il paio con un’altra frase uscita da una riunione della Barilla: “Noi diamo all’acquirente quello che può e deve aspettarsi: niente di più, niente di meno”. Come volevasi dimostrare. Non c’è da stupirsi, quindi, se alcuni lettori (i famosi “forti”? non credo, non ancora, però…) preferiscono rischiare con le proposte di self publishing o direttamente in ebook. Terreno e discorso ancora spinosissimo che viene semplificato, trasformato in inesplorato giacimento di diamanti solo da chi ha un preciso tornaconto a farlo (vedi Giuseppe Granieri in un articolo sull’ultimo numero de Il Mulino: Granieri lavora per BookRepublic e 40k, inserite su google e vi farete un’idea).
    Morale della favola: non c’è una morale. E, Lara e voi tutti, perdonate se mi sono dilungato.

  36. M.T. Says:

    Certamente la crisi non aiuta le vendite e così pure i prezzi dei libri: se si associa il fatto che i prodotti sono più cari rispetto ad altre zone europee (20 E per un libro di appena 200 pagine sono troppi) e si hanno (quando si hanno) i più bassi stipendi europei, si ha un’idea del motivo del calo di vendite.
    Questo però può non giustificare il calo di letture, dato che ci sono pure le biblioteche: eppure sono poco sfruttate per la lettura di narrativa.
    Come mai? Il lettore italiano è anche collezionista, ama avere il libro come proprietà personale?
    Per alcuni è così, ma non è la risposta.
    La risposta semmai è da ricercare nella mentalità culturale. Partiamo dalle biblioteche. Le iniziative per divulgare il piacere della lettura sono poche: vuoi per via dei tagli ai comuni, vuoi perché quando sono state fatte non hanno avuto grande riscontro. Vuoi anche per la scarsa iniziativa degli addetti ai lavori, che si sono adeguati al sistema immobilistico del paese. Non è la regola, ma spesso succede che i bibliotecari abbiano una gran conoscenza delle leggi che regolano la struttura della biblioteca, ma non sappiano consigliare un libro avendo conoscenza diretta del prodotto, sapendo solamente indirizzare nella sezione dedicato all’argomento che si cerca. Burocrati preparati, si può dire, ma non appassionati lettori e questa potrebbe essere una limitazione.
    Certo, si può obiettare che non è loro compito, che spetta ad altri settori: la scuola, la famiglia.
    Purtroppo a scuola, è già tanto se i ragazzi imparano a scrivere in maniera passabile in italiano e di professori che sappiano coinvolgere, far scoprire il piacere della lettura non ce ne sono molti. I più fanno il loro compitino, sperando di arrivare a un posto e mantenerlo, spesso seguendo le linee guide date da chi gestisce l’istruzione; se si considera come è stata considerata negli ultimi anni la cultura (“Con la cultura non si mangia…fatevi un panino”, sono purtroppo le tristemente famose parole di un ministro), si capisce l’abbandono della lettura.
    Cosa rimane se si vuole avere una base che faccia avvicinare alla lettura?
    La famiglia e internet.
    Ma se non si ha la fortuna di avere un familiare appassionato per volontà propria o per avere avuto un’educazione letteraria, difficilmente questa passione nascerà.
    A questo punto rimane internet e la multimedialità. Considerando che i più però li usano per altri scopi che non cercare notizie e consigi di lettura, nel caso però questo avvenisse, mancano i filtri per effettuare una selezione mirata, venendo condizionati da chi ha i mezzi a disposizione per fare più pubblicità, andando a condizionare la scelta. Condizionamento che va a influire sul piacere, dato che spesso si hanno prodotti commerciali tecnicamente buoni, ma che non possiedono grande spessore (King e Murakami sono esclusi, sia ben chiaro: lo spessore delle loro opere è fuori discussione. In discussione opere come quelle di Paolini, restando in tema fantastico, d’intrattenimento, magari gradevoli, ma spesso spacciate dalla pubblicità come pietre portanti del genere. Tale giudizio va poi a condizionare i lettori che ritengono che, se questo è il meglio, il resto sia cosa di poco conto e perciò si allontanano da un genere che avrebbe invece ampia possibilità di scelta).
    La radice del problema è molto a monte: è una questione d’educazione e mentalità, che adesso sta reclamando il suo tributo.

  37. Valberici Says:

    Perchè in italia si legge poco?

    Perchè manca l’educazione alla lettura, ovvero non si insegna più a leggere, manca l’esempio in famiglia e l’istruzione a scuola.

    Perchè manca l’educazione alla lettura?

    Perchè nell’ immaginario collettivo un uomo che legge è un simbolo che ha il significato di perdita di tempo e inutilità.

    Cosa si può fare per cambiare questi dati di fatto?

    Io direi nulla, anche e soprattutto perchè oggi sono assai pessimista, forse pessimo, e sinceramente se anche la razza umana se ne andasse al….ecco, non credo che l’universo ne risentirebbe molto. 😉

    • niggle Says:

      No, secondo me qualcosa si può fare. Si può leggere ad alta voce, ai bambini, ai ragazzi, agli adulti, agli anziani che non ci vedono più tanto bene…leggere ad alta voce permette di riscoprire la magia del libro secondo me. Dovremmo farlo di più, in particolare nelle scuole.

      Coraggio Valberici, domani andrà meglio…^^

  38. Fabio Says:

    Io, ad esempio, nel 2011 ho comprato meno libri, ciò nonostante ne ho letti come l’anno prima poiché mi sono dedicato a riletture e letture di classici (che possedevo già)… Poi c’è chi i libri li va a prendere in biblioteca… Quindi credo sia opportuno svincolare il numero di libri comprati da quello di libri letti. Non metto in dubbio comunque che per la maggior parte degli italiani leggere un libro è come farsi fare una puntura in un occhio.

  39. M.T. Says:

    Parlando della standardizzazione delle pubblicazioni e della stanchezza che può creare nel lettore, un esempio sono le uscite della Newton Compton: http://librolandia.wordpress.com/2012/01/22/newton-compton-novita-da-gennaio-a-giugno/

  40. Ilaria Says:

    Anche leggendo i commenti non riesco a capire se si parla di libri letti o comprati. Perché io nel 2011 ho acquistato pochissimi libri (molto meno del solito) ma ho letto sempre con lo stesso ritmo degli anni precedenti (una media di un romanzo a settimana). Semplicemente, uso quasi solo le biblioteche, avvantaggiata anche dal fatto di vivere in una città (Bologna) che a biblioteche è messa benissimo: ci trovi anche i libri appena usciti. Da alcuni anni, è vero, mi butto pochissimo sulle novità, soprattutto di autori italiani. Preferisco leggere i classici che ancora non ho letto o rileggere quelli che ho letto da ragazzina. Ho preso troppe delusioni negli ultimi anni da parte di romanzi lanciati con tanta pompa ma che non mi hanno lasciato niente.

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