Posts Tagged ‘Antonia Byatt’

Scrittrici che vorrei essere – 1

settembre 20, 2011

Antonia Byatt.  Perchè non ha paura nè del mondo reale nè di quello fantastico. Da un’intervista apparsa domenica su Repubblica:

“Ora sto scrivendo un libro sui miti, una parte è dedicata al ciclo del Ragnarök. Sono riuscita ad andare avanti solo mettendo al centro una bambina molto magra che vive la guerra attraverso la saga nordica, e questo è l’unico modo in cui lei può accettare quella tragica realtà”.

“In Una donna di pietra l’aspetto reale mi sembra ancora più importante che in tutti i racconti o romanzi che abbia mai scritto. Perché era una storia sul dolore, su una donna che si trasforma in bellissime pietre. Solo attraverso la fantasia, in maniera indiretta, potevo affrontare questo argomento così personale”.

“Credo nella verità ma penso d’altra parte che gli esseri umani abbiano bisogno di storie. Fiaba e realismo possono contaminarsi. Il sottotitolo di Possessione – A romance – viene da Hawthorne, e lui la usava per definire il suo capolavoro, La lettera scarlatta. Questo gli dava, diceva, una latitudine per inventare. Anche lui scriveva fiabe e racconti fantastici”.

Dopo le trincee

settembre 22, 2010

Adoro Antonia Byatt, che è scrittrice molto complessa, molto ambiziosa ma non elitaria. E adoro quello che dichiara a Repubblica questa mattina a proposito della letteratura per ragazzi che si è sviluppata nell’Inghilterra post vittoriana, al centro del  suo ultimo romanzo, Il libro dei bambini: “una delle forme più alte di letteratura”, la definisce.
E dice un’altra cosa, che mi tocca anche per motivi personali di scrittrice (parte di Sopdet è ambientata nella Prima Guerra Mondiale) e lettrice (Wu Ming 4 ha descritto molto bene quale sia stata l’influenza della medesima in Tolkien):

“La generazione che aveva scelto di essere bambina e libera è stata massacrata. E sa, a riprova di questo, che cosa ho scoperto e ho messo nel libro? Che i ragazzi inglesi, in mezzo a quel massacro, chiamavano le trincee con il nome dei personaggi o dei luoghi delle fiabe: la trincea di Peter Pan, il Boschetto di Uncino, la Casetta di Wendy”.

Ho sempre pensato che quella guerra abbia segnato in modo profondissimo il mondo occidentale. Ne ha cambiato i sogni, ne ha delimitato i confini. E, forse, ha fatto sì che gli scrittori fantastici si mettessero in cammino in modo più compatto di quanto era avvenuto in precedenza. Forse.

Scrivere come Cartesio

agosto 17, 2010

Una delle scrittrici che amo, Antonia Byatt, ha scritto un articolo per Times che Repubblica riporta parzialmente questa mattina. Parla di sogni. Di come chi scrive prenda ispirazione dai sogni o ne attribuisca ai propri personaggi (e di come si faccia a raccontare il sogno di un personaggio). Argomento che naturalmente mi è caro, dal momento che di sogno ho sempre parlato, che Lavinia nasce da un sogno e che stanotte ho sognato di dover morire e risorgere dopo tre giorni (non mi sto montando la testa, sto leggendo “Redenzione”).  Il passaggio più bello dell’articolo è questo:

“Freud è molto interessante per quelli che egli definisce Traüme von Oben, sogni dall´alto, “grandi sogni”. Si tratta di sogni che racchiudono un significato, in modalità non così lontane dalle visioni oniriche medievali inventate. Il 10 novembre 1619 Cartesio ebbe tre sogni che a suo dire cambiarono la sua vita. Nel primo, pur facendo di tutto per entrare in una chiesa, era respinto indietro da terribili e dolorose folate di vento. Nel secondo si trovava in una stanza piena di lampi e scintille luminose. Nel terzo gli era proposto di scegliere tra due libri: il primo era un succinto dizionario, l´altro – gli fu riferito – conteneva invece tutta la poesia e la scienza della conoscenza. Egli riconobbe due citazioni latine – Est et non (“È e non è”) e Quod vitae sequabor iter (“Quale vita intendo seguire”). Egli preferì il volume di scienza e poesia in luogo del dizionario e affermò che quella visione confermò la sua scelta di dedicare la propria vita alla ricerca filosofica e matematica. Nel 1929 Maxime Leroy, che studiava Cartesio, inviò la descrizione di questi sogni a Freud, chiedendogli di interpretarli. Freud rispose che si trattava di sogni dall´alto, sogni che pensavano, nei quali l´interpretazione stessa dell´individuo sognante era quella giusta”.

Eppure, c’è chi sceglierebbe il dizionario.