Posts Tagged ‘Death note’

Death file

gennaio 20, 2009

E’ che mi sto interrogando su molte cose. Choen, nei suoi commenti, contribuisce (ehi, ma in quale metamondo ci siamo incontrati, a proposito?).
Contribuisce anche Gaiman, a modo suo. C’è una frase, in American Gods, che dice: “La narrativa ci permette di entrare in altre menti, in altri luoghi, di guardare con altri occhi. E poi nel racconto ci fermiamo, prima di morire, oppure un sostituto muore per noi, che restiamo in buona salute, e nel mondo di là della storia voltiamo pagina o chiudiamo il libro, tornando alla nostra esistenza”.
Pensavo proprio al sostituto. Io ho fatto fuori molti personaggi, da quando ho cominciato a scrivere, e senza neanche troppa esitazione. Molti e molti di più sono i personaggi creati da altri che ho visto morire. A volte piangendo, a volte annuendo con soddisfazione.
Ci sono state morti che avrei voluto impedire: quella di Romeo e Giulietta, come tutti, o di Emma Bovary. Morti eroiche che mi hanno fatto fremere di rabbia e partecipazione: come quella di Carmen, che per me è la più coraggiosa delle eroine, perchè davvero muore per la propria libertà anche se non ha una spada in mano, ma un anello di fidanzamento fra i denti che sputa in faccia al suo assassino. Come quella di Amleto, che muore sapendo di temere quella nebulosa oscura che lo attende una volta spalancato il cancello. Morti su cui ho pianto perchè erano descritte in poche righe, come quella, che forse è la più straziante di tutte, di Arwen Undomiel ne Il signore degli anelli: si sdraia su un prato fiorito, e tutto (un mondo intero) finisce. Morti, anche,  che ho trovato stupide e ingiuste, come Anna Karenina che si inginocchia sui binari del treno.
Questo per dire che per la prima volta, iniziando il numero tre di quella che sarà, e resterà, una trilogia, so di dover dire addio a qualche personaggio. Ieri notte ho letto il numero speciale di Death Note con l’intervista all’autrice, la quale racconta di aver pianto per tre giorni, senza mangiare, quando ha ucciso Elle. Eppure, era necessario farlo.
Penso, non decido nulla, lascio, come dice Choen, che siano i miei occhi (o gli occhi del gatto) a immaginare per me.

Il gioco dell’oca

novembre 27, 2008

Ha proprio ragione Laurie nei commenti al post di ieri su Death Note: se nella storia c’è una pecca, è nella misoginia dell’autrice. Vero. Il personaggio femminile più rilevante, Misa-Misa, è talmente idiota da sembrare…beh…volutamente costruita così.
Non è un’oca mascherata come Bella Swan, per intenderci, o come altre eroine di romanzi o anche di manga: dal primo momento in cui appare in scena, è esplicitamente imbecille.
Al punto che mi è venuto addirittura il sospetto che fosse una caratterizzazione voluta: del tipo, mettiamo in campo la caricatura della tipica ragazza a Q.I. zero destinata a fare da spalla ai veri eroi. Non a caso, qui, di intelligenza sovrumana.
Certo che è proprio difficile trovare l’equivalente femminile di Light e Elle, dovunque si cerchi. Miss Marple? Kay Scarpetta? Oppure?
Oppure niente, o poco.  Sarà che mi sono svegliata di pessimo umore, nonostante la lettura filata, ieri sera, delle prime trentacinque cartelle riviste mi abbia lasciata abbastanza soddisfatta, o almeno non troppo in crisi.
Sarà che mi sento perseguitata: le edicole e le librerie che incontro espongono tutte il romanzo di Margaret Mazzantini. E ho detestato pochi libri come Non ti muovere, nella mia vita.
Sopravviverò.

Il Nobel a Death Note!

novembre 26, 2008

Fermo restando che mi è venuta un’idea che SPERO sia buona per risolvere l’empasse delle prime cinque righe, ieri sera ero abbastanza soddisfatta del lavoro su Esbat. E mi sono premiata.
Rivelazione: il bicchiere di champagne che la Sensei si concede non è soltanto un omaggio a Misery. E’ una MIA abitudine: se le cose vanno bene, mi regalo un buon vino bianco. Al Veuve Clicquot arrivo soltanto in casi eccezionali e con finanze molto più floride delle attuali: un Traminer va benissimo.
Ma ieri sera mi sono premiata anche in un altro modo: con notevole ritardo, sono riuscita a trovare il dodicesimo e ultimo volume di Death Note.
Beh, sono senza parole.
La signora o signorina Tsugumi Ohba, l’autrice della sceneggiatura, è un genio. Non so se sia davvero chi dice di essere, non so se collezioni davvero tazze da tè e se scriva appollaiata sulla sedia come Elle (ehm…anch’io ho questa abitudine veramente…). Ma è un genio.
Provo a dire perchè.
La complessità, intanto. Death note è la storia più complessa che abbia mai letto, tanto da obbligarti alla rilettura (cosa che si fa con enorme piacere): tocca livelli da far sembrare Il nome della rosa un romanzo di Valentina Effe. Non parlo di qualità di scrittura, ma proprio di intreccio e di meccanismo. Ad ogni passo avanti la storia si ingarbuglia, in un gioco al rialzo impressionante. E ogni volta torna. E torna BENE.
Poi.
L’abilità nel cogliere le tematiche contemporanee: la paura della criminalità. La rabbia. Il sistema scolastico giapponese, per inciso.
Il richiamo alle grandi questioni filosofiche: vita e morte, e va bene. Ma l’etica! Il tema, enorme, della giustizia, tra l’altro riassunto benissimo anche nel dialogone Light/Near di quest’ultimo volume.
E poi…poi la capacità di sporgersi FINO AL LIMITE.
Provo a non spoilerare. Nello scontro finale si poteva rischiare il ridicolo, con la moltiplicazione dei quaderni. Un lato di me, mentre leggeva, vedeva entrare in scena la Premiata Ditta che cantava “Aggiungi un morto a tavola, che c’è un quaderno in più”, o il cast di Scary Movie vestito da gladiatori che agitava quaderni neri dicendo: “Il Death note è mio”. “E’ mio”. “E’ mio”…eccetera.
Eppure, Ohba ha costeggiato l’assurdo senza caderci dentro.
E le due frasi finali (le due regole del quaderno) che appaiono a conclusione e dopo l’epilogo…beh…sono semplicissime ma perfette.
Accendo un cero a qualche santo (si accettano consigli su quale) per chiedergli di imparare a scrivere come lei.