Archive for the ‘Horror’ Category

Fuochi

dicembre 12, 2011

Dopo aver letto i giornali sul rogo di Torino, se non vi dispiace, ripubblico qui i tre post che, nel raccontare i retroscena storici di Sopdet, avevo dedicato a Ponticelli.  Sono questi:
uno, due, tre.
Ricordo benissimo quei giorni. Li ricordo talmente bene che ieri, discutendo su Facebook di generi letterari (e trovandomi per la millesima volta a difendere il fantastico dal disprezzo generale), stavo per scrivere che gli orrori maggiori vengono dal mondo reale, e che chi racconta è sempre un passo indietro rispetto ai medesimi. Sarebbe, suppongo, servito a poco.

Non aprite la porta se non vi piacciono le porte

giugno 13, 2011

Sono, in genere, piuttosto titubante nel discutere su cosa sia l’horror e cosa no. Però questa mattina ho letto un post su un blog letterario, Sul Romanzo, che mi ha dato parecchio da pensare. Nel post si parla dell’horror “sociale”, ovvero di come il genere può raccontare il mondo che ci circonda. E sul piano generale, naturalmente, concordo. Purchè avvenga con un altro obiettivo:  perchè narrando  il punto d’impatto fra due piani di realtà è alla reazione emotiva di chi legge che la storia si rivolge.  Pensate solo alla – famosissima – frase contenuta nell’intervista di Stephen King a Keith Blackmore:

“Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi – e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: “Ne ho finito un altro”, senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c’ero”. ”

Il buon horror, credo, funziona così: e per aggredire il lettore usa il mondo conosciuto. King narra la middle-class americana, con aggiunta di mostri. A chi legge non arriva l’intenzione primaria, ma la storia (una splendida storia) nella sua interezza. Questo per dire che difficilmente, immagino, chi scrive horror decida, a freddo, di inserirvi una visione sociale: parlando pro domo mea, non ho pensato di farlo in Sopdet, anche se  l’ho fatto. Ho usato un fondale storico e sociale, e ho cercato di farlo nel modo migliore: ma il mio obiettivo primario era sempre la ricerca dell’emozione di chi legge.
Fin qui, non ho scritto nulla che non sapeste già. Però c’è un punto in cui il post in questione mi ha fatto trasalire. Questo:

“L’orrore grottesco sublima, deformandole, le paure che tutti noi ci portiamo dentro. È questo il caso de L’Esorcista, romanzo shock scritto da William Peter Blatty nel 1928. Nel romanzo, una mamma vede sottrarsi la bellezza, la freschezza, l’anima e, quindi, la vita della figlia Regan nientedimeno che dal Diavolo. Certo il paragone potrebbe essere forte, ma è la stessa paura che tanti genitori di oggi provano pensando alla possibile rovina che potrebbero subire i figli incappando in alcol e droga o, magari, in percorsi sbagliati”.

Ehm, no. Non funziona così. E’ vero che Blatty (e molti autori di genere) fanno leva sul terrore della perdita. Le pagine di Pet Sematary che rimangono più impresse (almeno a me) non sono quelle dove il bambino torna dalla morte, ma il momento in cui il padre, prima che tutto avvenga, ha un immotivato presagio, e rabbrividisce di orrore come se nuotasse in una zona d’acqua fredda. Ma è sul sentimento, non sullo scenario “morale”, che la scrittura agisce. Raccontare il mondo non è una faccenda didascalica: quando lo diventa, significa che non si è raccontato bene.
Per parlare chiaro: dal mio punto di vista, la scrittura è sociale, sempre.  L’horror riesce meglio nell’intento non perchè piazza gli zombie nel supermercato (cattivo capitalismo, cattivo!): ma perchè parla della e alla paura della morte. Ovvero, dell’insensatezza dei nostri comportamenti sociali. Senza questa emozione, diventerebbe  vuoto, banale, noioso.
Per dire che, a volte, preferisco un attacco al genere a un abbraccio soffocante.

Ps. Per la cronaca, L’esorcista è del 1970.

Lasciami protestare

luglio 6, 2010

No, non è giusto.
Quando si è diffusa la notizia che sarebbe arrivato il remake americano di Lasciami entrare, ho avuto un brividino. Ora il brividino sta per diventare crisi epilettica, dopo aver visto (grazie a Elvezio), il trailer del medesimo.
Come trasformare una splendida storia in Twilight versione scuole medie.
Seguirà boicottaggio.

Posso, e ancora posso

giugno 24, 2010

I discorsi sul fantastico, ormai lo sapete, sono come il miele: mi piace infilare le dita nel barattolo come gli orsi golosi. Ordunque, con la mia copia di Danse Macabre alla mano, rilancio con un’altra affermazione di King. Che il medesimo definisce, non a torto, “azzardata”:

“Tutta la letteratura fantastica riguarda essenzialmente il concetto di potere; la grande letteratura fantastica racconta di persone che lo trovano a caro prezzo o che lo perdono tragicamente; la mediocre letteratura parla di chi ha il potere e non lo perde mai, anzi lo adopera. Quest’ultimo tipo di letteratura in genere piace alla gente che ha ben poco potere nella vita, e cerca di ottenerne una dose vicariamente, leggendo storie di barbari dai muscoli d’acciaio, le cui grandi imprese in battaglia sono eguagliate solo dai loro straordinari meriti a letto; in queste storie capita di incontrare un eroe di due metri e dieci che si apre la strada combattendo sulle scale di alabastro di un tempio in rovina, con una spada lampeggiante in mano e una bellezza poco vestita appoggiata al braccio libero. Questo tipo di letteratura, comunemente chiamata sword and sorcery dagli appassionati, non è il punto più basso della fantasy, ma esprime comunque un senso di volgarità. I racconti e i romanzi di spada e stregoneria sono racconti di potere per chi non ne ha”.

Il candidato tracci i confini del fantastico

giugno 23, 2010

In Danse Macabre, Stephen King dice una cosa importante – una fra le moltissime – sull’horror. Ovvero, che il medesimo ci insegna non a esorcizzare, bensì a esercitare quelle emozioni che vengono considerate disdicevoli, o comunque da tenere sotto controllo. Per King, in realtà, tutta la narrativa fantastica è questione di emozioni più che di singoli ingredienti o di definizioni. Ricordate ilsuo discorso su fantasy e fantascienza, sempre da Danse Macabre? Ieri sera ci rimuginavo su, quindi lo riposto:

“Questa faccenda della definizione è una trappola, e non mi viene in mente soggetto accademico più noioso. Come le discussioni infinite sulle scansioni del respiro nella poesia moderna, o l’invadenza di certa punteggiatura nel racconto breve, questa è una diatriba tipo quelle su quanti angeli possono stare sulla capocchia di uno spillo, ben poco interessanti a meno che i partecipanti alla discussione siano ubriachi o universitari, due livelli di incompetenza simili tra di loro. Mi esprimerò dicendo l’ovvio: tutti e due (fantasy e fantascienza, ndr) sono opere di immaginazione, e tutte e due cercano di creare mondi che non esistono, non possono esistere, o che ancora non possono esistere. C’è una differenza, naturalmente, ma potete segnare voi i confini, se volete, e se provate vi accorgerete che si tratta di confini ben difficili da tracciare”.

Ah, e l’horror? Per King la risposta è semplice: “il fantasy, o il fantastico, è ciò che è: l’horror è solo un ramo di questo genere”. Sottolineo.

La banalità della cupola

novembre 23, 2009

Quando ero bambina, giocavo con una pallina di gomma, di quelle che rimbalzano in punti diversi della parete. Era un giocattolo da pochi soldi, aveva colori acidi, era viscida al tatto e imprevedibile nella traiettoria. Il divertimento stava proprio nella rottura della prevedibilità: non più palla pallina-la notte si avvicina (variante di stella stellina, adattata per l’occasione), e poi fai la riverenza, batti le mani, guarda in alto, fai un salto, e tutte le acrobazie minime di chi tira la palla in un punto del muro e cerca di complicarsi la vita prima di riprenderla conoscendo già il modo in cui la palla tornerà indietro. La pallina pazza (mi pare si chiamasse così) non tornava mai indietro come ti saresti aspettata. Non eri tu a giocare con lei: era lei che giocava al proprio gioco.

Questo è The Dome.

O meglio, questa è la sensazione che ho avuto leggendo The Dome.

Non esiste un centro, a differenza di tutti i romanzi di Stephen King che ho letto (e sono quasi tutti, direi). A differenza, anche, de L’ombra dello Scorpione: perché in quel caso il centro c’era. Il centro cambiava a seconda della via d’accesso che si sceglieva: la storia d’amore fra Stuart Redman e Francine Goldsmith (che personalmente detestavo). Oppure il piccolo romanzo di formazione del musicista Larry Underwood e quello, speculare e disperato, di Harold. O ancora il terribile destino, ancora una volta a specchio, della giovane Nadine e della vecchia Abigail, entrambe votate ad un Fato indifferente alle loro vite.

In The Dome, il centro non c’è. Nessuno dei personaggi della storia è una via di accesso. Non Dale Barbara, ex militare, ex cuoco e suo malgrado cavaliere del bene. Non Julia, la direttrice del giornale cittadino. Non il trio di preadolescenti in skate. Tutto è circolare, e la pallina rimbalza contro le pareti della cupola invisibile senza indicare una traiettoria precisa.
Una prospettiva, a dire il vero, ci sarebbe: ed è quella del Male. Quella, ovvero, del villain della storia, Big Jim Rennie, venditore di automobili usate, secondo consigliere della città e quindi suo despota impazzito.
Ma non sono sicura neanche di questo. E’ un Male così piccolo, quello scelto da King, un Male domestico. Un male, direbbe Hannah Arendt, banale, perché talmente radicato in ognuno di noi che si rivela come è davvero: privo di grandezza, ordinario, spietato in quanto possibile. Dimenticate Randall Flagg: non c’è fascino nell’orrore che si dipana sotto la Cupola.

Né, secondo me, c’è redenzione: c’è la possibilità di guardare dentro le proprie piccolissime esistenze e di sapere quanto, di quella terribile banalità, siamo partecipi. L’umanità è malata, dice King: neanche l’intervento di un gruppo di  dei bambini serve a invertire la rotta come avveniva in It, ma solo ad andare avanti, almeno per un po’.

The Dome non è un horror. Non nel senso canonico, almeno.
The Dome è il romanzo più terribile che Stephen King abbia scritto. Il più desolato, il più disperato. Il più vero, forse.

Comprendo la perplessità di molti kinghiani. Comprendo quelle di Stefano Romagna e di Gl D’Andrea, che ne hanno scritto in questi giorni. Eppure, penso che sia uno dei romanzi più importanti che sotto “la metafora di King”, sia stato scritto negli ultimi anni.

 

 

 

 

Vampirismo etico

novembre 17, 2009

“Che ne pensi?”, mi scrive un’amico in chat.
“Di cosa?”, chiedo io. “E poi sto pensando poco, ultimamente: nel senso che riesco a vedere solo la finestra che ho sognato, e il giardino, e il fantas…”
“Ghost story?”
“Già. Almeno ci provo. Non è buffo? Ero quasi pronta per scrivere una storia e adesso me ne piomba addosso un’altra”.
“Non sei contenta?”
“Non lo so. Sono concentrata, però. E questo è bene. Ma cosa devo pensare su cosa?”
Questo“.
“Scherzi? Una campagna per adottare un vampiro????”
“Leggi bene. E’ una campagna per sensibilizzare i giovani a donare il sangue. Toh: qui c’è il sito“.
“Ma…ma…Bram Stoker starà battendo le nocche sulla bara, ammesso che le abbia ancora. Le nocche, dico”.
“E’ per una buona causa”.
“Ma i vampiri e le buone cause non sono compatibili”.
“Sicura?”.
“Io sì. Ma temo di essere in minoranza”.

Ps. A proposito: ho visto che è uscito il seguito di Dracula, Undead. Lo leggo?

Spartaaaaaa

novembre 2, 2009

Non so se la mia influenza sia A, B o  C, nè se Randall Flagg abbia cominciato a fregarsi le mani. So che sto così a pezzi che riesco a fare poco: guardare film, per esempio.
Ieri mi sono vista in streaming The Orphanage, e l’ho trovato meraviglioso. Il canone dell’horror (la casa infestata, la vendetta dall’aldilà) trasformato in racconto psicologico. Subito dopo mi sono vista, in televisione, 300. Interessante, soprattutto dal punto di vista visivo.
Però mi sono chiesta una cosa: ma com’è che le donne si trasformano in eroine solo quando sono mamme e devono salvare la prole?

Colpo grosso di ferragosto

agosto 14, 2009

Caccia grossa ieri sera! Il luogo era una delle famose sagre italiane con cui sembra ce l’abbiano tutti, e che io, invece, adoro.  Un po’ perchè mi piacciono le bancarelle con le cianfrusaglie, gli acchiappasogni finti, i giocattoli di plastica (sì, quelli che fanno iiik-iiik, come qualcuno sa, e magari finiscono in un romanzo), le collanine con le rune, i vestiti di cotone, il banco dei russi con le lenti di ingrandimento e le scatole di madreperla. Un po’ perchè ogni tanto capitano colpi da maestra, come quello che ho fatto ieri.
Cosa ho trovato su una bancarella di libri usati?  Nientepopodimeno che Schiavi dell’inferno di Clive Barker, che avevo recuperato solo in rete. Edizione Bompiani, 1993, traduzione di Tullio Dobner (Hile, Tullio), “lire diecimila”. Magnifico! Poi, ho trovato un vecchissimo albo di fumetti horror che raccoglie alcuni numeri di “Profondo rosso”,  con articoli di Dario Argento (corredati da  foto dove Dario Argento ha i capelli) e con storie molto ingenue e anche incredibilmente scopiazzate, ma assolutamente da leggere  (la detective dell’occulto Stella Holmes che ha come deus ex machina Freddy di Nightmare è pazzesca). Infine: ho ritrovato Cujo, uno dei libri che ho amato, prestato e perduto irrimediabilmente. E mentre lo sfogliavo, bevendo il caffè, ho ritrovato anche la citazione che lo apre. E’  di W.H.Auden (ricordate? fa una fulminea apparizione in Sopdet) e dice in poche righe quello che vorrei scrivere, ora e sempre:

“Sulla sofferenza non sbagliavano mai,
I Vecchi Maestri: come ne conoscevano bene
La posizione umana; come si manifesta
Mentre qualcun altro sta mangiando o sta aprendo una finestra o
Sta semplicemente passando da quelle parti”

Profumo di paura

luglio 13, 2009

Un anno fa, quando ancora ignoravo beatamente le rose e le spine della pubblicazione (una mi ha punto da poco, a proposito), avevo scritto un post sulla paura.
Ieri sera,  mangiando una pizza con un’amica, il discorso è tornato fuori. Quali sono i libri che ci hanno fatto paura davvero? Facendo un piccolo elenco, sono venuti fuori: Shining (per lei, la scena in cui Wendy è chiusa nel bagno sapendo che Jack verrà a ucciderla, per me, la scena dell’estintore che forse è un serpente e forse no); Lovecraft (perchè dai viaggi di HPL non si torna indietro, come accade in King); Poe (Ligeia).
Poi però lei mi ha parlato di un libro che non ho letto e che voglio assolutamente: Il gioiello delle sette stelle di Bram Stoker, praticamente una delle possibili versioni della mummia. Solo che il modo in cui mi ha raccontato il risveglio della regina Tera, con il profumo dolciastro e corrotto dei balsami egizi che scivola fuori dal sarcofago…be’…mi ha messo paura. Sul serio.