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Se Lovecraft fosse un self published

febbraio 2, 2012

Leggendo qua e là, e soprattutto i commenti all’intervista rilasciata da Amanda Hocking al Corriere della Sera, mi viene – anzi, si rafforza – un dubbio.  Ne scelgo uno a caso:

“Non solo Umberto Eco ha diritto di pubblicare romanzi…
Che il livello letterario del libro della Hocking sia basso non ha importanza.
Ognuno legge ciò che preferisce. Con l’autopubblicazione anche scrittori non eccelsi possono raggiungere il grande pubblico.
Ma quanti geni incompresi potranno ora arricchire culturalmente il nostro mondo ?
È vero che il filtro degli editori non bloccherà più il ciarpame, però gli editori non sono mica gli emissaria di Thalia in Terra ! Anche loro commettono errori.
Pensate che cosa avrebbe ottenuto un H.P. Lovecraft con Amazon !!!!!!!”

Ed ecco il dubbio. Quella che viene delineata è una contrapposizione netta: sostenitori dell’editoria – chiamiamola così – tradizionale da una parte, sostenitori dell’autopubblicazione dall’altra. La contrapposizione è a tinte forti: conservatori, miopi, chiusi, difensori di un “potere” i primi, felicemente liberi e rivoluzionari i secondi.
Non ci credo.
Non solo perché, come scritto in decine di post, Bene e Male sono sfumati anche nei (buoni) romanzi. Ma perché le cose non possono stare esattamente così. In particolare, chi si interroga su come Amazon stia spingendo la gloria del self-publishing, ha le proprie ragioni per farlo. Il che non significa – attenzione – essere contrari all’autopubblicazione. Anzi, ben venga: l’auspicio è che tolga terreno sotto ai piedi dell’editoria a pagamento. Ma da qui a pensare che l’autopubblicazione sia sempre e comunque sinonimo di successo è altra faccenda.
E torno al commento che ho riportato. Lovecraft avrebbe avuto un enorme seguito con l’autopubblicazione? Davvero? Io sono tentata di pensare il contrario. Perché, almeno fin qui, mi sembra che i grandi successi del self publishing stiano seguendo i gusti del pubblico. Esattamente come fa l’editoria di carta. E non li sta, semmai, sovvertendo: come avrebbe fatto Lovecraft.

 

Codici a barre

dicembre 16, 2011

Me lo sono copiato tutto, ma ne valeva la pena. Richard Russo su Repubblica di oggi:

“Sono venuto a conoscenza per la prima volta della nuova “promozione” di Amazon da mia figlia Emily, che fa la libraia, attraverso un´e-mail che aveva per oggetto: “Riesci a sentire come urlo a Brooklyn?”.
Nel link che Emily mi mandava, leggevo che Amazon sta incoraggiando i suoi clienti ad andare nelle librerie il sabato e a usare la sua applicazione per controllare i prezzi online (che consente a un acquirente di vedere, in un negozio, tramite la lettura del codice a barre, se può ottenere un prezzo migliore online) per ottenere un credito del 5% sugli acquisti fatti su Amazon (fino a 5 dollari per articolo, e fino a un massimo di tre articoli). I libri, la cosa è piuttosto interessante, sono esclusi, ma uno può usare il proprio credito Amazon online per comprare altre cose che le librerie vendono in questi giorni, come la musica e i dvd. Se controllate il codice a barre, per esempio, della biografia di Steve Jobs recentemente uscita, sarete indubbiamente informati che rischiate di pagarla troppo.
Mi sono chiesto che cosa i miei amici scrittori pensino di tutto questo, così ho subito spedito un´e-mail a Scott Turow, presidente del sindacato scrittori e, per conoscenza, a Stephen King, Dennis Lehane, Andre Dubus III, Anita Shreve, Tom Perrotta e Ann Patchett.
Tutti questi scrittori incassano considerevoli rendite dalla vendita dei loro libri su Amazon, ma quando hanno cominciato ad arrivare le risposte alla mia domanda è stato chiaro che il programma di Amazon non troverà dei paladini tra i nostri ranghi. «Un capitalismo che fa terra bruciata», lo ha definito Dennis. «Non sono contenti se non distruggono la concorrenza infierendo poi su di essa». Andre è indignato dal tentativo di Amazon di trasformare i suoi clienti in robot che spiano le etichette. Come Dennis, interpreta questa mossa come un rozzo tentativo di monopolizzare il mercato, il cui effetto, alla fine, sarà quello di «svalutare ulteriormente, come necessità umana e culturale, il libro stesso». Stephen mi ha scritto: «Amo il mio Kindle». E ha aggiunto che Amazon ha lavorato bene per lui, in quanto a vendite di libri. Anche lui, tuttavia, ritiene che la nuova strategia sia «invasiva e scorretta» al tempo stesso. Secondo lui, molti vedranno la nuova promozione come un semplice confronto di prezzi tra confezioni di steroidi ma, in effetti, «è un po´ troppo».
Scott vede le cose sotto un profilo legale: «La legge ha chiarito da tempo che i negozi non invitano il pubblico ad entrare per fare qualsiasi cosa. Non è previsto che un rivenditore funga da luogo per riscaldarsi per i senzatetto o diventi un luogo dove fare le prove con la tua band. È giusto, quindi, chiedersi se sia legale, da parte di Amazon, incoraggiare la gente ad entrare in un negozio con l´intenzione di raccogliere informazioni sui prezzi per Amazon, per poi comprare attraverso il gigante di Internet invece che presso il rivenditore. Legale o no, questo è un esempio dell´approccio “senza guantoni” di Amazon».
Dichiarazioni come questa dovrebbero indubbiamente far apparire tutti noi, ai devoti di Amazon, come un mucchio di privilegiati, spocchiosi ed ingrati. Privilegiati, glielo concedo. Ma mentre ci scambiavamo le e-mail, è subito diventato chiaro che la vera fonte del nostro sgomento collettivo era in realtà la gratitudine, non l´ingratitudine. Durante la promozione del mio primo libro, fui invitato alla libreria Barbara´s Bookstore di Chicago. Gli impiegati avevano ottimisticamente preparato sette sedie pieghevoli, e poi ci si erano seduti loro stessi non essendosi presentato nessuno alla lettura.
Forti di queste esperienze, i miei amici scrittori ed io abbiamo preso come un fatto personale l´assalto di Amazon nei confronti dei negozi che vendono direttamente i nostri libri da prima che qualcuno ci conoscesse, addirittura da prima che Amazon o lo stesso Internet esistessero. Come ha detto Anita, perdere le librerie indipendenti sarebbe come «tagliare dalla vita americana una parte critica della nostra cultura».
In quanto proprietaria di una nuova libreria indipendente a Nashville, forse Ann aveva più da perdere di tutti noi, e per questo ho trovato particolarmente interessante la sua risposta calma e rassegnata. «È inutile lottare contro di loro o spiegargli che dovremmo essere capaci di coesistere civilmente sul mercato», mi ha scritto. «Non credo che gliene importi niente. Penso, invece, che valga la pena di spiegare ai clienti che un prezzo più basso non sempre equivale al miglior affare. Se vi piace andare in una libreria, tocca a voi sostenerla. Se vi piace vedere che le persone della vostra comunità hanno un posto di lavoro, se pensate che la vostra città ha bisogno di incassare delle tasse, se volete comprare i libri da una persona che legge, non usate Amazon».
A qualche miglio dalla strada dove abito, sulla costa del Maine, una giovane libraia, Lacy Simons, ha aperto una piccola libreria che ha chiamato Hello Hello e, nel suo blog, ha scritto del suo rapporto con «chiunque entri nel mio negozio. Se me lo consentirete, imparerò a conoscervi attraverso le vostre letture e mi sforzerò di trovare dei libri in consonanza con voi. Amazon vi chiede di approfittare delle mie conoscenze e dei miei studi e di trattare lo spazio che affitto, il luogo di incontro che offro, i libri e la cultura libraria in cui credo così tanto da averci scommesso tutto» come se fosse «un luogo dove si espongono dei beni che potete trovare a miglior prezzo da loro».
Scott mi ricorda che cosa avvenne l´ultima volta che qualcuno affrontò Amazon. Poco meno di due anni fa, il gruppo editoriale Macmillan adottò un nuovo modello di vendite che sarebbe costato alla Macmillan nel breve periodo, ma che avrebbe consentito ad altre imprese di entrare o di rimanere nel mercato dell´e-book senza perderci su ogni vendita. La risposta di Amazon a una maggiore concorrenza? Rifiutarono di vendere non solo gli e-book della Macmillan, ma tutti i libri anche cartacei pubblicati dalla Macmillan. Amazon alla fine ha ceduto, ma la sua risposta iniziale ci ha aiutato ad avere la netta sensazione che immagini un mondo in cui non ci saranno altri librai o editori, un mondo in cui, come suggerisce la storia, Amazon potrebbe non usare il suo potere in modo benigno o a vantaggio della cultura letteraria.
Secondo me, il problema con Amazon nasce dal fatto che, anche se è nata come una libreria, ormai non lo è più, non è più questo in realtà. Oggi vende di tutto e lo fa in modo aggressivo. Forse ad Amazon non importa niente del più ampio universo dei librai semplicemente perché è troppo ampio per preoccuparsene. Come tutti quelli con cui ne ho parlato, in un primo momento ho attribuito l´applicazione di Amazon per paragonare i prezzi all´arroganza e alla malevolenza, ma c´è anche qualcosa di stranamente grossolano e inesatto in questo. Chi la critica può apparire debole, oggi, ma potrebbe non esserlo domani, e se il vento gira, la maldestra strategia di Amazon potrebbe dar vita a un massiccio movimento Occupy Amazon. E anche se la società sarà fortunata e questo non accadesse, che cosa ci avrà guadagnato, in fondo? L´incostante gratitudine di quelli che saranno tanto fedeli ad Amazon domani quanto lo sono oggi a Barnes & Noble, il prepotente dell´anno scorso? È un buon affare? Forse è una mia impressione, ma è come se i dirigenti di Amazon avessero deciso di trascorrere le vacanze ai Caraibi affidando l´azienda a un computer perdutamente innamorato dei suoi algoritmi. In altre parole, tieni duro, Lacy.

Faccio una domanda, chiedo una risposta

novembre 4, 2011

Repubblica dà la notizia così:

“NEW YORK – Mi presti il tuo e-libro? L´ultima barriera è caduta: l´e-book diventa prestabile. Per la rabbia degli editori che, per ora, hanno dato la liberatoria solo a poche migliaia di titoli. Intendiamoci: in questa guerra chi è senza peccato non c´è. La rivoluzione, per ora, è riservata ai possessori di Kindle: e quindi non ai milioni di e-lettori con iPad o altri tablet. E nella fattispecie ai possessori dell´abbonamento “prime”: che richiede la sottoscrizione annua di 70 dollari. Non è tutto: c´è il limite di un libro, e solo un libro, al mese. Ma al di là delle schermaglie di marketing è il concetto che conta. Per anni il prestito del libro elettronico è stato osteggiato non solo dagli editori ma dagli stessi distributori, con proprio Amazon in testa, nel timore che la catena di Sant´Antonio possa danneggiare le vendite. Ma con un mercato che ormai viaggia, negli Usa, sul 25 per cento, la scommessa della più grande libreria mondiale è di avvicinare ancora più consumatori. Che provando, in prestito, l´e-book, potranno apprezzarne i pregi: anche se poco, molto poco, alla volta.  A.AQ. ”

E io faccio una piccola domanda. Da quel che so, grazie a Giovanni Arduino e al suo instancabile lavoro di aggiornamento, è che nè gli editori, nè gli agenti, nè gli autori o detentori dei diritti sono stati informati dell’iniziativa. Che, in sè, è lodevole, certo, e, certo, si inserisce nel concetto di diffusione gratuita del sapere. C’è una gran differenza con Creative Commons, però: che in quel caso è l’autore a decidere di mettere liberamente in circolazione il proprio testo. Qui, da quello che posso capire io, è un principio nobile che viene usato a fini di marketing. E senza consenso dell’interessato.
Comunque, posso sbagliarmi, si sa mai.

 

“Tanto mi pubblico il libro su Amazon”

ottobre 26, 2011

(da una discussione su Facebook con Giovanni Arduino)

Jeff Bezos non è il vostro miglior amico. Amazon non è un’opera pia. Vuole fare soldi, come qualsiasi impresa. Se li fate con lui, bene, altrimenti via andare e avanti un altro. Non è così strano (non è bello, forse, ma non è strano). La novità è che di fatto sta sostituendo, o cercando di sostituire, tutta la filiera editoriale, e non solo. Vuole essere (o  già è) agente, editore (di ebook e libri cartacei), distributore e venditore. Criticate tanto il regime di monopolio dell’editoria tradizionale (spesso innegabile) e poi vi gettate tra le braccia di Amazon? Ma fateci il piacere. Vi piace perché vi permette (quale gentilezza: si paga, poco, ma si paga) di mettere su rete il vostro ebook all’interno del suo bazar o perché –addirittura!- acquista a mansalva i diritti di libri self-published e sperate che in mezzo ci finisca pure il vostro? Se lo fa, è soprattutto per riempire il più in fretta possibile lo spazio virtuale disponibile (anche questo non è infinito, proprio per nulla). Stipare i “virtual shelves”, così come i grandi editori lottano per lo spazio nei tangibilissimi scaffali delle librerie fisiche, “brick and mortar”. Anche qui: può andarvi bene, ma  non è il cavaliere bianco che sta salvando il vostro parto dall’oblio (anzi, è assai più probabile che il suddetto parto vada solo a far numero).

Lo stracitato, spesso a sproposito, J.A. Konrath  rappresenta un’eccezione alla regola. Ha sempre investito tantissimo in autopromozione, dal 2004 in poi, con tutti i mezzi e in ogni modo possibile. E’ più un uomo di marketing (apprezzabile, per certi versi) che uno scrittore. Non va preso come esempio, almeno non per i numeri. Anche su Amazon.com, l’ebook di un autore medio, con una buona backlist, già pubblicato negli anni dall’editoria tradizionale, può avere cifre di download pressoché irrisorie. Guardate i ranks di massima del Kindle Store (i cui algoritmi di base sono misteriosissimi, peraltro) e poi sappiateci dire. E’ difficile diventare miliardari o anche solo camparci.

Amazon.com sta reclutando editoriali, agenti, traduttori,  autori, guru della comunicazione e del marketing (anche attraverso i suoi meeting esclusivi, i suoi Amazon Campfire, di cui guarda caso in Italia non parla nessuno, e pure negli USA sono roba che è meglio tenersi per sé). La parola spin doctor vi fa venire in mente qualcosa? No, non siamo paranoici. Questa è  il simbolo della vera trasparenza di Amazon, non il suo proposito di condividere con gli autori le vere cifre di vendita (“perché gli editori tradizionali le hanno sempre tenute nascoste, bastardi”, il commento che da una settimana gira di più in rete).

Siamo stati il più sintetici possibile. Il meno tecnici possibile. Su Amazon ci sarebbero da dire mille altre cose. Ad esempio, sull’effetto che avrà (che già sta avendo) non solo nel piccolo universo degli editori, per di più in un momento di forte crisi mondiale. E anche sulle colpe (o, meglio, le imperdonabili disattenzioni) dell’editoria tradizionale che fino a pochi anni fa lo guardava come un  cugino un po’ scemo (e adesso talvolta dimostra un comportamento esattamente opposto). Però, non è questo il momento e non è questo il punto. Questo è solo un avvertimento, nel senso buono della parola, nato da una discussione su Facebook. Ricordate la vecchissima Pubblicità Progresso? Bene. Qualcosa del genere.

Concludendo: se volete servirvi di Amazon, fatelo, ci mancherebbe, e magari potrà andarvi di lusso. Ve lo auguriamo. Però: non è la versione buona e modello web 1.0 o 2.0 dell’editore cattivo che vi ha sempre rifiutato i dattiloscritti. Non è un angelo (e neanche un diavolo, perché demonizzare non serve mai a un fico secco e non porta da nessuna parte). Vuole fare soldi, come tutte le imprese, lo ripetiamo. Come è normale, e anche qui lo ripetiamo.

Buona fortuna, a voi e a noi, perché la barca in fondo è sempre la stessa.