Posts Tagged ‘editoria’

Balle spaziali (e temporali, e anche editoriali)

febbraio 7, 2012

In questi giorni sta circolando in rete una rivista letteraria di cui non farò il nome, ma che purtroppo è stata ripresa da molti utenti su Facebook.  Dico purtroppo perché sembra evidente che la rivista sia nata con lo scopo esplicito di far parlare di sé. Niente di nuovo.
Perchè ne parlo, allora?
Perché gli argomenti utilizzati sono molto simili a quelli che vengono usati dai nuovi editori elettronici (alcuni, almeno) ma anche dalla stragrande maggioranza degli editori a pagamento.
Ovvero: le grandi case editrici si fanno pagare per pubblicarvi.  Tutti lo sanno, nessuno lo dice, orsù indignatevi, OccupySegrate, anzi, non occupate un bel niente e sganciate a noi. O non sganciate e pubblicatevi da soli. O fidatevi di noi che vi pubblichiamo gratis e meglio.
Ora, ognuno è libero di scegliere la strada che preferisce e che sente più vicina: non mi stancherò mai di ripeterlo. Non esiste una via unica: se volete condividere quello che scrivete con il resto del mondo, fate quel che vi sentite. Pubblicate con Amazon, con Ciccioformaggio.org, stampatevelo da soli in cento copie e distribuitele a mano, pubblicate su Efp, con un amico di vostro cugino. Fate, davvero, come volete.  E siate felici di farlo.
Però mi sento di dire una cosa. Non solo fra tutti gli scrittori che ho conosciuto e che hanno pubblicato con case editrici di medie e grandi dimensioni, non uno ha dovuto tirar fuori un euro (semmai, è avvenuto il contrario). Ma se vado a spulciare i cataloghi dei grandi editori, incluse le ultime novità, noto qualcosa che negli ultimi anni è divenuto quasi prioritario per un editore.
Si pubblicano valanghe di esordienti.  Autori e autrici di ogni età e provenienza, scrittori di genere e mainstream. Ma esordienti. Per paradosso, è semmai più difficile pubblicare il secondo, terzo o quarto libro, qualora il primo non abbia ottenuto i risultati sperati dall’editore (e questo sì, questo è il vero problema: la crescita dello scrittore, non il suo affacciarsi nell’arena, che è divenuto molto più facile di quel che si possa credere). Tutti a pagamento? Non credo proprio. Per quel che posso immaginare, su qualcuno si punterà davvero, perché la sua scrittura è stata riconosciuta degna di un tentativo, e qualcun altro verrà inserito in questo o quel filone emergente, si tratti di angeli o di poliziotte svedesi  in crisi sentimentale.
Allora, scegliete tranquillamente con chi pubblicare, anche se vi chiede cinquemila euro. Però, per favore, non credete alle balle. Sono quasi sempre diffuse pro domo propria.

Quiz

dicembre 9, 2011

Aprite 1Q84 di Murakami Haruki, andate a pag.34, leggete e tornate qui.

Almeno credete alla Nielsen

dicembre 8, 2011

Qui sotto trovate un articolo di Alessandra Rota per Repubblica di oggi dove si conferma quanto dicevo settimane fa sullo “sboom”. Post che mi è costato irrisioni a distanza e smentite sottintese, se ricordate bene, al grido “il fantastico italiano è in marcia verso la gloria”. I numeri sono numeri e le strade sono due: o si abbassa il target e si scrive per bambini, massimo ragazzi molto giovani, settore dove si è anzi in cerca di autori che seguano disciplinatamente  il filone, o si vira nel fantastico più sfumato-quasi-mainstream. Oppure ancora, si aspetta che gli occhi si abituino all’oscurità e si continua a scrivere quel che si vuole scrivere, sapendo che tutto sarà molto, molto più difficile.

“La letteratura, senza i bestseller, perde fascino ed è una delle cause della crisi del mercato editoriale. Crisi che colpisce soprattutto i piccoli e medi editori, che dopo anni di crescita, sfiorano il meno 5 per cento (meno 4 per cento, se Fazi e Newton Compton vengono considerati grandi). Si vende bene solo se ci sono i best seller e quest´anno non hanno brillato per presenza in classifica, tranne alcune eccezioni come Un regalo da Tiffany della Newton Compton; la narrativa, se nella stagione mancano i titoli superstar, non funziona e perde quasi il 3 per cento. Dominano invece le signore delle cucine televisive, Clerici e Parodi, che hanno ridato fiato ad un genere: la non fiction pratica (manualistica, bricolage). E poi c´è il fenomeno ragazzini: più 6 per cento, un piccolo “miracolo” in mezzo a tanto grigiore.
Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan presentati alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”, ospitata dal palazzo dei Congressi di Roma (fino a domenica), non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).
Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. «Per tradizione noi la consideriamo la fanteria dell´editoria» dice Enrico Iacometti, presidente del Gruppo dei Piccoli Editori dell´Associazione Italiana Editori, «ma certo il calo del romanzo, che per noi piccoli tocca il meno 9,2 per cento. E´ diventato un problema». Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti. Poi c´è la televisione: le “storie” anche a puntate del piccolo schermo hanno sostituito le avventure cartacee. «Senza contare la “distrazione” che offre il web», continua Diego Guida, editore e in passato libraio, «l´attenzione si è spostata dagli intrecci dei personaggi di fantasia, alle “trame” personali che si leggono e raccontano su facebook, twitter, le chat, le community». Insomma un disastro anche perché il 2011 non è stato l´anno dei mega best seller.
Tutti rimpiangono i bei tempi andati, quelli della J. K. Rowling e del suo infinito Harry Potter, o degli intrighi in Vaticano di Dan Brown, la trilogia Millennium di Stieg Larsson. L´unico che ancora “regge” è il terzo Diario di una schiappa edito da il Castoro. Perfino i vampiri affascinanti di Stephenie Meyer, Twilight (Fazi) che hanno avuto un grandissimo appeal e un conseguente effetto traino per i volumi di nicchia, non sono più sotto i riflettori. Come i licantropi, gli zombies e perfino gli angeli. Tiene il fantasy con Paolini. «Il bestseller è uno strano oggetto», sottolinea Marco Polillo, presidente dell´Aie, «una volta la forbice tra un libro, diciamo normale e uno di grande successo, era che il primo vendeva 2 mila copie e il secondo 150 mila. Adesso siamo arrivati al punto che “the best” supera il milione di copie e l´altro stenta a superare il migliaio». Questo vuol dire che senza bestseller si fa molta fatica. E lo sanno anche gli editori di audiolibri come Emons che ammettono di stentare molto a trovare qualcosa di “presentabile” nel panorama odierno e infatti continuano a proporre i classici.
Il nuovo filone da vetrina, l´affare, però si chiama “non fiction pratica”: manuali, guide… solo di cucina e, soprattutto, solo se le testimonial sono volti noti del piccolo schermo. Da Antonella Clerici a Benedetta Parodi, in termini di copie si ragiona su molti, moltissimi zeri; la gastronomia casalinga sarà un must natalizio che, comunque, garantirà posizioni in crescita ai grandi editori (loro hanno già recuperato lo 0,8 per cento del mercato complessivo). L´affezione del pubblico per un personaggio, la visibilità, il battage pubblicitario, sono fattori imprenscindibili per l´ascesa di un libro: «Un noto politico citò in televisione La vera storia del pirata Long John Silver di Björn Larsson e abbiamo avuto 20 ristampe», confermano da Iperborea. E come dimenticare il racconto di Paul Harding, Tinkers (in Italia è diventato L´ultimo inverno, Neri Pozza) che il presidente degli Stati Uniti si portò in vacanza, insieme a Freedom di Jonathan Franzen? Rifiutato da tutti e accettato da un minuscola casa editrice specializzata in testi medici, ha sbancato i botteghini e ha perfino vinto il Pulitzer.
C´è da dire che insieme ai ricettari gli italiani comprano testi per bambini e ragazzi: un comparto questo che non smette di aumentare e anche per la piccola e media editoria, con il suo 5,7 per cento (oltre un milione di euro in più), rappresenta un´oasi felice. Il percorso trionfale della Schiappa de il Castoro ne è la dimostrazione, anche se la fascia d´età che “legge” e soprattutto accetta le proposte di genitori e parenti, non supera i 16 anni. Poi l´interesse sparisce quasi del tutto nel periodo della scuola superiore, salvo riprendersi un po´ dopo l´eventuale laurea. E la legge Levi, quella sulla calmierazione degli sconti, quanto ha inciso sulle percentuali in flessione? «Nel mese di agosto, considerando che le nuove regole sono entrate in vigore a settembre, tutti si sono buttati sui “saldi”. Risultato? Abbiamo perso l´8 per cento», commenta Iacometti.
Tra tanto pessimismo, c´è uno spiraglio, anzi una proposta: realizzare un “cartello” tra piccola editoria e librai: «E´ l´unico modo per difendersi dai colossi che non solo controllano la produzione ma anche i canali di vendita», confermano da Fandango. Si comincia dopo Natale, sperando che l´ago della bilancia si sia rialzato, con la mobilitazione delle rappresentanze regionali dei piccoli editori: «Le vogliamo rilanciare», conclude Enrico Iacometti «e costituire una “rete”, insieme ai librai. Solo con una organizzazione condivisa e capillare eviteremo il baratro».

Il profumo segreto degli ingredienti fra cui c’è la cannella proibita, inseguita e mummificata

dicembre 6, 2011

Sempre su Facebook, sabato, avevo segnalato un articolo di Repubblica sui titoli dei libri. Mi è stato chiesto di copiarlo e adesso ho trovato il tempo di farlo. E’ interessante e indicativo, secondo me. E’ stato scritto, a proposito, da Benedetta Marietti.
Ps. Io, con i titoli, ho sbagliato tutto.

“Tra gli editori va di moda il contagio se è vero che negli ultimi due anni i banconi delle librerie ospitano romanzi con titoli molto simili, che sembrano clonati. Dopo le copertine con i volti di donna, è l´ora delle parole chiave sempre più simili. A metterli uno in fila all´altro, i romanzi, fanno impressione. Il profumo delle foglie di limone (Garzanti), Il profumo delle foglie del tè e dell´amore (Newton Compton), Profumo di spezie proibite (Piemme), Il profumo dello zucchero a velo (Newton), Il profumo dei fiori in Iraq (Newton). E poi: Il linguaggio segreto dei fiori (Garzanti), La scuola degli ingredienti segreti (Garzanti), Gli ingredienti segreti dell´amore (Feltrinelli), La cucina degli ingredienti segreti (Corbaccio). E ancora: il grande successo de Il gusto proibito dello zenzero (Garzanti) che ha creato Il gusto proibito della cannella (Newton) e Il gusto segreto del cioccolato amaro (Sperling).
Va per la maggiore l´aggettivo “proibito”: La biblioteca dei libri proibiti (Garzanti), La città dei libri proibiti (Newton), Il monastero dei libri proibiti (Sperling), Il sussurro della montagna proibita (Piemme). Per non parlare della tendenza al suffisso in -ore dal primo, fortunato, di Carrisi Il suggeritore (Longanesi) a L´inseguitore (Longanesi), Il predicatore (Marsilio), Il mummificatore e Il divoratore (Newton). In editoria è il marketing a farla da padrone. E i libri, soprattutto quelli mainstream, sono ovviamente prodotti di consumo e tendenza.
“È vero che esistono titoli sempreverdi”, spiega Elisabetta Migliavada, direttore della narrativa straniera di Garzanti, cui si deve l´invenzione, fra gli altri, di Il profumo delle foglie di limone, titolo più venduto (e copiato) nel 2011 con 400.000 copie all´attivo, in originale Lo que esconde tu nombre. “Funziona l´abbinamento cucina e amore, come funzionano alcuni aggettivi evocativi che spostano il lettore in un´altra dimensione. È vero anche che copiare serve a poco perché ogni editore deve considerare ciò che in passato ha avuto successo per lui. In Garzanti un titolo in inglese, come Twilight, non venderebbe. Ma bisogna stare attenti a non incorrere nel pericolo opposto: l´autocitazione continua. Adesso abbiamo detto basta ai ‘profumi´ per un po´”. Maria Giulia Castagnone, direttore editoriale di Piemme, racconta come non ci sia niente di male nei titoli somiglianti: “Non c´è da scandalizzarsi che tanti titoli si somiglino. Il prodotto di narrativa commerciale ha bisogno di rendersi riconoscibile al lettore inserendosi in un filone ben preciso. Fino a un po´ di tempo fa si vendevano bene titoli con la parola ‘bambino/a´, adesso preferiamo ‘profumi´ e ‘spezie´. Il nostro Profumo di spezie proibite strizza l´occhio a chi ha amato Il profumo delle foglie di limone. Ma è difficile capire chi ha copiato chi. Nel 2001 abbiamo pubblicato The Map of Love, romanzo finalista al Booker Prize, e l´abbiamo intitolato Il profumo delle notti sul Nilo“.
E il lettore? non si confonde in libreria? E cosa nasconde questa corsa all´omologazione? Romano Montroni, fondatore delle librerie Feltrinelli ora consulente delle Coop, è categorico: “Nessuna confusione nel lettore. Quello che conta è solo l´emozione che i titoli suscitano”. Sandro Ferri di e/o, editore di qualità ma attento al mercato, è una voce fuori dal coro: “Al di là della crisi delle vendite esiste una crisi più generale dell´editoria. Il lettore è disorientato non dal numero eccessivo di novità ma dalla mancanza di guida nelle scelte. Oggi l´offerta editoriale è appiattita e livellata. I titoli uguali sono solo la punta dell´iceberg di un fenomeno più vasto. Da parte di tutti, editori, critici, librai, ci vorrebbe uno sforzo di selezione, originalità e approfondimento anche andando contro quello che il mercato richiede ossessivamente. E parlo della letteratura commerciale, non solo di quella più raffinata. Soltanto rischiando si conquistano lettori”.

Problemi di segale

gennaio 19, 2010

Come sempre, mi rendo conto che quello che scrivo può essere equivocato: evidentemente sono io che mi spiego male. Riproviamo.
Con l’elenco di ieri intendevo sottolineare un problema. E il problema è che un certo tipo di romanzo fantastico, se vogliamo più complesso, se vogliamo più adulto, se vogliamo deviante rispetto a un canone dato,  tende ed essere espulso dalla distribuzione in libreria.
Ho fatto degli esempi che mi sembravano significativi: Matheson, Ray, Vonnegut, Radcliffe, o un libro come La casa di foglie che è stato, mi pare, apprezzato da non pochi appassionati.
Probabilmente questi libri hanno venduto poco, o molto poco: al punto da non rendere giustificabile la loro permanenza sugli scaffali. Quanto agli appassionati, che si arrangino: non è una novità.
E’ persino probabile che in questo non ci sia semplicemente una miopia di distributori o editori, ma una vera e propria carenza da parte degli autori: è possibile che gli autori, sia pure straordinari e celebrati, non siano stati in grado di parlare con una voce tale da raggiungere un pubblico più vasto.
E’ anche possibile – diciamole tutte, via – che un’assenza di interesse da parte della critica non abbia consentito a quei testi di mantenere una credibilità tale da farli lasciare in catalogo: come invece accade con molti romanzi mainstream, di vendite molto basse ma di autorevolezza riconosciuta.
E’ infine possibile – e questo era il senso del post – che sia vera l’equivalenza fantastico=letture per adolescenti, o young adults. Questo, a dispetto del fatto che la saga di Harry Potter, esplicitamente rivolta a un pubblico molto giovane, sia stata e sia letta anche da un pubblico adulto.
Però Harry Potter ha posto un problema: che, secondo me, è un problema di linguaggio. La saga è splendida, attenzione, costruita con maestria e scritta bene: e poi, ha il grande merito di aver riaperto le porte del fantastico a livello planetario, anche in paesi – come il nostro – dove il fantastico medesimo viene guardato storto.
Il linguaggio, però, è molto semplice. E va benissimo:  non sto facendo l’elogio del libro criptico concepito per tre eletti e mezzo. Ma questo pone, appunto,  un problemino: ovvero, che l’idea generale, fra editori e lettori, sia oggi quella di rendere ogni storia “piana”, senza devianze nel bene o nel male.
Lo dico? Lo dico. King devia, eccome, linguisticamente parlando: scarta e saltella e contravviene alle regole del “piano” da quando ha iniziato fino  a oggi. Ma è un’eccezione, e comincio persino a pensare che sia un’eccezione mal tollerata.
La sensazione che ho è che questa equivalenza tra fantastico eadolescenti porti anche alla necessità di non dirazzare, di rimanere dentro la gabbia della semplicità a tutti i costi. E dal momento che per scrivere semplice bisogna essere tre volte più bravi, il rischio lo vedete da soli.
Il rischio, anche, è il  fraintendimento su cosa significhi letteratura per adolescenti. Perchè  il libro che spalancò le porte al mercato degli young adult non era propriamente un romanzo semplice.
Che lo amiate o no, era Il giovane Holden di Salinger. Ed è tutto tranne che un libro “a norma”.

Motivi per sentirsi depresse

gennaio 18, 2010

Alcuni dei libri  che in varia misura appartengono al filone fantastico e che non sono più reperibili nelle librerie italiane o su IBS.

Mark Danielewski, Casa di foglie, Mondadori, 2005

Ann Radcliffe, I misteri di Udolpho, Mondadori, 1994

Ann Radcliffe, L’italiano, Frassinelli, 1995

Richard Matheson, Al di là dei sogni, Mondadori, 1998

China Mieville, Perdido Street Station, Fanucci, 2003

Jean Ray, Malpertuis, Mondadori 1990

Dan Simmons, Il risveglio di Endymion, Mondadori, 2001

Kurt Vonnegut, Hocus pocus, Bompiani, 2001

Terry Pratchett, Neil Gaiman, Buona apocalisse a tutti, Mondadori, 2007

Terry Pratchett, Stregoneria, Tea, 2006

Douglas Adams,  Il salmone del dubbio, Mondadori 2002

Tiziano Sclavi, Il tornado di Valle Scuropasso, Mondadori, 2006

Piedi per terra

gennaio 9, 2009

Giù e su, ormai lo sapete no? Il mio umore va sull’ottovolante, e in questo momento sono in disceeeeeeeeeeeeesa.
Però stamattina su Facebook ho letto una cosa. Non è che questa cosa mi abbia tirato su, anzi, volendo, mi ha depresso ancora. Ma è molto realista, e dunque molto utile.
Perchè in genere si pensa sempre per estremi, quando si parla di scrittori: o quello che ha stravenduto, o quello che non vende.
Ma c’è lo scrittore che vendicchia. E grazie ad un link sono capitata su un articolo di Giulio Mozzi, che in tutta onestà non ho mai letto, ma che conosco di nome, e che considero uno scrittore “di successo”, uno che pubblica con Einaudi, per intenderci.
Beh, ecco cosa scrive:

io ho bisogno di un certo reddito per campare; ed è difficile lavorare otto o nove ore al giorno e poi mettersi buoni buoni a scrivere. Si può fare, l’ho fatto; ma è la condizione ideale? È sensato cercar di ricavare qualcosa dallo scrivere e dagli annessi e connessi? Non per arricchirsi, cosa peraltro quasi impossibile, bensì per liberare dal lavoro una certa quantità del proprio tempo. Io dunque affronto una contraddizione. Questo è il giardino, pubblicato nel 1993 da Theoria, è un libro che non è andato male, come si dice, per essere un libro a) d’esordio, b) pubblicato da un piccolo editore, c) di racconti. Le copie vendute a fine 1995 sono più di 2.000, forse 2.500. Io ci ho guadagnato, direttamente o indirettamente: 500.000 lire lorde per un racconto pubblicato in anteprima dal quadrimestrale Panta; 1,5 milioni lordi di diritti anticipati; 996.400 lire di diritti a rendiconto; 2,2 milioni lordi per una collaborazione con il Mattino di Padova che è durata alcuni mesi; 1,1 milioni come compensi per conferenze (lordi, e comprensivi dei vari rimborsi per viaggi e alloggi): in tutto 6.296.400 lire nell’arco di tre anni: quindi una media di 2.098.800 lire lorde all’anno. Avrei anche vinti i 2,5 milioni del premio Mondello 1993 per l’opera prima; ma quei soldi non li ho mai visti e ci ho messa una pietra sopra. Nel 1995 doveva uscire presso Theoria La felicità terrena, ma poche settimane prima della data stabilita per la pubblicazione, causa un improvviso bisogno di liquidità dell’editore, i diritti sul mio libro furono venduti all’Einaudi per 15 milioni. Einaudi pubblicò il libro nel 1996 e per quanto riguardava i diritti mi dissero: quei 15 milioni che abbiamo spesi per comperarti, li scaliamo dai tuoi diritti. Va detto che 15 milioni erano più o meno tutto quello che un libretto come il mio, se pubblicato da Einaudi, poteva farmi guadagnare. Alla fine accettai di ricevere una sorta di forfait di 5 milioni lordi che Einaudi contabilizzò come «rimborso delle spese sostenute per scrivere La felicità terrena». Con questo libro sono finito tra i finalisti del premio «Pietro Chiara» di Varese, il che mi ha fruttato un assegno di 5 milioni esentasse. Altri 5 milioni esentasse sono piovuti dal premio Giuseppe Cocito che mi è stato assegnato a Montà d’Alba (Cuneo) con una cerimonia piacevolissima comprensiva di swing orchestra. Alcuni giornali e riviste mi hanno chiesto un racconto da pubblicare durante l’estate (soprattutto dopo che sono finito in finale al premio Strega – arrivando poi ultimo tra i finalisti), e alcuni tra questi giornali pagano: fino a mezzo milione per un racconto di tre cartelle. In questo modo dovrei guadagnare forse, al massimo, un altro paio di milioni. Questa è la misura economica del mio successo.

Parliamo di un articolo ripubblicato ora ma che risale agli anni Novanta, dove i soldi circolavano di più.
A me fa l’effetto del lavarmi la faccia con l’acqua fredda, ed è giusto.