Posts Tagged ‘Dan Simmons’

Silver, vai!

agosto 29, 2011

Un gruppo di bambini da una parte, un altro gruppo di bambini dall’altra. Nei due casi, una piccola città (il solito bastardo posto dove tutti si conoscono e dove l’orrore può annidarsi a proprio piacimento). Nei due casi, un’Entità che viene dal Male più antico e che è in grado di controllare gli abitanti: se non fisicamente, mentalmente. Nei due casi,  cose di forma incerta strisciano sotto il suolo. Nei due casi, le biciclette giocano un ruolo fondamentale, un bambino del gruppo vuole diventare scrittore, ci sarà una morte da vendicare.
Ora, cosa rende così diverso It di Stephen King da L’estate della paura di Dan Simmons?
A caldo, il fatto che i bambini di King sono molto verosimili, e quelli di Simmons sembrano piccoli adulti: ho ritrovato la noia, l’insicurezza e l’onnipotenza dell’infanzia solo nelle parti più “letterarie” (e molto belle, anche) del romanzo di Simmons. Al momento di passare all’azione finale, diventava difficile credere che i ragazzini avessero dodici anni, e non venticinque.
Questo per dire che raccontare l’infanzia è impresa durissima, per dire che ho finito, o quasi, le mie letture estive insieme con le mie vacanze (o quasi) e la seconda stesura di Tanit (o quasi).
E, questo è il senso ultimo del post, c’è sempre qualcosa che sfugge a chi scrive, anche quando si ha la brevissima illusione di poter controllare tutto.

Questioni di granturco

agosto 22, 2011

Alla fine di una lunga giornata di mare e letture, una segnalazione: la bellissima recensione di Laura Costantini su Sopdet, che trovate qui:

http://lauraetlory.blogspot.com/2011/08/sopdet-di-lara-manni.html

Poi, una domanda. Cosa c’è di così malvagio nel granturco e nei furgoni rossi? Un parallelo fra i canoni kinghiani e L’estate della paura di Dan Simmons si impone.  Con qualche divagazione sui concetti di “horror” e “magia”, anche alla luce della discussione su Odifreddi.
Domani, però.

Kali, l’oscura

luglio 2, 2010

Dunque, Il canto di Kali. Sicuramente, uno dei libri migliori che abbia mai letto, non solo nell’ambito del genere. Non sono un critico, non sono in grado di sfornare un’analisi stilistica, mi limito alle  impressioni. Eccole.
Primo. E’ un romanzo sull’ineluttabile. Fin dalle prime righe il lettore sa che accadrà qualcosa di spaventoso. Che è, anzi, accaduto. “Prima di Calcutta non credevo nel male, non certo come a una forza indipendente dalle azioni degli uomini”. E subito aggiunge: “Prima di Calcutta ero un idiota”. Espediente classico, d’accordo: ma qui funziona. Sappiamo che il protagonista “prima” partecipava alle marce contro il nucleare e ora sogna “nubi atomiche a forma di fungo che sbocciano su una città”, e la città è Calcutta. Sappiamo che ogni parola trasuda odio e rimpianto per essersi infilato nel covo del male stesso.
Le parole sono di Bobby Luczack, poeta, collaboratore di riviste letterarie e, per una volta, inviato per una testata prestigiosa che gli chiede di valutare un poema indiano. Scritto da un poeta, Das, teoricamente morto da anni.
Come da copione, gli amici lo scoraggiano. Come da copione, Bobby non solo va, ma porta con sè la moglie Amrita, di origini indiane, e la figlia di pochi mesi Victoria. Ineluttabile. Sveglie che non suonano. Aerei che non partono.  Man mano che si va avanti si diviene consapevoli, con angoscia, che a Bobby e alla sua famiglia accadrà qualcosa di terribile.
Calcutta scaglia il lettore dentro un’esperienza fisica: caldo,  umidità, pioggia, fetore, piscio, sporcizia, lebbra, sangue. Anche quando non è ancora accaduto nulla, e i seguaci di Kali avranno fatto conoscere l’orrore a Bobby, l’esperienza della città è l’irreversibile. Anzi. E’ un passo che non andava fatto. Durante un viaggio in taxi, Amrita (che è matematica), spiega a Bobby i rudimenti delle geometrie non euclidee, e si chiede se Calcutta non sia un “altro insieme culturale”, bensì “una diversa geometria”. E dunque una realtà diversa. “Forse una sola geometria è vera. Ma il problema è: che cosa ne sarà di me…di tutti noi…se abbiamo scelto quella sbagliata?”.
Tutto questo per dire che, in apparenza, era impossibile non cadere nella parodia parlando della dea Kali e dei suoi seguaci.  Per una lettrice che nella sua infanzia e adolescenza ha visto i film di Indiana Jones e ha letto Salgari e derivati, la parola Kali evoca comparse col turbante, il laccio di seta fra le mani e il ghigno del thug esaltato. Qui no. Kali è davvero colei che è nera. L’Oscura. La Signora del Tempo. E’ la Dea che distrugge e che seduce. L’accoppiamento onirico fra Bobby e la sposa di Siva è un capolavoro di carnalità e tenebra. Non so come, ma Simmons riesce a far rinascere a nuova vita stereotipi dati per consumati.
Non solo.  Il canto di Kali è del 1985. Nello stesso anno (coincidenza da brivido) esce Le città della gioia di Dominique Lapierre: dove si descrive la realtà di Calcutta con identico orrore, ma volto al bene, alla pietà, alla fratellanza. E’ come se il bianco e il nero della città fossero venuti alla luce in due libri diversissimi e contemporanei. Perchè Simmons non ha paura di calarsi nel male senza conservare un luccichio di speranza. Non crede nella redenzione. Crede nella distruzione. E questo è spaventoso. Ma ipnotico. E narrativamente impagabile.

Ps. Fatale chiedersi quanti avrebbero lo stesso coraggio. Spero che la domanda non suoni retorica: proporre a chi legge, e che si abitua sempre più alla ricomposizione finale, la perdita della speranza. Chi saprebbe farlo?

Kali

giugno 28, 2010

Era su una bancarella, e l’ho preso. Sono a tre quarti. E’ uno dei libri che mi ha colpito di più nella mia storia di lettrice. Fa male e fa paura. E’ Il canto di Kali di Dan Simmons. Finisco (oggi) e ci torno (domani).  Spaventoso, in ogni senso.