Archive for the ‘Lara’s life’ Category

The sound of silence

ottobre 4, 2011

“Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali”.
(José Saramago)

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Through the darkness of future past

giugno 24, 2011

Non leggete questo post

giugno 1, 2011

Sono Lara Manni e sono una fumatrice.
Fumo da quando avevo quattordici anni e non ho mai smesso. Sono consapevole dei danni che apporto alla mia salute, ma rispetto quella degli altri. Non fumo nelle stanze dove ci sono non fumatori, mi prendo dieci bronchiti a stagione andando a consumare la mia sigaretta in balconi ventosi,  ricaccio indietro il desiderio finché non ho la possibilità di fumare dove ci sono soltanto io, o altri esiliati come me.
Scrivo questo post sull’onda  di una discussione che si è svolta ieri su Facebook. Punto di partenza: un manifesto.

Inizialmente mi ha infastidito quella parola, libera.  Era come se lo slogan facesse il verso alla vecchia idea che associa l’emancipazione femminile al fumo. Giustamente Elvezio Sciallis mi ha fatto notare che quell’equivalenza ha un senso, ricordando come il nipote di Freud, Edward Bernays, abbia ideato, su richiesta delle multinazionali del tabacco, una campagna di persuasione occulta rivolta alle donne. Se libere e moderne, dovevano fumare.
A pensarci molto bene, quell’idea è ancora più vecchia di Bernays. Basti pensare a Carmen, che non solo lavora in una fabbrica di sigari, ma fa uso dei medesimi in quasi tutte le immagini che conosciamo: e Carmen è una delle pochissime donne libere della letteratura (e dell’opera lirica). Forse la sola che osi sfidare la morte cantando: Libre elle est née et libre elle mourra!
Fumavano le eroine di Fitzgerald, bellissime e dannatissime, e fumavano le dark ladies dei noir, le dalie nere destinate a una fine pessima.  Poi, certamente con la complicità dei produttori di sigarette, hanno cominciato a fumare un po’ tutte, e tutti.
Guardate questa pubblicità.

Il fumo è sexy, maschio, induce dipendenza erotica. E guardate quest’altra pubblicità, molto più recente.

Al contrario, il fumo rende impotenti, e nella migliore delle ipotesi fa puzzare l’alito, altro che indurre al bacio.
Stessa procedura per quanto riguarda le donne. Ai tempi, teneri bebé invitavano la mamma a fumare tranquillamente.

Oggi, si disperano perchè la mamma muore di cancro.

Cosa voglio dire? Non sto dicendo che fumare faccia bene. Niente affatto. Fa male, così come fanno male le patatine fritte (pare che aumentino, fra le altre cose, il rischio di cancro al seno), i cellulari (notizia di oggi), il consumo compulsivo di televisione, di Internet, di videogiochi, di sesso, di vino. Per non parlare delle cose mortali che ci circondano senza che vengano affissi manifesti terroristici:  poche settimane fa  c’è stata – quasi in silenzio – la giornata mondiale dell’amianto. Undici morti al giorno, 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Quanti edifici, anche scolastici, sono oggi a rischio? Molti più di quello che immaginate. Su questo, nessun cartello terrorizzante?
Non difendo il fumo.  Ma sono sgomenta dall’aggressività con cui, spesso, i fumatori si sentono apostrofare: una commentatrice di Facebook, ieri, sembrava quasi voler venire alle mani perchè sostenevo che in un luogo aperto è possibile fumare. Ecco, perchè scatta questa reazione violenta? Perchè non si verifica su tante altre consuetudini che sono persino più dannose del fumo?
Perchè il fumo puzza! Fa schifo! Dà la nausea! Non sempre. Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è l’odore di sigaretta e di dopobarba che aveva l’abbraccio di mio padre. A volte, occorrerebbe riflettere su quanto l’intolleranza verso i fumatori abbia radici più complesse, e radici culturali anche, di quello che immaginiamo. E riflettere anche – ma questo è un altro discorso – sul perchè i nostri corpi stiano diventando l’unico bene da difendere. Con il coltello fra i denti, anche.
Sono Lara Manni, sono una fumatrice, fumo perchè mi piace,  ho scritto un post politicamente scorretto. Non vogliatemene.
(Però letto il post medesimo, leggete quello di GL)

Dice

ottobre 14, 2010

“Il vero punto di rottura arriva quando ti domandi se un libro è coinvolgente sul piano emotivo. Quando vengono toccati questi tasti, molti critici seri cominciano a scuotere la testa e dicono No”.
“Come scrittore, sono sempre stato molto consapevole del mio posto. Non sono mai stato pretenzioso nè ho mai tentato di mettermi sullo stesso livello di chi vale più di me. Sono serio riguardo a quello che faccio, ma non ho mai preteso di affermare di essere meglio di quello che sono”.
(Stephen King, intervista a The Paris Review)
(Parole sante)

Silenzi

ottobre 13, 2010

C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba del profondo mare.
(Lezioni di piano)

(Sì, mi manca qualcosa, terribilmente. Ma sono qui)

I buoni

ottobre 11, 2010

Il video è stato realizzato da Gipi. Non ci sarebbe stato bisogno di precisarlo, dal momento che non è il nome (nel caso, quello di uno dei più intelligenti e sensibili disegnatori italiani) a contare, ma il video medesimo. Lo faccio solo per far capire che non si tratta di buonismo, indignazione di chi non frequenta la rete (Gipi ha un blog bellissimo), ipocrisia da anime belle.

Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio (Guy Debord, La società dello spettacolo).

Impressioni di settembre

settembre 14, 2010

“Cari miei spettatori, su, non siate arrabbiati.
Un finale più bello vi sareste aspettati?
Lo so, doveva essere una cineseria,
che strano, il favolistico si è perso un po’ per via.
Il sipario si è chiuso, che brutta situazione,
e per tanti problemi, neanche una soluzione.

Ma sì, sappiamo bene che siete voi i padroni,
che volete svagarvi, detto così in soldoni
che i soldi dell’incasso per noi sono una manna
e che senza di voi del gas siamo alla canna.
Magari la paura blocca l’ispirazione…
E’ successo altre volte. Dov’è la soluzione?
Nemmeno i vostri soldi ce l’han fatta trovare!

Deve cambiare il mondo? O è l’uomo da cambiare?
Ci servono altri dèi, o è meglio fare senza?
Ci sentiamo annientati da un senso di impotenza.

Davanti a quest’empasse quello che si può fare
è che noi, tutti insieme, ci si metta a pensare

come a un’anima buona si possa dare aiuto
perché alla fine il giusto non sia sempre battuto.
Su una scena diversa chiuderemo il sipario:

Presto, pensate come ciò sia attuabile!
Una fine migliore ci vuole, è indispensabile”

(Bertolt Brecht, L’anima buona di Sezuan)

Ridammi i funghi

settembre 2, 2010

In una meravigliosa intervista che trovate qui, Stephen King risponde sulla paura. Cosa fa più paura agli esseri umani? Il Caos. Quello che non prevediamo e incaselliamo, l’imprevisto. Abbiamo paura, dice, del cambiamento. E questo è quel che gli interessa: osservare cosa accade quando una vita ordinata (o ordinaria, o tutte e due) inciampa nel cambiamento.
King cita, in proposito, un episodio del racconto “The Mist”.  Ed è quando una delle persone  che rimangono intrappolate nel supermercato a causa della nebbia assassina venuta dal lago, impazzisce di terrore. Ma non rotea gli occhi, non vede apparizioni divine, non spara sui compagni di sventura. Semplicemente, dice al direttore del supermercato di ridarle indietro la sua confezione di funghi. Ridammi i funghi, urla. Siamo terrorizzati, dice King, dall’idea che qualcuno o qualcosa ci tolga la nostra confezione di funghi mentre siamo in coda alla cassa come sempre  e come è giusto che sia.
“The Mist” è stato uno dei primi racconti di King che ho letto, e che ho amato molto. Ed è vero che secondo me sintetizza non solo la sua poetica, ma il manifesto della narrativa fantastica e horror in particolare. Quella, almeno, che sento vicina: mostrare questo mondo, quello che ben conosciamo e che è fatto di confezioni di funghi e di stick di rossetto che si sciolgono nelle borse, e raccontare l’altrove che vi si cela.
Per questo, gironzolando ieri in libreria, ho avuto qualche brivido. Montagne di vampiri rosa. Non scherzo quando dico montagne.  La cresta più alta riguardava un romanzo di cui ignoravo l’esistenza, I promessi vampiri.  Ah, le copertine. Guardandomi intorno, erano identiche a quelle degli Harmony e non c’è altro da dire, ahi. Gironzolando, ho cercato qualche nome noto: Dimitri, GL, Palazzolo, la sottoscritta. Non c’eravamo, prevedibilmente. Tutti gli spazi disponibili della sezione horror e fantasy erano affollati di zannuti innamorati e di elfidi.
King c’era: nello scaffale in basso,quello che per guardarlo devi inginocchiarti.
D’accordo, rimbocchiamoci le maniche.


Il Subudibile e il tempo fermato

agosto 3, 2010

Il tempo non esiste, dice il fisico Carlo Rovelli su Repubblica di oggi. Teoria di enorme fascino (oltre che di interesse molto vivo per me, che sto mettendo le mani sul concetto di tempo ormai da due anni, da quando Sopdet ha iniziato a essere qualcosa di più di una scaletta su un file). Il tempo non esiste. Bene, ieri sera ne ho avuto una parzialissima prova. Mi ero fermata a scrivere fino a tardi in riva al lago. Erano andati via tutti. Non c’erano neanche più le luci dei pescatori. Solo il monitor del computer, almeno finchè la batteria non ha deciso di spirare. Il lago buio era una porta nera. Un occhio spalancato e atterrito.  Le stelle erano enormi. Non c’erano rumori. Neanche il crac di un ramoscello spezzato. Non c’era vento. Eppure, non mi decidevo ad andarmene. Ho chiacchierato su Facebook per un po’, e infine la paura è passata. Quando ho rimesso il portatile nello zaino e mi sono addentrata nel boschetto per arrivare al paese, mi sentivo stranamente bene. Il tempo, come per il vecchio Galileo, erano i battiti del mio cuore. Poi, che ci crediate o meno, una cornacchia è arrivata vicino a me. Non dormiva, non scappava. La fiamma dell’accendino si è riflessa in un occhio più nero del nero. La cornacchia mi ha becchettato la scarpa e mi ha seguita per un po’, fino al paese. Poi, è volata via.
Non so come si chiami tutto questo. So che per un’assurda coincidenza stavo rileggendo La bambina che amava Tom Gordon. E so che il Subudibile è, a volte, gentile.

Dalla sponda del lago

agosto 2, 2010

Il lago è bellissimo,  dal tavolino in ombra e con il vento sulle guance. Mi sono data un’organizzazione ferrea e fin qui la rispetto. La mattina leggo i miei saggi storici e il pomeriggio si divide fra Sopdet e il romanzo nuovo. La sera, birra fredda, stelle e sogni piacevoli.
E’ stato un anno durissimo. Anzi, è stato un lungo periodo durissimo. Non so perchè (anzi, lo so ma me lo tengo) sono, per la prima volta dopo tre anni, illuminata da piccole scintille di aspettativa e di speranza. Come se mi fossi svegliata da un incubo e sapessi che, finalmente, il mondo può cominciare a essere un bel posto per me.
Detto questo, scopro dal libro di Marco Nozza sui fatti dell’Hotel Meina che, senza saperlo, avevo indovinato un dettaglio non secondario sul come le liste degli ebrei rifugiati negli alberghi attorno al lago Maggiore vennero consegnate alle SS. Rimango sempre affascinata da quella che chiamano sincronicità.
Detto anche questo, torno a studiare. Non so come verrà accolta l’idea di un’irruzione di creature sovrannaturali nella storia italiana, ma per quel che mi riguarda voglio che la parte filologica sia il più curata possibile. E non per dimostrare che gli autori di fantastico non sono pasticcioni plasticosi: ma per il rispetto che devo a chi legge.
Detto anche questo. Sono quasi felice. Incredibile, eh?