Pizza, fichi, libri

Su Affari Italiani esce un intervento di Daniela Di Sora della Voland. Si parla di prezzo del libro, e si annuncia che il prossimo romanzo di Amélie Nothomb sarà in vendita a 9 euro, “il prezzo di un cinema o di una pizza”.  Qua e là, si segnala l’ingresso in classifica di libri che sono sotto i 10 euro.
Va benissimo. Però mi interrogo anche un po’ sul criterio di scelta. Se basta abbassare precipitosamente il prezzo di copertina per entrare in classifica, qualche domanda su lettori e lettura, penso, vada posta.

Ps. Per quanto riguarda Tanit, date sempre un’occhiata alla colonnina di destra. Ci sono novità.

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28 Risposte to “Pizza, fichi, libri”

  1. Giovanni Arduino Says:

    A parte che ormai per molti italiani un cinema o una pizza in più (o in generale) pesano davvero sul portafoglio (e quindi il paragone della Di Sora mi sembra giungere un po’ a sproposito), chiedo scusa e copioincollo e integro il commento su FB (che per sua stessa natura forse a certi discorsi non si presta).

    E’ curioso come l’editoria anglosassone si stia muovendo in direzione completamente opposta, almeno in parte. Il low cost sta regalando spazio al digitale e si stanno diffondendo hardcover leggermente più cari, ma cartotecnicamente ineccepibili, molto curati in ogni loro aspetto (insomma, non quelli che un mio amico grafico chiama “gli incollatacci”). Il libro (anche) come oggetto contrapposto all’ebook, e non necessariamente quale bene di lusso. Da leggere anche:
    http://www.guardian.co.uk/books/2012/jan/08/ebooks-hardbacks-jackets-mccrum

    Riguardo poi a contenuto, qualità, lettori e via discorrendo, in rapporto al prezzo da discount (prezzo al pubblico che interessa poi tutta la filiera editoriale, ricordiamolo), il discorso andrebbe sicuramente approfondito.

  2. Lara Manni Says:

    E non escludo di farlo, Giovanni. Sapevo della tendenza opposta dell’editoria anglosassone, e mi chiedo se la scelta italiana sia quella giusta.

  3. Eleonora Says:

    Diciamo che la considero una buona notizia a metà, nel senso che i romanzi della Nothomb quando va molto molto bene hanno 100 pagine scritte in 34 pt, e insomma, per me è solo un ritorno alla logica che non costino più tredici euro…spero cambi qualcosa anche sui libri un po’ più spessi di opuscoli XD”

  4. Caterina Says:

    Newton Compton ha lanciato, la scorsa estate, una politica di prezzo molto aggressiva, lanciando 4 dei suoi titoli (tra cui il Bestseller “Un diamante da Tiffany) a 9,90. I 4 titoli, tutti in hardcover e con sopraccoperta (per chi non è del settore indubbiamente i più costosi da produrre) sono stati nelle classifiche italiane per mesi. Complice anche il tema “leggero” in clima vacanziero, hanno scalato le classifiche e hanno cambiato i conti (in modo considerevole) della casa editrice. Non entro nel merito della qualità letteraria dei quattro titoli (non amo fare critica in questo senso), tuttavia è un dato di fatto che hanno cambiato la faccia dell’editoria italiana e hanno fatto salire la Newton nell’Olimpo degli Editori…
    Insomma una politica aggressiva di prezzo si può fare e porta i suoi frutti, l’importante è scegliere libri i cui autori non siano così conosciuti (altrimenti i minimi garantiti ti uccidono) e puntare su una distribuzione capillare (fondamentale la GDO in questo senso). Non necessariamente si intacca la qualità letteraria… pensate a Il cacciatore di aquiloni, fu acquistato per poche lire da un editor (con vocazione da scout) eccezionale.
    Un ottimo scout (internazionale) è spesso sinonimo di successo in questi casi. Un editor lungimirante (di cui non faccio nomi) e dal fiuto incredibile fece di Piemme una grande casa editrice. Oggi Piemme fa parte del gruppo Mondadori.
    L’editor se ne è andata molti anni fa 🙂

    • Giovanni Arduino Says:

      Caterina, buongiorno. Sembri avere informazioni di primissima mano 🙂 Grazie per lo spiegone, anche se -perdonami- sa un po’ di velina, ma forse è solo una mia impressione. In ogni caso, l’hc con sovraccoperta/sovracoperta (corretto in entrambi i casi) *non* è il più caro da produrre. I fattori in gioco sono molti, anche in un semplice preventivo. E poi, che cosa c’entra il discorso del prezzo con Il cacciatore di aquiloni? Il libro di Hosseini uscì in prima battuta nel 2004 a 17,50 euro, e solo nel 2009 passò in tascabile a più di 12 (proprio perché continuava a vendere benissimo in cartonato: come ragionamento commerciale non fa una grinza). Scusami, eh, ma sembra quasi uno spottone (e il seguito del tuo commento pare confermarlo) per *quella* editor di Piemme (so chi è, grazie, e non solo io), per te, per lo scout o per valloasapere. Buone cose.

  5. Caterina Says:

    Sovracoperta (perdonate sto scrivendo di fretta) 🙂

  6. In_mezzo_alla_segale Says:

    Non siamo miiiica gli americani, diceva Vasco; e nemmeno gli inglesi, aggiungerei.
    Purtroppo temo che in questo strambo paese basti abbassare il prezzo per diventare appetibili. Se poi i contenuti sono pupù, chissenefrega.

    Torneremo ai pulp magazine: carta scadente, inchiostro autosbiadente, rilegatura con lo sputo, storie dozzinali. Brutta impaginazione, pessima grafica, spazi sfruttati allo spasimo.

    La bella notizia è che dai pulp è nata un sacco di bella roba. Dopo.
    Speriamo che questo passo indietro serva a prendere la rincorsa.
    I nostri figli (per chi li ha) si godranno il Rinascimento della letteratura italiana. Forse i nostri nipoti.

    • Giovanni Arduino Says:

      In_mezzo, il ibro come keepsake, oggetto e forse feticcio sarà parte del futuro. Molto probabilmente anche in Italia. O almeno io ci scommetto sopra 🙂 L’epoca dei pulp è favola solo secondo Quentin Tarantino et similia. Se ti possono interessare, ci sono libri in merito che disegnano panorami per niente idilliaci, parecchio foschi e sicuramente più realistici. Ci furono sfruttamento e compensi da fame. Se ne nacque qualcosa di buono, fu solo ed esclusivamente merito dei pochi, bravi autori che riuscirono a sopravvivere a ritmi massacranti e pochi centesimi a pagina. Riguardo però a un possibile rinascimento tutto italiano dai “pulp” (pulp???) della Newton Compton o di chicchessia (vedi anche commento a seguire di Giobix), bah, onestamente non saprei).

      • Giobix Says:

        No aspè, non credo in nessuna rinascita dalla newton e compton ne dai “pulp”, è solo il termine più semplice per spiegare a quale tradizione si rifaccia il Carnefice (e molto Lansdale). Ritengo si tratti di episodi a se stanti che non creeranno nessuna tendenza, perlopiù.
        Per quel che ho potuto curiosare, la Newton fa belle confezioni e i testi sono soprattutto di media qualità (tendente al basso).
        Il migliore che ho trovato per ora tra i Newton è Il Divoratore di Lorenza Ghinelli (in lettura).

      • In_mezzo_alla_segale Says:

        Hai ragione Giovanni, i pulp sono stati al 90% robaccia, in tutti i sensi, e non ci trovo niente di poetico o di pionieristico. Sono stati palestra per autori che DOPO, passata l’ondata e tornate condizioni economiche migliori, sono diventati dei grandi. E magari erano già tra quel 10% di non-robaccia, se non addirittura tra i rari capolavori buttati nel mucchio.
        Lungi da me l’apologia del pulp.

        Se proprio dobbiamo ricadere nell’era dei pulp, e ovviamente lo considero un notevole passo indietro, che almeno ne escano, tra dieci o quindici anni, gli autori del futuro.

  7. Giobix Says:

    a me piacciono i pulp 🙂 dei Newton ho comprato Il Carnefice di Francesca Bertuzzi che è esattamente un pulp dozzinale, fatto con una certa passione. La storia ricorda gli Hap&Leonard di Lansdale trasportati in Abruzzo, e pure stile e dialoghi ricalcano le traduzioni americane. Non per tutti, ma a me ha divertito.
    Che fine ha fatto Miss Baby, di Lee Martin è un noir ambientato nella solita provincia americana profonda (non brutto, ma io ho l’overdose da gente che vive in roulotte). Ecco, magari la Newton tende a sparare troppi titoloni in copertina: “Lee Martin finalista al pultizer” (non per questo libro) “Un thriller destinato a diventare un classico” (non credo).
    Adesso sto leggendo Il Divoratore di Lorenza Ghinelli, un thriller fantastico e mi piace molto.

  8. Lara Manni Says:

    I pulp hanno bisogno di buone storie, comunque, e piacciono anche a me. La sensazione – forse – è che l’attenzione sia più concentrata sul prezzo che sulla linea da tenere, o meglio prezzo e linea sembrano coincidere. E questo ci riporta a quanto diceva ieri Giovanni sulla differenza fra publisher e publishing…

  9. Paolo E Says:

    Ricordiamoci in che tempi viviamo. Il libro in questo momento resta un bene voluttuario, ed il prezzo quindi resta una cosa importante. Che poi il prezzo basso derivi dalla ingiustificata promozione di porcheria un tanto al chilo, invece è un problema.

    Per fare un esempio molto positivo mi viene da pensare alla collana economica einaudi, dove spesso sotto ai 10 euro ( e grazie alle frequenti promozioni, anche meno) si possono trovare grandi scrittori come McCarthy, Roth, Levi, ecc..

  10. In_mezzo_alla_segale Says:

    Ecco, che i libri siano un bene voluttuario mi fa rattrappire le dita dei piedi. Però dev’essere vero, e a quanto pare nemmeno tra i primi della classifica, perché i melafonini, per esempio, continuano a vendere che è una bellezza.

    In periodi di vacche magre (e questo lo è, quindi non parlo in astratto), preferisco tagliare su altre cose, ma libri e fumetti li sento più necessari di molto altro. Per gli alimentari vado all’hard-heavy-ultra-discount, e anche lì confronto i prezzi articolo per articolo. Sull’abbigliamento non ne parliamo, e il cellulare lo faccio andar bene anche se bene non va. Una pizza fuori solo con parsimonia, cinema ormai è archiviato. Ma i libri…

    Me li faccio prestare più che in passato, questo sì, e alla fine cederò anch’io alla biblioteca ma, cazzo, i libri…

  11. 5di9@leonardo.it Says:

    OT Solo a me i due loghi Verde e Giallo nei commenti sopra questo, in particolare il giallo sembrano svastiche stilizzate?

    • Giobix Says:

      adesso che mi ci fai pensare, le vedo anch’io. Ma ricordiamoci che la svastica è un simbolo benagurante da millenni, non facciamo sempre il gioco di quei bifolchi destroidi abituati ad appropriarsi di tutto -.-

  12. Paolo E Says:

    Della gente che va a chiedere finanziamenti col cappello in mano per comprare l’IPOD-4 non vale neppure la pena di parlare. Ma se devi scegliere tra un romanzo che ti sparano 20 euro ed il vocabolario di Inglese per tuo figlio in 1 Superiore (tanto per fare un caso reale), cosa scegli?

  13. In_mezzo_alla_segale Says:

    @ Paolo E: Non ho figli, quindi non ho idea di cosa farei davvero davanti a un bivio del genere. Forse proverei a mediare, a prendere un dizionario usato per l’erede e comprare un libro più economico per me, se fosse possibile. Altrimenti credo che pianterei le tende nella biblioteca più vicina e metterei su un giro di prestiti con amici e amici di amici. E frequenterei i mercatini dell’usato più di quanto faccia adesso.

  14. Lara Manni Says:

    Io trovo scandaloso che il vocabolario d’inglese abbia un costo così alto, però. Laddove quel tipo di sapere dovrebbe davvero essere libero. Nel migliore dei mondi possibili, certo.

  15. Fabio Says:

    Mi chiedo come un aspirante scrittore abbia il coraggio di gettarsi a capofitto in un luogo che sembra dare molte più rogne che soddisfazioni. Da una parte lo capisco, anche io non rinuncerei ad un’occasione del genere, poter avere tra le mani un libro che porta il mio nome in copertina, ma ne varrebbe la pena? Sì, direbbe una persona la cui vocazione è pari a quella di Omero quando scrisse l’Iliade. Ma credo che se tutti gli aspiranti scrittori in circolazione si informassero un po’ delle responsabilità che l’essere pubblicati comporta, non manderebbero con tanta leggerezza i loro manoscritti scadenti in giro per case editrici (non sia mai che venga pubblicato un altro immondezzume, ce n’è già abbastanza!!!)
    Perdonate il mio momento di sconforto.

  16. daniela di sora Says:

    anche a me “che i libri siano un bene voluttuario fa rattrappire le dita dei piedi” come dice In_mezzo_alla_segale.
    Ed è per questo che da 17 anni faccio l’editore, ed è sempre per questo che ho pensato di abbassare il prezzo di copertina dell’ultimo libro di Amélie Nothomb. Il tutto, come ho detto nel pezzo per Afferi italiano, mantenendo inalterata la qualità. Stesso traduttore, stessa grafica, stesso filo refe (i libri incollati mi fanno orrore) stessa copertina, stessa carta ecc. ecc.
    A Eleonora, che la considera una buona notizia a metà (quella del prezzo) faccio presente che i diritti di acquisizione dei romanzi di A.N. il suo agente non li regala affatto, e che in ogni caso il libro lo avrei venduto anche a 12/13/14 euro. E’ stato davvero, lo crediate o no, un gesto unilaterale, fatto in disaccordo con tutti. E fatto proprio perché so benissimo che oggi ormai alla pizza e al cinema(e ai libri: 700.000 lettori in meno nel 2011)spesso si rinuncia.
    E se l’editoria inglese va in direzione opposta magari un motivo c’è, o più di uno. Uno di questi è forse la mancanza di regole sul prezzo del libro. Ma non ho voglia di essere crocifissa, non oggi, che devo convincere il direttore della mia banca a prolungarmi il prestito, e se possibile a prezzi non di strozzinaggio. Comunque io cerco di tenere i prezzi dei libri bassi (Guida alla Parigi ribelle, pp 368 15 euro). E la mia posizione è: prezzo fisso per le novità, sconti regolati, tascabili entro un anno. Ma questo nel migliore dei mondi possibili.
    Buona lettura a tutti
    daniela

    • Lara Manni Says:

      Dò il benvenuto a Daniela Di Sora e la ringrazio molto per l’intervento civile e correttissimo, e per aver reso disponibili cifre e dati su cui spesso si discute a sproposito.
      Come forse avrà capito dal post e dal buona parte della discussione, il problema non è certo la Voland, che alla qualità ci ha abituato da tempo. Il problema, almeno secondo me, è nella rincorsa al basso prezzo a prescindere dal contenuto. Grazie ancora.

    • Giovanni Arduino Says:

      Mi unisco a Lara. Daniela Di Sora (buongiorno :)) non spamma (dote ormai rarissima) ma argomenta, anche su questioni delicate e dolorose. Riguardo alla “voglia” anglosassone, tra keepsake cartaceo ed ebook, credo che ci sarebbe bisogno di un ulteriore post.

  17. Ayame Says:

    Scusate, però, a me questa storia del ”ma l’iPhone vende a manetta e la gente si lamenta per 20€ di un libro” francamente a me non va giù. Chi compra l’iPhone non è la stessa persona che si lamenta dei 20€ del libro: non gliene frega niente, perché i soldi li ha. Chiede un finanziamento? Evidentemente preferisce pagare 20€ al mese per lo smartphone che per un libro, ma sono scelte. Scelte e priorità diverse.
    Io che l’iPhone non me lo posso permettere (ma prenderò un Galaxy appena metterò da parte i soldini :D) mi lamento a iosa di 20€ per un libro, soprattutto quando è un tascabilone, spesso nemmeno corposo. A parte il prezzo – preferisco aspettare le edizioni economiche e prendermi due o tre libri allo stesso prezzo di uno – mi sento anche presa in giro. So benissimo quanto costa stampare un libro, e il recente lancio di cartonati con sovraccoperta a basso costo (Fanucci con la collana Timecrime, per esempio, hardcover a 7€!)
    Esempio: sono una fan di Grisham, ho letto e amato tutti i suoi libri – qualcuno più, qualcuno meno, ovvio. Il suo nuovo libro costa 20€, in hardcover. Sono mesi che lo voglio, ma 20€ non li posso spendere. Quindi aspetto l’economica, o cederò agli 11€ (!) dell’eBook. No, aspetterò l’economica =_=

  18. Daniela Di Sora Says:

    Grazie a voi, ho scoperto un bel blog e una discussione interessante…
    Ha ragione Ayame: chi compra l’iPhone e chi compra libri sono spesso fisicamante persone diverse. Se tutti quelli che comprano l’iPhone comprassero anche libri, avrei forse risolto i problemi economici del momento :))
    dds

  19. Lara Manni Says:

    Temo proprio che sia così, Daniela. Se non sbaglio, a differenza di quanto avviene per i libri, le spese tecnologiche non calano affatto!

  20. In_mezzo_alla_segale Says:

    Molte, molte grazie a Daniela, sia per averci fatto sentire la sua voce, sia per il “gesto unilaterale”. Spero di cuore che il tentativo sia premiato.

    La mia impressione è che sia una minoranza di editori a scegliere percorsi simili, ma sarebbe bello avere anche altri pareri.

    @ Ayame: Non sono d’accordo. L’acquirente di melafonini e melagadget almeno in parte coincide (o coincideva) con chi compra libri.

    Quando la crisi arriva davvero a toccare l’osso, tocca scegliere uno dei due, e spesso si preferisce il tecnogiocattolo, o le scarpe di marca, o un vestito firmato, anche a costo di fare sacrifici importanti. Questo perché un libro non fa status (o se lo fa, è al contrario, status alla -1), mentre un qualche aggeggio costoso e inutile è in un certo tranquillizzante. Mostra a noi stessi e agli altri che possiamo ancora permettercelo, che la rovina è lontana.

    È lo stesso motivo per cui peggio stanno le finanze e più salgono i proventi delle lotterie. Magari si lima sul mangiare, ma si compra un gratta&vinci.

  21. io credo che sia stata anche la legge Levi… | legge sul prezzo del libro Says:

    […] discussione su queste righe è partita su Laramanni's weblog] Like this:LikeBe the first to like this […]

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