Posts Tagged ‘Carmilla’

Mother Carmody mi fa paura

febbraio 3, 2012

Ho scritto un articolo per Carmilla. Parla di Stephen King e di fanatismo. Religioso, e non solo.   Se volete leggerlo, eccolo. Se volete commentarlo, potete farlo qui sotto.

Ps. Mancano quindici giorni all’uscita di Tanit. Tenete sempre d’occhio il colonnino di destra per aggiornamenti su iniziative, meme, contest e anteprime. Grazie!

King, Murakami, i passaggi

dicembre 27, 2011

Ho scritto un intervento per Carmilla che trovate qui. Riguarda il fantastico e quella che, secondo me, è una strada che si va delineando negli ultimi anni.
Non una strada che per forza occorre percorrere, come spero sia ovvio, ma una strada che si sta rendendo visibile con chiarezza. Complice anche la saturazione del fantastico malinteso, quello per giovanissimi o commisto, spesso a forza, con il paranormal. Vi riporto comunque il testo qui sotto.

C’è sempre un passaggio grazie al quale il mondo si sdoppia e diventa altro. In secoli di narrativa fantastica, è stato di volta in volta un portale, un tunnel, una caverna, e poi un anello, un’automobile, un computer. In due romanzi usciti contemporaneamente in Italia a novembre, il passaggio è molto simile: si apre verso il basso, si trova in un luogo accessibile a tutti ma che non è semplice individuare. Nel primo caso, è una scala di emergenza nei pressi di un distributore di benzina, accanto al traffico di una tangenziale di Tokyo. Nel secondo, è una scala invisibile ma tangibile che si apre fra barattoli e verdure nella dispensa di un fast food di Lisbon Falls.
Le similitudini non si fermano qui. Posando il piede su un gradino in Giappone o cercandolo a tentoni nel Maine, si giunge non solo in un luogo, ma in un tempo diverso. In un caso corre parallelamente a quello effettivo, ed è sufficiente, per definirlo, sostituire un numero con una cifra. Nell’altro, il tempo è arretrato e allo stesso tempo immobilizzato in una data (le 11:58 del 9 settembre 1958).
Il tempo è centrale, a ogni modo: passare, come sempre avviene, comporta il perturbare.

Non è quello che fanno gli eroi, da sempre? Passano e sconvolgono. E pur essendo colpevoli di qualcosa, serbano cuore puro e mente sgombra: sono ignari, come Perceval, di quel che si trova “al di là”. Coloro che nei due romanzi attraversano il passaggio sono assassini intorno ai trent’anni. Aomame è addirittura una serial killer: conficca un rompighiaccio custodito come un gioiello nella nuca di uomini che si sono resi colpevoli di violenza contro le donne. Jake Epping spara a uno sconosciuto inginocchiato su una tomba per impedire che diventi a sua volta lo sterminatore della propria famiglia.

Accade molto altro, nelle due storie, che ovviamente differiscono: anche se serbano un’ulteriore continuità, non troppo secondaria, relativa alle componenti che fondano l’esistenza stessa. L’amore e la finitezza: è attraverso una storia d’amore che i protagonisti comprendono quanto gli umani siano accidentali e fragili, e quanto la realtà stessa sia piena di crepe e scricchiolii. Perché infine questo raccontano i due romanzi: lo smarrimento in un reale che cambia e sfuma al passaggio degli uomini.
A dividere i libri in questione, invece, è una percezione critica che non corrisponde a quel che sono davvero: “1Q84” di Murakami Haruki (pubblicato da Einaudi nella traduzione di Giorgio Amitrano) si avvale della definizione di literary fiction. “22/11/63” di Stephen King (uscito per Sperling&Kupfer nella traduzione di Wu Ming 1) di quella, falsata quanto mai, di horror (al massimo, di fantascienza).
Eppure, a farli convergere, è la premessa (o già l’attuazione) di una strada nuova per il fantastico: che viene, per quel che riguarda Murakami Haruki, dopo anni di frequentazione non esplicita del medesimo, almeno fino a un romanzo fa. Infatti, “Kafka sulla spiaggia”, ignorato o quasi da chi in Italia si occupa di fantastico, vince nel 2006 il World Fantasy Award.
Né poteva essere altrimenti: e non solo perché vi sono disseminate foreste stregate e maledizioni arcaiche, spettri e uomini che parlano con i gatti, ma perché entra ed esce dal mito (quello di Edipo in primo luogo). Anzi, narra il reale come Mito. Lo stesso, e di più, in “1Q84”: la realtà, dice il tassista a Aomame nelle prime pagine del libro, è una sola. Dunque, occorre raccontarne la mistificazione.
Stephen King, dal canto suo, arriva a “22/11/63” dopo la durissima metafora politica di “The Dome”, dopo i racconti di “Notte buia, niente stelle”, dove l’elemento soprannaturale non è presente (se non, e in modo ambiguo, in una sola storia) e dopo uno dei racconti più belli che abbia mai scritto, pubblicato la scorsa estate su Internazionale: “Herman Wouk è ancora vivo”, dove il fantastico c’era e non c’era (c’erano molte cose insieme a dire il vero: le tenebre dell’amore materno e la disperazione dei poveri, la forza e l’inutilità della scrittura, e come grazie alla poesia un cristallo insanguinato possa essere un arcobaleno, senza riuscire però a evitare la tragedia).

Questa tematica (quale realtà raccontano i romanzi? E possono cambiarla? E fino a che punto?) è presente sia in “1Q84” sia in “22/11/63”. Murakami lo dice esplicitamente: “Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi – cioè i buoni romanzi – hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere. I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore, un percorso che è una metafora che provoca una reazione. Insomma, strutturalmente, ciò che viene narrato dentro il racconto è la sua funzione stessa”.
Anche King lo ribadisce da anni e lo ha confermato in una celebre intervista a “The Paris Review”: “la vera rottura (fra popular e literary fiction, ndr) viene quando ti chiedi se un libro ti coinvolge a livello emotivo. E una volta che quelle leve iniziano ad abbassarsi, molti critici scuotono la testa e dicono No”.

Ma non è solo un problema critico, anche se, soprattutto in Italia, molta critica non solo scuote la testa ma arretra, con disgusto, davanti al fantastico. E non è solo un problema di editori, che oggi al fantastico chiedono soprattutto una cosa: vendere, e tanto, e subito, e che sia “young adult”, per carità. E’ anche un problema di fandom, laddove la separazione fra literary fiction e fantastico viene invocata e ribadita da molti lettori.
Da due strade diverse, si mostra che così non è. E che se c’è una via per sfuggire alla nicchia, alle costrizioni editoriali, al malinteso post-tolkieniano, è proprio quella di sfumare i confini, o di contaminare, dall’interno, il mainstream. Facendo colare un mondo nell’altro, ricordava King: come liquido dal fondo di un sacchetto di carta.

Su Carmilla, a proposito di fan-fiction

dicembre 10, 2011

C’è un mio articolo su Carmilla, in risposta a un articolo precedente di Simone Sarasso. Parla di fan-fiction.

In numero di tre

novembre 30, 2011

Oggi segnalo due post e un articolo, che per strade diverse toccano, secondo me, lo stesso punto.
Il primo post è di Mirya, e riguarda i generi, specie il fantastico, e la classificazione dei medesimi come diversi dalla literary fiction.

“È che il canone è qualcosa di dinamico e non di stantio; perfino il canone religioso, il riconoscimento dei quattro Vangeli sinottici al posto di quelli apocrifi, perfino la stesura completa della Bibbia come la ritroviamo oggi è passata sotto un lungo setaccio fatto da menti umane e non certo divine e nulla ci assicura che un domani non muterà ancora: d’altronde uno dei fattori vincenti del cattolicesimo è la capacità di adattamento garantita da una presenza forte come quella del Papa che può ancora decidere di cambiare le cose.”

Il secondo è di Stefania Auci. E’ su Diario di pensieri persi e stronca la nuova versione di Carmilla a cura dell’astuto discendente di Le Fanu.

“Brutto. Non ci sono se e ma. E’ un’operazione commerciale, condotta in maniera spregiudicata e a dir poco discutibile, che non merita alcun tipo di assoluzione, specie se si va a massacrare un capolavoro della letteratura gotica che ha influenzato schiere di VERI scrittori e che rappresenta altresì una critica della condizione di infelicità delle donne in un secolo assai crudele per la loro libertà.

L’ultima segnalazione è un’intervista all’amministratore delegato Mondadori,  Maurizio Costa. Dove, incredibile ma vero, si parla di crisi editoriale, in mezzo a tanti “va tutto benissimo, il resto sono bla bla degli sfigati”:

“Serve un salto culturale autentico da parte di chiunque lavori nell’editoria. La sfida è rifuggire da atteggiamenti autoreferenziali e capire che tutto ciò sta già avvenendo, che non cambiano solo i processi distributivi e i modelli di business: variano la natura e la produzione dei contenuti e il rapporto con il lettore-cliente. Guardi i grandi player del digitale. Non a caso con Google, Amazon, Apple ci scontriamo su questo, sul fatto che da noi vogliono i contenuti però, da monopolisti, i dati di chi ci compra nei loro “negozi” se li tengono stretti. Non ci pensano proprio, a condividerli”.

Ora, dove porta il salto culturale, però? Quale sarà il rapporto con il lettore-cliente? Che tipo di “prodotti-libro” gli verranno sottoposti? Quelli che si presume il lettore voglia, tutti uguali con piccole varianti, o possibilità di altre esplorazioni? La vampira sporcacciona e la saga liceale oppure si andrà nella direzione che,  dopo e insieme a Murakami, altri stanno percorrendo?
Non ho risposte.

Web macabre

settembre 7, 2010

“Non c’è sito o blog dove si discuta di questo tema in cui gli scrittori (e, attenzione, soltanto loro) non vengano chiamati in causa.
Infatti, nessuno ha ancora chiesto agli editori “virtuosi” di boicottare le librerie Mondadori rifiutandosi di mandarci i libri che pubblicano, o di boicottare la distribuzione Mondadori non affidandole gli scatoloni. Del resto, anche gli editori concorrenti più “barricaderi” si guardano bene dal farsi avanti con un beau geste di questo tipo, che pure sarebbe molto più clamoroso e di sostanziale impatto della tanto reclamata diserzione di questo o quell’autore.
Nessuno ha chiamato in causa editor e capi-collana etc. Tutti i chiamanti in causa hanno chiamato in causa gli autori.
Che non si sono tirati indietro, e hanno fatto bene a rispondere, ciascuno a suo modo.
Come fanno bene a spiegare alcune cose che sfuggono al “general public” e, soprattutto, sfuggono ai Boycott Boys.”

Solo un pezzettino di un intervento dei Wu Ming che mi è stato segnalato ieri: ma ci sono un bel po’ di pareri interessanti su Carmilla.
Personalmente (da autrice non Mondadori) tutta la faccenda mi è sembrata fuori luogo, da quando è nata.

Sorpresa!

settembre 1, 2008

Allora, succede questo. Apro la pagina delle statistiche del blog e ci trovo tredici visite che vengono da Carmilla. DA CARMILLA? Non so se avete presente, ma è il sito letterario più bello che conosca: insomma, è questo qua.
E che ci fanno i carmilli da me? Vado a vedere e scopro che, in un post di aggiornamenti sul New Italian Epic, è citato il saggio di Angelo su Esbat. Ed è linkato questo blog.
Beh, oddio, ecco: intanto, benvenuti signori carmilli, accomodatevi e scusate il disordine.
E poi…poi ho trovato la risposta a quello che diceva Teiresias in un commento di ieri, a proposito di Internet e scrittura. Perchè, in quel post,  ho scoperto i Kaizen.
Mi sembra un progetto fantastico. E mi piace anche la citazione che apre il loro intervento su Carmilla:

Nel frattempo ho visto vendere traduzioni, o meglio rifacimenti delle nostre storie in altre lingue, scritti a mano e ricopiati da scrivani sul lastrico e burocrati a riposo su economica carta colorata. Una trovata per far soldi che a me personalmente non dà fastidio, mentre Abhay si è un po’ risentito per i tagli e le aggiunte apportate dai nuovi narratori, e ha borbottato qualcosa di incomprensibile sui diritti d’autore.
– Queste storie sono completamente diverse – ha detto. – Quei tizi mettono in giro roba che non si può più definire nostra.
– Ha cessato di essere tua nel momento stesso in cui l’hai scritta – ho suggerito io, guadagnandomi un’occhiata feroce. Osservavamo la folla in arrivo, più numerosa ancora delle altre volte, e io pensavo: tutta questa gente è un dono o un peso?
Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante