Posts Tagged ‘GL d’Andrea’

Cambiai il mio nome in Coda di lupo

giugno 20, 2011

Avevo quattordici anni e avevo scoperto Hell’s House. Con due amiche,  fresche di lettura di Richard Matheson, avevamo eletto a luogo di incontro, chiacchiera e avventura una casa diroccata che si trovava in un pratone di periferia, secco e giallo in ogni stagione dell’anno. Più che diroccata, la nostra Casa d’Inferno era abbandonata: per qualche ignoto motivo, la costruzione non era stata mai portata a termine. La Casa era dunque un cubo grigio di  pavimenti grezzi e aperture sgangherate dove avrebbero dovuto esserci porte e finestre. Perfetta per un trio di adolescenti affamate di mistero a buon mercato: ogni sabato, ci riunivamo in una delle stanze del primo piano con Coca-cola, pizzette e libri horror da leggere ad alta voce, o da abbandonare se qualche gustoso pettegolezzo amoroso si rivelava più urgente.
Andò avanti per qualche mese: finché, un pomeriggio, sentii – o credetti di sentire – l’ansimare di un cane nell’erba gialla del prato. Un cane che si avvicinava correndo per mordermi, pensavo, terrorizzata, mentre scattavo in piedi, rovesciando la Coca-cola sui nuovissimi pantaloni bianchi della mia amica.
Fu la fine del trio e il fallimento del mio rito d’iniziazione: la goffa, spaventata Lara non ebbe più accesso alla Casa.
Molti anni dopo, esattamente in questi giorni, ho riportato quell’episodio nel romanzo che sto terminando. Pratica, se volete, banale: gli scrittori si nutrono delle proprie ferite. Anzi, come dice Stephen King, “se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro”.
Ma ho ripensato alla Casa anche in questi due giorni, dopo una serie di avvenimenti che hanno portato a una decisione che mi addolora da amica, da scrittrice, da lettrice, da persona che frequenta il web e crede nel medesimo. GL D’Andrea ha chiuso il suo blog, cancellando tutti i post: potete leggere direttamente la motivazione. Potete anche leggere come si è sviluppata la discussione sul forum di Massacri Fantasy, a proposito di contesti, di web, di critica, di rapporto fra lettore e scrittore. Ho postato in quella sede alcune  considerazioni in questo senso. Qui ne aggiungo un’altra, che spiega il riferimento iniziale alla Hell’s House della mia adolescenza.
Più volte mi sono sentita ripetere che bisogna essere “adatti” alla rete. Che, per essere su Internet, occorre superare quella sorta di rito di iniziazione che ti porta a rispondere in modo brillante (“maturo”, pare essere l’aggettivo più usato) ad ogni tipo di critica. Ogni tipo, ripeto: inclusa questa pagina di Nonciclopedia che, nelle intenzioni, dovrebbe essere ironica (qui la discussione sulla stessa).
Come se, per stare in rete in modo accettabile, fosse necessario l’equivalente telematico dello strappare a morsi il cuore di un grizzly. Dialogo, scambio di arguzie, il pubblico si dispone in circolo, uno dei due cede, l’altro esulta: “owned!”. Applausi.
“Non sei adatta a sopravvivere su Internet”, mi è stato detto, tempo fa, da un blogger e utente di Facebook. Possibile. Eppure, io credo alla rete e credo al dialogo fra scrittori e lettori. Io ho mosso i primi passi su Internet, in una comunità di persone che scrivono e leggono come Efp, e ne vado fiera. Non sono la sola a nutrire una simile utopia. Molto tempo fa, Wu Ming 1 scrisse : ” La “cultura del sospetto” che vede in ogni autore un potenziale truffatore da smascherare va nella direzione diametralmente opposta a quella che interessa a me, cioè la lenta e faticosa costruzione di comunità basate su “circoli virtuosi” e rapporti reversibili tra autori e lettori.”
Io a quei circoli virtuosi credo, e credo anche che possano esistere, o che esistano già. Il fanwriting, in un certo senso, è “virtuoso”: perchè stabilisce una connessione fra scrittore e lettore, lasciando al secondo la libertà di intervenire su un’opera. Mi auguro che ne sorgano sempre di più, questo è quanto posso dire.
Posso aggiungere qualche riga, però.
Scrivo questo post per amore: dei lettori e degli scrittori che immaginano un altro modo di rapportarsi. Scrivo questo post sperando che quei lettori e quegli scrittori abbiano voglia di discuterne, qualunque sia la loro posizione, nei commenti qui sotto. Scrivo questo post perchè penso che quando si perde una voce, con cui si può essere anche in assoluto disaccordo, si perda un’opportunità. Scrivo questo post perchè non mi interessa strappare a morsi il cuore di un orso. E perchè anche la ragazzina goffa che sono stata ha il diritto di sopravvivere, e di credere in qualcosa di diverso.

Pensandoci bene

marzo 16, 2010

Ecco, il Duca ha fatto questo post che mi fa pensare un bel po’.
Secondo pensiero: ho come idea che salterò questo giro, per quanto riguarda Tim Burton.

Un acchiappapolli non fa primavera

marzo 9, 2010

Torno sugli acchiappapolli perchè mi rendo conto che c’è parecchia disinformazione sulla questione. Uno degli argomenti che vengono citati a favore della pubblicazione a pagamento è “se pubblico in rete mi fregano l’idea”.
Bene, giova ricordare che esiste una faccenduola nominata creative commons: trovate un bel ripasso sul sito. E funzionano: nel senso che se qualcuno davvero dovesse appropriarsi di un vostro testo, potete usare le famigerate vie legali esattamente come se il plagio fosse avvenuto da carta a carta.
Per dire, ha scelto di pubblicare sul web anche Silvana De Mari dopo la rottura con Salani (GL racconta in modo assolutamente condivisibile tutta la faccenda): non parliamo di una signora spuntata sotto un fungo, ma di una delle più vendute autrici italiane di fantastico.
Per dire ancora, ha usato NON gli editori a pagamento ma il self publishing uno scrittore famosissimo come Giuseppe Genna.
Bella forza, dirà qualcuno, ma lui è uno già pubblicato, ma anche la De Mari è una già pubblicata: e io che ho il mio romanzo nel cassettino? E tu insisti, rispondo. Non c’è nessuna altra via: anche perchè il web costituisce un titolo sicuramente più autorevole di un acchiappapolli. Mettetevelo in testa.
A proposito di web: il Duca ha ideato un concorso per racconti steampunk. Per chi vuole divertirsi, qui ci sono tutti i dettagli.

Resistere, con il fantasy

dicembre 1, 2009

Molto bella la discussione che si è sviluppata da Gl sul “fantasy resistente”, e molto necessaria in un momento in cui le parole, comprese le parole scritte, sembrano così ininfluenti.
E invece non lo sono.
Prendo in prestito quelle di José Saramago (avete mai letto il suo Quaderno? Ebbene sì, Saramago è un blogger):

Sappiamo di poter uscire da questa crisi, sappiamo di non chiedere la luna. E sappiamo di avere la voce per usarla. Di fronte all’arroganza del sistema, invochiamo il nostro diritto alla critica e alla protesta. Loro non sanno tutto. Si sono ingannati. Si sono sbagliati. Non tolleriamo di essere le loro vittime.

L’idea che la narrativa fantastica sia un mondo a parte rispetto a quello reale mi è sempre sembrata sbagliata. E, no, per una volta non cito King (ma lo penso).

Lara consiglia

luglio 15, 2009

Da brava horrorfan, ho spesso fatto una visita a Malpertuis, il blog di Elvezio Sciallis. E da pochi giorni ho scoperto, in ritardo, che esiste un altro blog “figlio” del primo, Splattergramma: tutto, ma proprio tutto, su quel che accade nel mondo horror. Consiglio la visita.

Secondo consiglio: GL D’Andrea comincia una riflessione sul genere young adult che mi incuriosisce, anche perchè non ho ancora ben capito cosa sia young adult e cosa no.

Terzo consiglio: in ritardo, ma vale la pena di leggere cosa scrive Francesco Dimitri sul Bene e sul Male (in Tolkien, ma non solo).

Quarto consiglio: non è mio, è di Borges e lo copio da Repubblica. Mi sembra bellissimo.

Quando ho cominciato a scrivere pensavo che tutto dovesse essere ridefinito dallo scrittore. Per esempio, dire “la luna” era severamente proibito; bisognava trovare un aggettivo, un epiteto per la luna. Pensavo di dover essere fantasioso, ora credo che questo infastidisca il lettore… Cerco di usare parole comuni, eliminando quelle insolite.

Quando ho guardato gli arazzi

aprile 27, 2009

Triangolazione.
Avevo già linkato un post di GL d’Andrea su Lovecraft: oggi ne linko un altro, questo, e aggiungo anche un altro post con cui Francesco Dimitri interviene nella discussione. Che, come capirete, non è soltanto su Lovecraft e sul suo disgusto, o disprezzo, o distacco, dalla vita.
Nei fatti, la discussione si sta sviluppando sul rapporto fra opere e autori, e su come le prime vadano per i fatti loro, spesso in direzioni molto diverse da quelle immaginate da chi le ha scritte  (Francesco cita giustamente Tolkien), e su quanto chi legge (e magari scrive anche) tenda a interpretare un autore, inevitabilmente, con la propria ottica (gli scrittori sono bugiardi, dice altrettanto giustamente Gielle).

A proposito di bugie.
Avevo promesso un post sulla triade: nel caso, la triade che ha iniziato me. Non esattamente alla scrittura, perchè quella è venuta molto dopo, ma ad una disposizione mentale che poi ha reso possibile non solo quel tipo di scrittura, ma che ha fatto di me una lettrice che ama e crede nel fantastico.
Ricordo bene.
E’ stato come quando ho imparato a leggere: e ricordo anche quello, avevo cinque anni, era Natale e io sfogliavo uno dei libri che avevo trovato sotto l’albero, e a un certo punto alle lettere t.r.e.n.o. la mia mente, con un clic, ha associato un treno. Fine, o inizio, della storia.
Invece ne avevo dodici, quando ho letto Ligeia, di Edgar Allan Poe. Bene, cosa mi ha folgorato di quel racconto? Non tanto la sventura del protagonista, non il ritorno dalla morte di Ligeia nelle spoglie della seconda moglie. Ma gli arazzi. I disegni degli arazzi, meglio, che cambiano forma a seconda del punto di osservazione. Vedo qualcosa, non la vedo più, ne vedo un’altra. Cosa sto guardando, davvero?
In realtà tutto il racconto è giocato sulla stessa domanda:  è l’immaginazione del protagonista, o c’è un’ombra nella stanza? E’ un delirio, o gocce misteriose cadono nella medicina? Ed è davvero Ligeia quella che si è alzata e si strappa il sudario con le lunghe dita?
Questa, per me, è stata la chiave: vedere quel che non si dovrebbe/potrebbe nel mondo di tutti i giorni. Quando, pochi anni dopo, ho incontrato King, ne ho avuto la conferma. E quando sulla mia strada si sono messi prima il signor Lovecraft, quindi il signor Machen, e, anni dopo, i signori Barker e Gaiman, ho pensato che sì, era possibile il delirio. Anzi, che era bello.

Ps. Perchè poi, come dice King ne La storia di Lisey, è sempre dallo stesso pozzo che peschiamo. Il pozzo dei miti: qualcuno ci vede pesci normalissimi, altri ci vedono anguille con occhi di libellula e ali di pipistrello. Dipende dagli occhi del pescatore.