Posts Tagged ‘Francesco Dimitri’

Ceci n’est pas une pipe

giugno 9, 2010

Dunque dunque. Ho letto questa mattina su Repubblica un’inchiesta sui giovanissimi lettori: il punto di partenza sono i dati Istat, i quali dicono che il picco della lettura è fra gli 11 e 14 anni, dove legge il l 64,7%  dei ragazzi. Tra i 15 e 17 si legge un poco meno (58,8%) e poi si scende al 50% che caratterizza tutti i lettori trenta e qualcosa.
Lo sapevamo? Lo sapevamo, credo: e soprattutto lo sa molto bene il mercato editoriale, che infatti concentra la propria offerta, diciamo da Harry Potter in poi, soprattutto nei confronti di quella fascia.
Il che, intendiamoci, va benissimo.
Il problema, come credo di aver scritto un milione di volte, sorge quando si comprime il fantastico necessariamente nella sezione “giovanissimi”. Infatti, nello stesso articolo è riportata una dichiarazione della direttrice editoriale di Salani sulle letture degli adolescenti. Ovvero:

“Ma tra i giovanissimi che non abbandonano i libri, i titoli scelti sono poi belli e particolari. Penso all´urban fantasy di Francesco Dimitri, a Celia Rees, allo straordinario fenomeno della nuova letteratura romantica giapponese di Kyoichi Katayama”

Ora. Alice nel paese della vaporità di Francesco Dimitri e Wunderkind 2 di GL D’Andrea, che ho letto e apprezzato, a mio modesto parere non sono due romanzi per giovanissimi. Posssono essere letti dai medesimi, così come un quindici-diciassettenne può leggere, che so, Baricco o Borges, che nessuno al mondo si sognerebbe di catalogare come destinati agli adolescenti.  Alice è quasi un romanzo filosofico, per come l’ho percepito io: ed è il secondo passo (almeno in ordine di pubblicazione) per la costruzione di una mitologia, che è quella che Francesco sta disvelando storia dopo storia.  Anche nel secondo volume di Wunderkind ho ritrovato il mito: anzi, ho ritrovato qualcosa che è il farsi-del-mito, nella parte ambientata in Germania e nel passato (niente spoiler). Sono, insomma, romanzi decisamente complessi: e, sempre a mio modestissimo parere, nel momento in cui gli si sottrae …be’…il contesto, si fa loro un torto.
Poi, mi si potrebbe obiettare che una narrazione deve avere valore in sè, contesto o non contesto. Possibilissimo: resta il fatto che nel momento in cui il livello è duplice (quello che in editoria si suole chiamare cross-over, anche), sarebbe bello sottolinearlo. E, potendo, coglierlo.

King e piazza Fontana (e emule)

gennaio 21, 2010

Adesso metto da parte i miei cinquanta euro. Gironzolando, sono capitata su una benemerita segnalazione di Splattergramma su un saggio accademico. Perchè altrove capita che i saggi accademici riguardino (cito):

“…la suburbia americana attraverso la sua rappresentazione nell’orrore letterario, cinematografico e televisivo a partire dal 1948, definendo un sottogenere gotico in grado di osservare – con sguardo penetrante e critico – gli aspetti della società moderna stessa.

L’opera si snoda su diversi temi, dal gotico urbano in Shirley Jackson e Richard Matheson alle streghe borghesi del Conjure Wife di Fritz Leiber (in italiano Ombre del male o Il complotto delle mogli); dalla contemporanea deumanizzazione di alieni, androidi e zombie agli spettri che infestano il sobborgo cittadino, i suoi serial killer e suoi valori familiari secondo il cinema horror, fino agli esempi TV di Buffy e Desperate Housewife.”

Non potrebbe accadere anche da noi? Che so, analizzare certa provincia italiana attraverso il “gotico rurale” di Eraldo Baldini? O la Roma impazzita di Dario Argento? Sì, lo so, magari non serve, magari chi se lo legge, magari è altro quel che bisogna fare.

Invece è proprio questo. Mi sono imbattuta oggi in un vecchio articolo di Wu Ming 1 su Stephen King. Meglio, su Colorado Kid, che so non essere stato molto amato da diversi kinghiani. E l’incipit è questo:

“…Mi disse: ‘Tu torni su quella vecchia storia come un bambino che ha perso un dente torna con la punta della lingua dove è rimasto il buco’. E io pensai tra me, sì, proprio così, l’hai detta giusta. E’ come un buco che non posso smettere di rovistare e tormentare, per il bisogno impellente di arrivare fino in fondo.”
Con questa frase, Stephen King parla al cervello e al cuore di noi post-Piazza Fontana, post-Strategia della tensione, post-Uno Bianca, post-catena di comando a Bolzaneto.”

Continua.

Ps. Esbat è su emule. Condivido, in proposito, tutto quello che ha detto Francesco Dimitri, parola per parola.

Lara consiglia

luglio 15, 2009

Da brava horrorfan, ho spesso fatto una visita a Malpertuis, il blog di Elvezio Sciallis. E da pochi giorni ho scoperto, in ritardo, che esiste un altro blog “figlio” del primo, Splattergramma: tutto, ma proprio tutto, su quel che accade nel mondo horror. Consiglio la visita.

Secondo consiglio: GL D’Andrea comincia una riflessione sul genere young adult che mi incuriosisce, anche perchè non ho ancora ben capito cosa sia young adult e cosa no.

Terzo consiglio: in ritardo, ma vale la pena di leggere cosa scrive Francesco Dimitri sul Bene e sul Male (in Tolkien, ma non solo).

Quarto consiglio: non è mio, è di Borges e lo copio da Repubblica. Mi sembra bellissimo.

Quando ho cominciato a scrivere pensavo che tutto dovesse essere ridefinito dallo scrittore. Per esempio, dire “la luna” era severamente proibito; bisognava trovare un aggettivo, un epiteto per la luna. Pensavo di dover essere fantasioso, ora credo che questo infastidisca il lettore… Cerco di usare parole comuni, eliminando quelle insolite.

Quando ho guardato gli arazzi

aprile 27, 2009

Triangolazione.
Avevo già linkato un post di GL d’Andrea su Lovecraft: oggi ne linko un altro, questo, e aggiungo anche un altro post con cui Francesco Dimitri interviene nella discussione. Che, come capirete, non è soltanto su Lovecraft e sul suo disgusto, o disprezzo, o distacco, dalla vita.
Nei fatti, la discussione si sta sviluppando sul rapporto fra opere e autori, e su come le prime vadano per i fatti loro, spesso in direzioni molto diverse da quelle immaginate da chi le ha scritte  (Francesco cita giustamente Tolkien), e su quanto chi legge (e magari scrive anche) tenda a interpretare un autore, inevitabilmente, con la propria ottica (gli scrittori sono bugiardi, dice altrettanto giustamente Gielle).

A proposito di bugie.
Avevo promesso un post sulla triade: nel caso, la triade che ha iniziato me. Non esattamente alla scrittura, perchè quella è venuta molto dopo, ma ad una disposizione mentale che poi ha reso possibile non solo quel tipo di scrittura, ma che ha fatto di me una lettrice che ama e crede nel fantastico.
Ricordo bene.
E’ stato come quando ho imparato a leggere: e ricordo anche quello, avevo cinque anni, era Natale e io sfogliavo uno dei libri che avevo trovato sotto l’albero, e a un certo punto alle lettere t.r.e.n.o. la mia mente, con un clic, ha associato un treno. Fine, o inizio, della storia.
Invece ne avevo dodici, quando ho letto Ligeia, di Edgar Allan Poe. Bene, cosa mi ha folgorato di quel racconto? Non tanto la sventura del protagonista, non il ritorno dalla morte di Ligeia nelle spoglie della seconda moglie. Ma gli arazzi. I disegni degli arazzi, meglio, che cambiano forma a seconda del punto di osservazione. Vedo qualcosa, non la vedo più, ne vedo un’altra. Cosa sto guardando, davvero?
In realtà tutto il racconto è giocato sulla stessa domanda:  è l’immaginazione del protagonista, o c’è un’ombra nella stanza? E’ un delirio, o gocce misteriose cadono nella medicina? Ed è davvero Ligeia quella che si è alzata e si strappa il sudario con le lunghe dita?
Questa, per me, è stata la chiave: vedere quel che non si dovrebbe/potrebbe nel mondo di tutti i giorni. Quando, pochi anni dopo, ho incontrato King, ne ho avuto la conferma. E quando sulla mia strada si sono messi prima il signor Lovecraft, quindi il signor Machen, e, anni dopo, i signori Barker e Gaiman, ho pensato che sì, era possibile il delirio. Anzi, che era bello.

Ps. Perchè poi, come dice King ne La storia di Lisey, è sempre dallo stesso pozzo che peschiamo. Il pozzo dei miti: qualcuno ci vede pesci normalissimi, altri ci vedono anguille con occhi di libellula e ali di pipistrello. Dipende dagli occhi del pescatore.

Tagliatele la testa

marzo 6, 2009

Sono pigra. Oggi in modo particolare, eppure come al solito avrei un sacco di cose da fare.  Ho perso anche un po’ di tempo a leggere un lunghissimo articolo di Pietro Citati su Peter Pan e Alice, e mi è venuto in mente Francesco Dimitri.
Il quale annuncia proprio oggi sul suo blog il suo nuovo romanzo: che è proprio Alice!
E io non vedo l’ora: Alice è stata la “mia” favola, quando ero piccola.  Passavo i pomeriggi davanti allo specchio, sperando che all’improvviso diventasse fluido per poter passare “di là”. Però ne avevo anche una paura tremenda.
Perchè Alice fa paura. Alice è nera. E’ l’Altrove. E’ quel che non si conosce. E’ “ciò che è in alto è come ciò che in basso”. E’ alchimia.
Per questo mi veniva da sorridere quando leggevo che Citati lo definisce “libro esoterico e popolare”.
E’ verissimo, però perchè Citati ha tolto proprio la dimensione della paura?
(Del resto l’ha tolta anche in Peter Pan: dire che James Barrie “cinguetta” fa un po’ impressione, almeno a me).

I domandoni del martedì

febbraio 3, 2009

Grandi domande.
Che in qualche modo derivano dal post di ieri, ma che ci posso fare?
Quanto ha senso, oggi e qui, in Italia, la suddivisione stretta in generi?
Non sarebbe forse più utile per tutti parlare di “narrativa fantastica”, punto e basta?
Per caso, non sta succedendo nel fantasy e nell’horror quello che succedeva fino a qualche tempo fa nel noir e nel giallo?
Non è che esiste un manipolo di scrittori non interessati ad approfondire e rinnovare il genere che si tiene strette le definizioni e non le molla?
Non è che ad un pubblico che sta crescendo manca il corrispettivo, ovvero autori che stiano crescendo insieme al pubblico?
A parte poche eccezioni (e ci metto senza dubbio Dimitri, e ci metto la Palazzolo, e ci metto Evangelisti e poi aiutatemi voi)?
Non è che dovrei andare a farmi un giretto?

…forse sognare…

gennaio 22, 2009

I sogni sono porte.
Questa è una frase che i lettori del primo Esbat non ricorderanno: infatti non c’era. Non che sia una frase nuovissima, originale o particolarmente bella. Però mi serviva e mi serve.
Perchè penso davvero che senza i sogni chi scrive sarebbe nei guai: specie nel tipo di storie che piacciono a me da lettrice e da scrivente, quelle dove è facile imbattersi in una tempesta di sabbia assassina o in monete d’oro che resuscitano i morti.
La cosa difficile è riuscire a passare da una cosa all’altra (Francesco Dimitri direbbe da un Aspetto all’altro) senza cambiare “troppo” registro. Insomma, passare dall’assolutamente concreto all’assolutamente onirico restando credibili in tutti e due i casi.

Lo so, è il terzo post in tre giorni che riguarda questioni di scrittura: si vede che ho quasi finito il primo capitolo?

Occì! (salute)

settembre 5, 2008

Come al solito, sia lode ai commenti, insostituibile fonte di meditazione.

Ieri Mele ha scritto una cosa che suonava più o meno: “il mio personaggio è OOC? Chi se ne importa”. Per quei pochi che, passando da queste parti, non sanno cosa significhi l’acronimo, sta per Out of character (o anche: out of canon). Significa, grosso modo, che nella fan fiction il personaggio originale che conosciamo ha tutt’altra psicologia. Se sono stata spiccia, in giro ci sono molte definizioni interessanti e più complesse della mia: una  qui , per esempio. E poi il bellissimo saggio Ritorno al canon di Laurie.

Però, però.

Per esempio, l’OOC di Mele ha un suo senso preciso, e c’è una coerenza interna, nelle sue storie, che lo rende plausibile.
E allora mi viene da pensare anche a come si possa modificare il canon e farne altra cosa, legittimamente.

Mi metto in discussione: io non sono affatto IC, In Character. Rispetto al modello originale, la strada che i miei due personaggi hanno preso è tutt’altra. Per esempio, nel manga di partenza si è completamente perso, e quasi subito, l’aspetto che per me è il più importante. Il sovrannaturale. L’alterità rispetto al mondo degli uomini. Quel brivido di rispetto e paura che dovrebbe cogliere ogni mortale al cospetto di un’entità aliena.
Doveva esserci, nell’originale. Ma non c’è. E’ come un sottotesto dato per scontato ma vanificato immediatamente. Però, per me, la chiave era quella, giusta o sbagliata che fosse.

Faccio un altro esempio, ispirata dalla lettura del romanzo di Dimitri (che libro! che libro! lo sto divorando): in un certo senso, Pan è la fan fiction del Peter pan di James Barrie. Allo stesso modo, magari, in cui American Gods di Neil Gaiman è la fan fiction dell’Anello del Nibelungo: nella maniera più ampia e sfumata possibile.
Ma da Barrie Dimitri parte, eccome: ci sono tutti i personaggi che conosciamo, ma c’è, in più, la stessa cosa che a me mancava nel manga. Loro. Gli esseri divini. Quelli che vivono Altrove, ma che sono anche parte del nostro mondo (e, fra parentesi, ecco un altro che pensa che i sogni siano porte…non sapete quanto la cosa mi mandi in sollucchero).

E allora? Beh, quel che volevo dire è che bisogna distinguere fra OOC e OOC, così come fra AU e AU (Alternative Universe, universo alternativo). Certo, pure io mi accascio singhiozzando davanti all’ennesima trasposizione di un mondo fantastico in ambito scolastico: e uno shinigami in versione Moccia mi fa ribollire il sangue. Ma quella è un’altra faccenda: è mescolare due letture per farne un ibrido che non sa di nulla: non è la scuola in sè a non funzionare (del resto, il mondo scolastico è ampiamente presente anche negli originali).

Il senso è: se si conoscono le regole, le medesime possono anche essere infrante. Purchè tutto torni, però. E purchè ci sia davvero una storia da raccontare, e la voglia di farlo.

E, oddio la parolona, l’amore per farlo.

Impact Factor, libri ariosi e strisce pedonali

settembre 2, 2008

Offerta speciale! Tre al prezzo di uno!. Ovvero: tre meditazioni in un solo post.

Prima.

Il commento di Blackvirgo, appena letto, mi fa riflettere. Ne copio una parte:

“…nel mondo scientifico pubblicare su una rivista ad elevato Impact Factor (è una specie di indice sul valore scientifico delle rivista, ma non solo. Non è così puro come può sembrare, ma rimane comunque abbastanza affidabile) significa aver passato delle revisioni belle toste (leggi stroncature) e significa che al tuo lavoro viene dato un certo valore. Tanto che nei concorsi il punteggio di una pubblicazione dipende anche dall’IF della rivista che l’ha pubblicata.
Una volta credevo che la stessa cosa valesse per l’editoria.
Facevo la similitudine: scrittore che pubblica on-line=piccolo chimico, scrittore di libro= scienziato.
Poi arrivarono un po’ di fanfiction che mi fecero ricredere (nel lontano 2002 mi pare, Harry Potter e fandom anglofono). E capii la serietà che stava (e sta tuttora) dietro la scrittura amatoriale. Tanto che mi vergognai di quel che scrivevo.
Quindi il colpo di grazia: Paolini e la Troisi.
A quel punto non ci ho capito più niente.
E ora chiedo a voi esperti (scusa Lara se ti trasformo il topic in un forum, ma è lì che mi rode!): esiste una specie di IF anche per l’editoria?

Per pubblicare in inglese: probabilmente lo sapete già, comunque per chi fosse interessato la Wizards of the Coast (la casa di Dungeons&Dragons…) accetta tutti gli anni (non mi ricordo se in primavera o in autunno) manoscritti di autori che ambientino le proprie storie nei Forgotten Realms. Si sa mai che qualcuno fra voi riesca a fare il colpaccio (a un amico di mio cognato hanno iniziato col pubblicargli le avventure per gioco di ruolo poi lo hanno assunto! ) ). Nel loro sito trovate tutto il regolamento”.

Provo a rispondere: il problema è MOLTO italiano, secondo me.

In primo luogo, perchè nel nostro paese lo Scrittore (con maiuscola) è ancora circondato da uno status quasi sacro. Lo Scrittore Pubblicato, per meglio dire: a dispetto di quello di cui si parlava due giorni fa, ovvero dell’abbondanza di titoli editi ogni anno e della scarsità di vendite degli stessi. E almeno esistesse uno straccio di Impact Factor. Non penso affatto che ci sia, nel mondo editoriale: a me capita di sfogliare libri che mi fanno sbarrare gli occhi, e non certo per la paura o l’emozione.
Rimedio: andare a visitare le bancarelle estive, dove gli scrittori da premio letterario prendono la polvere insieme agli Harmony e ai vecchi Urania.  Il pellegrinaggio dovrebbe essere imposto per obbligo a tutti coloro che scrivono: è una specie di “memento mori” che farebbe abbassare molte creste…

In secondo luogo, perchè la parola “amatoriale” è ancora fraintesa ed equiparata a scarsa qualità. E questo è folle: non solo per gli esempi che citava Blackvirgo a proposito del fandom anglofono. E non solo per quanto riguarda la scrittura: su DeviantArt vedo quasi ogni giorno disegni e fotografie che farebbero sbiancare parecchi “professionisti”.

In terzo luogo…ho paura che ci metta la zampa il pregiudizio nei confronti di Internet…che è ancora visto come quel posto strano dove si fabbricano le molotov (notizia di oggi, eh) e ci si spoglia…

Seconda

Pan mi sta conquistando. Dimitri è decisamente bravo, riesce a mettere le mani su una materia pericolosissima (no, dico, rivisitare Peter Pan…) in modo originale. Quando ho finito provo a dire la mia. Unica, piccola cosa: mi sta dando una sensazione di…sovraffollamento. Non so se per la quantità di fatti e azioni e personaggi. Oppure se la colpa è della grafica scelta dall’editore. Non so voi: ma preferisco i libri “ariosi” nell’impaginazione.  E non importa se le quasi cinquecento pagine salirebbero, così,  a ottocento.

Terza

Guai ai sognatori. O meglio, guai a chi, come me, attraversa la strada pensando al capitolo sedici di Sopdet. Perchè ieri sera Ivy ha fatto di testa sua:  avevo predisposto un’azione e invece, al momento di scrivere, ne è venuta fuori un’altra. L’ho assecondata, ma adesso devo far “tornare” il resto. Stamattina ci ero quasi riuscita, nella mia testa, quando il clacson ha suonato.
Mi sono girata e ho trovato un signore in canottiera al volante di un macchinone grigio. Il signore era molto alterato e mi ha urlato qualcosa che non ho capito, ma che  sicuramente si riferiva al mio quoziente intellettuale e alla mia etica sessuale, prima di sfrecciare alle mie spalle, mentre la sua signora mi mostrava il medio.
Mi sono sentita in colpa: cosa avrò mai fatto? Sarò passata con il rosso pedonale? Ho alzato gli occhi: neanche per sogno, avevo il verde ed ero anche sulle strisce.
Ma andavo piano, ecco.

Il tempo è una faccia sull’acqua

agosto 29, 2008

Insomma, io non so nuotare, ma se sapessi farlo immagino che funzionerebbe così. Una bracciata dopo l’altra, la riva si allontana, e da una parte sei fiero di essere andato così al largo. Dall’altra, però, hai paura di non poter tornare indietro.
Ecco, mi sento così.
Esbat è ancora Esbat, i cambiamenti fatti non sono così tanti, ma è già un’altra cosa. E’ già, in un certo senso, meno frutto delle mie viscere, qualcosa che appartiene ad altri. Buffo, ma non riesco a spiegarlo meglio.
E Sopdet, beh…adesso che mancano solo cinque capitoli, e che so con chiarezza cosa conterranno, è alla corsa finale. Qualcosa che attende solo di essere buttato fuori, ma vive già di vita propria. Adieu.

Mi sto lamentando?
Ma no. Sto cominciando a radunare le mie cose per tornare a casa, e a chiudere una bella estate di scrittura, lettura e riposo. Un tempo non avrei usato l’aggettivo “bella”, ma si vede che il tempo passa. Il tempo è una faccia sull’acqua, diceva King, e la faccia che ci vedo dentro, in questo momento, mi piace.

Ho ancora un paio di mesi buoni di lavoro, fra una storia e l’altra, e poi, poi comincerò a mettere in ordine i frammenti del numero tre. Che sarà l’ultimo episodio della serie (devo solo trovare un titolo che finisca con la “t”…). Poi, chissà.

Nel frattempo, mi sono comprata Pan di Francesco Dimitri. Me ne dicono tutti un gran bene e questa sera, finito Fowler (delusione!), lo comincio.
Ps. Perchè è così difficile far entrare le cose in una valigia alla fine di una vacanza, eh?