Se Lovecraft fosse un self published

Leggendo qua e là, e soprattutto i commenti all’intervista rilasciata da Amanda Hocking al Corriere della Sera, mi viene – anzi, si rafforza – un dubbio.  Ne scelgo uno a caso:

“Non solo Umberto Eco ha diritto di pubblicare romanzi…
Che il livello letterario del libro della Hocking sia basso non ha importanza.
Ognuno legge ciò che preferisce. Con l’autopubblicazione anche scrittori non eccelsi possono raggiungere il grande pubblico.
Ma quanti geni incompresi potranno ora arricchire culturalmente il nostro mondo ?
È vero che il filtro degli editori non bloccherà più il ciarpame, però gli editori non sono mica gli emissaria di Thalia in Terra ! Anche loro commettono errori.
Pensate che cosa avrebbe ottenuto un H.P. Lovecraft con Amazon !!!!!!!”

Ed ecco il dubbio. Quella che viene delineata è una contrapposizione netta: sostenitori dell’editoria – chiamiamola così – tradizionale da una parte, sostenitori dell’autopubblicazione dall’altra. La contrapposizione è a tinte forti: conservatori, miopi, chiusi, difensori di un “potere” i primi, felicemente liberi e rivoluzionari i secondi.
Non ci credo.
Non solo perché, come scritto in decine di post, Bene e Male sono sfumati anche nei (buoni) romanzi. Ma perché le cose non possono stare esattamente così. In particolare, chi si interroga su come Amazon stia spingendo la gloria del self-publishing, ha le proprie ragioni per farlo. Il che non significa – attenzione – essere contrari all’autopubblicazione. Anzi, ben venga: l’auspicio è che tolga terreno sotto ai piedi dell’editoria a pagamento. Ma da qui a pensare che l’autopubblicazione sia sempre e comunque sinonimo di successo è altra faccenda.
E torno al commento che ho riportato. Lovecraft avrebbe avuto un enorme seguito con l’autopubblicazione? Davvero? Io sono tentata di pensare il contrario. Perché, almeno fin qui, mi sembra che i grandi successi del self publishing stiano seguendo i gusti del pubblico. Esattamente come fa l’editoria di carta. E non li sta, semmai, sovvertendo: come avrebbe fatto Lovecraft.

 

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22 Risposte to “Se Lovecraft fosse un self published”

  1. raffaele ferrario Says:

    Hai ragione. I gusti del pubblico. Ma chi diavolo è il pubblico? Uno scrittore dovrebbe ignorarlo. Per il pubblico hanno inventato la televisione. Esistono tre tipi di scrittori: quelli che scrivono per se stessi, quelli che scrivono per gli altri, quelli che scrivono per restare. Il resto riguarda il marketing. Umberto Eco che cosa c’entra? Qualcuno passerebbe ore più felici se lui non pubblicasse? E Lovecraft non potrebbe raggiungere il “successo editoriale” con nessuna strategia, Amazon compreso, ha un’immaginazione troppo estesa: “molto Tolkien, poca Rowling!” Le contrapposizioni sembrano umane ma, in effetti, sono solo manichee, è poi la persona che ha sempre fatto la differenza, con la penna o con il marchio.

  2. Lara Manni Says:

    Sai, Raffaele: sarebbe molto bello se si cogliesse, semplicemente, il self publishing come una possibilità fra le altre, nella rete. E non come la corsa all’oro. Nel migliore dei mondi possibili, certo.

    • raffaele ferrario Says:

      Lara, io ho cominciato nel 1999 con il self publishing, o, meglio, con l’autoproduzione. Scelsi di autoprodurmi per più di una ragione, tra le quali, proposte a pagamento. Solo proposte a pagamento. Ma, in questo caso, si trattava di poesia. Nel 2010 ho cominciato a pubblicare poesia con un contributo dell’autore, maniera più elegante per dire la stessa cosa: “a pagamento”. Proprio in questi giorni è uscito invece un mio romanzo. La musica non è cambiata rispetto al portafoglio! Così tendo a preoccuparmi del valore intrinseco dei miei lavori e, molto lentamente anche nel mondo veloce della contemporaneità, semino, cerco, invio, contatto. Mi diverte molto di più scrivere, anche quando non è divertente perché spesso per un poeta non lo è affatto. La realtà della rete, dell’e-book, dell’on demand, di Amazon, è figlia dei tempi; né un bene né un male, un fatto. Diverso sarebbe il dibattito sulla qualità letteraria e sugli autori che in essa vivono da inquilini, affittuari, proprietari, latifondisti, costruttori, spacciatori, costruttori. La mia esperienza ha confermato quello che già pensavo ai tempi del liceo, e anche prima: ogni semantica sfugge al tempo e la si conquista con un duro spirito di abnegazione, fuori dall’indottrinamento scolastico.

  3. Valberici Says:

    “Che il livello letterario del libro della Hocking sia basso non ha importanza”

    E invece di importanza ne ha molta. Se continuiamo a “abbassare” il livello, facendo leva sulla pigrizia delle masse, si finirà con abbassare anche le capacità intellettuali delle stesse. Occorre invece fornire libri di qualità per stimolare i lettori affinchè raggiungano una più elevata capacità di comprensione, che porterà con se anche un più elevato piacere tratto dalla lettura. Poi, per carità, si può anche vivere di soylent verde….

  4. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  5. Zweilawyer Says:

    Perdonatemi per lo spam, ma sul rapporto fra Lovecraft e l’editoria avevo pubblicato un post qualche tempo fa:
    http://zweilawyer.com/2010/11/28/attualita-del-pensiero-di-lovecraft-sulleditoria/
    Sono davvero molto vicino al suo pensiero.

  6. Lara Manni Says:

    Zwei, indirettamente confermi quel che penso: non credo che visto l’attuale trend dei self published milionari, Lovecraft entrerebbe in quel club. Insomma, esiste un mass-market, attualmente, anche nel self publishing, almeno a giudicare dagli autori citati tempo fa dal Guardian. Poi, ripeto ancora: questo non significa affatto assolvere l’editoria cartacea, eh.

  7. G.V. Falconieri Says:

    Be’, che i tanti autori milionari siano più fenomeni di marketing è francamente scontato. Non vorrei mai che si confondesse il fatto che se ne parli per dimostrare che il self publishing è una alternativa possibile (come faccio io), con il fatto che tali autori producano materiale meritevole di attenzione. Fino a pochi mesi fa c’era chi negava la prima eventualità, anche in America. Ora che è sotto gli occhi di tutti ed è innegabile, si usa la seconda per attaccare la prima…
    Non mi stupirei nemmeno se tra essi ci fosse qualche insider che sfrutta “l’allure” dell’autore indipendente per vendere meglio con l’editoria tradizionale, conoscendo il modo di operare nell’ombra di tante case editrici; il marketing è marketing, che lo faccia un autore, Mondadori oppure Amazon.
    Il pubblico, invece, non ho mai capito cosa sia, ma so perfettamente che viene utilizzato come prova empirica della bontà di tanto pattume. “È il pubblico, bellezza!” è una frase che ho sempre reputato offensiva verso l’intelligenza delle persone, un po’ come dire. “Ti ho fregato, ma non hai prove.” Spesso se si porta una critica motivata ad un’opera venduta, si viene tacciati di intellettualismo; mentre se si spiega (o si cerca di spiegare) perché un’opera meritevole di lettura è stata dimenticata, si corre il pericolo opposto. Trovo che tra la critica e il pubblico (ammesso, ripeto, che esso esista come soggetto e non come oggetto), sia sempre l’industria culturale a lucrare infischiandosene della qualità, “tanto c’è sempre qualcuno che ha da ridire”.
    Il punto essenziale che si deve affrontare quando si fanno questi discorsi è però, a mio parere, un altro. Chi ha il diritto di decidere cosa è giusto pubblicare e cosa no?
    Questo diritto lo hanno le case editrici solo perché così è sempre stato? (E no, non è stato sempre così).
    Se poi guardiamo alla qualità, mi pare che negli ultimi (poi davvero solo “ultimi”?) anni siano state proprio queste ultime a pubblicare cani e porci senza valutare nemmeno quei pochi parametri oggettivi che esistono nella narrativa, anche perché, oramai è risaputo, non sarebbero nemmeno in grado di trovare tali criteri oggettivi.
    O dobbiamo citare anche tutti i casi di “fenomeni esterni” all’editoria che vengono pubblicati come mainstream da quattro soldi?
    Infine, sempre leggendo il tuo blog, mi pare che l’unico argomento parzialmente valido contro l’autopubblicazione sia quello “ad auctorem”; ovvero che non passando per un “filtro editoriale” l’autore non avrà accumulato i rifiuti necessari a farlo maturare professionalmente. Anche qui non sono così sicuro. Mi pare ci sia molto pessimismo sulle capacità di ciascuno di migliorare senza dover per forza passare tra le grinfie di una casa editrice che, ancora una volta, siamo così sicuri abbia mai operato da “filtro di qualità”?

  8. Lara Manni Says:

    Veramente, Falconieri, rileggi con attenzione il mio post: dove avrei mai affermato che i rifiuti migliorano? Io non sono la Vox degli anti-self published. Anche perché non sono contraria affatto all’autopubblicazione. Dunque, rispondo di quel che dico, al di là del pensiero che si presume collettivo.
    Ripeto, per la centomilionesima volta, che l’editoria italiana non è il Bene così come non lo è Amazon. Che all’interno dei due mondi occorre fare infiniti distinguo. Finché non avremo a disposizione i dati reali che riguardano i best-seller digitali è impossibile capire come stiano andando veramente le cose.
    Quanto al diritto di decidere chi pubblica cosa. Io non parlerei di “diritto”. Parlerei di opportunità e di possibilità di scelta. Perchè così come certamente ci saranno gemme fra gli autopubblicati, ce ne sono altrettante fra i pubblicati, a meno di non guardare solo e sempre nell’orticello che ci interessa oppure nelle classifiche.
    In una parola: la merda e l’oro non sono tutti da una parte o dall’altra.
    Infine: una parolina sul rifiuto. Lo dico qui. Personalmente, ritengo che essere criticati, e a volte anche rimandati alla scrivania a ricominciare, sia utile, laddove la critica sia costruttiva. E, anche qui, non è che dal mondo estraneo all’editoria tradizionale le critiche siano sempre e solo costruttive. Anzi.

  9. G.V. Falconieri Says:

    Guarda, Lara, non intendevo attaccarti o dire che difendi gli anti-self published. E poi dicevo testualmente “leggendo” sul tuo blog, dunque non nel tuo post e non necessariamente da te, questo è chiaro. In ogni caso mi confermi che sei di quella opinione che, tra le altre cose, condivido:

    “Lo dico qui. Personalmente, ritengo che essere criticati, e a volte anche rimandati alla scrivania a ricominciare, sia utile, laddove la critica sia costruttiva.”

    Dicevo solamente che è un argomento valido solo in apparenza, dato che ormai è chiaro che la selezione delle case editrici, a cui non frega nulla della qualità, avviene in modo tale da tenere fuori i vari Lovecraft, come tu stessa confermi.

  10. Lara Manni Says:

    La mia puntualizzazione riguarda proprio le case editrici: ripeto, non sempre, non tutte.

  11. Giacomo Brunoro Says:

    ehm, andate un po’ a vedere i “bestseller” seicenteschi, settecenteschi, ottocenteschi o anche dei primi del ‘900: 99 volte su 100 si tratta di libracci dimenticati da tutti e assolutamente illeggibili. Il fatto che un testo abbia un gran successo di pubblico non ne fa un testo di grande valore letterario.
    Tranne rari casi i grandi capolavori della storia della letteratura vennero sistematicamente ignorati dal grande pubblico contemporaneo ma esaltati e letti dalla nicchia degli addetti ai lavori e che ci ha permesso di conoscere quei gran capolavori.
    E oggi, come sempre, la storia si ripete: nei manuali di letteratura (se mai ne esisteranno ancora) dei prossimi venti, trenta o quarant’anni difficilmente troveranno spazio i grandi bestselleristi attuali, tranne rarissimi casi molto selezionati, ma i grandi autori letterari che spesso hanno faticato a trovare un editore.
    Gli editori oggi non cercano testi di gran valore letterario, cercano testi che possano vendere molto. Quindi di cosa stiamo parlando?

    P.S.
    Così, giusto per ricordarvelo, gente come Proust, Pasolini o Garcia Marquez ha esordito con editori a pagamento…

    • Lara Manni Says:

      E ridalli con Proust e compagni. Altri tempi, altro contesto. E ridalli con “l’editoria fa schifo”. Non tutta, non sempre, non necessariamente. E quando parlo di editoria non parlo solo di Fabio Volo o delle ricette di cucina di Benedetta Parodi. Grazie al cielo, non sono gli unici libri pubblicati.

      • Giacomo Brunoro Says:

        No, non dico assolutamente che l’editoria fa schifo, dico solo che editoria e letteratura non sono sinonimi. Per questo non credo affatto che i libri di Fabio Volo o che i libri della Parodi siano orrendi o brutti: non sono letteratura ma ottimi prodotti editoriali, tutto qui, quindi è un errore giudicarli con parametri letterari.

        E nel tuo commento hai centrato il punto: “altri tempi, altro contesto”. E’ questo che sta succedendo ora: siamo entrati (o stiamo entrando) in un “altro tempo, altro contesto”, quindi non è semplice per nessuno interpretare la realtà utilizzando schemi e riferimenti che, probabilmente, non sono più attuali.

  12. Matteo Says:

    Sai che io non credo più a niente? Ho letto tutta la storia della Hocking e ho anche scritto di lei, però io non ci credo che ha venduto 2 milioni di copie su Amazon. Va bene che il mercato americano è diverso, ma non ci credo. Lancio una provocazione. Mettiamo il caso che un grandissimo editore si sia accorto di lei, che su Amazon andava bene con le vendite. Lei non faceva che proporsi e aveva scritto 20 romanzi, quindi è plausibile, no?! E abbia pensato di lanciarla con una campagna di marketing nuova. La regina dei download! Evidentemente molto più efficace del solito. Abbia investito e in qualche modo comprato 2 milioni dei suoi ebook e recuperato parte dei soldi, visto che Amazon paga lei, ed ecco fatto. Non è molto più credibile? E’ solo una provocazione eh!

  13. Lara Manni Says:

    Sai, Matteo, è difficilissimo fare distinguo in ogni caso. Non resta che affidarsi alle proprie valutazioni di lettore. E, nel caso di autopubblicazione, sapere che si ha a che fare con un monopolista alfa e non con Babbo Natale.

  14. Giobix Says:

    Come cantava il buon Checco Zalone: “Se celo fatta io…ce la puoi farcela anche tu!”

  15. Lara Manni Says:

    Giacomo: ovviamente non sono sinonimi. Ma all’interno della produzione editoriale c’è ANCHE la letteratura. Spesso, grande letteratura. Quello che non mi piace è il fideismo assoluto nelle sorti magnifiche, progressive e molto poco verificabili (specie se accentrate nelle mani di un unico soggetto). Ripeto, per la milionesima volta: accettare acriticamente il cambiamento non è un punto di vista che mi sento di condividere. Perché il cambiamento di supporto non comporterà necessariamente e automaticamente un miglioramento dei prodotti. E aggiungo: se non capisco male, tu fai parte di una casa editrice di eBook. Capisco che tu difenda il prodotto. Ma comprendi anche me, che non sto e non voglio essere su nessuno dei due fronti. Perché penso, da autrice, che se devo oggi guardarmi dagli editori cartacei, dovrò essere ancora più guardinga nei confronti delle centinaia e migliaia di editori digitali che (non parlo di te o voi, non vi conosco) che “fiutano l’affare”. Lascia che dubiti, dunque🙂
    Giobix: ecco😀

    • Giacomo Brunoro Says:

      La sola citazione delle magnifiche sorti e progressive ti fa guadagnare 1.000 punti! Io sono un “malato” di carta, casa mia (e anche quella di mia madre) sono invase dai miei libri, ma non per questo rifuggo gli ebook, anzi. Io, anche se logicamente “difendo il prodotto”, non sono affatto un’ottimista a priori (tipo i geek fantatici), come non sono un pessimista a priori (tipo Frenzen), per questo apprezzo la tua posizione di ricerca e di voglia di informarsi.
      Per quanto riguarda “fiutare l’affare” mettiti l’animo in pace: ancora per un po’ sarà moooolto difficile fare affaroni con gli ebook, a meno che uno non utilizzi politiche molto spinte e molto particolari.

  16. Lara Manni Says:

    Affaroni no. Affarini, molto possibile🙂

  17. Giacomo Brunoro Says:

    “Affarini” direi addirittura molto probabili, però non ti svelo tutti i segreti del mestiere se no poi sono fregato😉

  18. Lara Manni Says:

    Tanto non ho intenzione di scendere in campo🙂

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