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Una bambina di neve e una bambina nera

gennaio 18, 2012

Su Carmilla, questa mattina, c’è una mia recensione de La bambina di neve di Eowyn Ivey. Più che una recensione canonica, anzi, è una riflessione su come il fiabesco entra nel romanzo fantastico contemporaneo: argomento su cui occorrerebbe scrivere un saggio, lo so.  Mi sono limitata a qualche pennellata, ma vorrei riprendere l’argomento, che non è affatto secondario.
Su questo blog, invece, ho creato nella colonnina di destra una sezione Tanit. Se controllate, oltre alla segnalazione del tumblr dove continuo a postare indizi, ci sono due novità. La trama e…Scopritelo da soli.

In numero di tre

novembre 30, 2011

Oggi segnalo due post e un articolo, che per strade diverse toccano, secondo me, lo stesso punto.
Il primo post è di Mirya, e riguarda i generi, specie il fantastico, e la classificazione dei medesimi come diversi dalla literary fiction.

“È che il canone è qualcosa di dinamico e non di stantio; perfino il canone religioso, il riconoscimento dei quattro Vangeli sinottici al posto di quelli apocrifi, perfino la stesura completa della Bibbia come la ritroviamo oggi è passata sotto un lungo setaccio fatto da menti umane e non certo divine e nulla ci assicura che un domani non muterà ancora: d’altronde uno dei fattori vincenti del cattolicesimo è la capacità di adattamento garantita da una presenza forte come quella del Papa che può ancora decidere di cambiare le cose.”

Il secondo è di Stefania Auci. E’ su Diario di pensieri persi e stronca la nuova versione di Carmilla a cura dell’astuto discendente di Le Fanu.

“Brutto. Non ci sono se e ma. E’ un’operazione commerciale, condotta in maniera spregiudicata e a dir poco discutibile, che non merita alcun tipo di assoluzione, specie se si va a massacrare un capolavoro della letteratura gotica che ha influenzato schiere di VERI scrittori e che rappresenta altresì una critica della condizione di infelicità delle donne in un secolo assai crudele per la loro libertà.

L’ultima segnalazione è un’intervista all’amministratore delegato Mondadori,  Maurizio Costa. Dove, incredibile ma vero, si parla di crisi editoriale, in mezzo a tanti “va tutto benissimo, il resto sono bla bla degli sfigati”:

“Serve un salto culturale autentico da parte di chiunque lavori nell’editoria. La sfida è rifuggire da atteggiamenti autoreferenziali e capire che tutto ciò sta già avvenendo, che non cambiano solo i processi distributivi e i modelli di business: variano la natura e la produzione dei contenuti e il rapporto con il lettore-cliente. Guardi i grandi player del digitale. Non a caso con Google, Amazon, Apple ci scontriamo su questo, sul fatto che da noi vogliono i contenuti però, da monopolisti, i dati di chi ci compra nei loro “negozi” se li tengono stretti. Non ci pensano proprio, a condividerli”.

Ora, dove porta il salto culturale, però? Quale sarà il rapporto con il lettore-cliente? Che tipo di “prodotti-libro” gli verranno sottoposti? Quelli che si presume il lettore voglia, tutti uguali con piccole varianti, o possibilità di altre esplorazioni? La vampira sporcacciona e la saga liceale oppure si andrà nella direzione che,  dopo e insieme a Murakami, altri stanno percorrendo?
Non ho risposte.