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Noi che il vinile

febbraio 13, 2012

Ho passato la domenica a sistemare e spolverare i miei dischi in vinile: ne ho parecchi e avevano bisogno di un po’ di pulizia. Così, mentre mi passavano fra le dita John Lennon e Villa-Lobos, mi sono fatta qualche domanda.
Perché mi piacciono i vinili? Per la copertina, intanto.  Molto spesso un piccolo capolavoro visivo. Poi, per la sensazione – non comprovata tecnicamente, non sono un’esperta in materia – che la musica sia “migliore”. Più piena, non so spiegarlo bene.
Questo significa che non ascolto musica in altri formati? No. Ascolto CD quando guido l’automobile. Ascolto mp3 quando sono in autobus o cammino. Ma quando voglio ascoltare non distrattamente, mi rivolgo al vinile.
Naturalmente questo vale per me e soltanto per me. Però un pensiero mi è venuto: perchè mai, per quanto riguarda il libro, la lettura in eBook viene considerata come totalmente sostitutiva dell’esperienza cartacea? E non sarà, invece, che proprio la diffusione degli eBook potrebbe riportare al piacere del “bel” libro su carta (quello senza pagine che si staccano, magari, senza troppi refusi e con una copertina ben fatta)?
Questo, prescindendo da qualsivoglia paragone  fra industria discografica e industria del libro. Paragone molto, molto possibile, peraltro.

Scrittori che si interrogano sul terribile diritto

febbraio 8, 2012

Prendo in prestito dal Club della Lettura del Corriere della Sera un lungo intervento di Vincenzo Latronico. Personalmente l’ho trovato molto interessante.

“Lo vedo arrivare.
Lo vedo arrivare. Anche se lo nego, lo vedo arrivare. Quando me lo chiedevano, fino a un annetto fa, negavo: e ne ero convinto. Talvolta nego ancora, ma so di mentire. Nella prefazione a Mattatoio N. 5, Kurt Vonnegut racconta che il suo capoufficio rideva dei suoi sforzi di scrivere un romanzo contro la guerra. «Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?», ironizzava. «Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?». Ecco: avrei voluto scrivere un articolo contro la pirateria degli ebook; però continuo a pensare ai ghiacciai.

Oggi è il 22 dicembre, mi sono svegliato presto. Ho finito un articolo che dovevo consegnare verso metà mattinata, e per completarlo ho dovuto rileggere pezzi de I miti greci, di Robert Graves. Nel pomeriggio sono andato avanti con una traduzione; adesso sono le sette, e se non stessi scrivendo questa cosa probabilmente andrei avanti a leggere Sandman, di Neil Gaiman, fino ad uscire, più tardi. Tutto questo non sarebbe rilevante, se non fosse che ho letto entrambi i testi in ebook. Ma neppure questo, in fondo, sarebbe rilevante, se non fosse che entrambi li ho scaricati gratuitamente da un archivio cosiddetto «pirata». È una cosa che faccio sempre più spesso da quando ho un iPad — e ancora di più da quando ho scoperto un sito che archivia praticamente qualunque cosa esca o sia uscita di recente in lingua inglese. È di questo che vorrei parlare.

Di cosa non vorrei parlare
C’è una cosa di cui non vorrei parlare, invece: ed è tutta la diatriba vince-l’elettronico-oppure-sopravvive- la-carta-che-fruscia-e-che-fragra. Non ne voglio parlare per una ragione molto semplice: certo, che vince l’elettronico. Non è questione di gusti, né di sondaggi, né di appelli più o meno realistici, più o meno conservatori: vince l’elettronico perché è più comodo e migliore, e se non lo è per noi lo sarà per i prossimi. Gli ebook costano alla produzione infinitamente di meno — e quindi sono o più economici, o più redditizi — e si reperiscono istantaneamente e si archiviano per sempre, senza spese di trasloco e di Ikea. Io sono nato nel 1984, ed è vero che a volte provo un certo fastidio a leggere un ebook: ma è meno di quello che prova mio padre e più di quello che proverà mio figlio, che non ne proverà affatto. Il fatto che alcuni (oggi molti, ma sempre meno) ritengano la carta insostituibile, per formazione e abitudine, è un accidente della storia: passerà, o sarà ricondotto alla nicchia di quelli che «i Cd non restituiscono l’intero spettro sonoro», che sono un’altra versione di quelli che hanno l’orologio meccanico quando l’oscillazione di un cristallo di quarzo da due euro supera in precisione per svariati ordini di grandezza il miglior ingranaggio svizzero. I Rolex, per carità, continuano a vendere: e così continueranno a vendere i libri: per tradizionalismo o per inerzia o per il bisogno capriccioso e invincibile di marcare uno status.

Il tono di quest’ultimo paragrafo non è né apocalittico né festante: sono abituato alla carta, forse sono abbastanza giovane per riabituarmi al digitale, così come un ventisettenne nato centomila anni fa forse era abbastanza giovane per abituarsi alla glaciazione Würm. Trattasi pur sempre di ghiacciai. In una conversazione a Torino, un anno e mezzo fa, ho chiesto a Nanni Balestrini che cosa pensasse dell’incedere degli ebook. Il libro, ha detto, è un accidente storico della letteratura: la quale esisteva prima ed esisterà dopo. Per un lasso relativamente breve di tempo il loro percorso è stato comune:ma non dobbiamo illuderci che libri e letteratura siano la stessa cosa, ha proseguito Balestrini, perché non lo sono. Solo uno dei due vivrà per sempre.

Ecco.

Il terribile diritto
C’è un’altra cosa di cui non vorrei parlare: ed è il terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale — che, come brillantemente argomentato da Michele Boldrin e David K. Levine in Abolire la proprietà intellettuale (Laterza 2012), più che una proprietà è un monopolio: non tutela un interesse legittimo ma garantisce una rendita a un singolo a scapito dell’interesse collettivo. Non ne vorrei parlare per non espormi alla raffica speciosa dei tu quoque, certo,ma anche perché stiamo andando verso l’abolizione de facto di tale diritto, perlomeno per quanto riguarda ciò che è digitalizzabile. Con Boldrin e Levine, credo che questo, alla lunga, sarà un bene: e il copyright sui libri sopravviverà nella teca archeologica dell’ottimismo de jure, accanto alla definizione del matrimonio naturale e alla cittadinanza per diritto di sangue. Ma, appunto, non volevo parlarne.

Di cosa vorrei parlare
Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

Alcune ragioni per cui scarico i libri
1. Abito a cinque minuti da una piccola libreria di quartiere; a quindici da una grande libreria indipendente; a trenta da una catena. Lavoro con la letteratura, e l’idea di perdere un’ora per vedere se trovo un libro che mi serve—e che magari non trovo — non è molto allettante. Pigro? Forse: o forse abituato al turbocapitalismo della soddisfazione istantanea, che in fondo è lo stesso. Ma anche qui, si parla di ghiacciai.

2. Gran parte dei libri che scarico non li comprerei. È triste, ma è così. Molti — moltissimi — li abbandono appena iniziati, dopo aver scoperto che non mi interessano. In cartaceo li avrei comprati? No: ma neppure mi sareimesso a leggerli in libreria, un’esperienza atroce e contraria a tutto ciò che ama chi ama la lettura: confusione, luci pessime, gente che passa. Semplicemente, non li avrei sfogliati. Chi ci avrebbe rimesso? L’autore no, io sì. Non è una giustificazione, lo so: ma è comunque un fatto.

3. Tutti i libri che scarico sono in inglese — un po’ perché leggo i romanzi in lingua originale, un po’ perché la saggistica, spesso, non viene tradotta, o lo è solo molto tardi. Acquistare online un libro in inglese, fra le carenze delle poste e della dogana, i costi di spedizione, e i tempi, è un’ordalia che non si può paragonare alla possibilità di ottenere il tutto gratis, e in un istante, ovunque ci si trovi.

Alcune ragioni per cui non scaricherei i libri o li comprerei dopo aver verificato il mio interesse sull’ebook scaricato, alibi irrealistico di quello che si spaccia come «il volto umano» della pirateria:
1. La carta che fragra.
2. Il dilemma morale.

Alcune ragioni per cui scaricherei i libri, sì, ma a pagamento:
1. Il dilemma morale.

Quindi
Del fascino della carta che fragra si è già parlato: credo che passerà, se non per tutti per molti, se non presto tardi. Il dilemma morale è una questione più delicata. Io stesso — se dovessi prendermi a terreno d’esame per questo problema — non darei ottimi risultati: pur avendo ogni interesse «egoista», in quanto scrittore, a che i diritti d’autore siano rispettati, non li rispetto. Più in generale, credo, non ci si può aspettare granché dall’argomento morale: basta immaginare una società in cui, ad esempio, il pagamento delle tasse non sia automatizzato col meccanismo della ritenuta, né sanzionata l’evasione, ma solo dichiarato come obbligatorio e lasciato alla buona fede del contribuente, un po’ come è dichiaratamente obbligatorio comprare, e non scaricare, gli ebook. In quanti pagherebbero le tasse, in quella società? Ecco la forza del dilemma morale.

Che cosa resta
Al cinema restano i botteghini. Si dirà: sono solo una percentuale delle attese d’incasso. È vero: e le attese d’incasso saranno riviste di conseguenza man mano che la facilità del reperimento online, e con essa l’abitudine a scaricare, aumenterà. E al rivedere delle attese saranno rivisti i budget: ma resteranno.

Lo stesso, in un certo senso, vale per la musica. Anche ipotizzando che il download arrivi a coprire una percentuale altissima di quelle che attualmente sono le vendite, già oggi una percentuale irrisoria di ciò che erano solo dieci anni fa, ai musicisti resteranno i concerti — che sono bastati, in fondo, per migliaia di anni. È un modello di business diverso da quello presente (che pure ad esso tende, in misura sempre maggiore): ma è pur sempre un modello di business.

Cosa resta alla letteratura? Dico sul serio: cosa resta? Non credo che gli scaricamenti illegali arriveranno mai ad annullare le vendite; ma credo che potranno — come nel caso di musica e cinema — coprirne una parte sufficiente a fare sì che la redditività del settore non possa più basarsi unicamente su quel canale. Il cinema e la musica ne hanno altri, rispettivamente botteghini e concerti, che offrono al pubblico qualcosa che un download non potrà mai sostituire: e la letteratura?

Alcune risposte da scartare
1. Il Drm. Non conosco sistemi di Drm che siano rimasti senza crack abbastanza a lungo perché l’annuncio trionfale del loro lancio uscisse dal fondo della homepage dei quotidiani. Magari arriveranno, certo: e in questo caso sarà una rivoluzione digitale tanto potente da mettere in secondo piano qualunque considerazione sul futuro del libro — nello specifico, sarà una rivoluzione simile a quella del ’18, del ’22, del ’66: una rivoluzione autoritaria.

2. Il libraio. È vero, ci sono librai fantastici, che consigliano e guidano e aiutano chi ama la letteratura — io stesso frequento da tempo una libreria poco distante da casa mia, il cui proprietariomi ha insegnato tantissimo di letteratura sudamericana. Discutiamo spesso di ciò che leggo, mi consiglia, mi guida. Fra un anno apre una Feltrinelli a tre isolati da lì, dove, come tutti sanno, vendono anche le Daygum Protex.

3. Lo stato di polizia digitale. Come quello, ad esempio, in cui un corpo di polizia nazionale viola la sovranità di un’altra nazione per arrestare un uomo colpevole di aver aperto un sito di nome Megavideo.

4. Gli «eventi». Sono una strada possibile, ma difficile — solo un festival come quello di Mantova, una sola volta l’anno, con un programma molto studiato e una reputazione solidissima, può permettersi di far pagare il pubblico per un reading — e anche lì, cifre che nulla hanno a che fare coi biglietti dei concerti, e per un pubblicomolto più ristretto. Non sembra, alla lunga, sostenibile.

5. La buona volontà dei lettori. Ricordate il dilemma morale?

«La vostra crisi non la paghiamo», gli abbiamo detto. Ce l’hanno regalata
Non credo che la pirateria potrà mai coprire la totalità delle vendite di libri: ma forse finirà per coprirne una parte sostanziale. Possiamo immaginare una situazione in cui una percentuale (bassa) di quello che oggi è il venduto di un libro continuerà a essere venduta in cartaceo; una percentuale (similmente bassa) sarà venduta in ebook; e il resto sarà scaricato: il che è ciò che accade alla musica e agli home video. Al salire del venduto, la curva si schiaccerà ulteriormente verso la pirateria (e cioè: di un libro da un milione di copie saranno scaricate, percentualmente, molte più copie che non di un libro da mille), perché gli scrupoli etici e la bibliofilia hanno probabilmente più incidenza fra i lettori forti che non fra gli altri.

Ma questo, ovviamente, priverà le case editrici proprio dei margini di guadagno maggiori: quelli dei bestseller. Poco importa, potremmo dire, se il romanzo da 2 mila copie ne vende 600; l’importante è che quello da 200 mila continui così. Ma è ragionevole aspettarsi che proprio quest’ultimo avvertirà l’impatto della pirateria; e ciò non andrà a danno dell’autore da classifica (paradossalmente), dato che il libro resterà redditizio, benché in misura minore: andrà a danno degli altri, quelli che forse fanno il break-even e forse no, quelli che magari sfondano ma chi lo sa, quelli che siamo- in-perdita-ma-li-finanziamo-con-i-bestseller. Per gli altri, temo, le cose saranno sempre più difficili.

E allora che si fa, eh?
Non lo so. Nonostante tutto, continuerò a scrivere romanzi, e continuerò a scaricarli — quelli non tradotti — quelli chemi servono subito — quelli fuori commercio — in buona sostanza, molti. Da lettore forte, so che questo comunque mi lascia nella fascia degli acquirenti di libri più accaniti: ma so che la cosa scemerà col passare del tempo. E da scrittore? Forse — difficilmente — i miei futuri romanzi usciranno abbastanza in fretta da vincere la corsa contro la pirateria; forse — più difficilmente ancora — entreranno nella categoria di quei pochi che non ci rimetteranno poi troppo. Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi”.


Disclaimer

febbraio 6, 2012

Da Wikipedia:
“Un disclaimer, termine inglese recepito nella lingua italiana, è generalmente un’affermazione tesa a definire o delineare l’estensione, i diritti e gli obblighi tra due o più soggetti coinvolti in una relazione legalmente riconosciuta”.

Ora, tralasciando il “legalmente riconosciuta”, mi sto rendendo conto di una cosa: ovvero, si moltiplicano un po’ ovunque, sui blog come sui giornali, interventi che parlano dell’eBook come di un mutamento “ineluttabile”, destinato a soppiantare la lettura su carta, l’editoria su carta, e insomma a far piazza pulita del mondo così come lo conosciamo. Un mio commentatore su Facebook dice testualmente:  “la carta ha i giorni contati. Il luddismo non aiuta a fermare le innovazioni”.
Sono disposta a crederci.  Ma non sono disposta a passare dalla parte dei luddisti. Non sono disposta a essere accusata di passatismo e di miopia e di nostalgia canaglia se avanzo dubbi. Non dubbi sugli eBook: mi piacciono gli eBook, che sia chiaro, per favore. I dubbi sono, come ho scritto più volte, sull’assenza di giudizio critico in un sistema ancora confuso, soprattutto in Italia.
E su un’altra cosa.
Dal momento che sono una persona curiosa, vado sempre  a spulciare fra le biografie di chi sostiene l’ineluttabile avanzata. Sono tecnici, direttori editoriali, consulenti editoriali, editori, autori che lavorano nel mondo degli ebook. Il che va benissimo: è comprensibile e giusto che ognuno difenda il proprio settore.
Però, per favore, ditelo. Quando scrivete i vostri articoli o post o commenti sotto i post altrui, usate il disclaimer. Fugherà ogni dubbio e ci permetterà di confrontarci serenamente.
Il mio è noto: sono un’autrice che pubblica su carta, e che ha un blog.
E tu?

Zenpost

gennaio 27, 2012

Ho una domanda.
Girovagando su Internet, noto che un numero crescente di blogger si spertica in lodi nei confronti di editori italiani di ebook.
Ho dimenticato la domanda.

 

Il licensing delle vacche magre

novembre 16, 2011

Il post del mercoledì, a blog unificati con Giovanni Arduino, cerca di fare il punto su quello che è accaduto in questa settimana. Non parla solo del Wunderkind 3, o del futuro-presente prossimo dell’editoria e degli autori di genere. Prova a capire dove siamo. Per il dove andiamo, ancora un po’ di pazienza.

A volte ci si sente terribilmente vecchi a fare questi discorsi. Perché tutto grosso modo si ripete. E se possibile, peggiora. Nulla in fondo pare cambiare. Sembra una versione bizzarra del Gattopardo. Sarà che i momenti più duri fanno emergere la vera indole delle persone. Va’ a sapere.
E allora parliamo di nuovo, anche, degli eBook, ultima frontiera della sperimentazione a sentire Caio e Sempronio, che però oggi in parte verranno/vengono usati  a mo’ di ripostiglio di tutto quello che non si può infilare di soppiatto nell’antico mondo del cartaceo (per svariati motivi: pareggi sballati, prenotazioni da fame dopo rese istantanee e inappellabili, un’idea falsata della famosa “nicchia”, errori iniziali  di giudizio e scelta e collocazione, solo talvolta giustificabili). Un po’ come un tempo si faceva con il paperback. I famosi paperback original, oh-così-tanto-americani, le “novità direttamente in tascabile!” che anni addietro uscivano praticamente in perdita e in Italia quasi mai hanno attecchito (anche qui per una serie infinita di ragioni, tirature non altissime che non andavano d’accordo con qualsiasi preventivo, e non ultima quella di essere considerati figli di nessuno e ricettacolo di monnezza).
Però l’ebook ha costi fissi –e non solo- decisamente più bassi (soprattutto allontana, almeno in parte, lo spauracchio della distribuzione e totalmente quello del temutissimo magazzino, delle rese, delle giacenze, eccetera eccetera), e si pensa che l’espediente stavolta possa funzionare, e poi, dai, sono sperimentazioni anche queste, molto armata Brancaleone, ma vabbe’. E d’altra parte, se il  “il prodotto non regge l’hardcover”, che si fa? Si fa l’eBook. Il cerchio si chiude.

Perfetto, ma in questo contesto, in questa serie di curiose interpretazioni di teorie e analisi anche giuste, il centro sembra tremare: l’attenzione verso il pubblico, verso il libraio old/new school, verso l’autore, verso chi di libri si occupa scegliendo, selezionando, proponendo (vogliamo usare ancora una volta la parolina magica editor? E usiamola. Tanto ora come ora significa poco. Broker di un esistente che traballa, ha arrischiato un giornalista americano in un pezzo sul web, e perdonateci se non troviamo più il link).
E in ogni caso, l’eBook non deve essere solo ed esclusivamente figlio del marketing e del commerciale? Ormai è un mantra. Perché allora stupirsi? E nemmeno ci stupiamo, perché non siamo perfetti idioti o davvero ingenui,  se l’editoria è (anche) un’industria (molto particolare, però, che ha in sé parecchie caratteristiche artigianali che sono assieme la sua grande forza e il suo tallone d’Achille), e allora i conti devono tornare e le regole del capitale e blah blah blah. Lo diamo per acquisito; scontato; superato. E nemmeno ci scandalizziamo, non troppo, se vari fenomeni e varie tendenze vengono sfruttati (anche qui bisognerebbe vedere come), possibilmente in fretta, perché se no poi, a me, a me, a me che cosa restano, le briciole? Tutto si ripete, nessun problema, una volta era il new age e adesso sono (stati) i vampiri e (forse) domani sarà qualcos’altro,  il femminile finto-alto e il romance zozzone o vatti a sapere.

Però. Sarà (è, in effetti) il momento duro/durissimo di cui sopra, ma qualche circuito sembra essere saltato, qualche ingranaggio andato fuori asse . Non adesso, non oggi, per carità, solo che adesso, oggi, le conseguenze e gli effetti sono più evidenti e probabilmente più gravi. E dunque: ognuno fa quel che vuole. E spesso non è il che cosa ma il come (in parte si ritorna alle “curiose interpretazioni” di cui abbiamo parlato prima).  E nessuna regola, nessun patto vale più. E allora si spreme lo spremibile, si commissiona il commissionabile, si ordina in automatico quello che va ordinato ai “fornitori di contenuti ad hoc”  (gli scrittori, ovvero coloro che scrivono, tanto per ricordarlo,  anche se il vecchio “content is king”, il contenuto è re, viene già sostituito dall’” experience is king”, ovvero non importa che cosa si ha davvero in mano ma quello che ci si costruisce attorno – discorso lungo per un altro post, magari), con vaghe idee e vaghi sentori del momento, con pianificazioni in excel che danno l’idea del controllato e del controllabile, con la legge del tabulato (o del tabbulato, come urla qualcuno, sventolando i famosi tabbulati pure a capocchia, non appena gli viene mossa una critica di qualsiasi genere).
E allora (a costo e rischio di generalizzare, perdonateci) si lavora in serie (quasi) come un’agenzia di licensing, su settori anche difficili e importanti (tipo, si cita non troppo a casaccio, la narrativa per ragazzi o quella di genere), perché tanto vale provare di tutto, e in tutti i modi, e senza remore, e senza punti di domanda, e fuori uno e avanti l’altro, e costruire-l’autore-italiano-ma-fatemi-il-piacere perché oggi è oggi e domani chissà, perché che senso ha tentare di ingrassare le vacche magrissime quando magari tra un po’ muoiono e potremo (probabilmente) comperarne delle altre?

Scenario apocalittico? No. Rincuorante? Nemmeno per sogno. Si ripete: nulla cambia, al massimo peggiora, soprattutto in certi momenti. Si vogliono soluzioni? Nuovi margini d’azione da conquistarsi pezzo per pezzo? Ormai questi, e non con un semplice schioccare di dita, li possono trovare soprattutto il singolo o i singoli in gruppo (lettori, librai, editor –gulp-, autori); epperò, soprattutto per gli autori, non significa mettersi a produrre a ritmo forsennato ebook per riempire un mercato che al momento in Italia non esiste (altro lungo discorso). A questo ci penseranno già altri; se si vorranno risultati differenti, azzardiamo che si dovranno  -anche- seguire strade diverse, diversi modi, diversi sistemi.

Grisham e l’Apocalisse

novembre 9, 2009

Oh guarda, interviene anche John Grisham, sia sul prezzo dei libri che sugli ebook. In questa intervista, sostiene che il prezzo pieno è indispensabile per editori, librai e scrittori: “Se un libro nuovo viene venduto a nove dollari, viene seriamente svalutato”. E gli ebook? Peggio che andar di notte: “se metà di noi leggesse on line, distruggeremmo librerie ed editori”.

Mi consolo con King. Non solo proseguendo nella lettura di quel libro straordinario che è The Dome. Ma immaginando come potrà essere il suo vampiro americano, in arrivo a marzo 2010. A fumetti.

I have a dream

ottobre 30, 2009

Sto leggendo molti interventi su Kindle, ebook e prospettive dell’editoria. Per esempio, segnalo il post di Stefano Romagna, quelli di Demonio Pellegrino,  del Duca Carraronan, di Sandrone Dazieri, di Francesco Dimitri.
Sono tutti molto interessanti e accurati, e ve li consiglio.
Veniamo a me. Non sono una fanwoman della tecnologia, nel senso che impiego un po’ di tempo a maneggiarla: diciamo che sono molto interessata ai contenuti più che ad altro. Ma proprio questo mi sembra il punto. E trovo magnifica questa riflessione di Dimitri:

“La domanda è: cosa compri, quando compri un libro? Un oggetto o un’esperienza? Io voto esperienza. Ok, la carta e l’odore e cazzate varie, ma siamo seri. Quanti di voi comprano codici miniati, o edizioni originali di Crowley? Io leggo un sacco di letteratura di genere, che significa un sacco di paperback. E quando sono fantasy, sono paperback lunghi e poco maneggevoli. Perchè non dovrei preferire un’edizione meno ingombrante e più comoda?”

Poi c’è un altro aspetto, che riguarda l’editoria italiana e soprattutto la narrativa fantastica. La quale, a mio modesto parere, in questo preciso momento è in un bel pasticcio. Intanto, è sovraesposta e caricata di aspettative: dopo Twilight, si va in caccia del libro di sfondamento. Questo è bene, perchè apre porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Ma è anche male, perchè non tutti i libri possono e soprattutto devono essere best-seller. Poi, c’è la dannata questione degli scaffali e del “dove lo metto”, che a volte può nuocere – e di molto – al libro medesimo. Infine, e non è la considerazione meno importante, ci sono i costi dei libri, che sono alti. Specie se i libri sono così numerosi e, spesso, appetibili.

Ed ecco che mi trovo ad aspettare la frontiera e-book con molta curiosità e molto entusiasmo: perchè la mia sensazione è che, fin qui, la rete continui ad essere considerata “un mondo a parte” rispetto a quello dell’editoria. E invece rischia di poter seriamente rivoluzionare tutto: in favore di chi legge, e forse in favore di chi scrive. Di essere, davvero, la carta fuori mazzo che riapre una partita che si sta facendo durissima.

Almeno, lo spero.