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Come scrivere un paranormal romance su Facebook

dicembre 5, 2011

Durante il week end, sul mio profilo Facebook si è giocato: ma il gioco aveva un sottotesto serio. E’ andata così: sabato sera mi sono imbattuta in una fotografia. Questa:

Lo scopo di chi l’ha postata era quello di dar vita a un Secret Santa, ma l’immagine mi ha suggerito un’altra cosa. Ovvero, che nel fantastico mondo del paranormal romance d’importazione, dopo vampiri, angeli, demoni, zombies, licantropi, divinità greche e non, mancava Babbo Natale (a meno di non rifarsi direttamente a Odino: ma, al momento, non mi risulta che il medesimo sia stato trasformato in divinità sexy).
Dunque, abbiamo giocato. In due giorni, con il coinvolgimento di una decina di persone (molte delle quali autori e autrici), abbiamo scritto status che sono diventati la parodia di un paranormal con Babbo Natale, o meglio Claus, più folta schiera di: liceali sfigate, reincarnazioni di guerriere mutaforma, streghe bisex, villain perversi. I due capitoli sono su Facebook, e magari, prima o poi, potrebbero finire on line da qualche altra parte.
Qual è il punto? Che, leggendoli, non differiscono quasi in nulla da un vero paranormal.  Lo scopo (mio, almeno), oltre al piacere del divertimento e della scrittura collettivi, era anche quello di sottolineare cosa significhi “scrivere a comando”. E non certo per gioco, stavolta.

Dalla parte dell’uovo

settembre 21, 2011

A sorpresa – o forse no – Stefano Rodotà cita in un suo intervento  Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi. Così:
“Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos´altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva che non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava che non la abbandonasse”.

Il discorso verte sul rapporto fra uomo e tecniche, ed è tutt’altro che un discorso nostalgico. Semmai, Rodotà mette in guardia dai rischi. Uno, in particolare:

“Anche se può dirsi che il corpo si avvia ad essere una macchina “nano-bio-info-neuro”, per il concentrarsi su di esso degli strumenti offerti da queste diverse tecnologie, bisogna distinguere tra quello che può contribuire ad un suo potenziamento e quel che rende possibili controlli sempre più intensi; tra le decisioni che si esauriscono nella sfera dell´interessato e quelle che incidono sulla vita degli altri; tra le offerte che ampliano il potere di fare scelte libere e informate e quelle che incidono sulla persona trasformandola in un gadget”.

La vicenda Facebook di cui ho parlato qualche giorno fa rientra, secondo me, in questo discorso: naturale, è sempre possibile prendere la porta e andarsene. Un social network non è la vita. Però, considerando l’importanza che questo modo di essere in rete sta assumendo (e il rilancio di Google+ mi fa pensare che ne assumerà sempre di più) mi chiedo se sia sufficiente. E mi chiedo anche se non valga la pena difendere quelli che per me sono e restano diritti su cui si è fondata la gran parte della comunicazione via web fino a questo momento.
Perchè, tanto per citare, come ho fatto nei commenti, le parole di un altro scrittore giapponese, Murakami Haruki, pronunciate durante il discorso di accettazione del Jerusalem Prize, “tra un alto, solido muro e un uovo che si rompe contro i suoi mattoni, voglio essere sempre dalla parte dell’uovo”.

Il diritto di scegliersi un nome

settembre 19, 2011

Su Facebook, ho amici che hanno molti nomi, pochi dei quali corrispondono a quelli segnati sui documenti.
Sulla carta, ho avuto amici che si sono chiamati con nomi diversi da quelli che sono stati dati loro alla nascita: Umberto Poli (Umberto Saba), Ettore Schmitz (Italo Svevo), Curzio Suckert (Malaparte), Vittoria Guerrini (Cristina Campo). Per non parlare di Pessoa, e di King e di centinaia di altri scrittori.
Ma solo gli scrittori hanno diritto a uno pseudonimo?
Sembra di sì: due giorni fa, il profilo Facebook di un mio amico è stato disabilitato. Motivo, l’aver utilizzato il nome di un personaggio di un manga.  Regole di Facebook, si dice. Che vengono applicate in modo, pare, più massiccio del solito (dopo le esternazioni di qualche settimana fa) proprio nei giorni in cui Google chiede il numero di telefono a chi vuole utilizzare gmail (qui un post interessante).
Non mi piace. Penso che uno dei punti giudicati indispensabili per l’innovazione digitale vada ricordato e sottolineato con forza:

“Impropriamente fatto passare come “anonimato on line”, il diritto a non essere identificati dagli altri utenti (ma soltanto dalla polizia postale su mandato dell’autorità giudiziaria) è lo strumento principale attraverso il quale la Rete consente di far emergere una quantità enorme di notizie che possono costituire un patrimonio collettivo. Ad esempio, quelle di un lavoratore che denuncia on line il mancato rispetto delle norme di sicurezza nella sua azienda ma non vuole subire ritorsioni dalla stessa. Non si tratta di difendere l’anonimato on line, perché viene appunto garantito l’ovvio diritto della polizia postale, su richiesta di un magistrato, di identificare e perseguire chi eventualmente commette reati sul Web (dalla diffamazione alle truffe, fino alla pedofilia).”

Io penso che chiunque abbia il diritto di usare Facebook, o altri social network, con il nome che preferisce. Questa è stata ed è una delle caratteristiche più importanti di Internet, negli ultimi tempi: seguo decine di blog i cui autori si firmano con un nickname, e non mi interessa affatto sapere come si chiamano davvero. Mi interessa quello che scrivono.
Io penso, ancora, che chi utilizza la rete, e chi crede nella rete, debba agire per difendere un diritto niente affatto secondario.  Sul come, mi sto interrogando, in questo momento, insieme a voi.

 

Riempire gli spazi vuoti (come diceva Beckett)

agosto 30, 2011

Corsi, ricorsi, discussioni cicliche. Aprendo Facebook,  mi imbatto in uno status interessante di una bravissima scrittrice: non cito il nome perchè una bacheca  è comunque un luogo semi-privato. Ad ogni modo, si parla di letteratura e impegno civile, argomento ultradibattuto e di recente, dopo il caso TQ, di nuovo alla ribalta.
Serve che lo sia? Ho già scritto più volte che, per me, scrivere è comunque un gesto politico, nel senso più vasto del termine. Il che non significa, naturalmente, assolvere i testi vacillanti: scrivere un buon testo è sempre il requisito numero uno. In altre parole, se dichiararsi impegnati non salva un romanzo non valido, dichiararsi estranei da quanto accade attorno a noi è però una piccola bugia. E’, comunque, impossibile.
Come si sviluppa la discussione? Sostanzialmente, seguendo due ramificazioni. Da una parte, il gruppo del vituperio complottista, che sostiene che dichiararsi impegnati sia un modo per compiacere la cricca editoriale. Dall’altra, la schiera – più vasta – di chi sostiene che la letteratura sia astrazione dalla vita, e che l’artista sia libero di fare qualunque cosa desideri, perchè la letteratura è “altra cosa” (cosa, esattamente, non si sa).
Cosa mi colpisce nel dibattito? L’uso reiterato del termine artista (o, peggio: “sacerdote dell’arte”, e scritto senza il minimo umorismo), come se il solo gesto di posare le dita su una tastiera elevasse nel cielo delle muse il proprietario delle dita medesime. Segue professione di disprezzo per il volgo ignorante e per le ragazzine che non leggono Cioran ma chick lit (sempre colpa delle ragazze: interessante, no?).
Ora, se questa è la concezione della scrittura che va per la maggiore, si capisce perchè, in Italia, le narrazioni siano asfittiche, lo snobismo altissimo e l’influenza dei testi sul mondo reale minima.
E, no, altrove non è così.
Torno a leggere Ellison.

Tre passi nel delirio (virtuale e non)

luglio 25, 2011

Venerdì scorso, postando l’ultima delle riflessioni su Camus, contagio, rabbia, non avrei mai immaginato che sarebbero divenute l’ouverture teorica e letteraria alla cronaca. Alla tragedia della e nella cronaca. Ne ho discusso a lungo, su Facebook: una discussione complessa, animata e persino dolorosa, dal momento che mi è costata in termini di amicizie. Non poche. Però, penso sia stata e sia una discussione importante. Provo a riassumerla per punti, con la promessa di ampliarla nei prossimi giorni.
Tutto, come è intuibile, nasce dall’orrore di Oslo e di Utoya: e si dipana in questo modo.
La Waterloo del giornalismo.
Venerdì, tardo pomeriggio. Rientro a casa, accendo il computer e accendo, contemporaneamente, la televisione. Apertura del Tg3. La direttrice, Bianca Berlinguer, esordisce dicendo “Sono tornati. Il terrorismo internazionale è tornato”. Consulto il sito di Repubblica. La pista della jihad è quella data quasi per scontata. Ora, io non sono certo un’esperta in terrorismo: ma l’idea di un jihadista che compie una strage atroce, in un isolotto norvegese, mi ha richiamato alla mente più Columbine che Aldgate. Così, in rapida successione, mi sono collegata con il sito della Bbc e con quello del Guardian: su quest’ultimo venivano pubblicati aggiornamenti continui dalle agenzie di stampa norvegesi. Già all’ora del Tg3, la pista del terrorismo islamico veniva esclusa. Ho tenuto la televisione accesa fino alla fine di Linea Notte, sempre Tg3. A quell’ora, si sapeva già (nei siti d’informazione inglesi) che l’attentatore era norvegese e legato a gruppi di estrema destra (che dal 2009 crescono nei paesi scandinavi).  Alla fine di Linea Notte, quando era ormai già sabato e il mondo anglofono sapeva da parecchio, è stato detto che, appunto “forse” l’Islam non c’entrava nulla.
Tardi, per alcuni giornali. La mattina dopo, “Il Giornale” usciva con una doppia prima pagina, incluso articolo furibondo contro il pericolo islamico.
Come reagisce Facebook? In parte, allo stesso modo de “Il Giornale”. Rabbia, furia, uccideteli, Pisapia gli costruisce le moschee a questi maiali.  Una scrittrice fantasy, dal suo blog, usa le stesse parole del killer norvegese. Le stesse. La nostra civiltà è in pericolo. Per colpa dell’Islam la civiltà cristiana verrà annientata. E anche se non è stato l’Islam a uccidere cento persone in Norvegia, fa niente: è colpa loro ugualmente. Di qui, il punto due.
La responsabilità degli scrittori
E’ la seconda riflessione, più controversa, che ho lanciato su Facebook. Cosa mai avranno a che fare, gli scrittori, con quanto è avvenuto? Molto poco, direi, a dispetto della frenesia con cui i giornali hanno frugato nella libreria dell’attentatore per comprenderne le letture (di cui al punto tre). Ma proprio il blog di quella scrittrice, che mi agghiaccia non da oggi, mi ha fatto pensare. E anche discutere animatamente. A me, come ho detto altre volte, l’idea che la stessa scrittrice che incita alla guerra santa vada a parlare nelle scuole medie a bambini di undici anni fa venire i brividi. Per altri, impedirlo sarebbe censura, o limitazione della libertà di opinione. Mi chiedo dunque: qual è il discrimine? Non sto parlando dei suoi libri: tutti i libri devono circolare liberamente. Sto parlando della possibilità che una persona che usa la stessa violenza verbale, in peggio, dell’ultima Oriana Fallaci, abbia come interlocutori dei bambini. Mi rendo conto di essere in minoranza, e mi tengo il dubbio. E tu, che sei estremista nel tuo blog?, mi è stato detto in pubblico e privato. Posso solo dire che su questo blog ho semmai parlato di fatti che riguardano la storia del nostro paese: nel caso della Scuola Diaz, a cui si riferisce l’ultimo post, citando testimonianze fatte nel corso di interrogatori. E dopo una sentenza di secondo grado che conferma quel che è avvenuto dieci anni fa a Genova.
Se io, da questo blog, incitassi alla violenza, dovreste segnalarmi. Se io, dalla mia pagina Facebook, incitassi a gettare bombe su chi, sabato, manifestava pacificamente a Genova, dovreste denunciarmi. E’ censura? E’ limite alla libertà d’opinione? Io penso di no. Penso che ci sia una gigantesca confusione, un enorme irrisolto, su cosa significhi democrazia. E, a proposito di confusione, il punto tre.
Fascisti su Mordor
Tolkien. Non ho ben capito da dove sia venuta fuori la notizia, dal momento che molti articoli sostenevano che Breivik, il killer norvegese, leggesse Kafka. Ma qualcuno, su Facebook, ha pensato bene di tirare fuori Tolkien, magari per regolare vecchi conti. Tolkien genera mostri? Naturalmente no. Ma il Tolkien malinteso esiste, anche fra i suoi lettori (per inciso, date un’occhiata a quanto scrive Wu Ming 4, e leggete i suoi saggi e romanzi su Tolkien, per cercare di capire meglio). Ed esiste, ancora oggi, nel vasto mondo della lettura (e, ahinoi, dell’insegnamento) chi identifica il fantastico con la destra. Alt. Non parlo della destra partitica. Parlo del pensiero e della cultura di destra. Fantasy=conservatori nostalgici che sognano di abbattere il Male con gli spadoni.  Chi legge questo blog sa che non è così. Ma siamo proprio sicuri, noi che scriviamo e leggiamo fantastico, di poter e dover fare a meno di chi è ancora prigioniero dentro questo stereotipo?
Questa è la domanda.
Su tutto il resto, non ho le risposte, o almeno non risolutive. Se non vi dispiace, concludo ancora con Camus. E con una delle sue frasi che amo di più: “le grandi idee arrivano nel mondo con la dolcezza delle colombe”. La forza della Norvegia, in questi giorni, è stata in questo pensiero: a dispetto di chi, sui social network e in rete, continua ad accendere roghi virtuali per bruciare interi popoli.

 

Facebook e la formattazione del passato

maggio 5, 2011

Due parole su quanto avviene su Facebook. Sì, è pieno di falsi video portatori di virus, ma non è questo il punto. A darmi da pensare è il modo in cui il social network tenta di inchiodare tutti sul presente, cancellando la memoria non solo dei propri post (la funzione di ricerca è inesistente e di quanto si è scritto si perde traccia, se non per alcuni post che appaiono in modo randomico ogni tanto) ma dei gruppi.
Sono molto legata a un gruppo di discussione che ha caratterizzato il mio arrivo su Facebook, nel lontano 2008. Si chiama “Lottiamo contro la scomparsa del congiuntivo”. Mi sono divertita, specie all’inizio, a conversare anche accanitamente sull’uso della lingua italiana e ho conosciuto diverse belle persone. Ora, quel gruppo sta per chiudere. Vi riporto qui, anche per testimonianza di come quella di Facebook sia una convivialità apparente, le parole del fondatore, Giovanni Maria Drogo:

“Cari membri, oggi ho ricevuto una notifica, che mi dice che questo gruppo sara’ ben presto “archiviato” nel nuovo formato. Cosa vuol dire? Vuol dire che sara’ trasformato nel “nuovo” modello, e che PERDEREMO tutti i membri, che saranno obbligati a reiscriversi. La procedura e’ spiegata qui: https://www.facebook.com/help/?page=18966

Da notare che NON mi viene data la possibilita’ di “update” questo gruppo dal vecchio al nuovo formato, cosa che invece e’ stata data ad altri gruppi. Questa possibilita’ garantirebbe il mantenimento dei membri attuali…

Cosa restera’ del gruppo una volta “archiviato”? Poco. Resteranno le foto e le discussioni, che verranno trasformate da FB in ‘wall post’. Ora, come sanno tutti i frequentatori di questo gruppo, le discussioni sono talmente lunghe, belle e complesse qui che trasformarle in wall post e’ una cavolata immensa.

Di fatto, questo gruppo verra’ chiuso d’imperio da Facebook. Perche’ sara’ impossibile per me andare a rintracciare i 95mila membri e chieder loro di reiscriversi.

Non so se avete notato, ma gia’ da un po’ questo gruppo NON era rintracciabile nel motore di ricerca di Facebook, a meno che non si fosse gia’ membri.

Perche’ Facebook fa questo? Perche’ questo gruppo, pur grande, non genera opportunita’ commerciali per FB. Creato nel Novembre 2007, fu il primo gruppo sulla lingua italiana, ed e’ stato imitato poi da molti altri gruppi e dalle “pagine” facebookiane. Il problema? Il nuovo sistema di gruppi – e soprattutto di Pagine di Facebook – e’ molto piu’ utile ai fini commerciali del sito, fini che non erano ancora stati sviluppati in modo chiaro nel 1997.

In soldoni, con questo gruppo congiuntivo Facebook non fa soldi. E ci cancella.

E’ da un po’ che io personalmente ho cancellato la mia pagina personale,vista la scarsissima fiducia che ricopro nei confronti di FB. E a questo punto sono tentato di chiudere il gruppo e cancellare tutto, prima che FB me lo impedisca.

Commenti e consigli sono ben accetti”.

Anche qui, se volete.

Lettera a Gelmini

marzo 10, 2009

Cara Maria Stella Gelmini,
abbi pazienza se ti dò del tu, se non ti chiamo con l’appellativo istituzionale, se non ho ancora capito se il tuo nome esatto è Mariastella o Maria Stella. Comunque ad una quasi coetanea perdonerai queste sciocchezze.

Ti scrivo perchè ho un’idea che mi frulla per il capo: tranquilla, non riguarda  nè i tagli nè il cinque in condotta. Riguarda una cosa facile facile, che non costa niente e che secondo me sarebbe utile: anche se non farebbe guadagnare nessuno. Anzi, magari toglierebbe soldi ad alcune pur piccole aziende, e la cosa non piacerà sicuramente al signor Brunetta.
Però piacerebbe a me.

Devi sapere, cara Maria Stella, che gironzolando su Internet (almeno finchè la tua collega Gabriella Carlucci ce lo renderà possibile, e non interdirà la rete a tutti tranne che al Moige) e soprattutto su Facebook,  sto scoprendo un po’ di cose che non sapevo.
Per esempio, che oltre a tante, tantissime case editrici a pagamento che fiutano al volo tutti gli utenti/scriventi, esistono anche tante agenzie di servizi editoriali. Che, per esempio, si offrono di farti l’editing PRIMA che tu, sventurato, spedisca il tuo manoscritto all’editore. A pagamento, come in effetti è giusto. E poi ho scoperto ciò che già intuivo: ovvero, che esistono scuole di scrittura, corsi di scrittura, manuali di scrittura, decaloghi su come si spedisce, ci si presenta, ci autosinossa (neologismo mio, bruttissimo: ma l’arte dello scriversi da soli la sinossi del libro mancava al mio bagaglio di nozioni).

Perchè la cosa dovrebbe interessarti?
Adesso ci arrivo, ma prima permettimi di dirti una piccola cosa di me.
Vedi, cara Maria Stella, io sono in un curioso stato d’animo: in questi giorni mi sto rendendo conto che la storia che ho scritto sta per trasformarsi in un oggetto concreto. Una cosa che si tocca con le mani, che sta in uno scaffale, che può essere messa in una busta di carta insieme a uno scontrino.  Sarai contenta, no?, penserai tu.
Ecco, non lo so. Perchè la cosa strana è che rendere cosa le parole che erano dentro di me, e sapere che saranno indistinguibili da altre decine di migliaia che girano per le librerie, e che basterà, che so, uno sguardo alla copertina o alla quarta per classificare tutto questo in un certo modo…beh, è come chiudere una storia d’amore. Che naturalmente ricomincerà, però l’effetto è strano.
Ma io sono un poco psicotica, e confessandoti questo rischio di perdere il centro di questa lettera.

Dicevo che, insomma, mentre lascio andare la storia insieme alle altre storie, mi sono resa conto di quanto ho imparato, negli ultimi mesi. Dal mio editor, esatto.
E mi sono anche resa conto che alcune di quelle cose che ho appreso da lui e con lui, forse avrei dovuto già saperle. Imparandole a  scuola.
Non parlo di grammatica, no: anche se, cara Maria Stella, se tu ti facessi un giretto sui siti di scrittura amatoriale troveresti un bel po’ di stà, di bhe, di Jhonny, di parole prive di acca o viceversa con troppe acca, eccetera. E questo è un problemino, non trovi?
Comunque, parlo proprio di alcune norme di editing: non usare le D eufoniche, limitare l’uso dei possessivi (perchè dire le sue mani quando è molto meglio dire le mani?), spiegare che un “lui” come soggetto di una frase è più legittimo di un “egli”, che è meglio ripetere un nome proprio piuttosto che trovare soluzioni del genere “il bruno”, “la mora”, “la ragazza” che indichino il soggetto medesimo, che la via dell’inferno è lastricata di avverbi.
Queste cose qui.
Ora, non dico che insegnare editing nelle superiori farebbe dell’Italia un paese di scrittori. Ma forse insegnerebbe almeno ad alcuni il senso “artigianale” della scrittura, e farebbe capire loro quanto sia importante lavorare sulle parole, e quanto queste parole, se inserite in una storia, possano renderci  non “famosi”,  ma un po’ più felici.
E anche meno vulnerabili rispetto a coloro che sui sogni delle persone guadagnano soldi: non sarebbe bello se fosse la scuola a insegnarci a scrivere, e non i corsi-manuali-servizieditoriali?
So già che risponderai che no, la scuola ha altre priorità. Pazienza:  scrivere questa lettera mi è servito comunque.
Salutami dunque tanto la collega Carlucci e conservati sempre attenta e interessata come ti conosciamo.

Tua
Lara

E perchè mai?

febbraio 20, 2009

Scrivo perchè è necessario.
Scrivo perchè è la mia vita.
Scrivo perchè è la mia missione.
Scrivo perchè l’arte mi chiama.
Scrivo perchè respiro.

Ogni tanto mi faccio un giretto fra i gruppi di scrittura e lettura del Faccialibro. E c’è sempre un topic su “perchè si scrive”. E ogni volta sono l’unica che prova a dire: “scrivo perchè è bello condividere una storia”.
Mi sa che sono strana forte.

Qualcosa su Lara

gennaio 28, 2009

Pensavate che il Faccialibro fosse immune alle catene? Ebbene no. Ora, io in genere mi sottraggo. Però i venticinque indizi su di me li ho trovati divertenti, e mi sono cimentata. Così, li posto anche qui, casomai qualcuno fosse curioso di saperne di più.

1) Quando ero ragazzina, dicevo grazie alle fontanelle dopo aver bevuto.

2) Chiedevo anche scusa alle macchinette emettitrici di biglietti se non avevo spicci.

3 ) A tredici anni ho combattuto una battaglia ad astucciate con la mia compagna di banco. Che oggi è divenuta Chris, in un certo romanzo.

4) Mi piace ascoltare le storie d’amore degli altri, ma mi innamoro molto raramente.

5) Il Conte Vronsky mi ha sempre fatto incazzare.

6) Tre anni fa ho cominciato a pensare possibile quel che non avrei mai creduto possibile. E ancora adesso penso che sia impossibile.

7) Ho collezionato gatti di ceramica, poi ho smesso. Adesso colleziono foglietti volanti.

8 ) Due giorni fa un dado con le mie iniziali si è fatto trovare sopra una copia dell’Inferno di Dante. Mi rendo conto che è dura da credere, però è vero.

9) Adoro i jeans. Sogno però di mettermi, una sola volta nella vita, un abito da sera. Lungo.Viola.

10) Se potessi, farei un viaggio nel Maine per piantare una tenda davanti a Villa King.

11) Non ho mai imparato a nuotare, ma starei sempre a mollo.

12) Quando vado dal parrucchiere e mi mettono i copriorecchie, sono convinta che dentro ci siano le Valchirie che cantano.

13) Vorrei imparare a giocare a Go. Per ora mi accontento degli scacchi.

14) In un certo periodo della mia vita, ho portato un campanellino appeso al collo.

15) Ho ricevuto il mio primo bacio a tradimento.

16) Vivrei di sushi. E sogno di andare in Giappone, prima o poi (prima il Maine, però)

17) Soffro di vertigini, ma salgo lo stesso su torri e campanili.

18 )  Quando avevo sedici anni, ero innamorata di Amleto.

19) Quando ne avevo quattordici, pensavo che sarei diventata un’investigatrice.

20) Mi sveglio sempre di buonumore. E ci resto almeno per dieci minuti.

21) Sono sempre stata bionda dai quindici anni a oggi.

22) Quando mi arrabbio divento un pezzo di ghiaccio.

23) Vorrei vivere in una casa piccola, non in città, e passare il tempo scrivendo.

24) Rifarei tutto quel che ho fatto nella mia vita.

25) Compresa questa nota.

HOWL!(nel senso di Ginsberg: il castello errante non c’entra)

gennaio 23, 2009

Sfogo. Sfoghino. Sfoghetto.
Non voglio tornare continuamente su Twilight, perchè oltretutto faccio pubblicità indesiderata (da me). Però sono stufa di leggere, nei gruppi di discussione sul Faccialibro a carattere letterario, che la Meyer ha fatto centro e che, accidenti, ma che storia bellissima e che, oh, che personaggio pieno di sfumature (Cullen).
Nota: la stragrandissima maggioranza di chi osanna è una femmina. Non adolescente. Adulta.
Seconda nota: la ultraprevalente motivazione di gradimento è aver reso buono il mostro.
Terza nota: commento tipico “‘ un misto di romanticismo e tristezza allo stesso tempo”.
Morale: che ti frega?, direte voi. Invece me ne frega moltissimo. Perchè amo l’horror da quando ero alta come un barattolo, amo i bei libri e non sopporto che l’idea buona della paura anneghi in un vaso di miele come una mandorla sgusciata.