Posts Tagged ‘Il gioco di Lavinia’

To be continued

febbraio 10, 2012

Su Repubblica oggi c’è un lungo articolo sui feuilletton e sul fatto che ricomincino a circolare su Internet. o grazie a Internet, o intorno a Internet. Scrive Leonetta Bentivoglio:

“La verità è che il feuilleton, per sua stessa natura, deve plasmare una storia che acchiappa, provoca e s´allunga nel fantasticare dell´attesa di chi legge. E poiché l´esito dell´ingranaggio è intramontabile, anche la nostra epoca lo reinventa, lanciandolo in nuovi strumenti e formati, e dettandone la renaissance nelle tecnologie del Duemila.
Una vicenda in questo stile, intitolata Prendimi!, e scritta apposta per Rsera da Elena Stancanelli, uscirà sulla versione Ipad di Repubblica a partire dall´edizione di stasera. Ambientata nel contesto soffice e sciccoso degli anni Venti, si affida a una protagonista affascinante (un genere di figure femminili d´obbligo nei feuilleton degni di questo nome): la baronessa Lina, che ama gareggiare con le automobili e che non teme la sfida con piloti del calibro del mitico Tazio Nuvolari.
Intanto lo scrittore Alessandro Mari sta intessendo sulla rete il suo fluviale Banduna, un feuilleton scandito in dodici puntate (a fine gennaio è uscita la settima) che ha inaugurato “Zoom”, la collana digitale dell´editore Feltrinelli. Tuffato negli anni Sessanta dell´Ottocento, Banduna elabora in chiave positiva il fenomeno del brigantaggio, sullo sfondo di un luogo d´immaginazione collocato a sud d´Italia”.

Impossibile, per chi è stata fanwriter, non pensare a quanto le fan fiction abbiano la struttura del feuilletton. E non solo perché sono scritte a puntate: ma perché, per suddividere la vicenda in capitoli che vengono pubblicati a una settimana di distanza (così, almeno, facevo io: il venerdì era il giorno del nuovo episodio) bisogna osservare alcuni accorgimenti. Per me erano, soprattutto, due: capitoli autoconclusivi, che non necessitavano di riepiloghi, e cliffhanger finale.
Quanto aiutano gli accorgimenti medesimi quando una fan fiction si trasforma in romanzo? Moltissimo, nel ritmo e nella struttura. Tant’è vero che per Lavinia, che non è mai stato fan fiction, ho usato la stessa tecnica. Conclusione: il fan writing è utilissimo per affinare la tecnica. E consiglio caldamente di praticarlo.

Vento di tramontana

agosto 10, 2011

C’è vento di tramontana, stamattina,  di quelli che ti mandano i capelli sugli occhi e che ti costringono a essere paziente. Dopo diversi anni, il mio ritiro lacustre è più riflessivo del solito: sarà che non sto scrivendo un romanzo nuovo, ma rielaborando e riscrivendo l’ultimo capitolo di una trilogia. Che si chiuderà, per non riaprirsi. Pensavo, dunque, che la scrittura è fatta di cicli: anche “Il gioco di Lavinia” appartiene al ciclo di Esbat, Sopdet, Tanit: risente delle stesse tematiche, racconta il rapporto fra maschile e femminile, tra uomini e dei. Certo, in un contesto completamente diverso: ed era necessario, perchè esaspera e riassume (anche per l’uso della prima persona) ogni nodo toccato in precedenza.
Cicli, appunto. Non che i temi non riaffiorino di continuo: King non ha certo smesso di narrare Castle Rock dopo che quel ciclo si è concluso, nè ha smesso di indagare sul femminile dopo Misery, Dolores Claiborne, Rose Madder. O sulla vecchiaia, dopo Insomnia. Non ci si libera dei propri fantasmi.
So che quando la trilogia sarà definitivamente conclusa, e Lavinia passerà sotto le varie fasi di revisione, sarà il momento di aprire un nuovo ciclo.
So che parlerà di Tempo.
In tutto questo, ho avuto una notizia da custodire con amore: i miei libri sono finiti in un tema di maturità. E quel tema ha ottenuto 15 su 15. Naturalmente per merito della studentessa. Ma, accipicchia, esulto anche io.

Inseguendo la dea

agosto 5, 2010

Su Repubblica c’è un articolone dedicato alle protagoniste femminili dei romanzi di genere. Capostipite, Lisbeth Salander. E ci sono le riflessioni di molte gialliste sul come e il perchè i loro personaggi vogliano essere anche un modello per le nuove generazioni di lettrici. Insomma, basta con le oche o con le fatalissime assassine, ma investigatrici (nel caso dei gialli) con molte ferite e molta attenzione al sociale.
Facile chiedersi, a questo punto, e io che sto facendo? La risposta continua a soffiare nel vento, ma mentirei se dicessi che non lo so. So, per esempio, che nel romanzo nuovo sto capriolando all’indietro verso la nascita del mito.  Come nasce il principio femminile? Come nasce una leggenda? E quali delle tre facce di Ecate si può guardare senza rimanere pietrificati?
So di aver inseguito questo filo attraverso la trilogia di Esbat. So che continuerò a tornarci, in modi apparentemente insospettabili (come nel caso attuale). Perchè ho la sensazione che questo, per me, sia il punto d’origine di cui ho bisogno. E perchè, fin qui, è avvenuto molto spesso che le dee, bianche o nerissime, siano state narrate da mano maschile. La mia è una piccola mano, e lo so perfettamente. Forse, servirà pure a qualcosa.

Se lo dicessi in una riga

agosto 4, 2010

A proposito de La bambina che amava Tom Gordon. Si può raccontare in una frase, giusto? Bambina di nove anni si perde nel bosco, si sente osservata e seguita, infine incontra la presenza e la vince. La stessa sintesi si può applicare a molte buone storie. Ingiustamente calunniato, perde l’amore e le speranza, torna ricchissimo e compie terribile vendetta. Voilà Il conte di Montecristo. Padre e figlio cercano di sopravvivere dopo un disastro che ha cancellato la vita sociale come la conosciamo. Ed ecco La strada di McCarthy.
Bene, io non riesco mai a sintetizzare le storie che scrivo. Ci ho provato ieri in un messaggio, a proposito del romanzo nuovo, e veniva fuori qualcosa di contorto e poco chiaro. C’è un luogo che si nutre di infelicità. Sì, e poi? C’è una donna che è predestinata a quel luogo. Bene, e dunque? Questa donna è innamorata fino all’ossessione, ma lui…e poi, ecco, c’è una strana venditrice di abiti. Ah, e c’è una rosa canina. Sì, c’è anche Andrea Zanzotto.
So che questo potrebbe bollarmi come scrittrice contorta (o peggio). Ma annuncio pubblicamente di non avere il dono dell’auto-sintesi.
Torno alla cornacchia.

Squash

giugno 25, 2010

Ma nel mio piccolissimo, mi piacerebbe poter dire che Il gioco di Lavinia nasce con le stesse intenzioni de Le notti di Salem rispetto a Dracula. Una partita di squash letterario dove Il gioco di Lavinia è la palla e L’orrore di Dunwich il muro contro cui rimbalza.
Troppo, eh?

Se devo immaginare un’eroina

giugno 4, 2010

Ripensando all’aggettivo “moralista”, con cui Bret Easton Ellis definisce se stesso.
Bene, mi sono resa conto che, fin qui, non ho mai fatto una netta distinzione tra buoni e cattivi nelle mie storie. E questo è leggermente anomalo, lo so. Mi piacciono le sfumature. Mi piacciono i personaggi che sono insieme terribili e fragilissimi (e forse diventano terribili proprio perchè fragili). Mi piacciono le azioni nefande che non si riescono a condannare fino in fondo.
Lavinia appartiene a questa categoria. Però, mentre procedo (pagina 65), mi sto rendendo conto che sarà anche molto diversa: perchè, suo malgrado, dovrà assumere su di sè un compito. Non è questo che spetta agli eroi? E non è spaventoso che un compito non possa essere rifiutato? Che ci imponga di non pensare soltanto alla nostra felicità, o alla nostra sofferenza?
Perchè mi piace immaginare  che gli eroi possano essere anche spregevoli. E amabili in quanto tali.

Ps. Sono decisamente oscura, me ne rendo conto. E’ il tempo.

I sogni son desideri

Maggio 25, 2010

Sono decisamente presa. Anzi, intrappolata. Funziono così: la mattina faccio ricerche in vista dell’editing di Sopdet (voglio revisionare ancora, prima che se ne vada per il mondo). Il pomeriggio, sono sull’isola di Lavinia, e non ne esco. Quanto tiro su la testa, mi succede di imbattermi anche in cose molto, molto divertenti. Questa la condivido.

Non solo i cavalieri sono solitari

Maggio 14, 2010

Perchè poi, diciamocelo, quella che sto scrivendo è una storia sulla solitudine. Sulla solitudine femminile, in particolare.
Con tutti gli eroi solitari della letteratura e del cinema,  mi piaceva l’idea di raccontare una donna che si trova in una situazione di – già – isolamento. E che finisce con l’accettarla.
Ps. Con tutte le briciole che sto disseminando sul blog  si potrebbe fare una torta, lo so.

Far riposare una storia

marzo 17, 2010

Domani finisce il gioco e Lavinia, almeno per ora, si congeda. Dire che mi sono divertita è poco: mi sono affezionata a questo personaggio dal primo momento in cui è apparso. Prima ha fatto capolino in un racconto breve, ma con questa eroina aveva in comune solo i capelli e il nome. Ma quando ho immaginato la vera Lavinia inquieta e spaventata  nel suo bosco inesistente, l’ho amata subito.
Mi dispiace solo l’idea di doverla abbandonare fino agli inizi di aprile, causa revisione del racconto: il romanzo, giocoforza, verrà dopo.
E forse è un bene: far decantare una storia fino al punto in cui preme e spinge per uscire è il modo migliore per scriverla.

Donne che raccontano gli uomini

marzo 3, 2010

Mi hanno fatto proprio ieri una domanda. Mi hanno chiesto cosa mi piace raccontare delle donne. Fra non molto vi dirò dove leggere la risposta.
Però adesso mi sto ponendo un’altra questione, perchè per la prima volta ho a che fare con un coprotagonista di altro sesso. E umano.
Perchè una cosa è raccontare l’Altro, ovvero la mitologia stessa del maschile (Hyoutsuki, insomma). La qual cosa, immagino, corrisponde a quel che accade a uno scrittore maschio quando deve affrontare il Femminile con la maiuscola: quello trasfigurato, quello, in un certo senso, disincarnato.
Un uomo è altra faccenda. Ha le sue debolezze, le sue paure e ha, soprattutto, quelle ambiguità che mi sono tanto care. Anche perchè il mio Mister X è un personaggio positivo, per una volta.
Ammetto che tutto ciò non è affatto semplice.