Posts Tagged ‘David Foster Wallace’

Il cuore di DFW

ottobre 5, 2010

Bene. Se le regolette di Leonard non vi convincono, proviamo con questa. E’ di David Foster Wallace.

«Ho finito col convincermi che ci sono una specie di vitalità e di sacralità senza tempo nella buona scrittura. Il talento c’entra poco, anche quello che salta agli occhi […]. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che funziona anziché una che non funziona. Non dico che senza sarei comunque in grado di dare compiutezza al mio lavoro, ma si direbbe che la grande distinzione fra l’arte che vale e l’arte così-così sia da ricercare nell’intento posto al cuore dell’arte, nei programmi della coscienza che si celano dietro il testo. C’entra invece l’amore. La disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare anziché quella parte che vuole solo essere amata»

Sorpresa!

luglio 7, 2010

Sempre dal post “monstre” sulla Letterarietà, ora anche in pdf per la gioia di Ema, traggo un passaggio molto interessante. Sono i dieci libri scelti da David Foster Wallace per il News Observer. Date un’occhiata:

1. The Screwtape Letters – C.S. Lewis

2. The Stand – Stephen King

3. Red Dragon – Thomas Harris

4. The Thin Red Line – James Jones

5. Fear of Flying – Erica Jong

6. The Silence of the Lambs – Thomas Harris

7. Stranger in a Strange Land – Robert A. Heinlein

8. Fuzz – Ed McBain

9. Alligator – Shelley Katz

10. The Sum of All Fears – Tom Clancy

Dello scrivere

giugno 29, 2010

Non posso non riportare qui l’intervista a David Foster Wallace che Roberto Natalini ha lasciato come commento. Merita troppo!

Due domande tratte da un’intervsta a DFW di Laura Miller, “The Salon Interview: David Foster Wallace.” Salon 9 (1996).
Testo inglese: http://archive.salon.com/09/features/wallace1.html
D.: Cosa vuol dire essere un giovane scrittore oggi, nel senso di iniziare, farsi una carriera e cosi via?

R.: Personalmente, credo che sia veramente un momento eccellente. Alcuni tra i miei amici non sono d’accordo. E’ vero che oggi la narrativa e la poesia sono molto marginalizzate, Alcuni dei miei amici cadono nel vecchio errore di dire “Il pubblico è stupido. ll pubblico vuole soltanto continuare così. Poveri noi. siamo marginalizzati dalla TV, dal grande blabla ipnotico.” Puoi stare lì e tenerti questa posizione patetica. Ma naturalmente sono solo stupidaggini. Se una forma d’arte è marginalizzata è solo perché non riesce più a parlare alla gente. Una possibile ragione è che la gente a cui dovrebbe parlare è diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra troppo semplicistico.

Se tu, come scrittore, soccombi all’idea che il pubblico è troppo stupido, allora ci sono due pericoli. Il pericolo numero uno è l’avanguardia, dove decidi che stai scrivendo per gli altri scrittori. e non ti preoccupi di essere accessibile o influente. Ti preoccupi di essere strutturalmente e tecnicamente al livello più avanzato: involuto nel giusto modo, facendo gli appropriati riferimenti intertestuali, cercando di sembrare intelligente. Non curandoti se stai o no comunicando con un lettore che si interessa di quei sentimenti elementari, “di pancia”, che sono la ragione per cui noi tutti in realtà leggiamo. Dal lato opposto ci sono quei crassi, cinici, pezzi commerciali di narrativa che sono fatti con lo stampino – essenzialmente sono televisione su pagina — che manipolano il lettore, utilizzando un materiale grottescamente semplificato, ma così profondamente avvincente in un modo spesso infantile.

Quello che è buffo, è che io vedo questi due approcci che lottano l’uno contro l’altro, e che poi in realtà ottengono entrambi lo stesso risultato, che è il disinteresse per il lettore, e l’idea che l’attuale marginalizzazione della letteratura sia una colpa del lettore. Un progetto che credo sia più interessante da esplorare, è quello di scrivere testi che abbiano qualche cosa della ricchezza, della sfida e della difficoltà intellettuale ed emotiva delle opere dell’avanguardia letteraria, opere che obbligano il lettore a confrontarsi con le cose, piuttosto che ad ignorarle, ma anche fare in modo che questi testi siano anche piacevoli da leggere. Il lettore sente che qualcuno sta parlando proprio a lui, piuttosto che producendosi in un certo numero di pose.

Una parte di tutto ciò ha a che fare con il fatto di vivere in un mondo in cui c’è cosi tanto intrattenimento disponibile, vero intrattenimento, e con il cercare di immaginare come la narrativa possa evadere dai suoi territori in questo tipo di mondo. E allora puoi cercare di capire che cosa rende la narrativa magica in un modo che altri tipi di arte e di intrattenimento non sono. E allora cerchi di immaginare come la narrativa possa coinvolgere un lettore, la cui sensibilità si è formata principalmente sulla cultura pop(olare), senza far peggio della stessa macchina della cultura pop. Questo è incredibilmente difficile e disorientante e scoraggiante, ma è qualcosa di veramente significativo. C’è cosi tanto intrattenimento commerciale di massa, che è cosi buono e fatto bene, che non credo che nessun’altra generazione ci si possa essere confrontata. Questo è quello che vuol dire essere uno scrittore oggi. Penso che sia l’epoca migliore per essere vivi da sempre e anche probabilmente l’epoca migliore per essere uno scrittore. Non sono sicuro che sia l’epoca più facile

D.: Cosa crede che renda la narrativa magica in un modo unico?

R.: Oddio, questo potrebbe prenderci un giorno intero! Beh, la prima linea di attacco per questa domanda è questa solitudine esistenziale che esiste nel mondo reale. Io non so cosa tu stia pensando o come sei dentro di te e tu non sai come sono dentro di me. Con la narrativa credo che noi possiamo saltare sopra questo muro in un certo senso. Ma questo è solo il primo livello, perché l’idea di intimità mentale o emotiva con un personaggio è una delusione o meglio un artificio che è posto ad arte dallo scrittore. C’è però un altro livello in cui un pezzo di narrativa può diventare come una conversazione. C’è una relazione che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore che è molto strana e molto complicata e difficile da spiegare. Per me un grande brano di narrativa può riuscire o meno a trascinarmi e farmi dimenticare che sto qui, seduto in poltrona. Ci sono opere commerciali che possono farlo, e una trama avvincente può farlo, ma questo non mi farà sentire una minore solitudine.
C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!” Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente. Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.

DFW

giugno 26, 2010

Per un certo periodo andava di moda citarlo, farne scivolare il nome, con noncuranza, nelle conversazioni colte. Parlo di David Foster Wallace. In un giorno di settembre di due anni fa, s’impiccò. Seguirono molte amare e a volte amene considerazioni sulla solitudine e la disperazione del genio.
Perchè ne parlo? Un po’ per invitarvi a leggerlo (Infinite Jest, intanto). Un po’ per usare le sue parole invece delle mie, che sono miliardi di volte più povere e meno efficaci. Wallace è stato definito uno scrittore ironico. Addirittura i necrologi ne celebrarono l‘ironia cupa.  Wallace, invece, era uno scrittore che per tutta la sua vita si è interrogato sulla sincerità e sulla responsabilità della scrittura. Non solo della scrittura professionale, vorrei dire. “Toccare il cuore del lettore” era il centro della sua vita. Toccarlo con sincerità era il suo imperativo. Riscoprire quella sincerità, chiamare le cose con il proprio nome, porre fine agli egotismi e ai narcisismi è, peraltro, uno degli imperativi del nostro tempo. Non solo per chi scrive.
Così, vi regalo un po’ di DFW. E’ uno scritto del 1993.  Segnare la data. Anni in cui era blasfemo sostenere quel che DFW sosteneva.

“Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevolezza, la loro ironia e la loro anarchia avevano scopi validi, l’assorbimento della loro estetica nella cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terribili per gli scrittori e per tutti gli altri. Il mio saggio sulla TV in realtà parla di quanto sia diventata velenosa l’ironia postmoderna. Lo vedi in David Letterman, in Gary Shandling e nel rap, ma lo vedi anche in quella merda di Rush Limbaugh, che potrebbe pure essere l’Anticristo. Lo vedi in T. C. Boyle e William Vollmann e Lorrie Moore. E’ più o meno tutto quel che c’è da vedere nel tuo compare Mark Leyner. Leyner e Limbaugh sono le torri gemelle dell’ironia postmoderna degli anni Novanta, il loro è un cinismo “hip”, un odio che strizza l’occhio e ti dà di gomito e finge che sia tutto uno scherzo.
L’ironia e il cinismo erano quel che ci voleva contro l’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature […] Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci di smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto che facciamo? L’ironia è utile per sfatare le illusioni, ma in America le illusioni le abbiamo già sfatate e ri-sfatate […] L’ironia e il cinismo postmoderni sono ormai fini a se stessi, sono il parametro della sofisticatezza hip e dell’abilità letteraria. Pochi artisti osano parlare di altri modi di porsi per risolvere ciò che non va, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto. L’ironia è stata liberatoria, oggi è schiavizzante. In un saggio ho letto una bella frase, diceva che l’ironia è il canto dell’uccellino che ha imparato ad amare la propria gabbia. Non c’è dubbio che i primi postmodernisti e ironisti e anarchici e assurdisti abbiano prodotto cose egregie, ma il guizzo non si passa da una generazione all’altra come il testimone della staffetta, il guizzo è personale, idiosincratico […] Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni […] Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente.
[…] Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio […] Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore”.

In medio stat draco

settembre 16, 2009

“Il sesso in Barker non è solo dettaglio pruriginoso o simbolo. E’ una chiave di lettura”, scrive GL. E a me torna in mente l’articolo di David Foster Wallace. Anzi, ne copio un pezzo:

“Può esistere un erotismo “malgrado gli ostacoli”? Torniamo per un momento a quel cavaliere e a quella bella fanciulla che si scambiavano sguardi lascivi. Ecco dunque arrivare al castello il cavaliere al galoppo, con una mastodontica lancia pronta all´uso. Cerchiamo però di immaginare che questa volta non vi sia impedimento alcuno da superare: nessun drago da temere, affrontare, combattere, fare a pezzi. Immaginiamo anche che la carica del cavaliere verso la fanciulla sia Completamente Priva di Ostacoli: non c´è drago; il castello non è sprangato; il ponte levatoio si alza addirittura automaticamente, come la porta di un garage di periferia. Ed ecco, all´interno del castello, la fanciulla che indossa un completino intimo di Victoria´s Secret fargli col ditino indice cenno di avvicinarsi… C´è per caso qualcun altro qui oltre al sottoscritto che scorge sul volto del Signor Cavaliere una vaga ombra di delusione, un impercettibile cedimento, in preda alla delusione, della sua lancia? Questa versione della storia ha qualcosa in comune con il taglio erotico e appassionato dell´altra?”

Colpisce, vero? Perchè pensando e ripensando, il successone dei libri “romantici” oppure “hardissimi” degli ultimi tempi si lega probabilmente proprio a questo. Ma non è un bene. Ho sempre creduto  che nei libri il sesso debba esserci: ma funzionale alla storia, così come può esserlo il morire o il mangiare. Invece, soprattutto nella narrativa fantastica, il sesso, fin qui,  è stato quasi sempre tagliato fuori. Vi rimando ad un bel post di Laurie su Jacqueline Carey, dove Laurie dice:

“Il sesso. Oh sì. Il fantasy non pecca di certo per violenza ma in quanto a sensualità, lasciatemelo dire, spesso lascia a desiderare. Se mi sforzo con la memoria potrei trovare sensuali certe femme fatale dei racconti di Weird Tales, ma il ricordo è decisamente offuscato da tutta la castità dei vari derivati tolkeniani, a cominciare dal maestro stesso”.

Insomma: o zero o cento. La questione del desiderare (del momento in cui il cavaliere cammina verso la torre e la fanciulla aspetta il suo arrivo) è o tagliata fuori oppure esasperata ad arte (Meyer). E, soprattutto, noto che si costruiscono storie che hanno nell’incontro tra il cavaliere e la fanciulla il loro centro: invece, a me interessa sapere perchè il cavaliere si trovava da quelle parti, perchè la fanciulla è finita nella torre, perchè il drago aveva queste pessime abitudini, eccetera.

Detto questo, ovviamente per alcuni la chiave è il sesso, per altri lo è il viaggio, per altri ancora la costruzione della torre: ma se non si tengono insieme tutti gli elementi, temo che tutto vacilli.

L’impronta di Esiodo

settembre 15, 2009

Questa mattina mi sono resa conto per la millesima volta di quanto sia debitrice alla mitologia greca. Ma va là, direbbe Ghedini: è ovvio non soltanto in Esbat (e, per chi li conosce, negli altri due), ma quasi in ogni cosa che scrivo. Ci ripensavo, però, leggendo un lungo articolo di Pietro Citati su una nuova edizione delle Metamorfosi di Ovidio. L’articolo è dedicato a Perseo, e c’è un punto che mi ha davvero incantato:

“Quando fu adulto, Perseo si mosse, con le sue velocissime, fragilissime ali, verso l´estremo Occidente, sui confini della Notte, nei regni del Freddo, dove abitavano i mostri arcaici, di cui parla Esiodo nella Teogonia. Perseo non amava la Notte. Incontrò l´orrore della antichissima Tenebra: le Gorgoni, tra le quali Medusa, la sola mortale fra loro. Medusa aveva la testa variegata di serpi, zanne di cinghiale, mani di bronzo, e ali d´oro. Possedeva, sopratutto, la forza dello sguardo: chiunque guardasse e chiunque la guardasse, veniva immediatamente pietrificato. Così l´antico caos, annidato nelle caverne, annullava la vita che aveva osato nascere, fiorire e splendere fuori dai confini della Notte. La Tenebra riprendeva ciò che aveva perduto, diffondendo il Terrore”.

In fondo chi racconta mondi paralleli, se segue la stessa ispirazione, non pensa ad un solo mondo, ma a due: uno luminoso anche se irraggiungibile, e un altro che è oltre le sbarre, ed è ai margini, ed è oscuro. E da quei margini può sempre uscire.

Ps. Continuo a leggere GL su Barker: è arrivato a un punto molto interessante che riguarda il sesso. E io che sono fresca di lettura di un articolo di David Foster Wallace sullo stesso argomento, medito. DFW parlava della scomparsa dei draghi: quelli che si frappongono tra la vergine e il cavaliere. E ne parlava non direi con rimpianto ma con lucidità…

Venti d’autunno

settembre 15, 2008

Finalmente un settembre vero, con il primo fresco la mattina presto. Forse riesco a rimettermi a scrivere e finire il benedetto capitolo numero diciassette.
A proposito: su Fight Club, che si occupa di recensire fan fiction, sono apparse proprio ieri due bellissime recensioni: quella di Avalon a Esbat, quella di KaDe a Sopdet. Sono onorata e felice!

Ma sono anche un po’ malinconica. Stamattina ho aperto il giornale e ho scoperto che David Foster Wallace si è suicidato. Non so se lo avete letto: io mi sono cimentata con Infinite Jest restandone schiacciata e sbigottita. Per l’ammirazione, per il lavoro immane, lucidissimo, fatto sul linguaggio e sul modo di raccontare, sul progetto narrativo: un giovane titano, Foster Wallace.

Rimango sempre senza fiato quando uno scrittore si uccide. Quando ero ragazzina, continuavo a chiedermi perchè Hemingway avesse rivolto il fucile contro se stesso e perchè Virginia Woolf si fosse imbottita le tasche di pietre prima di immergersi in acqua. Ogni volta mi chiedo come sia possibile che una persona che è capace di vedere altri mondi, a suo piacimento, possa rinunciare a un simile dono. Poi mi rispondo che forse è perchè ha voglia di restarci per sempre, da quell’altra parte.