Posts Tagged ‘Antonio Franchini’

Magic moments

luglio 29, 2010

Dal momento che sono una brava ragazza – anche se molto stanca: stamattina ho ringraziato la tazzina di caffè dopo aver bevuto – vi copio pazientemente un pezzo di intervista uscita oggi su La Repubblica. L’intervistato è Antonio Franchini ed è l’editor di Mondadori.

“Oggi in che consiste il suo lavoro di editor?
«La professione si è complicata rispetto al passato. Se non altro perché è aumentata enormemente la quantità di dattiloscritti che ci arrivano. Un tempo la cura veniva affidata soprattutto a tre lettori esterni, diciamo tre giudizi, dopo i quali se il romanzo era ritenuto buono, passava a una lettura interna. È un sistema oggi insufficiente. Per questo mi servo anche di un gruppo di lavoro fatto di giovani che ha competenze redazionali e letterarie mostruose».
Basta per soddisfare la marea di romanzi che vi arrivano?
«Naturalmente no. E non si può leggere tutto. Tra le poche cose che nell´editoria non sono cambiate c´è l´elemento rabdomantico. È fondamentale».
Le è successo di rifiutare romanzi che poi si sono rivelati libri di successo?
«È normale che accada. Il mio lavoro provoca un alto tasso di dubbio e di sofferenza. Se sbaglio nella valutazione mi porto appresso il cruccio, mi chiedo dove ho commesso l´errore, dove non ho capito, dove non ha funzionato il giudizio».
Più che il tormento mi interessa capire cosa fa nel caso del dubbio.
«In alcuni casi me lo trascino a lungo. Ho un grosso romanzo che tengo da anni sulla scrivania. Quando cominciai a leggerlo rimasi sbalordito. Aveva una delle aperture più belle che io abbia mai letto. Sembrava Melville. Senonché, dopo queste pagine iniziali, il romanzo si afflosciava, diventando insopportabile. Poi aveva un´altra impennata per ricadere immediatamente dopo in una prosa terrificante. Dovrei buttarlo, ma non ho il coraggio».
C´è sempre il lavoro di editing.
«Sono tra quelli che ritengono che l´editing non può cambiare il destino di un libro. Lo può migliorare o, in taluni casi, perfino peggiorarlo. Ma non può dargli quello che il libro non ha».
Eppure ci sono casi di editing drastici: Susannah Clapp, editor di Chatwin, riduce quasi della metà In Patagonia e il libro a suo modo è perfetto.
«Ma se è per questo anche il lavoro di Pound su Eliot – anche se Alcide Paolini disse che quello di Pound fu un atto criminale – oppure il lavoro di tagli di Gordon Lish su Carver si possono considerare importanti. Ma sono dei casi che nascono dai rari momenti di magia che si stabiliscono tra l´editor e l´autore. Generalmente un editing radicale rischia di sconfinare nella manipolazione».”

Consigli misti e demoni in salotto

marzo 19, 2010

Come mi segnalano nei commenti, sul Venerdì c’è un lungo servizio di copertina su come si fa un libro: scrittori, editor e agenti, insomma, dicono la loro, in occasione di un festival che si chiama “Libri come” e si terrà fra pochi giorni a Roma (magari vado a sbirciare, se non sono troppo presa dal racconto e da Lavinia).
Ci sono argomenti molto golosi.
Per esempio, i trucchetti degli scrittori. Scopro così che Abraham Yehoshua fa il giro del palazzo quando comincia un romanzo e non scrive mai dopo le sette di pomeriggio, che Carofiglio fa le palline di carta, Massimo Carlotto ritaglia articoli di cronaca, Nicola Lagioia resta al computer otto ore di fila (ma come caspita fa?) e Simona Vinci scrive quando ne ha voglia, fumando.
Mi sono domandata cosa faccio io, si parva licet, e scopro che la risposta è “nulla di particolare”. Ovvero, so che le idee mi vengono nei modi e nei luoghi più impensati (in genere, però, mentre cammino), che il mio modo di concentrarmi è fumare, NON ascoltare musica (lo so, questa è una stranezza), alzarmi a prendere un bicchiere d’acqua quando mi incaglio. Però anche io prediligo il pomeriggio, anche se le otto ore filate non mi sono mai riuscite.
Cose da annotare, dette da Yehoshua:
“I personaggi andrebbero rispettati come gli esseri umani. Mai ridotti a funzione. Nei miei libri non ce ne sono mai di radicalmente aberranti o incompatibili con me. Non c’è un solo personaggio che io non accetterei di far accomodare nel mio salotto”.
Parole sante. E se qualcuno sta per chiedermi se farei sedere Yobai sul divano, la risposta è sì. A mio rischio e pericolo.
La parola va poi all’editor. Ovvero Antonio Franchini, responsabile narrativa italiana di Mondadori. Spezza una lancia (o quasi) in favore degli avverbi: “Graham Greene odiava gli avverbi che in italiano finiscono in  -mente. E’ vero che appesantiscono, ma c’è anche chi li usa genialmente“.
Frase da ricordare:
“Molto spesso, prima di accorgersi che il romanzo è un morto che cammina con una pallottola in fronte, si arriva a pagina 150”.
Paura.
Franchini dichiara anche di essere poco interventista: “Un’idiosincrasia ce l’ho contro questa moda di sopravvalutare l’editing e il complottismo di chi sostiene che l’editoria sia un’enorme macchina manipolatrice”.
Su questo, come si sa, sono d’accordissimo.
Insomma, molto interessante. Nota finale per deprimermi al meglio. Dice l’agente Stefano Tettamanti che gli italiani che vendono all’estero sono quelli “che hanno una forte connotazione di italianità”. Ah, ecco.