Posts Tagged ‘Chiara Palazzolo’

Quando parliamo d’amore

febbraio 29, 2012

Cerco di non parlare molto dei miei libri, sul blog, perché credo che non sia necessariamente frequentato dai miei lettori, o non solo. Resta valido il colonnino di destra dove aggiorno le pagine con recensioni, segnalazioni e interviste: ogni tanto, se avete voglia, spulciate.
Oggi faccio un’eccezione. Perché è uscito un libro, Riscritture d’amore, che raccoglie gli interventi effettuati durante un seminario della Società delle Letterate.  All’interno del medesimo, c’è uno splendido saggio di Giuliana Misserville che si chiama Amori infernali. All’interno del saggio, c’è Esbat.  E c’è anche la trilogia di Mirta-Luna di Chiara Palazzolo. Leggetelo. Io ne  posto solo un passo che mi ha riempita di orgoglio:

“Palazzolo scrive la parabola del cammino verso la libertà di una ventenne dei nostri giorni e sempre la libertà è uno dei motori di Esbat, la libertà di riscrivere, di rimettere mano alla narrazione, di narrare di nuovo e diversamente la vita dei personaggi e attraverso la loro anche quella di chi disegna (o scrive), la libertà di orientare la propria vita e il proprio desiderio. Nelle due italiane, consapevolmente o no, c’è una articolazione diversa dei rapporti tra i due sessi indispensabile a dare ai personaggi femminili la possibilità, come scriveva Angela Carter auspicandola per tutte le donne, “di aprirsi il varco nella storia e, in tal modo, di cambiarla”.

Questo è il cuore delle mie storie: un cuore inizialmente inconsapevole, ma più nitido man mano che sono andata avanti. Me ne rendo conto in questi giorni di sperimentazione, dal momento che i racconti-premio sono anche un’occasione preziosa di capire a che punto è la notte, e la mente. Il varco nelle storie, oltre che nella storia, è quello che sto cercando. Prima o poi, lettori e lettrici, vi scriverò una lettera per spiegarmi meglio. E per spiegare, anche, il motivo che mi allontana da una certa idea di romantico (ma non dall’amore). Per ora, grazie a Giuliana Misserville, di cuore.

 

Benandare e malandare

gennaio 11, 2012

Su Carmilla c’è un mio intervento sui benandanti e su due romanzi fantastici che hanno attinto esplicitamente al loro culto e ai testi di Carlo Ginzburg.  Sottolineo, esplicitamente: perché gli studi di Ginzburg, e le leggende cui fa riferimento, sono terreno di coltura per numerosissime narrazioni.
Più che soffermarmi, però, su come leggende e miti influenzino le storie, ho cercato di sottolineare come il modo di raccontarle, in Chiara Palazzolo e Majgull Axelsson, sia quello che tocca il cuore della narrazione fantastica, più volte accennato da queste parti. Ovvero, la questione del Male, e la rinuncia, da parte di chi scrive, alla contrapposizione senza sfumature che, spesso, identifica il fantastico.
Buona lettura!

Ps. Sul fantastico e il blogging segnalo uno strepitoso post di Jumpinshark, dove si parla di commenti e interazione sul web. Da leggere.

Sboom

ottobre 10, 2011

Leggo su diversi blog e siti che il “boom” del fantasy italiano sarebbe ormai alla fine. Con alcuni distinguo, sono d’accordo.
Il distinguo più importante è sulla definizione: non c’è mai stato un “boom”:  non ci sono stati scrittori italiani che abbiano emulato – com’era nella speranza degli editori – il successo di vendite di Stephenie Meyer o – evidentemente – di J.K.Rowling.  A vendere molto sono un paio di scrittori – penso a Licia Troisi e Pierdomenico Baccalario – il cui pubblico è costituito soprattutto da lettori molto giovani: e va benissimo così. Ma il “crossover”, quel fenomeno per cui a leggere i testi di Meyer e Rowling sono anche lettori non adolescenti, non si è verificato.
Nè, probabilmente, era possibile, per una lunga serie di motivi: primo, si è pubblicato troppo. Basti pensare al solo fenomeno “angeli”, che è stato lanciato e bruciato nel giro di una manciata di mesi (grosso modo, dall’inizio dell’estate all’autunno). Secondo: si è calcata la mano sull’aspetto “romance”, che piace a molte lettrici ma esclude un’altra, non piccola, fetta di pubblico. Terzo: il pubblico del fantastico è più esigente di quello di altri generi letterari, come il giallo, e non ha perdonato la pubblicazione di testi in molti casi ancora ingenui.
Quarto, ma questo vale anche al di fuori del genere, non si lascia a scrittori spesso giovanissimi il tempo di maturare. Funziona? No, via, avanti un altro.
Cosa succederà, dunque?
Secondo me non saranno tempi facili: non ci sarà una “coda lunga” come è avvenuto per il giallo e il noir. Nè, come auspicava qualcuno su Facebook, arriverà una maggior selezione che premierà i buoni testi. Non funziona così: esaurito un filone, se ne cerca un altro. E dal momento che non sono in grado di lanciarmi in previsioni sul futuro e sui cambiamenti dovuti agli eBook, l’unico azzardo che mi sento di fare è che si ritornerà al pre-presunto-boom: un gruppo di ottimi autori (sì, faccio i nomi: Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo, Eraldo Baldini, Chiara Palazzolo) che grazie al cielo continuerà a scrivere e pubblicare, magari persino con meno pressioni di dover ultra-vendere in poche settimane. E altri che cercheranno non una strada nella nicchia del genere, bensì in quella della narrazione non etichettabile (come, del resto, fanno gli scrittori di cui sopra).
Questo è quel che immagino, almeno. Detto questo, non gioisco e non mi dispero: anche se  l’idea di poter lavorare senza la pressione del “cogli la moda” mi suscita un pizzico di allegria. Sicuramente, di sollievo.

Lezioni di tenebra

agosto 23, 2011

Questo è un post in divenire. Perchè ho intenzione di tornare spesso sull’argomento, come in passato ho già fatto, specie nel passato recente.
Credo che occorra sbarazzarsi di qualche equivoco quando parliamo di fantastico: qualunque sia la declinazione scelta, fantasy, fantascienza, horror e qualche centinaio di sottogeneri a piacere.
Ci sono molti automatismi che scattano quando si pronuncia il nome di ognuna di queste definizioni. Il fantasy contiene magia, la fantascienza contiene futuro , l’horror contiene mostri.
Molto bene, molto giusto.
Il signore degli anelli contiene pochissima magia. La fantascienza ha mandato in crisi l’idea stessa di futuro con il cyberpunk. L’horror può essere tale anche quando non c’è un solo elemento soprannaturale. E la discussione sul racconto di King lo conferma, credo (e prima ancora lo conferma il racconto, e quelli contenuti in “Notte buia niente stelle”, dove il soprannaturale è quasi assente).
Non voglio neanche riaprire la discussione sul fantasy elfico che è seguito a Tolkien. Nè addentrarmi in un terreno minato come quello fantascientifico. Non subito. Parto, dunque, dall’horror.
Questa mattina, in un articolo per Repubblica, Pierdomenico Baccalario sosteneva che il medesimo non fa più paura, o ne fa molto poca.
Ma cosa è, oggi, horror? Perchè ho l’impressione che occorra ridefinire i canoni che vengono usati ancora oggi. Perchè forse non valgono più. Certo che i vampiri attuali non fanno paura: in vacanza mi è capitato di leggere un’antologia paranormal dove i medesimi sono formidabili compagni di letto (è, a quanto pare, la loro virtù principale), ma dove è assente qualsiasi coinvolgimento emotivo che non sia quello erotico (e anche qui avrei qualcosa da dire: perchè scrivere narrativa erotica non significa scrivere di mirabili penetrazioni e basta, credo).
Per coinvolgimento emotivo intendo quello che scriveva Ellison e che ho riportato diversi post fa: quell’empatia che ti fa scendere negli abissi insieme allo scrittore, e possibilmente risalire, con lui. Il racconto di King FA PAURA. Fa molta più paura di qualsiasi cripta cigolante e di qualsiasi mano scheletrica che ti si posi sulla spalla. Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo FA PAURA. Perchè va a toccare corde terribili per qualsiasi donna (perdere se stesse, ma anche veder scorrere la vita senza che nulla accada).
Non è che l’horror non faccia più paura. E’ che stanno mutando i termini. E’ che le nostre paure sono altre, e risuonano su altri toni.
Almeno, io ho questa sensazione. E penso che sarebbe bene ragionarci insieme.

 

Nondum matura est

giugno 16, 2011

Come immaginate uno scrittore? Ci pensate chiusi nella stanzetta, magari alla luce, se non di una candela, di una lampada liberty? Ci pensate mentre ci facciamo quasi investire dalle automobili mentre pensiamo alle nostre storie? Ci pensate un po’ pallidi, un po’ miopi, un po’ sofferenti, pronti a mangiarci le mani se un collega riceve più attenzioni di noi?
Per quel che mi riguarda, è vera solo la numero due (evito l’investimento almeno  tre  volte a settimana) e ho voglio di parlarvi di invidia. La faccenda mi è tornata in mente questa mattina, chiacchierando su Facebook con un amico che era giustamente entusiasta de Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo (a proposito, guardate che gioiello di recensione ha scritto Giulie).
Che c’entra? C’entra, perché mi sono venute in mente almeno una decina di persone che sarebbero diventate blu leggendo quel romanzo (verdi, anzi: l’invidia è verde) e che avrebbero vigorosamente negato di provare sentimenti, ohibò, riprovevoli. L’invidia è il grande rimosso del mondo della scrittura. Trovatemi un solo scrittore disposto a confessarla. E trovatemi uno scrittore che non sia invidioso, e vi invito a cena da Checco er carettiere, che costa anche caro.
Certo, ci sono i distinguo. C’è una forma di invidia distruttiva (che avrà quello o quella più di me? Perchè costruisce personaggi in quel modo? A chi l’ha data? Quale perfida cricca l’ha sostenuto o sostenuta? Perchè il mondo editoriale congiura contro me che son tanto brava o bravo?), e rigorosamente negata. E c’è una forma di invidia che ti porta a maledire ogni divinità mai concepita perchè riconosci nell’invidiato un talento che sai di non poter uguagliare. Ma che ti fa amare appassionatamente l’invidiato medesimo.
Quando la sensazione di impotenza nei confronti del proprio lavoro prevale su quell’amore, scatta l’effetto Salieri. Almeno, l’effetto Antonio Salieri secondo Peter Schaffer, l’autore di Amadeus (poi film), uno dei testi più belli mai scritti sull’invidia.  Nel film di Forman, c’è una scena indimenticabile: quella in cui Salieri, schiantato dalla bellezza della musica del rivale, brucia il crocifisso promettendo a Dio la distruzione per il suo pupillo:

“D’ora in poi noi saremo nemici, Tu ed io. Perché Tu hai scelto quale tuo strumento un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo, e a me hai donato soltanto la capacità di riconoscere la tua incarnazione. Perché Tu sei ingiusto! Sleale! Crudele! Io ti bloccherò, lo giuro! Io ostacolerò e danneggerò la tua creatura terrena, e per quanto starà in me io rovinerò la tua incarnazione”.

Perchè questo excursus di prima mattina? Semplicemente per dire che non va sempre così, che conosco scrittori che non si fanno investire dalle automobili, non sono pallidi, scrivono anche sotto luci al neon e si rallegrano per il successo dei colleghi: e che dunque dovrò invitare a cena da Checco er carettiere, ma non finirò sul lastrico perchè il numero è limitato.  E avevo voglia di scriverlo. E leggetelo, Nel bosco di Aus. E amatelo, perchè il romanzo fantastico ha bisogno di storie così belle.

La donna del bosco

maggio 30, 2011

“Quando la storia degli uomini tocca picchi di follia, allora è il tempo dei demoni”.
Chiara Palazzolo è una donna meravigliosa, oltre che una grandissima scrittrice e io non so come ringraziarla. Guardatevi l’intervista di Germana Maciocci: la citazione di Sopdet è un dettaglio, il bello è ascoltare Chiara Palazzolo mentre parla di come è nato Nel bosco di Aus e cosa c’è dietro la storia, e nella storia. E’ esattamente quel che intendo quando penso a una scrittura pregiata: attentissima nella lingua, impeccabile nella trama, profonda nel delineare i personaggi. E senza che in nessun momento, nessuno, chi scrive si prenda il primo piano per sussurrare a chi legge: “ehi, non vedi quanto sono bravo?”.

Quello che mi rende ottimista

maggio 9, 2011

“Sopdet di Lara Manni, un horror particolarissimo in cui due demoni di grande forza e bellezza si sfidano attraverso il tempo, duellando sullo sfondo dei plumbei cieli italiani delle guerre mondiali e degli anni del terrorismo.”
Non è retorica, davvero non ho parole. Un grazie infinito a Chiara Palazzolo che ha consigliato Sopdet in questa intervista a House of Books.
Ne sono felice, in primis per la stima immensa che ho per lei dai tempi della trilogia (e non dimentichiamoci de “I bambini sono tornati”, che consiglio caldamente).  In secondo luogo perché sono parole che dimostrano che gli scrittori e soprattutto le scrittrici sono capaci di generosità e  di reciproco apprezzamento. e non solo di competitività e rancori, come vulgata vorrebbe. Grazie!

Aprile è il più crudele dei mesi

aprile 6, 2010

E se invece non fossimo che una nicchia?
Essendo sensibile ai cambiamenti climatici, sto scivolando in uno dei miei celebri momenti di cattivo umore. Dunque, penso e ripenso al fatto che, sì, non siamo pochi a tentare la strada di una narrativa fantastica non usa-e-getta e non esclusivamente adolescenziale.
Ma se invece, per quanto riguarda l’Italia, quel tipo di storie fossero guardate con indifferenza dalla maggior parte dei lettori?
Pensavo, stamattina, alla chick-lit, alle storie d’amore. Bene, negli altri paesi è possibile scrivere romanzi sentimentali di alto profilo.  In Italia sono quasi sempre comici o zuccherosi, e generalmente un po’ scemi.
Per il fantastico potrebbe valere lo stesso discorso. Abbiamo grossi calibri, come Valerio Evangelisti o Tullio Avoledo o Chiara Palazzolo, è vero: ma Avoledo continua a essere considerato uno scrittore non di genere (non so bene in base a quale mistero), e gli altri due non appaiono mai, per esempio, nei  festival letterari mainstream, pur essendo due scrittori importantissimi. Anche qui, non si sa bene perchè.
Certo, non è fondamentale essere presenti nei festival o nelle classifiche e nemmeno ultravendere. Però, ogni tanto mi sembra che in questo dannato paese ci sia davvero troppo da fare, per quanto riguarda la narrativa non realista.
Mi passa.

Leggere una ghost story

dicembre 16, 2009

Sono giorni di mutamento, di decisioni e dunque di ansia.
Ieri mi sono coccolata leggendo una delle storie di fantasmi più belle che mi siano capitate fra le mani: parlo di I bambini sono tornati di Chiara Palazzolo. E’ una ghost story “mascherata”, senza effetti speciali, giocata sul punto di vista dei personaggi più che su apparizioni e infestazioni, al punto da lasciare il dubbio in chi legge su cosa sia davvero accaduto.
C’è, in particolare, una scena su cui prendere appunti: sembra un’inezia, sembra un’attenzione della scrittrice a un dettaglio, e invece è il vero centro della storia.  E’ all’inizio del libro, quando Marella, la protagonista, riceve la notizia della morte dei suoi bambini, investiti da un’automobile. In quel momento Marella sta godendosi una mattinata libera, ha tirato fuori dalla credenza il suo meraviglioso servizio di bicchieri di cristallo e lo sta pulendo. Una donna, in una bella giornata di primavera, che si distrae con un balocco. Una piccola concessione a se stessa. Bicchieri di cristallo. Entra il suocero, non parla, si siede. Marella pensa che si tratti di una visita di cortesia. Poi, con un gesto della mano, il suocero spazza via quasi tutti i bicchieri. E Marella sta per piangere per il dolore. Poi, riceve la notizia. E fra le mani stringe la caraffa di cristallo superstite fino a infrangerla, e a conficcarsi i frammenti nei palmi.
I bicchieri torneranno, come i bambini. Ma la cosa impressionante è che, per un momento, chi legge partecipa del dolore piccolo e del dolore immenso, senza riuscire a distinguerli. Quotidiano e straordinario. Vero e sovrannaturale. Qui è il segreto, per me.
Bello. Bellissimo.

Parola d’Ordine

agosto 25, 2009

Orbene. Umore pessimo. Primo, perchè non ho nessuna voglia di tornare alla vita cittadina. Secondo, perchè ho ancora meno voglia di affrontare una serie di questioni che prima o poi dovrò pormi. Terzo, perchè mi ronzano per la testa parecchie cose, da ultimo.
Ne tiro fuori solo una e riguarda l’ordine. Non ho assolutamente intenzione di fare polemiche, ma solo di affrontare una questione che mi sembra non poco importante per la narrativa fantastica. E, per quanto possibile, cercherò di fare un passo indietro rispetto al caso personale. Però stavo riflettendo – e un po’ avevo accennato alla cosa, in un post sulla scrittura semplice – sull’esigenza di scritture “ordinate” e sequenziali che mi sembra sia molto evidente nella rete, soprattutto. E mi chiedo: perchè?
Ok, risposta numero uno: perchè un lettore ha il sacrosanto diritto di godere di un libro senza sforzo.
Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Riformulo la domanda: Virginia Woolf è “facile”? No, neanche un po’.
Obiezione, Vostro Onore. Cosa c’entra Woolf con la narrativa fantastica?
Un tubo, sono d’accordo. E ho sempre sostenuto che la storia venga prima di ogni altra cosa, almeno per me. Però non mi piace neanche un mondo letterario dove la complessità linguistica sia relegata al mainstream e a horror e fantasy si chieda solo il nitore della “facilità”.
King (perdonate, è una mia fissa) non è facile. Mai. E quando i critici americani lo accusano di utilizzare una lingua di plastica lui ghigna, sapendo bene che non hanno letto i suoi libri.
Ordine.
Be’, ho pescato in rete una lettrice che aveva messo le virgolette e praticamente “riscritto” un brano di Chiara Palazzolo sostenendo che così era più ordinato e facile. Ma la forza di quella trilogia è proprio nell’aver portato nell’horror la ricerca linguistica del mainstream.
Ordine.
Perchè questa parola non mi convince fino in fondo?
Dove sto sbagliando?