Posts Tagged ‘Lovecraft’

Se Lovecraft fosse un self published

febbraio 2, 2012

Leggendo qua e là, e soprattutto i commenti all’intervista rilasciata da Amanda Hocking al Corriere della Sera, mi viene – anzi, si rafforza – un dubbio.  Ne scelgo uno a caso:

“Non solo Umberto Eco ha diritto di pubblicare romanzi…
Che il livello letterario del libro della Hocking sia basso non ha importanza.
Ognuno legge ciò che preferisce. Con l’autopubblicazione anche scrittori non eccelsi possono raggiungere il grande pubblico.
Ma quanti geni incompresi potranno ora arricchire culturalmente il nostro mondo ?
È vero che il filtro degli editori non bloccherà più il ciarpame, però gli editori non sono mica gli emissaria di Thalia in Terra ! Anche loro commettono errori.
Pensate che cosa avrebbe ottenuto un H.P. Lovecraft con Amazon !!!!!!!”

Ed ecco il dubbio. Quella che viene delineata è una contrapposizione netta: sostenitori dell’editoria – chiamiamola così – tradizionale da una parte, sostenitori dell’autopubblicazione dall’altra. La contrapposizione è a tinte forti: conservatori, miopi, chiusi, difensori di un “potere” i primi, felicemente liberi e rivoluzionari i secondi.
Non ci credo.
Non solo perché, come scritto in decine di post, Bene e Male sono sfumati anche nei (buoni) romanzi. Ma perché le cose non possono stare esattamente così. In particolare, chi si interroga su come Amazon stia spingendo la gloria del self-publishing, ha le proprie ragioni per farlo. Il che non significa – attenzione – essere contrari all’autopubblicazione. Anzi, ben venga: l’auspicio è che tolga terreno sotto ai piedi dell’editoria a pagamento. Ma da qui a pensare che l’autopubblicazione sia sempre e comunque sinonimo di successo è altra faccenda.
E torno al commento che ho riportato. Lovecraft avrebbe avuto un enorme seguito con l’autopubblicazione? Davvero? Io sono tentata di pensare il contrario. Perché, almeno fin qui, mi sembra che i grandi successi del self publishing stiano seguendo i gusti del pubblico. Esattamente come fa l’editoria di carta. E non li sta, semmai, sovvertendo: come avrebbe fatto Lovecraft.

 

Le parole per dirlo, e dirlo adesso

dicembre 14, 2011

Aprite i giornali. Troverete un ritratto di Gianluca Casseri, l’uomo che ha sparato tra gli ambulanti di Firenze cercando di ammazzare il negro, e due ne ha ammazzati infatti, e altri ne ha feriti. Troverete scritto che amava Tokien e Lovecraft (“scrittore razzista”). Troverete scritto che frequentava Casa Pound. Troverete scritto che i forum fascisti inneggiano a lui.
Aprite Facebook.  Troverete gruppi  che ne venerano già la memoria con queste parole: “ONORE ETERNO A GIANLUCA CASSERI! e al conte dracula vlad tepes che impalava gli islamici e traditori!”
E, naturalmente, troverete ovunque prese di distanza. Il fantastico non è questo, era un matto, era uno schizzato, ma chi lo conosce.

Adesso, fermatevi. Perché la follia è una giustificazione troppo semplice. Quando qualcuno varca la soglia e mette in atto quelle che fino a poco prima erano solo parole, è matto. Ma quelle parole ci sono, restano (o quasi: mai assistito a una cancellazione così rapida di post e articoli, in queste ore), continuano a essere pronunciate.

Questo è il momento, per chi lavora nel fantastico da autore, da lettore, da osservatore, di dire le cose come stanno e di prendere le distanze. E’ vero. Esiste una parte del fantastico italiano che  costeggia quegli ambienti. Gianluca Casseri era un collaboratore di Gianfranco De Turris, di cui su questo blog si è parlato pochi giorni fa.  Come è scritto su Giap!, ha collaborato a un libro, edito da Bompiani, dove di Tokien si parlava. Aveva scritto un saggio sui protocolli dei savi di Sion dove i medesimi venivano dichiarati veritieri, con prefazione dello stesso De Turris, anche prefatore del suo romanzo.  I suoi saggi su Lovecraft sono stati annunciati  su siti fra i più noti nell’ambito del fantastico italiano, e così il romanzo scritto con Enrico Rulli.
Mi si dirà: cosa c’entra tutto questo con il fantastico? Vuoi dunque unirti alla schiera di coloro che lo demonizzano, come se non fossero già abbastanza? Mi è stato detto: l’arte (quale? Mi rifiuto di considerare arte gli scritti di questo signore) è al di sopra degli uomini. Mi è stato detto: non fare di tutta l’erba un fascio (e perdonate l’involontaria ironia).
Rispondo: esiste una parte del fantastico italiano che alle derive non è affatto nuova.  Di Tolkien la destra si è appropriata a lungo, impropriamente. Di battute razziste e antisemite ne leggo molto spesso, nei siti e blog di fantastico (oh, certo, sono ironiche). Di inconsapevolezza, infine, ne vedo a bizzeffe. Perché sembra che per essere autori di fantastico basti, come dice Wu Ming 4 in un commento al post di ieri, edotti a proposito di canone e tecnica. Quando si parla di contenuti, tutti zitti. Tutti zitti quando Silvana De Mari si lancia nei suoi monologhi anti-islamici sul blog. Tutti zitti quando gruppi e gruppetti di estrema destra adottano i simboli e i mondi che dal fantastico provengono. E, oggi, tutti pronti a dire “non siamo così”.
Certo che non lo siamo. Dimostriamolo. Che si prendano le distanze. Chi ha recensito Casseri, partecipato a convegni in sua compagnia, magari, e chi lo sa, riso a qualche battuta sui froci ebrei comunisti, lo dica. Non è giusto che gli autori di fantastico e coloro che lo leggono e lo amano vengano equiparati a chi ne condivideva le idee.
Ma va detto.  Altrimenti l’inconsapevolezza diventerà colpa. E mai, mai usciremo dalla nicchia che detestiamo.  Ricito Wu Ming 4:
” non si alza mai lo sguardo, non si spazia, non ci si rende conto di quale grande problematicità e complessità etica si esprime attraverso la creazione letteraria di mondi. Il fantastico rimane il passatempo per i nerd e per le ragazzine sognanti. E così va bene tutto, un’interpretazione vale l’altra, e passa tutto in cavalleria, anche i fascisti che diventano “esperti” di Tolkien. Poi un bel giorno salta fuori un pistolero che si mette a sparare a chi ha la pelle scura e ohps… ti accorgi che era quello con cui hai fatto il convegno o a cui hai recensito il libro. Ma te lo sei chiesto cosa diavolo c’era scritto in quel libro? E ti sei chiesto magari se per caso un autore come Tolkien non si fosse già dovuto mettere il problema di come scrollarsi di dosso certe letture “con la bandiera di Pretoria”? No, perché è soltanto fantastico… Che vuoi che c’entri la vita reale?”

Siete così? No? Ditelo. Adesso.

Lavinia, mia cara

febbraio 1, 2010

Warning, pericolo, attenzione: materiale pericoloso.
Sì, perchè sabato mi sono presa una pausa dal racconto e ne ho scritto un altro, brevissimo. Era ed è un piccolo regalo (poi vi dirò per chi e per cosa) a tema lovecraftiano. Se non vogliamo chiamarla fan fiction, diciamo che si tratta di un omaggio a un racconto che ho sempre molto amato, L’orrore di Dunwich.
Ma il punto di vista è quello di Lavinia Whateley.
Ovvio, forse. Sicuramente spontaneo e non meditato. Però, scrivendolo, mi sono resa conto che nel pantheon di Lovecraft, e nella maggior parte dei miti, il potere è sempre una faccenda maschile. Se c’è un’insidia, viene dal figlio del dio, o dal fratello: le dee stanno per fatti loro, e le umane servono semmai come tramite. Come la povera Lavinia.
Di conseguenza, non è che nella narrativa fantastica le cose vadano molto meglio. Con eccezioni. Per esempio, una storia meravigliosa di Ursula K. Le Guin, La mano sinistra delle tenebre. Se non la conoscete, è il momento di provvedere.

Ossessione

settembre 10, 2009

Sto rileggendo Il talismano di Stephen King e Peter Straub. Bugia, lo sto finendo, perchè l’avevo cominciato e lasciato, molto tempo fa: prima di leggere la saga della Torre nera.  E adesso me lo sto davvero gustando: forse perchè ritrovo in quel romanzo i semi di quello che sarebbe fiorito nella Torre.
E allora, ecco la domanda del giorno. I Territori sono evidentemente l’ossessione di King. E non solo la sua: il mondo altro ma parallelo piace a un bel po’ di persone e a me per prima, nel mio nanocosmo.
Però dentro i Territori King mette quasi sempre un bambino, anzi, un ragazzino intorno ai dodici anni. E’ la sua storia, forse: o meglio, la storia personale (credo che King abbia avuto un’infanzia tremenda) che viene filtrata e reinventata nei suoi libri.
Ovviamente, succede anche a me, e quando scrivo e rileggo arrivo a domandarmi se prima o poi cambierò ossessione (mondi paralleli, appunto, e personaggi femminili tutt’altro che eroici).
Non funziona così per tutti. Non, per esempio, per Clive Barker di cui oggi comincia a occuparsi GL: e sono curiosa di quel che dirà. Perchè King è inchiodabile a un’ossessione (o due), e forse anche Lovecraft e sicuramente Gaiman. Barker mi sa di no…

Quando ho guardato gli arazzi

aprile 27, 2009

Triangolazione.
Avevo già linkato un post di GL d’Andrea su Lovecraft: oggi ne linko un altro, questo, e aggiungo anche un altro post con cui Francesco Dimitri interviene nella discussione. Che, come capirete, non è soltanto su Lovecraft e sul suo disgusto, o disprezzo, o distacco, dalla vita.
Nei fatti, la discussione si sta sviluppando sul rapporto fra opere e autori, e su come le prime vadano per i fatti loro, spesso in direzioni molto diverse da quelle immaginate da chi le ha scritte  (Francesco cita giustamente Tolkien), e su quanto chi legge (e magari scrive anche) tenda a interpretare un autore, inevitabilmente, con la propria ottica (gli scrittori sono bugiardi, dice altrettanto giustamente Gielle).

A proposito di bugie.
Avevo promesso un post sulla triade: nel caso, la triade che ha iniziato me. Non esattamente alla scrittura, perchè quella è venuta molto dopo, ma ad una disposizione mentale che poi ha reso possibile non solo quel tipo di scrittura, ma che ha fatto di me una lettrice che ama e crede nel fantastico.
Ricordo bene.
E’ stato come quando ho imparato a leggere: e ricordo anche quello, avevo cinque anni, era Natale e io sfogliavo uno dei libri che avevo trovato sotto l’albero, e a un certo punto alle lettere t.r.e.n.o. la mia mente, con un clic, ha associato un treno. Fine, o inizio, della storia.
Invece ne avevo dodici, quando ho letto Ligeia, di Edgar Allan Poe. Bene, cosa mi ha folgorato di quel racconto? Non tanto la sventura del protagonista, non il ritorno dalla morte di Ligeia nelle spoglie della seconda moglie. Ma gli arazzi. I disegni degli arazzi, meglio, che cambiano forma a seconda del punto di osservazione. Vedo qualcosa, non la vedo più, ne vedo un’altra. Cosa sto guardando, davvero?
In realtà tutto il racconto è giocato sulla stessa domanda:  è l’immaginazione del protagonista, o c’è un’ombra nella stanza? E’ un delirio, o gocce misteriose cadono nella medicina? Ed è davvero Ligeia quella che si è alzata e si strappa il sudario con le lunghe dita?
Questa, per me, è stata la chiave: vedere quel che non si dovrebbe/potrebbe nel mondo di tutti i giorni. Quando, pochi anni dopo, ho incontrato King, ne ho avuto la conferma. E quando sulla mia strada si sono messi prima il signor Lovecraft, quindi il signor Machen, e, anni dopo, i signori Barker e Gaiman, ho pensato che sì, era possibile il delirio. Anzi, che era bello.

Ps. Perchè poi, come dice King ne La storia di Lisey, è sempre dallo stesso pozzo che peschiamo. Il pozzo dei miti: qualcuno ci vede pesci normalissimi, altri ci vedono anguille con occhi di libellula e ali di pipistrello. Dipende dagli occhi del pescatore.

No future

aprile 21, 2009

Stamattina va meglio e riesco quasi a pensare normalmente. Quindi, impugno la matita e mi dedico alle bozze cercando di non flagellarmi troppo.

Intanto, però, vi inviterei a leggere quanto GL D’Andrea sta scrivendo a proposito di Lovecraft: passione comune. Quel che a me ha sempre colpito è l’assoluta mancanza di prospettive che c’è nelle sue storie: niente speranza, niente redenzione. Neanche fra gli dei.

(i lovecraftiani hanno trovato i piccoli, umilissimi omaggi disseminati in Esbat e Sopdet, vero?)

Una riflessione sul plagio

febbraio 12, 2009

Così, è successo e ora so l’effetto che fa, e l’effetto non è tanto bello.
Sto parlando di plagio, o di quello che io ritengo tale. E’ capitato a me, è capitato nel mio stesso fandom, è capitato con una fan fiction postata a due giorni di distanza dal secondo capitolo della mia storia.
Conseguenze, nel tardo pomeriggio-serata di ieri: tristezza, rabbia, depressione, voglia di cancellare tutto. Poi ci si dorme sopra e si ragiona.
Come sto provando a fare.

Mi pare di averlo scritto diverse volte: tutti noi plagiamo, più o meno consapevolmente. Ci portiamo dietro e dentro stili, tematiche, situazioni che abbiamo letto e amato e che vengono da altri scrittori. So che sulla punta delle mie dita premono parole di Stephen King, di Goethe, di Lovecraft, di Katherine Mansfield. So che nella mia testa la Marguerite Yourcenar de L’opera al nero prende il tè con Edgar Allan Poe, e che la Tony Buddenbrook  di Thomas Mann osserva incantata l’abito elfico di Dama Galadriel.
E fin qui ci siamo.
So che in quello che scrivo rigurgitano parole che non sono mie. Io non me ne accorgo, nè riesco a rintracciarle dopo, anche a costo di rileggere cento volte. Ma so che da qualche parte ci saranno una frase, una metafora (appunto), un aggettivo che non sono miei, e che da anni mi circolano nel sangue e si confondono con le parole che vengono da me, fino a rendere impossibile la distinzione.
Ho dei debiti, come tutti.
Li ho anche nei confronti di fan writer che stimo, e da cui, volta per volta, ho appreso qualcosa. So di aver ricevuto attenzione per i punti di vista da Laurie, desiderio di indagare i perchè di una psicologia da Roberto-Yoda, lucidità di meccanismo da Angelo, spinta visionaria da Francesca, accuratezza storica da Jessica, precisione negli scenari da Avalon, adorabile follia da Mele, sapienza nei dialoghi da Caska, durezza da Teiresias e tenerezza da Rohchan, coraggio da Vincent. Solo per citarne alcune e alcuni. A tutti io devo qualcosa.
E forse ho dato a mia volta qualcosa. Nell’immaginare l’Alterità di alcuni personaggi, oppure nell’usare così spesso i corsivi. Non so. In ogni caso, lo scambio è stato proficuo e credo che sia alla base delle comunità di scrittura: altrimenti, che senso avrebbero?
Ugualmente, so che accade spesso di scrivere la stessa cosa contemporaneamente e senza saperlo: è capitato proprio a me  e a Yoda. Io avevo appena postato una scena con un certo personaggio sdraiato e impotente in una caverna, e lui stava lavorando alla stessa situazione. Me lo ha scritto, ne abbiamo parlato, ci abbiamo riso, anche: ovviamente le due scene erano diverse, anche se avevamo un intento abbastanza affine.
E poi  nessuno di noi inventa davvero niente. Le storie sono state già raccontate tutte: cambia il modo, si diversificano i percorsi e i linguaggi.

Per venire al punto, la scena plagiata è vecchia come Omero, e anche di più: un Demone prende consapevolezza che la sua specie finirà, perchè il mondo degli uomini è quello destinato a durare. Quello dei semidei sta andando incontro alla sua fine.
E qui sento battermi sulla spalla non solo dal professor Tolkien, da Roland Deschains della Torre Nera e dal padre Wotan in persona, via Wagner o Gaiman, a piacere. Ma da tre quarti di mitologia planetaria.
E’ OVVIO che in un mito, se appare un dio, quel dio si debba confrontare prima o poi con la propria finitezza. A ben vedere, avviene anche nelle religioni, no?
Dunque, nulla di nuovo.
Però, nel caso in questione, la similitudine non si è fermata alla scena del Demone che riflette: c’erano anche una foresta, l’osservazione dei propri simili che svanivano, una voce terza che ricordava che il mondo stava cambiando, l’odore della morte.
Un pochino troppo.
Pazienza. Svanita (appunto) la rabbia, resta la solita domanda sul perchè, e la solita risposta sul desiderio di autoaffermazione, più o meno consapevole, decisamente giustificabile nel caso di ragazze molto giovani.
Passerà a loro, e passerà a me. E’ già passata, anzi.

Lara Before Christmas

dicembre 22, 2008

Nella casa della ragazza non c’è un albero di Natale. Non c’è neanche una ghirlanda. In compenso ci sono una tazza di tè all’arancia e un portacenere che va riempiendosi.
Nella casa della ragazza, grazie alla chiusura ermetica della finestra, non arriva il suono della zampogna suonata da un netturbino di Velletri per rimpinguare la tredicesima. In compenso, sul lettore CD c’è Welcome to the jungle.
Nella sua casa, Lara si gode la settimana prenatalizia fingendo che non esista. Niente regali, niente buoni sentimenti. Soprattutto, niente sorrisi radiosi che augurano fortuna e felicità. Ahhh. Salva. In pace. Si sfrega le mani pensando che basterà resistere ancora un po’ e sarà fatta.
Telefono.
Telefono fisso.
Che strano, quasi nessuno chiama da quel numero. Lara, perplessa, alza il ricevitore.
“Buonasera sono Mariella. La signora Lara Manni?”
“Uh. Ah. Sì. Mariella?”
“Sono Mariella di Telecom Italia. Se ha un minuto desidero informarla che le nuove offerte Tele..:”
Clic.
Lara chiede perdono a Virzì e ai precari di Tutta la vita davanti e si rimette a sedere davanti al suo tè e al suo manoscritto. Detesta le offerte. Quelle speciali soprattutto. Uffa.
Telefono.
Telefonino.
Id sconosciuto.
Lara, incuriosità,  preme Accetta.
“Non può scappare in questo modo. Non stavolta. Sono Mariella”.
“Mariella? Ma non dovrebbe chiamare dal fisso?”
“Lei non si preoccupi e ascolti. L’offerta speciale di Telecom Ita…”
Clic.
Lara è furiosa, a questo punto. Spegne il telefonino, stacca il telefono fisso, lascia che il tè si freddi e si concentra sul manoscritto. Basta seccature.
“Lei deve ascoltarmi e mi ascolterà”.
La voce la raggiunge, severa, dalle casse del computer acceso. Lara lascia cadere la matita e balza in piedi.
“Ma…Mariella?”
“Mi chiami pure Mariella, per comodità. E si vergogni. Pensa che sia facile lavorare in un call center? Pensa che sia piacevole sentirsi sbattere il telefono in faccia tutti i giorni? Da persone che se ne stanno a casa propria calde e tranquille, poi. E senza neanche un ghirlanda, una candelina, un Gesù di cartapesta. Un vero insulto per me”.
“Per lei? Ma scusi, Mariella, a lei che gliene importa se io non festeggio? Cos’è, sono obbligata? E’ una strategia del nostro Presidente per incrementare il PIL?”

La stanza si riempie di luce. Dal lettore CD, la voce di Axel Rose intona, improvvisamente, parole ben diverse dalle consuete:

Adeste fideles
læti triumphantes,
venite, venite in Bethlehem.

La chitarra di Slash si trasforma, non si sa come, in un organo a duecento canne.
Lara sbianca. Ma non è finita.
“Io – tuona la voce dal computer – non sono Mariella. Io sono lo SPIRITO DEL NATALE PASSATO”.

Natum videte Regem angelorum.
Venite adoremus
Dominum.

Dopo un primo momento di stupore, Lara reagisce. E reagisce MALE:
“Ah no! Glielo proibisco. Vi conosco, lei e i suoi colleghi Spirito del Natale presente e Spirito del Natale futuro.  Invadenti! Impiccioni! Prevedibili!
Cosa pensa, che non conosca Dickens? Che non sappia cosa sta per accadere? Lei ora sta per mostrarmi i Natali della mia infanzia, con la zia Angelina che mi faceva i ganascini sulla guancia e mi lasciava il livido, e il cugino Franco che mi rompeva le bambole. Poi arriverà il Natale Presente a mostrarmi una ragazza con l’occhio triste- io!- seduta sola sola ad un tavolino. Infine, Natale Futuro con una vecchia Lara sola soletta all’ospizio. BALLE. Non mi incantate con questi giochini. E tu, Axel, smettila di cantare Adeste Fideles e torna a imprecare, CHIARO?”.
Funziona. Le luci si abbassano, le casse del computer si spengono,  Axel Rose torna normale.

And you’re a very sexy girl
Very hard to please
You can taste the bright lights

Lara, molto offesa per essere stata scambiata per Scrooge, torna al lavoro. Ma per poco. Due minuti, e la finestra si spalanca.
Sul davanzale, è ritto in piedi un uomo in impermeabile. E’ in bianco e nero. Mentre Lara urla, Axel Rose canta, in improbabile italiano

Meraviglioso, ma come non ti accorgi quanto il mondo sia
Meraviglioso.

“Buonasera”, sorride l’omino. “Io sono Clarence”.
Lara è crollata a sedere sulla sedia chiedendosi perchè un essere del genere sia entrato dalla sua finestra, peraltro al sesto piano. Ma quel nome non le è nuovo.
“Aspetti. Clarence…intende mica l’angelo del film La vita è meravigliosa? Quello di Frank Capra? Quello dove il protagonista viene salvato da…lei?”
Clarence sorride e annuisce.
La chitarra di Slash sembra un violino, ora.
La furia di Lara monta inesorabilmente.
“E tu vorresti fare la stessa cosa con ME? Vorresti convincermi che a Natale bisogna essere buoni, felici, radiosi solo perchè è Natale?”.
Clarence annuisce ancora.
Lara sorride. Sembra un angelo anche lei. La luce della stella cometa apparsa dietro Clarence si riflette sui suoi capelli biondi.
“Ok. Mi hai convinto. Permettimi di abbracciarti”.
Si avvicina all’angelo, il quale è palesemente lieto della missione compiuta, e anche incuriosito. Avendo visto Il cielo sopra Berlino in un cineforum del Paradiso, si chiede che effetto faccia sentirsi abbracciato da un’umana.
Non lo saprà mai.
Lo spintone di Lara lo fa sfracellare dal sesto piano prima che abbia potuto aprire le ali di emergenza.
Grazie al Cielo, Axel Rose è passato a Symphaty for the Devil.
Lara si accascia sulla sedia. Cos’altro dovrà aspettarsi, ora? Il Grinch che diventa buono? Jack Skeletron (anche Tim Burton si arrende ai finali lieti, sospira Lara)?
“No, ci sono io”, dice una vocina dal pavimento.
“Io? Io chi?”
“Guardami”.
Lara guarda verso i suoi piedi. E’ un topo. UN TOPO?
“No, non un topo qualunque. Sono Firmino”.
Dal Cd, Axel canta I will Always love you.
Lara balza sul tavolo.
“Firmino? Il best-seller dell’anno? Il topo che mangia libri e diventa coltissimo? Che caspita fai a casa mia???”.
Il topo sorride sotto i baffi.
“Vengo a ricordarti che nei libri che tanto ami i finali lieti sono all’ordine del giorno”.
“Menti! Pensa a Romeo e Giulietta!”
“Oh, ma c’è anche La dodicesima notte, La tempesta e poi Odissea, Promessi Sposi, Orlando Furioso”.
“NOOO! Taci, ratto malefico. Le ultime lettere di Jacopo Ortis…”
“…Divina Commedia, Il diario di Bridget Jones…”
“BRIDGET JONES NO! AIUTO”.
Dalla finestra, una folgore nera.
La voce di Firmino tace improvvisamente. Dal pavimento, un meraviglioso gatto nero si lecca i baffi ed emette un rutto educato.
“Buonasera, cara”.
Lara si stropiccia gli occhi. Guarda il felino. Non sa bene perchè, ma si sente stranamente sollevata.
“Tu…tu…sei?”
“Il gatto nero, per servirti. Ci siamo conosciuti quando eri bambina. Ero in un racconto del tuo scrittore preferito, Edgar Allan Poe”.
“Oh! OH! Ma certo! Ricordo benissimo! Ero sdraiata nel mio lettino con le lenzuola rosa e ho incontrato te. E mi sono detta che al mondo esistevano creature diverse da quelle che mi venivano propinate. Creature che potevo amare!”.
Il gatto sbadiglia elegantemente, annuendo.
“E ci siamo incontrati di nuovo quando eri un’adolescente. Se ricordi bene, fu quando accompagnasti un certo personaggio alla ricerca del misterioso Kadath…”
“Nei racconti di Lovecraft! Ma certo!!! Caro amico, posso offrirti una ciotola di latte? Dei croccantini? Mi hai liberato da quel seccatore e sono in debito”.
Smettendo di leccare la zampina, il gatto fissa Lara con i suoi occhi dorati.
“Sono io ad essere in debito, cara. Finchè esisterà qualcuno che si rifiuta di credere al lieto fine, noi abitatori del buio prospereremo. E resisteremo anche alle lucine di Natale, ai vampiri che brillano e ai topi saputelli. Così, sono venuto ad aiutarti a passare tranquillamente questo periodo”.
Lara si lascia cadere sulla poltrona.
“E come?”
Il gatto balza sul suo grembo, accoccolandosi.
“Un trucchetto: mi sono fatto prestare da Sandman un po’ della sua polverina. Chiudi gli occhi, e farai un bel sonno fino al 7 gennaio. Contenta?”
“Felice”, esclama Lara lasciandosi andare contro lo schienale.
E mentre il sonno comincia a premere sulle sue palpebre, mormora:
“E se arriva qualcuno a svegliarmi? Babbo Natale? Il principe azzurro?”.
Sotto un tripudio di fusa, il gatto fa spallucce:
“Ho tenuto testa a Nyarlathotep, figurati se mi faccio spaventare da dilettanti come quelli”.
Il gatto e la ragazza dormono, felici.
Dal lettore CD, Axel Rose canta a squarciagola una vecchia canzone di David Bowie:

We can be Heroes
Just for one day
We can be us
Just for one day

Lo zampognaro nella strada, dopo un momento di esitazione, riprende il motivo.
Ps. Vi eravate affezionati al racconto del lunedì? Anch’io. Buone feste a tutti.

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