Scrittori che si interrogano sul terribile diritto

Prendo in prestito dal Club della Lettura del Corriere della Sera un lungo intervento di Vincenzo Latronico. Personalmente l’ho trovato molto interessante.

“Lo vedo arrivare.
Lo vedo arrivare. Anche se lo nego, lo vedo arrivare. Quando me lo chiedevano, fino a un annetto fa, negavo: e ne ero convinto. Talvolta nego ancora, ma so di mentire. Nella prefazione a Mattatoio N. 5, Kurt Vonnegut racconta che il suo capoufficio rideva dei suoi sforzi di scrivere un romanzo contro la guerra. «Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?», ironizzava. «Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?». Ecco: avrei voluto scrivere un articolo contro la pirateria degli ebook; però continuo a pensare ai ghiacciai.

Oggi è il 22 dicembre, mi sono svegliato presto. Ho finito un articolo che dovevo consegnare verso metà mattinata, e per completarlo ho dovuto rileggere pezzi de I miti greci, di Robert Graves. Nel pomeriggio sono andato avanti con una traduzione; adesso sono le sette, e se non stessi scrivendo questa cosa probabilmente andrei avanti a leggere Sandman, di Neil Gaiman, fino ad uscire, più tardi. Tutto questo non sarebbe rilevante, se non fosse che ho letto entrambi i testi in ebook. Ma neppure questo, in fondo, sarebbe rilevante, se non fosse che entrambi li ho scaricati gratuitamente da un archivio cosiddetto «pirata». È una cosa che faccio sempre più spesso da quando ho un iPad — e ancora di più da quando ho scoperto un sito che archivia praticamente qualunque cosa esca o sia uscita di recente in lingua inglese. È di questo che vorrei parlare.

Di cosa non vorrei parlare
C’è una cosa di cui non vorrei parlare, invece: ed è tutta la diatriba vince-l’elettronico-oppure-sopravvive- la-carta-che-fruscia-e-che-fragra. Non ne voglio parlare per una ragione molto semplice: certo, che vince l’elettronico. Non è questione di gusti, né di sondaggi, né di appelli più o meno realistici, più o meno conservatori: vince l’elettronico perché è più comodo e migliore, e se non lo è per noi lo sarà per i prossimi. Gli ebook costano alla produzione infinitamente di meno — e quindi sono o più economici, o più redditizi — e si reperiscono istantaneamente e si archiviano per sempre, senza spese di trasloco e di Ikea. Io sono nato nel 1984, ed è vero che a volte provo un certo fastidio a leggere un ebook: ma è meno di quello che prova mio padre e più di quello che proverà mio figlio, che non ne proverà affatto. Il fatto che alcuni (oggi molti, ma sempre meno) ritengano la carta insostituibile, per formazione e abitudine, è un accidente della storia: passerà, o sarà ricondotto alla nicchia di quelli che «i Cd non restituiscono l’intero spettro sonoro», che sono un’altra versione di quelli che hanno l’orologio meccanico quando l’oscillazione di un cristallo di quarzo da due euro supera in precisione per svariati ordini di grandezza il miglior ingranaggio svizzero. I Rolex, per carità, continuano a vendere: e così continueranno a vendere i libri: per tradizionalismo o per inerzia o per il bisogno capriccioso e invincibile di marcare uno status.

Il tono di quest’ultimo paragrafo non è né apocalittico né festante: sono abituato alla carta, forse sono abbastanza giovane per riabituarmi al digitale, così come un ventisettenne nato centomila anni fa forse era abbastanza giovane per abituarsi alla glaciazione Würm. Trattasi pur sempre di ghiacciai. In una conversazione a Torino, un anno e mezzo fa, ho chiesto a Nanni Balestrini che cosa pensasse dell’incedere degli ebook. Il libro, ha detto, è un accidente storico della letteratura: la quale esisteva prima ed esisterà dopo. Per un lasso relativamente breve di tempo il loro percorso è stato comune:ma non dobbiamo illuderci che libri e letteratura siano la stessa cosa, ha proseguito Balestrini, perché non lo sono. Solo uno dei due vivrà per sempre.

Ecco.

Il terribile diritto
C’è un’altra cosa di cui non vorrei parlare: ed è il terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale — che, come brillantemente argomentato da Michele Boldrin e David K. Levine in Abolire la proprietà intellettuale (Laterza 2012), più che una proprietà è un monopolio: non tutela un interesse legittimo ma garantisce una rendita a un singolo a scapito dell’interesse collettivo. Non ne vorrei parlare per non espormi alla raffica speciosa dei tu quoque, certo,ma anche perché stiamo andando verso l’abolizione de facto di tale diritto, perlomeno per quanto riguarda ciò che è digitalizzabile. Con Boldrin e Levine, credo che questo, alla lunga, sarà un bene: e il copyright sui libri sopravviverà nella teca archeologica dell’ottimismo de jure, accanto alla definizione del matrimonio naturale e alla cittadinanza per diritto di sangue. Ma, appunto, non volevo parlarne.

Di cosa vorrei parlare
Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

Alcune ragioni per cui scarico i libri
1. Abito a cinque minuti da una piccola libreria di quartiere; a quindici da una grande libreria indipendente; a trenta da una catena. Lavoro con la letteratura, e l’idea di perdere un’ora per vedere se trovo un libro che mi serve—e che magari non trovo — non è molto allettante. Pigro? Forse: o forse abituato al turbocapitalismo della soddisfazione istantanea, che in fondo è lo stesso. Ma anche qui, si parla di ghiacciai.

2. Gran parte dei libri che scarico non li comprerei. È triste, ma è così. Molti — moltissimi — li abbandono appena iniziati, dopo aver scoperto che non mi interessano. In cartaceo li avrei comprati? No: ma neppure mi sareimesso a leggerli in libreria, un’esperienza atroce e contraria a tutto ciò che ama chi ama la lettura: confusione, luci pessime, gente che passa. Semplicemente, non li avrei sfogliati. Chi ci avrebbe rimesso? L’autore no, io sì. Non è una giustificazione, lo so: ma è comunque un fatto.

3. Tutti i libri che scarico sono in inglese — un po’ perché leggo i romanzi in lingua originale, un po’ perché la saggistica, spesso, non viene tradotta, o lo è solo molto tardi. Acquistare online un libro in inglese, fra le carenze delle poste e della dogana, i costi di spedizione, e i tempi, è un’ordalia che non si può paragonare alla possibilità di ottenere il tutto gratis, e in un istante, ovunque ci si trovi.

Alcune ragioni per cui non scaricherei i libri o li comprerei dopo aver verificato il mio interesse sull’ebook scaricato, alibi irrealistico di quello che si spaccia come «il volto umano» della pirateria:
1. La carta che fragra.
2. Il dilemma morale.

Alcune ragioni per cui scaricherei i libri, sì, ma a pagamento:
1. Il dilemma morale.

Quindi
Del fascino della carta che fragra si è già parlato: credo che passerà, se non per tutti per molti, se non presto tardi. Il dilemma morale è una questione più delicata. Io stesso — se dovessi prendermi a terreno d’esame per questo problema — non darei ottimi risultati: pur avendo ogni interesse «egoista», in quanto scrittore, a che i diritti d’autore siano rispettati, non li rispetto. Più in generale, credo, non ci si può aspettare granché dall’argomento morale: basta immaginare una società in cui, ad esempio, il pagamento delle tasse non sia automatizzato col meccanismo della ritenuta, né sanzionata l’evasione, ma solo dichiarato come obbligatorio e lasciato alla buona fede del contribuente, un po’ come è dichiaratamente obbligatorio comprare, e non scaricare, gli ebook. In quanti pagherebbero le tasse, in quella società? Ecco la forza del dilemma morale.

Che cosa resta
Al cinema restano i botteghini. Si dirà: sono solo una percentuale delle attese d’incasso. È vero: e le attese d’incasso saranno riviste di conseguenza man mano che la facilità del reperimento online, e con essa l’abitudine a scaricare, aumenterà. E al rivedere delle attese saranno rivisti i budget: ma resteranno.

Lo stesso, in un certo senso, vale per la musica. Anche ipotizzando che il download arrivi a coprire una percentuale altissima di quelle che attualmente sono le vendite, già oggi una percentuale irrisoria di ciò che erano solo dieci anni fa, ai musicisti resteranno i concerti — che sono bastati, in fondo, per migliaia di anni. È un modello di business diverso da quello presente (che pure ad esso tende, in misura sempre maggiore): ma è pur sempre un modello di business.

Cosa resta alla letteratura? Dico sul serio: cosa resta? Non credo che gli scaricamenti illegali arriveranno mai ad annullare le vendite; ma credo che potranno — come nel caso di musica e cinema — coprirne una parte sufficiente a fare sì che la redditività del settore non possa più basarsi unicamente su quel canale. Il cinema e la musica ne hanno altri, rispettivamente botteghini e concerti, che offrono al pubblico qualcosa che un download non potrà mai sostituire: e la letteratura?

Alcune risposte da scartare
1. Il Drm. Non conosco sistemi di Drm che siano rimasti senza crack abbastanza a lungo perché l’annuncio trionfale del loro lancio uscisse dal fondo della homepage dei quotidiani. Magari arriveranno, certo: e in questo caso sarà una rivoluzione digitale tanto potente da mettere in secondo piano qualunque considerazione sul futuro del libro — nello specifico, sarà una rivoluzione simile a quella del ’18, del ’22, del ’66: una rivoluzione autoritaria.

2. Il libraio. È vero, ci sono librai fantastici, che consigliano e guidano e aiutano chi ama la letteratura — io stesso frequento da tempo una libreria poco distante da casa mia, il cui proprietariomi ha insegnato tantissimo di letteratura sudamericana. Discutiamo spesso di ciò che leggo, mi consiglia, mi guida. Fra un anno apre una Feltrinelli a tre isolati da lì, dove, come tutti sanno, vendono anche le Daygum Protex.

3. Lo stato di polizia digitale. Come quello, ad esempio, in cui un corpo di polizia nazionale viola la sovranità di un’altra nazione per arrestare un uomo colpevole di aver aperto un sito di nome Megavideo.

4. Gli «eventi». Sono una strada possibile, ma difficile — solo un festival come quello di Mantova, una sola volta l’anno, con un programma molto studiato e una reputazione solidissima, può permettersi di far pagare il pubblico per un reading — e anche lì, cifre che nulla hanno a che fare coi biglietti dei concerti, e per un pubblicomolto più ristretto. Non sembra, alla lunga, sostenibile.

5. La buona volontà dei lettori. Ricordate il dilemma morale?

«La vostra crisi non la paghiamo», gli abbiamo detto. Ce l’hanno regalata
Non credo che la pirateria potrà mai coprire la totalità delle vendite di libri: ma forse finirà per coprirne una parte sostanziale. Possiamo immaginare una situazione in cui una percentuale (bassa) di quello che oggi è il venduto di un libro continuerà a essere venduta in cartaceo; una percentuale (similmente bassa) sarà venduta in ebook; e il resto sarà scaricato: il che è ciò che accade alla musica e agli home video. Al salire del venduto, la curva si schiaccerà ulteriormente verso la pirateria (e cioè: di un libro da un milione di copie saranno scaricate, percentualmente, molte più copie che non di un libro da mille), perché gli scrupoli etici e la bibliofilia hanno probabilmente più incidenza fra i lettori forti che non fra gli altri.

Ma questo, ovviamente, priverà le case editrici proprio dei margini di guadagno maggiori: quelli dei bestseller. Poco importa, potremmo dire, se il romanzo da 2 mila copie ne vende 600; l’importante è che quello da 200 mila continui così. Ma è ragionevole aspettarsi che proprio quest’ultimo avvertirà l’impatto della pirateria; e ciò non andrà a danno dell’autore da classifica (paradossalmente), dato che il libro resterà redditizio, benché in misura minore: andrà a danno degli altri, quelli che forse fanno il break-even e forse no, quelli che magari sfondano ma chi lo sa, quelli che siamo- in-perdita-ma-li-finanziamo-con-i-bestseller. Per gli altri, temo, le cose saranno sempre più difficili.

E allora che si fa, eh?
Non lo so. Nonostante tutto, continuerò a scrivere romanzi, e continuerò a scaricarli — quelli non tradotti — quelli chemi servono subito — quelli fuori commercio — in buona sostanza, molti. Da lettore forte, so che questo comunque mi lascia nella fascia degli acquirenti di libri più accaniti: ma so che la cosa scemerà col passare del tempo. E da scrittore? Forse — difficilmente — i miei futuri romanzi usciranno abbastanza in fretta da vincere la corsa contro la pirateria; forse — più difficilmente ancora — entreranno nella categoria di quei pochi che non ci rimetteranno poi troppo. Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi”.


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20 Risposte to “Scrittori che si interrogano sul terribile diritto”

  1. isabellamoroni Says:

    io lo trovo più che interessante. lo trovo saggio e realistico e mi fa pensare che forse tutto questo è una “mano santa” per poter rivedere le leggi dell’economia e del capitalismo… esagero eh?

  2. Lara Manni Says:

    No, non esageri. Bisognerà vedere però quanto sarà realizzabile tutto questo.

  3. Cecilia Says:

    Pezzo molto bello. Niente isterismi o fanatismo, solo un onesto ragionamento su dati di fatto e tendenze future.
    Sono praticamente d’accordo con tutto quello che dice, soprattutto la distinzione tra libro e letteratura e un ritorno al “Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi”.

    L’unica nota che mi sento di fare: non penso che la carta sia insostituibile in generale ma che per alcuni prodotti resterà tale ancora per molto. L’autore cita Sandman. Anch’io ho i primi volumi italiani in formato digitale, ma sto comprando l’Absolute (americana) cartacea e non c’è paragone che tenga. I lettori ora sono in bianco/nero e di piccole dimensioni e non rendono giustizia a un’opera a colori con delle tavole meravigliose come Sandman. I lettori van bene giusto per i manga che sono nativi b/n, non per i fumetti a colori (specie di una certa qualità). E se in futuro i lettori saranno molto più grandi… perderanno una delle loro caratteristiche vincenti, ossia l’essere portatili.
    Ci sono anche un altro paio di controindicazioni nel “tutto-digitale” come il fatto che i libri cartacei o te li rubano, o li perdi tu o ti deve bruciare la casa mentre per i file basta uno stupido virus e ti si sputtana tutto (sto mettendo i miei in almeno tre hard disk esterni diversi per ovviare a una perdita ^^) e che la carta non ha bisogno di essere “riaggiornata” a seconda dell’uscita di formati differenti.
    Per cui, almeno finché questi problemi non verranno risolti (e il primo dubito lo sarà mai) sarà meglio che i due mezzi coesistano pacifici, così come sono coesistiti i racconti orali e quelli scritti.

  4. Lara Manni Says:

    Concordo. E, nel frattempo, segnalo l’inchiesta su Affari Italiani che riguarda “anche” gli ebook, ma soprattutto qualcosa che si ventilava nei post precedenti. Ovvero, grandi editori e self publishing:
    http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/self-publishing-parlano-gli-scrittori-lagioia-e-vasta080212.html

  5. Cecilia Says:

    Articolo letto.
    Onestamente, mi è sembrato pieno di sciocchezze da entrambe le parti, scrittori e editori.
    A breve un commento più articolato, che devo rileggermelo un po’ e cercare alcuni dati altrove.

  6. Lara Manni Says:

    Anche io vorrei tornarci sopra.🙂

  7. Wu Ming 4 Says:

    Chissà se è una coincidenza che Vincenzo Latronico sia autore di uno dei romanzi più reazionari che io abbia mai letto: “Ginnastica e rivoluzione” Bompiani 2008. Di sicuro non c’è niente di più reazionario del fatalismo: le cose vanno così, noi ci stiamo dentro, siamo assuefatti a certe abitudini, dobbiamo soltanto stare a vedere cosa produrranno o come verranno messe in produzione.
    Alla sua ponderata analisi penso vadano aggiunti alcuni elementi.
    Uno è questo: attualmente i testi commercializzati in formato elettronico in Italia non godono dello stesso regime fiscale dei libri. L’IVA sui testi elettronici è al 22% (Monti l’ha innalzata di uno o due punti, mi pare) come per qualunque altra merce. Considerando che mediamente le royalties di un autore si aggirano sul 10-12% ne consegue che per un libro elettronico, i cui costi di produzione quasi si riducono al proprio lavoro, un autore guadagna il dieci percento in meno dello Stato. Si tratta di un paradosso fiscale evidente. Se io devo lavorare per far guadagnare lo Stato più di me, allora voglio anche le ferie e la malattia pagate come un dipendente pubblico, oppure la legge Bacchelli estesa a tutti gli scrittori. Come dire che tra noi e il futuro ci sono anche le leggi, le scelte politiche e imprenditoriali, nonché quelle ideali e ideologiche (questo governo di teocrati finanziari ne sa qualcosa).
    Un secondo elemento potrebbe essere questo: i file di testo sono più deperibili dei libri. Può sembrare paradossale ma è così. La tecnologia invecchia rapidissimamente, il grado di obsolescenza dei supporti elettronici aumenta sempre più in fretta, mentre l’invenzione di Gutenberg è lì da cinquecento anni. La bottiglia, addirittura, da molto più tempo, e continuiamo a usarla. Il file più vecchio che abbiamo nel computer a quando risale? Cinque anni fa? Probabilmente meno.
    Un terzo elemento: la perdita del rapporto tattile e visivo con il libro. Non di sola carne siamo fatti…
    Un quarto: consiglio di non prendere uno scrittore praticamente bilingue, che lavora nell’editoria a tutti i livelli, come campione per mappare la tendenza in atto. E nemmeno i dati forniti da Amazon, ricavati da algoritmi più segreti della ricetta della Coca-Cola, e sempre espressi in percentuali, mai in numeri assoluti (e incrocerei questa evidenza con il fatto che Amazon è produttore e venditore di un proprio e-reader).
    Che la lettura stia cambiando e cambierà nel prossimo futuro è indiscutibile. Ha ragione Belestrini nel dire che libro e lettura non sono destinati ad andare assieme per l’eternità. Non è già più così. Moltissimo di quello che leggiamo è in formato digitale (ma faccio notare che rispetto alla mole di testo che leggiamo a video la fruizione di narrativa è ancora parecchio indietro… e consiglierei di meditare anche su questo). Può darsi che verrà presto il giorno in cui tutti andremo in giro con il nostro e-reader in tasca e ci sbarazzeremo dell’ingombrantissima libreria. Dico “può darsi”, perché non voglio fare l’errore di Latronico, cioè scambiare quella che appare (sottolineo “appare”) una tendenza del presente per il futuro. Il futuro è una faccenda complessa, soprattutto per una generazione e per un’epoca alimentata dal just-in-time e dall’eterno presente della merce, al quale forse non è detto che l’umanità debba rassegnarsi.
    Forse le previsioni sono corrette: noi scrittori torneremo a fare gli aedi, i trovatori itineranti, o i protetti di qualche mecenate, come all’epoca di Boccaccio e Cervantes. Tutti a fare reading, a sviluppare doti performative, oltre che scrittorie. Personalmente la cosa non mi scandalizzerebbe, anzi. Ciò nonostante ho qualche perplessità e nessuna certezza. Eccetto una: che sul medio-lungo periodo saremo tutti morti.

  8. M.T. Says:

    Wu Ming ha sottolineato un elemento di cui parlo da tempo: la deperibilità della tecnologia e la possibilità che quanto prodotto vada perso e di esso non rimanga nulla.
    Sarà un esempio banale, ma non vorrei che accadesse come con le auto: dove aver immesso elettronica in qualsiasi cosa, si sta facendo un passo indietro di nuovo verso la meccanica, perché più affidabile.

  9. Lin Says:

    Il fatto che siam qui a leggere un blog (autopubblicato e digitale) invece che un libro di carta secondo me già dà l’idea di quanto le abitudini di lettura cambino in fretta.
    Uno dei motivi del crollo di libri letti nel 2011 è, pare, proprio il tempo che si passa davanti al pc, tra blog, social network, fan fiction e racconti on line.
    Anche quello è leggere, e senza fruscio/profumo di carta. E va bene lo stesso.
    Per la pirateria: Wikipedia vive di donazioni. Lo stesso si potrà fare con gli autori. Servirà educare i lettori (i Wu Ming, che tra l’altro pubblicano in copyleft, mi pare già lo facciano). C’è chi sarà disposto a pagare. C’è chi non sarà disposto a pagare. C’è chi *non* potrà pagare e a differenza di qualche anno fa potrà leggere lo stesso, ed è giusto così.
    Poi, se non si potrà più vivere di scrittura… oh, pazienza. Credo che si scriva anche per altri motivi, oltre al denaro.

  10. Wu Ming 4 Says:

    @ Lin

    Dici bene. Il collettivo di cui faccio parte decise, dodici anni fa, di sseparare la fruizione della narrativa da noi prodotta dall’acquisto dei nostri libri. Il testo viaggia libero per la rete, mentre l’oggetto libro – risultato di una filiera industriale – viene venduto nelle librerie.
    Pensiamo ancora che sia una scelta giusta. Quindi, sì, se il commercio di libri cartacei dovesse sparire, il collettivo di cui faccio parte perderebbe quella fonte di reddito. Non credo che potremmo vivere di donazioni, sinceramente. Il fatto è che io non credo che il libro sparirà, per il momento. Quello che gli edotori dovrebbero fare, se fossero seri, sarebbe cercare di interpretare le trasformazioni in corso. In realtà dovrebbero puntare sul libro cartaceo, anzicché sull’e-book, cioè valorizzare il prodotto, migliorarlo, abbassarne il prezzo, renderlo più bello e più appetibile di un file elettronico. Mi sembra invece che al momento la loro idea sia quella opposta: cercare di spremere tutto lo spremibile dall’e-book. E questo potrebbe davvero segnare la loro rovina.
    “Poi, se non si potrà più vivere di scirttura… oj, pazienza. Credo che si scriva anche per altri motivi, oltre al denaro”.
    Certo che si scrive per altri motivi, ma è evidente che un mestiere, una professione, è cosa diversa da un’attività amatoriale. Se dovrò andare a cercarmi un altro lavoro, qualsiasi esso sia, il tempo che potrò dedicare alla scrittura sarà molto di meno rispetto ad oggi. E questo cambierà inevitabilmente le cose. Tra il 2002 e il 2004 ho fatto il lavoratore dipendente da otto ore al giorno e non ho praticamente scritto una riga. Che poi questo non sia una catastrofe, sono d’accordissimo. Finché non è guerra e non è cancro non è grave.

  11. Marco Says:

    Ma c’è, in fondo, tutto questo bisogno di vaticinare il futuro?:-)
    Forse per chi scrive si, perchè si tratta di immaginare come cambierà il mondo che gli dà il pane.

    Per me che leggo no. Adesso ho l’ebook reader in prestito (che forte, è come prestare un’intera libreria incluse le mensole:-)), e sono di nuovo con la casa piena di libri fisici e cartacei abbandonati in giro, aperti o meno…

    Quanti libri cartacei di qualità sono disponibili in giro, tra librerie biblioteche e bancarelle? Miliardi? Io leggo circa un centinaio di libri l’anno: se campassi ancora cinquant’anni, supponendo un trend progressivamente decrescente, con tremila libri avrei soddisfatto il mio fabbisogno.

    Quindi, anche se io odiassi gli ebook (cosa che non è affatto vera) potrei vivere senza di essi e nutrirmi di sola carta anche per i prossimi cinquant’anni, anche se si smettesse di pubblicare qualsiasi cosa su carta da oggi in poi. (Di quel che accadrà dopo, permettetemi di disinteressarmi).

    Quindi questa cosa della “vittoria inesorabile dell’ebook sui libri cartacei entro i prossimi x anni” (yawn, che noia) mi sembra una autentica fesseria, ecco.

    Il problema della deperibilità del supporto? Yawn. Si estinguono quotidianamente specie animali e vegetali, figuriamoci quanto può essere un problema la perdita individuale di copie di un libro disponibile in migliaia di istanze.

    Federico Zeri diceva che di molti pittori del Quattro/Cinque/Seicento resterà si e no il 5% della produzione: il tempo ed il cambiamento del gusto hanno cancellato le loro opere; dunque, se siamo sopravvissuti anche a questo, sopravviveremo a perdite simili anche nel campo della letteratura.

    Anzi, la deperibilità e l’illeggibilità del supporto saranno forse uno dei pochi strumenti di selezione a fronte di una produzione, in campo digitale, che vedrà un numero di autori di testi quasi pari a quello dei potenziali fruitori:-).

  12. Wu Ming 4 Says:

    @ Lara
    Poi, va be’, volevo anche dire che “Mithrandir” è troppo onore….🙂

  13. niggle Says:

    Concordo con Wu Ming 4 e M.T: la tecnologia è deperibile.
    Studio storia e tra gli esami che ho dato ce ne sono stati diversi di “archivistica” (ovvero relativi alla creazione/gestione/manutenzione degli archivi). Una delle realtà che sono emerse da questi corsi è stata appunto questa: con l’avvento dei computer molti archivi si sono adeguati, prima con i floppy-disck, poi con i cd…ma nel passaggio qualcosa si è perso. La tecnologia va di fretta, i nuovi supporti tecnologici vengono utilizzati ma quasi subito diventano inutili e “illeggibili”, e se non ti sbrighi a riconvertirli perderai l’informazione che contengono. Morale della storia: il sistema archivistico si sta digitalizzando, questo sì, ma la controparte cartacea è ancora utilizzatissima!

    Questa pecca del supporto tecnologico da un po’ di respiro a chi come me ama il libro di carta. Ma appunto “un po’”.

    Quando Latronico scrive “vince l’elettronico perché è più comodo e migliore, e se non lo è per noi lo sarà per i prossimi” ha ragione secondo me. Non saranno i miei figli, forse nemmeno i miei nipoti, ma i loro di figli probabilmente conosceranno una letteratura che sarà solo digitale, e se non saranno neanche loro saranno i figli dei loro figli. Ma accadrà, questo è il punto.

    Ecco perché mi ha fatto un po’ male leggere questo articolo.
    Non voglio fare la guastafeste, sul serio, sono consapevole e convinta (!) delle opportunità enormi che vengono dall’evoluzione della “letteratura cartacea” in “letteratura digitale”, però…
    Però la “la carta che fragra” una bellezza tutta sua ce l’ha ^^

  14. Cecilia Says:

    Consiglio la lettura di questo articolo, che affronta appunto i problemi editori-autopubblicazione, autore-editore, piattaforme, redistribuzione dei compiti: http://www.steamfantasy.it/blog/2012/02/08/piattaforme-di-pubblicazione-come-aggregatori-di-competenze/

    Tornando invece a quello linkato da Lara:

    Premessa: mi riferirò solo alla narrativa fantastica e, magari, in brevissima parte, ai manuali, perché le altre tipologie non le conosco, non ho “dati” a disposizione e non voglio dire idiozie.

    Il fulcro del discorso sembra essere “se gli editori appoggeranno il self publishing, abdicheranno al loro ruolo di filtro tra opere di qualità degne di pubblicazione e il mare magnum di schifezze”

    cit:
    “sotto il profilo del merito, che interessa ai lettori che non vogliono perdere tempo leggendo cento romanzi brutti per uno bello, l’editoria normale è un campionato al quale partecipano solo concorrenti giudicati idonei dagli editori e il più bravo vince una coppa.”

    Questa affermazione sono indecisa se inserirla nelle ingenuità o nella malafede, ma rimarrò sul limite.
    Negli ultimi anni abbiamo avuto nel fantasy (interno, estero e tradotto) un’invasione di cloni, minestre riscaldate e schifezze varie da parte degli editori che cercavano di calvalcare le seguenti mode: esordienti giovanissimi, vampiri, angeli/diavoli. “Il libro del destino”, “Twilight” & cloni, “Fallen saga”, “Unika” e “Amon saga” giusto per fare i primi -e peggiori- nomi che mi vengono in mente. Non mi si dica che “Unika” è giudicato idoneo in un ragionamento “editore= strada per la qualità” come quello sopra riportato. E non è stato pubblicato da Il Filo, Albatros o altre EAP, ma nientemeno che da Deagostini. Casomai, la conclusione a cui io sono arrivata è “moda x tira, prendi il primo che la segue e pubblica a manetta”, altro che filtro per la qualità. Tant’è che ultimamente mi sono accorta di scansare sistematicamente o quasi le grandi CE che hanno dimostrato di non aver esperienza di qualità né che gli importi averla. Per fare nomi, quasi niente più Mondadori, sempre più Fanucci (nonostante i miliardi di refusi) e Salani.

    Il fulcro invece lo colloco più tra la semplificazione e l’ingenuità che nella malafede. Come si può vedere dall’articolo che ho linkato, di soluzioni ce ne sono.

  15. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  16. Ilaria Says:

    Leggendo il post, ho subito pensato al problema che poi ho visto sottolineato già dai commenti di Wu Ming, M.T. e niggle: il problema enorme della deperibilità dei documenti digitali. E sottolineo che non è solo un problema tecnico ma anche politico. Nel momento in cui si decide che cosa ridigitalizzare nel nuovo formato (per salvarlo e continuare a permetterne la lettura) e cosa no, è chiaro quanto spazio si apre a scelte ideologiche e politiche. E’ un problema molto delicato che raramente trovo affrontato in articoli rivolti all’opinione pubblica (in genere, come sottolinea niggle, è più un argomento da specialisti). Insomma, i papiri e le pergamene sono arrivati fino a noi, i floppy no. Detto ciò, personalmente non sono affatto una nostalgica tout court della “carta che flagra”, al momento cerco di orientarmi tra comprare libri di carta, leggerli in bibioteca (ragazzi, esistono le biblioteche se non vogliamo comprarci tutto a scatola chiusa!) e il mondo degli ebook, scoperto da poco perché ho da poco un ebook reader – e non è neanche mio, uso quello di mio padre 67enne… – evitando sia il fatalismo dell’integrata che i lai dell’apocalittica.

  17. Lara Manni Says:

    Ripromettendo di postare più tardi o domattina un commento più ragionato, devo una velocissima risposta al terzo intervento di Wu Ming 4: non è troppo onore, fra una strega madrina e uno strego padrino non poteva mancare uno stregone saggio🙂

  18. Francesco Pomponio Says:

    Sono capitato per caso su questo blog, ho cominciato a leggere e mi sono detto che non è possibile, sono le quattro del mattino e sto ancora sognando, poi mi sono accorto che invece ero sveglio…
    Ma non credevo a quello che stavo leggendo.
    Uno che invece di andarsene al cinema, perde tutto quel tempo a scrivere tutto e il contrario di tutto. Una sola cosa ho capito fra il ‘parlarsi addosso’ del post. L’autore dice: io faccio lo scrittore, vivo e mi mantengo con i diritti d’autore, però scarico a sbafo i libri degli altri. Complimenti per la corerenza.
    Rubate, rubate, prima o poi non rimarrà più niente da rubare.
    E Latronico lo dovrebbe sapere quanto ci vuole per scrivere un buon libro. Se fa lo scrittore lo dovrebbe sapere.
    Sono indignato (lo posso dire o non va più di moda?) da quello che ho letto.
    E non gli mancherebbero le possibilità di comprarseli i libri, sia logisticamente (ha diverse librerie vicino casa, beato lui) né, voglio sperare, economicamente.
    Ai miei tempi se una cosa non te la potevi permettere non la compravi, semplice no? Di certo non andavi a rubarla.
    Rubare, sì, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome.
    E rubare è anche scaricarsi la musica senza pagarla.
    La musica classica non si trova? Quanto mi dispiace, poverino, gli tocca comprarsela.
    Qui non si tratta di diritto d’autore, che come dice la parola, è un diritto dell’autore, qui si tratta di abitudine all’illegalità.
    Se al supermercato le merci sono esposte al pubblico, questo non significa che siamo autorizzati a rubarle. E perché un produttore di merendine, pesche, mortadella, deve avere più diritto di uno scrittore ad essere tutelato nel suo lavoro?
    Lo scrittore non paga le bollette, e tutto il resto?
    Perché dovrebbe regalare ore del suo lavoro a uno sconosciuto?
    Se si scrive per hobby allora si regala il libro, e su Internet è pieno di scritti ceduti a titolo gratuito, (Creative Commons) ma se lo scrivere diventa una fonte di reddito, appropriarsene abusivamente è semplicemente un furto e una grave offesa a chi quel libro l’ha scritto, riletto, editato, pubblicato e cercato di venderlo.
    E non giustifica la cosa il fatto che “tanto neanche li leggo, molti li abbandono subito”.
    Ovvio, le cose che non si pagano neanche vengono apprezzate.
    Ma anche se chi ruba al supermercato poi butta le merendine perché non gli piacciono, sempre ladro è.
    Scusate la franchezza, ma quando ci vuole ci vuole.
    Comunque Latronico può stare tranquillo, non credo che corra molti rischi che qualcuno scarichi i suoi libri. Io neanche sapevo che fosse uno scrittore.

    Francesco

  19. Lara Manni Says:

    Brevemente, sulla deperibilità del digitale. Nella generale presa d’atto che “il cambiamento è inevitabile”, giustamente stigmatizzata nei commenti, si dimentica sempre questo particolare. Oltre all’esempio dei floppy, vorrei ricordare quello, recentissimo, di Splinder. Piattaforma chiusa, migliaia di post, spesso interessanti, svaniti nel nulla (a meno che il proprietario del blog non abbia deciso di salvarli).
    Sugli editori: ancora una volta sottolineo che a fronte dei molti brutti libri pubblicati ne esistono di molto buoni. Nel fantastico (perché al filone appartengono) abbiamo avuto anche King, abbiamo avuto Murakami e La bambina di neve. Il problema è che, anche alla luce delle recenti dichiarazioni mondadoriane, si rischia di andare più nella direzione di Unika che in quella della ricerca. Voglio dire: ancora di più.
    Sulla pirateria, sto per postare altro.

  20. Vincenzo Latronico, Ginnastica e rivoluzione, tra gli ebook più reazionari letti da Wu Ming 4 | Il lettore digitale Says:

    […] come testo per una fascetta promozionale – la trovate sul blog di Lara Manni tra i commenti a “Scrittori che si interrogano sul terribile diritto” che riporta il testo integrale dell’articolo scritto dall’autore circa ebook e […]

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