Posts Tagged ‘Carrie’

Topi al cioccolato

ottobre 15, 2009

Mi stavo rilassando sul forum di Efp, in particolare su una discussione che riguarda gli occhi. Il colore degli occhi, ovvero. Il “color cioccolato”, ovvero ancora, fieramente contestato da una parte degli utenti e giustificato da altri. Se leggete, si passa anche ad altri gusti (menta, per esempio).
Il problema, secondo me, è sempre quello degli automatismi: devi descrivere (ma devi per forza?) gli occhi di un personaggio e, qualora i medesimi siano marroni, arriva la cioccolata.
In Esbat io ho fatto un furto dichiarato ma nascosto: i capelli “color topo” di Ivy, che un’amabile lettrice (o lettore, non ho ben capito) ha associato alla figlia di Fantozzi.
Invece viene da un altro libro: Carrie. In un piccolo passaggio, c’è la ragazza che prende il sole a cui si avvicina Carrie bambina: è lei a notare i suoi capelli “color topo”. Che poi è quello strano colore che sta fra il castano e il biondo cenere e che, in effetti, è difficile definire in altro modo.
“Color topo” è una definizione strana, che io non leggo come necessariamente dispregiativa  (nel caso della figlia di Fantozzi, ovvio, sì). E King è stato bravissimo a usarla: perché era nascosta nei pensieri della ragazza,  intenerita da quella strana bambina coperta da un abito lungo fino ai piedi. Dunque, è proprio soffermandosi sui suoi capelli che presagisce il suo difficile futuro. E’ l’emozione della ragazza a provocare la descrizione, insomma, e non viceversa.
Ecco, in un contesto del genere pure la cioccolata va benissimo.

Ragazza, svegliati!

agosto 4, 2008

Una delle cose che mi ha colpito di più delle generose confessioni di Stephen King è quella che riguarda Carrie, la protagonista del suo primo libro, quello che, come i suoi fan sanno, gli consentì di abbandonare la roulotte dove viveva con la famiglia in quasi indigenza e cominciare un’esistenza più agiata (serena no, dal momento che il Maestro pagò con alcolismo e tossicodipendenze varie l’euforia da successo).

Bene, dopo aver dichiarato quello che si intuisce a proposito dei buoni libri (per creare Carrie, ha “fuso” il ricordo di due compagne di scuola goffe e detestate da tutti), dopo aver raccontato delle lunghe conversazioni con la moglie per cercare di entrare nella psicologia femminile, King dice una cosa: Carrie gli stava profondamente antipatica. O meglio, non riusciva a piacergli.

Strano, no? Eppure è la protagonista, eppure il pov è quasi sempre il suo, eppure gliene accadono tante che non si può non parteggiare per lei. Ma a pensarci bene la scarsa simpatia dell’autore arriva fino al lettore: non si riesce ad amare Carrie come si ama Dolores Claiborne o Susan Delgado o le altre splendide signore e signorine create da King.

Bene, a me succede qualcosa di simile, nel mio piccolo-piccolo. Ivy, che pure è la protagonista femminile (meglio, la coprotagonista femminile) sia di Esbat che di Sopdet.  Non riesco a volerle bene. Sono dalla sua parte, ma finisco con il metterla sempre nei guai. Cerco di farla agire, e lei si siede. A volte mi domando se non rappresenti qualche parte di me che non amo troppo. Oppure, semplicemente, aspetto che cresca.

E’ dannatamente più facile creare una supereroina, vero?

De te fabula narratur

luglio 16, 2008

Specchio specchio delle mie brame…Cosa vedo di me in una storia che leggo? Sicuramente quello che mi tocca in un libro rientra in due categorie: le inadeguatezze del passato e le emozioni del presente. Esempio: perchè ho amato Carrie? Perchè sono stata una ragazzina grassa, goffa e molto emarginata dalle compagne delle medie. Non mi hanno mai gettato degli assorbenti in faccia, come è avvenuto alla poverina: però, un episodio che ho inserito in Esbat è vero. Già: la ragazza bella e agile che negli spogliatoi della palestra mi scaccia al grido di “che guardi tu?” è ancora nella mia mente. E aveva ragione, guardavo: stavo facendo una comparazione mentale tra il suo fisico perfetto con tette e la mia forma a barilotto senza tette. Chiaro che l’effetto di identificazione fu retroattivo: oggi ho le tette, non somiglio a un contenitore per invecchiare il whisky e se qualcuno mi dicesse “che guardi?” potrei rispondere con colorite espressioni romanesche che riguardano gli avi passati a miglior vita. Ma ha funzionato lo stesso.

Altro esempio, stavolta non kinghiano. Quando ho letto, innamorandomene, Cherudek di Valerio Evangelisti ero in un periodo decisamente visionario: una di quelle fasi in cui osservando una cosa banalissima (un foglio che scivola via dal tavolino, uno scricchiolio dell’armadio di notte – perchè gli armadi scricchiolano, la notte? – il color frittata di una luna) partivo per la tangente e mi immaginavo storie di puro delirio che, ovviamente, dimenticavo subito dopo.

Non è una questione di rispecchiamenti “diretti”, insomma. Non è che quando ci si innamora si va  per forza a rileggere i sonetti di Shakespeare. Semmai è una questione di fasi.

Insomma, se esiste un libro con protagonista meditabonda in campagna, fuori il titolo.